vecchie foto bianco e nero

Vi racconto una storia che ebbe inizio tanto tempo fa, intorno alla fine degli anni ’40 del Novecento.
C’era una volta una ragazza nata durante la prima guerra mondiale che viveva in un paesino di provincia e che si innamorò di un uomo. Rimase incinta, ma i due non erano sposati e così la famiglia di lei la cacciò di casa poiché aveva concepito la figlia fuori dal matrimonio.

La giovane donna prese le sue cose e arrivò in città, dove cominciò a cercare lavoro. Quando la sua bimba era piccola la sua mamma trovò lavoro in una cantina, una sorta di enoteca: la bimba giocava sotto al bancone e qualche volta andava a trovare un’amica che abitava lì vicino.

Per una donna sola con una figlia a carico, il lavoro scarseggiava. Qualche anno più tardi però riuscì a trovare un posto in guardiola all’interno del cantiere di un palazzo in costruzione.
In quel periodo madre e figlia vivevano in una specie di sgabuzzino dotato di un finestrino posto in alto quasi vicino al soffitto. Il metronotte che passava a controllare le strade, sapendo che c’erano loro a guardia del cantiere, passava due o tre volte in più per controllare che la situazione fosse tranquilla.
Una volta infatti dal finestrino della stanza madre e figlia sentirono qualcuno che armeggiava per entrare. Per fortuna non ci riuscirono, ma lo spavento fu grande.

Quando fu terminata la costruzione dell’edificio, mamma e figlia andarono ad abitare lì, di preciso vivevano nel sottoscala. La mamma lavorava come donna delle pulizie presso case private, sua figlia la aiutava nel lavoro quando finiva la giornata scolastica.

Le due avevano un legame forte ma spesso conflittuale.
La mamma era molto dura, non concedeva baci o carezze e aveva educato la figlia a stare attenta alla durezza del mondo e a comportarsi sempre con rispetto. Un giorno la bambina, per scappare via dalla mamma che la rincorreva perché aveva disobbedito, cadde di testa sulle scale procurandosi un grosso taglio sopra l’occhio.
La madre chiamò subito in soccorso una vicina di casa, una delle poche ad avere la penicillina, in un barattolo beige con il tappo marrone.
Le giornate trascorrevano così, lavorando e sperando che la giornata successiva non riservasse brutte sorprese.
Se la bambina non aveva finito di lavare i pavimenti o di fare le pulizie in casa, la mamma faceva volare ceffoni e non solo, ed è per questo che la figlia spesso cercava di scappare da quelle punizioni severe. Un’educazione rigida in una famiglia composta da due donne sole, non abbandonate a se stesse ma di certo prive di una sicurezza. Eppure attorno trovavano sempre, tra tante persone, quelle che potessero dar loro una mano nelle piccole difficoltà.
Ci si aiutava a vicenda quando era necessario.
Erano tempi duri, molto difficili: la carta igienica la ricavavano da fogli di giornale e le scarpe erano sempre strette, infatti erano sempre le stesse perché non c’erano soldi per comprarne di nuove.

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Un altro episodio quotidiano della loro vita fu la caduta di un dente.
La mamma aveva un dente penzolante, quando se lo tirò via cominciò ad uscire molto sangue dalla bocca. Faceva impacchi con acqua in una vaschetta ma il sangue usciva a fiotti.
La figlia se ne accorse e si spaventò per la quantità di sangue: chiamò quindi un tale Vincenzo, che abitava all’ultimo piano del condominio. Vincenzo una volta era infermiere e, oltre a questo, si diceva possedesse una dote: sapeva aggiustare di tutto. L’uomo vide la situazione e andò a procurarsi il necessario per agire in fretta. Tornò portando con sé ciò che si usa per fermare i tagli da rasoio, una siringa e il disinfettante.

Ma le avventure non finirono certo qui. La figlia, una volta diventata adolescente, un giorno fece assenza a scuola di nascosto per andare a giocare con gli amici alle macchine a scontro. Tornò a casa con un dente spezzato e la madre le disse che l’avrebbe fatta rimanere così finché non avesse potuto lei stessa ricostruire il dente dal dentista. E così fu.

Nonostante le difficoltà e la distanza, la bambina vedeva spesso il suo papà. Lui però andava via ogni volta in treno e lei gridava “Cattivo treno, che ti porti sempre via il mio papà!”

Mentre stava per finire la scuola superiore, la figlia cominciò a cercare annunci di lavoro sul giornale. Ne trovò alcuni, nel frattempo si iscrisse anche alla scuola di steno-dattilografia.
Riuscì ad ottenere un colloquio in uno studio di avvocati nato da poco tempo, le fecero fare subito una prova di stenografia e trascrizione a macchina. I fascicoli nell’ufficio erano tantissimi e i due soci avevano bisogno subito di una persona che li aiutasse.

I due avvocati, dopo il colloquio andarono a cercare la ragazza a casa per comunicare l’esito del colloquio. Si affacciarono nel portone e la madre li vide, naturalmente lei non sapeva nulla del colloquio della figlia. Le chiese come li conoscesse e i due raccontarono del colloquio e che avevano bisogno subito di una persona in studio.
L’ufficio era vicino e la madre pensò bene che sarebbe stata una buona occasione per andare ogni giorno a prendere dal lavoro la figlia, che ormai era già una donna, per tornare a casa insieme.

Suo padre faceva il padre, le aiutava quando avevano bisogno, le andava a trovare spesso.
Padre e madre, anni dopo, divennero nonni.
La mamma, ora nonna, rimase una costante presenza per la figlia e per le due nipoti. Il nonno le andava a trovare spesso e portava i taralli e quell’allegria che la nonna non sapeva troppo trasmettere, ancora incastrata in quel suo ruolo un po’ duro.
Il nonno era anche molto affettuoso, faceva con le nipoti il cosiddetto giochino della mano che aveva sempre fatto anni prima anche con la figlia quando era bambina. Prendeva la manina dal polso e la faceva svolazzare in aria dicendo “ma si muove? come fa a muoversi?”

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Ci vuole costanza e genetica per vivere una vita che non fa sconti, che non ti agevola mai e ti pone sempre nuove sfide da affrontare. Ci vuole energia e voglia di farcela, di sopravvivere. Ci vuole la costanza e la pazienza delle stagioni di passare e tornare, ci vuole una genetica forte che aiuti l’agire quotidiano perché la mamma del racconto, poi diventata nonna, aveva ereditato una genetica di ferro. Aveva in sé la forza e l’istinto di resistere con coraggio a due guerre, alla fame, alla pleurite.

Questa è la vita che mi è stata raccontata. La vita in cui ogni momento non è uguale al precedente e devi sempre reagire per non fermare la corsa, per mantenere il ritmo, per non lasciarti fagocitare dal fiato corto e dalla paura.

Questa storia la dedico a tutti quelli che stanno cercando un senso, perché questa storia è normale. Ma nella sua normalità contiene molte cose straordinarie che forse non riusciamo a cogliere nemmeno nella nostra vita. E, quasi in maniera contro intuitiva, ciò che di più prezioso ci accade è ciò che ci insegna qualcosa, ciò che all’inizio malediciamo ma che poi ci appare, in fondo, come una benedizione.

C’era una volta la storia di una giovane donna e della sua bimba che dovevano cavarsela da sole… e quelle storie così ci sono ancora.

Laura Ressa

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Copertina: Photo by Roman Kraft on Unsplash

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea