– “Tu lavori?”
– “Per fortuna sì”
Un botta e risposta che si consuma in pochi istanti quando ci si trova di fronte alla fatidica domanda.
Fortuna: con un po’ di imbarazzo è questa la parola che aggiungo ogni volta che mi si chiede se lavoro. E questa parola addirittura precede la risposta “sì”.
Come se dovessi chiedere scusa, come se dovessi essere grata e al contempo vergognarmi della fortuna che ho di lavorare mentre in giro c’è tanta altra gente meritevole che invece attende. Come se la possibilità di lavorare dipendesse dalle previsioni dei tarocchi o dall’oroscopo del mese.

Fortuna, Lavoro: questi due termini vanno a braccetto da un po’ nelle mie risposte quando mi si chiede se lavoro e sono termini che non riesco a staccare. Perché oggi ti devi sentire fortunata se a 33 anni lavori. Devi essere grata, devi sentirti in difetto e allo stesso tempo percepire la tua come una condizione di privilegio, qualsiasi sia il tuo contratto e qualsiasi sia stata la tua strada. Chi te lo chiede il più delle volte non sa chi sei, non sa come lavori, non sa come ragioni.
Se lavori, “di questi tempi” nell’immaginario di molti o sei un miracolato o sei un raccomandato.

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Photo by Elena Koycheva on Unsplash

Appartengo alla generazione “disgraziata”, quella generazione di nati sul finire degli anni ’80 che non hanno mai ricevuto chiamate a casa per lavorare e a cui nessuno ha mai bussato alla porta per offrirgli un lavoro (un po’ prima che arrivassimo, accadeva così). Appartengo a quel numero crescente di persone che per trovare una collocazione e uno stipendio devono faticare il triplo, se non il quadruplo rispetto agli altri, e che oggi quasi alla soglia dei 40 fanno ancora fatica a trovare un barlume di progettualità a lungo termine in ogni nuova avventura professionale.
Non è una scusa e non lo dico tanto per rinfacciare ancora una volta quel che di peggio abbiamo ereditato dal passato, ma perché nel mio paese il tema del lavoro è tristemente ormai legato più al concetto di fortuna che di merito, più all’idea di persona giusta al momento giusto che di possibilità per tutti a seconda delle competenze e della preparazione. Si tratta di una rincorsa al ribasso pur di adattarsi, dove vince il meno pretenzioso: una realtà lavorativa in cui i dispensatori di soluzioni vecchia scuola consigliano sempre ai giovani di reinventarsi, di buttarsi nella libera professione non conoscendone tuttavia le difficoltà, i rischi e le implicazioni.

Lavori se sei fortunato: con questa idea stiamo crescendo, stiamo camminando nella società come se ad ogni passo che facciamo nel mondo dei grandi dovessimo chiedere scusa, bussare piano, sentirci grati, fortunati, miracolati, capitati al posto giusto nel momento giusto, in perenne formazione perché gli altri ne sanno sempre di più e con la speranza che la nostra voce venga ascoltata.

Sì ok il posto giusto, ma qual è davvero il posto giusto per noi? Magari sognavamo un altrove che, data la fortuna che ad alcuni di noi è capitata, non abbiamo potuto scegliere. Perché quando per trovare lavoro devi sperare nella fortuna naturalmente non puoi scegliere dove e come ma devi prendere al volo il primo treno che passa e dire, mentre ci sali su col fiatone, “Uh, che fortuna!”

Fortuna, Lavoro, Privilegio. Termini usati troppo spesso insieme nella stessa frase, come se lavorare non fosse più un diritto di ciascuno per poter contribuire al miglioramento della società e poter vivere (o sopravvivere) ma un vero privilegio come una villa al mare, una casa con piscina o un conto in banca grazie al quale poter campare di rendita.
Si parla di fortuna come se vivere in funzione del lavoro fosse da considerarsi una fortuna, come se non ci fossimo davvero meritati ciò che abbiamo e dovessimo sempre dimostrare qualcosa oppure gettare la spugna e sussurrare a testa bassa uno stentato “Per fortuna sì”.

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Photo by Elena Koycheva on Unsplash

In un contesto sociale in cui lavorare è considerata una fortuna più che un diritto sacrosanto, si rischia di dedicare la propria vita al lavoro cercando di sdebitarsi perennemente per la fortuna piovuta dal cielo e pensando con rammarico a tutti quelli che la stessa fortuna non l’hanno avuta e che ancora attendono. Si rischia insomma di vergognarsi, di temere il giudizio degli altri anche quando si parla di una cosa bella, di avere timore di dire che un lavoro ce l’hai.
Naturalmente questo non vale per chi il lavoro lo ha ricevuto davvero per grazia divina e senza alcun minimo merito. E ce ne sono, ma non è questo ciò di cui vorrei parlare perché quello non è vero lavoro ma un ripiego, un escamotage, un modo per passare il tempo, una presa in giro.

Quando si parla di vero lavoro e vero impegno in quel che si fa, ragionare tirando in ballo la fortuna non giova a chi la riceve e nemmeno a chi non ce l’ha.
Non giova perché chi la riceve – questa cosiddetta fortuna – non percepisce mai fino in fondo il valore del proprio lavoro e abbasserà costantemente l’asticella di quel che si aspetta dal lavoro (e dalla vita). Chi non l’ha ricevuta guarderà forse con invidia o forse con aria di sufficienza chi lavora, alimentando così un circolo vizioso in cui se hai ottenuto qualcosa nella vita tutto sommato non te lo meriti o hai un segreto da nascondere (come chi beve solo acqua).
Ho incrociato spesso chi ragionava così, oppure chi si complimentava apertamente ma poi sotto sotto si chiedeva, insieme ad altri malcapitati, perché agli altri capitassero tutte le fortune del mondo e a loro neanche una.

In una società in cui si ragiona per lamentationes e ancora lungamente si discute di fortuna e di treni persi o presi, sfugge molto di ciò che conta. Ci sfugge davvero l’essenza del libero arbitrio. Ci sfugge tutto, compreso quel che manca a livello micro e macro per cambiare le cose, per cambiare una società che non abbiamo voluto così ma che forse non ci impegniamo nemmeno tanto a cambiare.
Anziché parlare di treni presi, ci chiediamo quanto valga il bagaglio che ciascuno di noi porta su quel treno preso/perso? In questa gara a chi vince al superenalotto, come se avere un lavoro significasse aver grattato un numero fortunato, dove conta solo il chi e il dove e non il perché, dove sta la solidarietà tra persone? Dove si colloca la voglia di guardare agli altri come un esempio e non come metro di giudizio per misurare dove siamo arrivati noi e dove sono arrivati loro?

Forse dobbiamo abituarci all’idea che finché le opportunità non saranno disponibili per tutti la gara sarà, come sempre, una antica “lotta fra poveri”: quella che ci piace tanto alimentare in ogni contesto.
Continueremo a non essere solidali fra noi, a non fare lotte reali (dato che a nessuno interessa davvero difendere i propri e gli altrui diritti), a non chiedere più di quanto la fortuna ci abbia donato, a non sforzarci perché “vedi, a quello è capitato tutto senza sforzo dunque perché dovrei impegnarmi?”.
E invece no, non è così. Noi non conosciamo le storie degli altri a tal punto da ritenerci capaci di capire e giudicare gli altrui percorsi. Possiamo cercare di vedere chiaramente solo il nostro, sperando di riuscire a comprenderlo con lucidità senza dare la colpa al fato se ancora siamo in attesa.

Attesa, ecco un altro termine assai presente quando si discute di lavoro.

Dobbiamo attendere che sia il fato a scegliere per noi? Dobbiamo sederci sfilando e infilando il filo finché non vien fuori da solo un maglione intero?
Allora tocca chiederci, prima di tutto e come sempre, cosa vogliamo e quali mezzi possiamo usare per ottenere ciò che vogliamo. Che sia un atteggiamento positivo nei confronti degli altri o della situazioni o si tratti di creare reti di relazioni, il libero arbitrio può contare ancora di più della fortuna se usato bene.
Oggi come oggi avere un lavoro in alcuni casi è realmente una fortuna, ma si rischia di vedere solo quello nel lavoro: una pura fortuna grazie alla quale possiamo sostenere le spese, possiamo viaggiare, fare progetti, andare dal parrucchiere o pagarci la manicure.
Talvolta quella percepita fortuna ci fa sentire migliori per il cammino che abbiamo scelto e per le scelte che abbiamo fatto. Altre volte ci fa sentire peggiori, perché in sordina abbiamo sempre la sensazione di doverci vergognare: non sai mai infatti se chi ti chiede se lavori, a sua volta lavori o sia disoccupato.
Ma, in buona sostanza, non di sola fortuna vive il lavoratore: giocano tanti fattori, nonostante sia più facile vedere nelle conquiste degli altri più una botta di *natiche* (per usare un termine edulcorato) o il fattore C.

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Photo by Alain Pham on Unsplash

Cosa possiamo fare? Come possiamo salire sul treno agognato? A quale capostazione possiamo chiedere informazioni utili per fare il biglietto e salire senza sostare su un binario triste e solitario?

E soprattutto, se riusciamo a salire sul famoso treno, come guardiamo chi resta fuori e ci saluta con il fazzoletto bianco? Ci sentiamo in colpa verso di loro?
E loro come ci guardano? Con ammirazione, disprezzo, invidia, tristezza o indifferenza?
Alla fine, le relazioni umane sono alla base di queste dinamiche perché il confronto sociale detta molte scelte e molte risposte che diamo.
Perché continuo a ribadire il mio “Per fortuna” quasi automatico? In che modo questa risposta minerà a lungo termine la mia percezione di lavoratrice fortunata a dispetto di altri meno fortunati di me?

Sarà che ci preoccupiamo troppo di quel che pensano gli altri, sarà che vorremmo cambiare il mondo ma sappiamo di non poterlo cambiare nel breve periodo.
In qualche modo deve entrarci in testa che finché vedremo il lavoro come una fortuna e non più come un diritto, agiremo da automi, ci sentiremo in colpa e forse non renderemo quanto potremmo per paura di chiedere più di quanto dovremmo. 

Il rischio maggiore però sapete qual è?
Sentire di non meritare ciò che abbiamo, di non essere all’altezza, di usurpare qualcosa che non ci appartiene. E pensando così la daremo vinta a chi crede che una generazione intera debba continuare a genuflettersi perché ci siamo convinti da soli che la fortuna guidi tutto e che decida a priori per noi.
Facile crederlo: ci toglie ogni responsabilità e ci fa guardare con occhio cattivo gli altri. Difficile sostenerne il peso a lungo: rischia di farci perdere personalità.

Al mio “Per fortuna sì” spero di riuscire presto a sostituire un “E allora sì”, come cantava Pino Daniele:
E allora sì
che vale ‘a pena
e vivere e suffri’
e allora sì
che vale ‘a pena
e crescere e capi’
oppure è tutta suggestione
questa vita.

 

Facciamo finta che chi fa successo se lo merita

 

Laura Ressa

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Copertina: Photo by Alain Pham on Unsplash

 

 

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea