
Esistono molte persone che donano tempo ed energie alla realizzazione di progetti culturali con dietro un vero perché e una ragion d’essere davvero profonda.
Noemi Neri è una di quelle persone che sanno incanalare il proprio impegno in azioni, mettendo le proprie conoscenze al servizio di altre persone.
Ed è proprio Noemi la protagonista dell’intervista del 24 gennaio 2025 alle 18.30 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.
“Originaria della Toscana vive a Valencia da tre anni. Libera professionista appassionata della comunicazione in tutte le sue forme, si laurea in Media&Giornalismo e continua la sua formazione in ambito educativo e editoriale.
Proprietaria della pagina web nosvemosenvlc.com in cui dà notizie inerenti all’Italia e alla Spagna, in particolare in ambito letterario e della salute mentale.
Co-fondatrice dell’Agenzia di servizi editoriali Limulo, si occupa di editing e traduzione.
A Valencia collabora con le istituzioni culturali del territorio organizzando eventi culturali sulla salute mentale e partecipa a progetti radiofonici.
Attualmente sta traducendo in spagnolo “Ombra mai più” di Stefano Redaelli e sta finendo di scrivere un saggio sul primo manicomio d’Europa.”
Noemi ha dato vita anche al progetto intitolato “Do di matto” all’interno del quale rientra lo spettacolo “Lettere dal manicomio” e a Valencia ha tradotto e condiviso alcune lettere tratte proprio da quel libro (https://nosvemosenvlc.com/notizie/libri-nomadi-incontri-in-biblioteca-a-valencia/).
Tra i racconti del suo percorso professionale, parleremo anche dell’sperienza lavorativa in una residenza per psichiatrici non reinseribili in contesti differenti e di un evento organizzato da Noemi a Valencia sul tema salute mentale. L’evento è descritto qui: https://nosvemosenvlc.com/notizie/il-libro-nato-dal-progetto-poliglotia/
Gli spunti e gli argomenti di riflessione che Noemi ci aiuterà a percorrere saranno tanti. Non nascondo che, mentre curiosavo fra le sue tante attività, il mio cuore è stato piacevolmente colpito nel leggere che aveva fondato un’associazione intitolandola a Pier Paolo Pasolini. Avremo modo di intersecare anche questa suggestione al suo racconto.
Per cominciare a comprendere i progetti e le parole di Noemi, segnalo infine un testo, pubblicato da lei in questi giorni, che affronta l’eterno annoso dibattito su chi dovremmo considerare sano e chi no. Lo trovate a questo link e ne consiglio la lettura: https://nosvemosenvlc.com/salute-mentale/se-la-sanita-mentale-e-la-follia-esistono-come-le-distingueremo/
Anche per questa intervista non potevo esimermi dal fornire i consueti approfondimenti sui temi affrontati.
Le passioni che guidano e ispirano Noemi sono tante: al centro ci sono sempre la curiosità, la lettura, la scrittura, i progetti culturali che possono cambiarci e aprirci la mente.
Così, ispirata dalle parole di Noemi, vorrei lasciare qui alcuni input per chi ha ascoltato l’intervista, per chi non l’ha ancora fatto, per chi conosce i progetti di Noemi, e in definitiva per tutti.
Ho scelto come immagine il dipinto “Il bibliotecario” di Giuseppe Arcimboldo e non è un caso: quest’opera è connessa in modo naturale al tema culturale.

Dall’articolo: L’effetto retroattivo del politicamente corretto ‘in questo mondo di santi’ – di Noemi Neri (https://www.inthenet.eu/2023/03/03/full-metal-jacket-perdera-palla-di-lardo/)
“Avevo già sentito parlare dei ‘lettori sensibili’, ovvero una figura recente in ambito editoriale che andrebbe a rintracciare nei testi stereotipi, pregiudizi o rappresentazioni che possano risultare offensive nei confronti di minoranze etniche, sessuali e culturali. Dunque, una professione che sicuramente intercetta i numerosi ipocriti che, dall’alto della loro saccenteria, ci dicono cosa è morale e cosa no e che dà loro un luogo in cui sfogare la vocazione alla costruzione di una società giusta. Per carità, l’intento non è condannabile in sé, tutti ci auspichiamo una società in cui ci sia il rispetto della dis-uguaglianza. Di fatto, non siamo tutti uguali, ma dovremmo avere tutti ugualmente accesso ai diritti fondamentali.
Questa figura ‘professionale’ dovrebbe quindi eliminare dalla letteratura tutto ciò che non è politicamente corretto. Ma la letteratura non è anche lo specchio della società? Leggere è un esercizio di empatia, migliora le nostre relazioni sociali ma non solo, ci consente di abitare luoghi in cui ritrovare un male che ci affligge. Ci permette di esplorare il dolore degli altri per imparare a non esserne i provocatori. Ci presenta molteplici ‘altri da noi’ con cui familiarizzare, da cui imparare non solo per emulazione ma anche prendendone le distanze. Facciamo una riflessione: verosimilmente, leggono di più le persone poco inclini alla tolleranza dell’altro o quelle che accettano ogni diversità rispettandola? Se è così, con questo maldestro intento pedagogico a che pubblico di lettori si rivolgono questi ‘professionisti’?
La censura di certi termini o libri, non mi sembra che nel corso della storia ci abbia insegnato il rispetto per gli altri. Certe parole possiamo anche non scriverle, evitando di raccontare spaccati della realtà attraverso personaggi letterari che rispecchiano il nostro tempo. Potete anche proibire di pronunciarle, come già accade in tv con le bestemmie, per esempio, ma ahimè, i razzisti, gli omofobi, i bulli, continueranno a esistere e, forse, non si renderanno nemmeno conto del ‘fioretto’ che avete fatto con la ‘pulizia’ dei libri.
Processando Flaubert per oltraggio alla pubblica morale per colpa di una frivola Madame Bovary che davanti allo specchio urlava felice: “Ho un amante!”, di certo si pensava di nascondere sotto il tappeto l’adulterio. Un secolo dopo, toccava a Tondelli scomodare la morale pubblica. Immagini troppo forti nel suo Altri libertini, troppe bestemmie, tanto che Bompiani ne ha pubblicata una versione più ‘accettabile’, mentre Feltrinelli (grazie al cielo!), lo ha lasciato così com’è nato. Lo scrittore Erri De Luca è stato processato per incitamento al sabotaggio della Tav per le dichiarazioni rilasciate, quando ancora la classe intellettuale si interessava di ciò che accade nel proprio Paese. Si potrebbero fare moltissimi esempi, indubbiamente la letteratura, le parole, come tutta l’arte, hanno delle conseguenze nella realtà. Dobbiamo però stare attenti a non cadere nell’interpretazione più superficiale di questa relazione. Tutti i giovani rimasti vittime dell’‘effetto Werther’ non si sono certo suicidati per colpa di Goethe. Semmai, lo scrittore aveva individuato e raccontato un malessere già presente nel tessuto sociale.
Purtroppo, quello del politicamente corretto è un male sempre più evidente e diffuso nel nostro Paese. Un fenomeno che interessa tutti i settori e che si esprime in maniera polarizzata. Solo un anno fa il responsabile della cultura di Fratelli d’Italia propose di censurare Peppa Pig perché mostrava una coppia di omosessuali e se non sei d’accordo, sei un pervertito. Intanto la Disney proponeva la fatina di Cenerentola lgbt e se non ti piace, sei omofobo. Nel frattempo, I Griffin ironizzavano sulla Sacra Famiglia e con l’accusa di blasfemia buttavano tutto in caciara. La trans Efe, che ha raccontato in un libro le proprie vicissitudini sessuali con la classe politica, (per ora) si salva, Victorian Age docet. Comunque, a livello personale, posso scrivere che Dumbo, Gli Aristogatti e Peter Pan – ora vietati ai minori di 7 anni – li ho visti, ma non sono per questo cresciuta razzista. Ho trovato molti più cattivi esempi guardando i dibattiti nei talk show, dove vanno in scena pagliacciate sempre più vicine al melodramma che a un confronto costruttivo. Quello che è accaduto a questi cartoni animati si inserisce nel folle revisionismo storico dove le nuove anime pie paladine di una cultura ‘giusta’, si mettono a salvo scomodando anche il passato. Gli schiavi afroamericani che lavoravano nelle piantagioni, di cui si canta in Dumbo, diventano innominabili: facciamo come se non fossero mai esistiti. Nascondiamo e rinneghiamo tutto quello che è stato, in modo da apparire moralmente accettabili da sempre, come se ora fossimo tutti santi. “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”, scriveva Orwell.
Non a caso, quando qualche anno fa Il Messaggero regalava in allegato il Mein Kampf, molti si sono indignati. Come se quel libro fosse un’opera di stregoneria, come se leggendolo diventassimo tutti nazisti, come se i nazisti non esistessero a prescindere da quel libro. Restano invece le Giornate in cui dobbiamo ‘ricordare’, dove la memoria di certi fatti rientra in una narrazione consentita, per ora. Io credo che, al posto di manipolare il passato, si debba conoscere la storia con i buoni e i cattivi per imparare da entrambi, perché a volte ci si definisce anche attraverso ciò che non vogliamo essere o diventare e, soprattutto, per non dimenticare.
Questa ‘pulizia’ retroattiva è toccata pochi giorni fa al povero Dahl. L’editore, infatti, d’accordo con gli eredi, ha deciso di rivedere i testi dell’autore togliendo, per esempio, parole come ‘brutto’ e ‘grasso’. Per la precisione, “enormemente grasso” che troviamo ne La Fabbrica di Cioccolato, è stato modificato con “enorme”: era fondamentale? Adesso le persone grasse, sovrappeso, diversamente magre o come vi pare, si sentono meglio leggendo di un personaggio che non è enormemente grasso ma solo enorme? Sarebbe stato lo stesso se al posto di grasso ci fosse stato magro? A tuonare contro questi cambiamenti uno scrittore che di censura ne sa qualcosa, Salman Rushdie che scrive su Twitter: “Roald Dahl non era un angelo, ma questa è un’assurda censura. Puffin Books e gli eredi di Dahl dovrebbero vergognarsi”.
Cosa ne pensano gli editori che vengono messi automaticamente tra quelli con i ‘lettori insensibili’? Perché gli ‘editori moralisti’ non potevano chiamare la loro operazione ‘editing ipocrita’, hanno utilizzato una parola che per contrapposizione discrimina automaticamente chi non si conforma al loro modo di lavorare – ma loro non lo hanno detto, ovviamente. […]
In una società che ha un’etichetta pronta all’uso per tutto, specialmente per i meno omologati, vedere la crociata degli iper sensibili è un po’ anacronistico. Se vogliamo abitare un mondo fondato sul rispetto, l’uguaglianza e l’equità, è alle scuole che dobbiamo rivolgere lo sguardo, insegnando a non avere paura delle parole e nemmeno di raccontare ciò che ci circonda così com’è, anche brutto e grasso.
Cari editori di Puffin Books e simili, togliendo le parole ‘maleducate’ tradite l’autenticità del processo creativo di chi vi affida le proprie opere. Tradite il presente quanto il passato creando una visione distorta della realtà. Quando la società sarà la stessa, o di certo non migliorata grazie ai vostri prodotti falsi, e i vostri libri, ipocriti quando voi, non avranno trasformato le persone in Ghandi, iniziamo con le lobotomie? Oppure scegliamo un unico colore, un’unica lingua, un unico sesso e non se ne parla più? I nuovi scandali riguarderanno l’equivocità di alcune parole come ‘cattivo’ o forse anche ‘cinese’: chissà se potremo continuare a parlare di nazionalità, che non sia indelicato per qualcuno (non nascondo che non sempre ‘italiana’ me lo sento bene addosso). Chissà che, a quel punto, non scendano in piazza i brutti, discriminati con la loro scomparsa dalla letteratura. Voi, invece, resterete alle vostre scrivanie perché siete belli, siete raggianti come le anziane che vanno a messa ma hanno paura che i neri rubino loro la pensione. Ma cosa importa se il popolo non è ancora così eletto da non risultare mai offensivo, tanto voi quello non lo raccontate, ormai farete libri tutti uguali dove i personaggi non gettano nemmeno una cartaccia per terra. Quanto aveva ragione la buon’anima di Buonarroti quando diceva che “la malizia è negli occhi di chi guarda”.”
Un altro interessante articolo di Noemi, sempre sull’importanza delle parole, è questo: https://nosvemosenvlc.com/blog/il-potere-della-parola/
Un filo che lega Noemi e me risiede anche nelle parole e nel coraggio di Pier Paolo Pasolini. Ho scoperto tardi le sue parole e ancora moltissimo ho da comprendere e da approfondire circa il suo pensiero, però leggendolo ho capito che c’è stato qualcuno che ha avuto il coraggio di cercare la verità, di esprimersi nonostante i rischi connessi alla vera libertà di espressione. Dalle parole di Pasolini ho capito che in esse riesco a riconoscere me stessa perché risuonano dentro me come intime certezze, come se avessi potuto scriverle io, non tanto nella forma quanto nel loro senso profondo.
E dunque riporto di seguito uno degli ultimi scritti di Pasolini.
Corriere della Sera, 14 novembre 1974
Cos’è questo golpe? Io so (di Pier Paolo Pasolini)
“Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.”
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Noemi Neri; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
L’intervista a Noemi Neri è stata un’occasione per riflettere di salute mentale, di comunicazione, del ruolo del giornalismo, del potere delle parole, di Pasolini e della sua eredità, di paura e malattia, di chi sono le persone che definiamo sane o malate e molto altro.
Noemi ha regalato la possibilità di comprendere insieme perché conta essere liberi, usare le parole per creare ponti, per intercettare quelle persone che ci fanno star bene e ci fanno capire chi siamo e come potremmo stare meglio.
Mi torna in mente la città in cui mi trovavo quando per la prima volta parlai al telefono con Noemi. Era novembre e mi trovavo a Genova in occasione di una rassegna organizzata per raccontare e ascoltare storie di fragilità. Ricordo anche la via in cui mi trovavo mentre parlavo con Noemi e ricordo anche che la sensazione altrettanto nitida legata a quel momento era lo stupore. Pochi istanti prima di chiamarla, infatti, mi ero affacciata su una grande strada di Genova che si apriva enorme davanti ai miei occhi mostrandomi due gallerie, statue in marmo e un incastro particolare di edifici.
La sensazione fu proprio quella di ritrovarmi all’improvviso in un altro scenario. Dalle viuzze del centro storico, era bastato svoltare l’angolo per affacciarmi su un panorama totalmente diverso.
Pochi passi e mi ritrovavo in un nuovo setting, quasi come nei sogni quando i luoghi appaiono rarefatti, indefiniti e visionari.
L’incontro di pensiero e di intenti che lega Noemi e me è avvenuto così: in modo quasi onirico e inaspettato. Questo mi ha fatto pensare che è concreta la possibilità di unire persone da punti diversi di un paese o, come in questo caso, da un paese all’altro: a dimostrazione che il tema della salute mentale ci unisce, che interessa soprattutto chi ha una sensibilità spiccata e che ci permette di condividere in modo armonico diverse prospettive di uno stesso sentire. E il sentire condiviso, come in questo caso, si esplica nel credere nella dignità umana, nella voglia di credere ancora alla libertà di comunicare e di essere, nella spinta a ricercare e a farsi megafono di persone e progetti che fanno forse meno rumore di altri ma dai quali possiamo trarre insegnamenti duraturi e nuova linfa.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

[…] Qui l’articolo di Laura Ressa sull’incontro. […]