Narratrice artigiana

ᑕIᑎEᐯOᒪᗩᑎTI 🎬 𝒑𝒆𝒏𝒔𝒊𝒆𝒓𝒊 𝒅𝒊 𝒄𝒊𝒏𝒆𝒎𝒂

Questa in foto sono io una delle ultime volte che sono andata al cinema

…prima della pandemia del 2020. Ricordo l’odore di pop corn e poltrone, ricordo il profumo della sala cinematografica, ricordo l’emozione di guardare un film sul grande schermo. Ma il cinema continua ad appassionarmi anche dopo che le capatine al cinema si sono ridotte. Ed è sempre stato così, perché i film cominciai a vederli molto prima di capire cosa fosse il cinema.

Cos’è Cinevolanti? 🎬

Cinevolanti è la pagina di Frasivolanti dedicata tutta al cinema, alle emozioni che suscita, ai film che hanno segnato la nostra crescita e tutta la nostra vita.

Per curiosare, sfoglia qui sotto. Troverai recensioni, immagini o ricordi legati alle pellicole. Non aspettarti tecnicismi, il cinema è bello anche perché le nostre visioni non devono essere sempre didascaliche. Troverai anche qualche incursione nel mondo delle serie.
Buon cinema!

ꜱɪ ᴄᴏᴍɪɴᴄɪᴀ…

🅴🅻🅴🅽🅲🅾 dei 🅲🅾🅽🆃🅴🅽🆄🆃🅸

Cuori Puri. Un’opera prima universale

Uno degli attori del film “Cuori puri”, Stefano Fresi, in un’intervista ha detto che restare puri in senso totalizzante può frenarci e che in qualche modo il muro che innalziamo per difenderci dal mondo deve inevitabilmente infrangersi per favorire l’incontro con l’altro, lo scambio e, infine, la crescita. Non possiamo, e non riusciamo, a restare granitici dietro le nostre certezze iniziali, dietro i dogmi, dietro le imposizioni degli altri sulla nostra vita. Perché la vita è curiosità, è nei nostri errori, è un’evoluzione continua e segue un moto costante anche quando è difficile accettare di potersi lasciar portare da quel moto. Vorremmo proteggerci nelle nostre calde sicurezze, nei confini di filo spinato e nelle gabbie, senza tuffarci mai.

Correre per scappare, ma anche correre per venirsi incontro e coprire distanze fisiche e mentali: questo fanno i due protagonisti del film, Agnese e Stefano. Mondi lontani che si cercano. In quella corsa, che è una costante nel film, ci sono i loro gusci, quelli che indossano per vivere e difendersi, quelli che vorrebbero spaccare. Rompere il guscio è il passo necessario per vivere, per esserci, per liberarsi da una purezza che è una gabbia, per colmare quei vuoti che se riempiti li renderebbero migliori.

L’opera prima di Roberto De Paolis è una carezza delicata e una corsa forsennata in cui le barriere sono altre protagoniste del racconto, sono le protezioni da scavalcare, le urla, la rabbia, la vergogna, il respiro affannoso e il sole che acceca e fa guardare di sbieco i protagonisti mentre in quegli sguardi entrambi nascondono incertezze e pudore. Questo film racchiude un’educazione sentimentale non comune, di un cinema che si fa inquadratura stretta sulla realtà e che della realtà coglie gli aspetti più sinceri, più sporchi. Un film che non si arroga la pretesa di dire cosa sia giusto e sbagliato e non distingue con l’accetta i buoni dai cattivi.
L’idea che mi ha trasmesso è che nessuno può dirci come si fa, però ci possiamo aiutare a vicenda a trovare un modo: per vivere, amarci, far entrare qualcuno nella nostra vita, guardare alle vite degli altri pensandole sotto una luce nuova.
I filtri e le barricate che ci imponiamo per distaccarci e proteggerci (in questo caso uno dei filtri è la fede religiosa che però non viene connotata negativamente ma calata nel contesto di quella comunità) non fanno che spingerci a vivere secondo precetti e contingenze che non sempre scegliamo. A volte ci capitano, e a quelle circostanze cerchiamo di adattarci anche quando sappiamo che la nostra strada dovrebbe andare nella direzione opposta.

Ma il film va ancora più a fondo di così perché non mette al centro il giudizio, non dà la colpa alla religione, alle dinamiche sociali, alla mancanza di lavoro e di prospettive, al quartiere, agli zingari, ai genitori, al tessuto culturale in cui i personaggi vivono. La bellezza della storia sta proprio nella capacità di entrare nella realtà senza designare colpevoli. A proposito di questa spinta a ricercare e studiare la realtà dei territori e delle persone, vi invito ad ascoltare una lunga e bella intervista al regista Roberto De Paolis perché aiuta ad entrare nello spirito con cui il film è stato pensato e girato e aiuta anche a capire davvero il punto di vista di chi ha scritto e recitato la storia in modo interscambiabile. Il regista ha ammesso infatti che la storia non si regge solo su personaggi scritti sulla carta ma su persone realmente incontrate (a cominciare dal sacerdote sino ai ragazzi del quartiere romano di Tor Sapienza in cui il film è ambientato), e ciascuno degli attori ha portato una parte di sé contribuendo in maniera decisiva a dare una direzione al film.

Ci sono racconti in grado di scatenare ossessioni gentili in chi li guarda, una voglia di rifletterci ancora molto dopo averli visti.

“Cuori puri” è uno di quei film. E io sono rimasta molto colpita dalla storia e dal modo in cui è stata pensata, realizzata e recitata. Sono rimasta colpita a tal punto che ho rivisto il film quasi tutti i giorni per tre settimane di fila, ho approfondito meglio i linguaggi usati e gli aspetti un po’ più tecnici ascoltando e leggendo varie recensioni.

Il concetto di purezza in “Cuori puri” non sta tanto nelle regole imposte ma nel profondo di noi stessi, nella ricerca della nostra identità, nel modo in cui facciamo nostre le imposizioni, nel tentativo di restare a galla in mezzo alle paure custodendo quella purezza nelle azioni intese come limpidezza. Non sappiamo fino a che punto quella voglia di purezza sia un ostacolo alla libertà e non è un caso che la protagonista Agnese, in dissidio e in bilico tra il suo ruolo di figlia e quello di giovane donna, compia 18 anni proprio nel giorno in cui incontra di nuovo Stefano dopo il loro primo scontro iniziale.

Il film naviga tra le emozioni di una storia d’amore che assomiglia ai primi innamoramenti, ma con la consapevolezza di un sentimento reale, dei blocchi personali e sociali che impedisce di viverlo davvero, della paura frenante di donarsi all’altro rompendo così quel fragile equilibrio di imposizioni e di dover essere.

Agnese, 18 anni, ha sbirciato il mondo solo dall’interno di una bolla fatta di educazione cattolica, vista come strumento per prepararsi al mondo, e di una corazza materna dura e ansiogena che la tiene alla larga da tutti.

Stefano vuole apparire duro ma vuole anche redimersi dal suo passato e fare la cosa giusta. Si affanna, cerca di non tornare nei “brutti giri” lavorando come guardia di un parcheggio confinante con un campo rom, ha un passato e un presente familiare problematico, come accade nella realtà di certi quartieri in cui povertà, criminalità e sfratti sono all’ordine del giorno.

Agnese e Stefano non hanno nulla in comune, nulla che potrebbe legarli: lui è anche più grande. Dall’inizio del film i loro due mondi distanti si incontrano e si scontrano. Gli attori Simone Liberati e Selene Caramazza, che vestono i panni dei due giovani, sono interpreti stupendi di questa lotta tra il voler essere e la fuga. Si aggrovigliano nelle insicurezze ma si lasciano anche andare alla curiosità con una tale naturalezza da sublimare il ruolo dell’attore a portatore puro di realtà, a narratore di verità più che della maschera attoriale.

Il legame che unisce i personaggi è una favola invischiata nelle pieghe, oltre che nelle piaghe, della vita.

La tenerezza con cui Stefano, ad esempio, chiede una gomma da masticare ad Agnese prima di darle un bacio, il loro avvicinarsi e respingersi, la durezza con cui lui la affronta quando lei si allontana, la paura di lei persino di tuffarsi in acqua saltando dalle sue spalle: sono tanti pezzi di un mosaico che il regista restaura e assembla per raccontare la paura di perdere i propri appigli, la paura dell’altro e di sé stessi. Sui protagonisti però non compaiono le maschere sociali che di solito le persone indossano per sentirsi adeguate in mezzo al mondo.
E in questo la loro è vera purezza.

Agnese e Stefano appaiono sinceri, non usano stratagemmi quando stanno vicini, le loro paure sono manifeste anche nei gesti e nell’eterna lotta tra ciò che vorrebbero essere e ciò che non possono. Agnese e Stefano sono elementi pulsanti che corrono in un mondo stretto, davvero troppo stretto, pieno di costrizioni e dal quale palesemente vorrebbero scappare.

Si cercano, si perdono, si rincorrono. Tra di loro vibra una forza soprannaturale che a volte agisce per loro negli incontri casuali e che li lascia anche liberi finalmente di agire, a volte dimenticandosi del resto e perdendosi l’uno nell’altra.

Perché questo film mi piaccia così tanto forse è facile intuirlo. Agnese mi ricorda me stessa da adolescente: nel lettone con la mamma, un padre inesistente, fino a quel momento avevo frequentato solo la chiesa, rare occasioni di incontro al di fuori della mia bolla protettiva. Questo film sono io, questo film è potente perché spalanca le vite delle persone comuni e le fa diventare cinema.

Come se ciò non bastasse a dire che vale la pena non perdersi questo film, a renderlo ancora più meritevole di attenzione si aggiunge la bravura del regista e di tutti gli attori coinvolti che non lascia dubbi sul valore di questa opera prima che per me resta un’opera universale più che “prima”.

Osservate bene questi cuori puri. Vi sentirete un po’ cambiati dopo, e sarà un bene.

Stefano e Agnese (alias Simone Liberati e Selene Caramazza) nel film “Cuori puri”

Don Luca (alias Stefano Fresi) in una scena del film dice:
“Gesù è come il navigatore della macchina. Che fa il navigatore quando sbagliate strada? Quando vi perdete? Mica dice: “Morì ammazzato, avevo detto gira a sinistra e sei andato a destra!!!”. No? Ricalcola il percorso, ti porta sempre a casa.”

P.S.: vi consiglio di leggere questa bella recensione, ma solo dopo aver visto il film

Laura Ressa

Si cercano, si perdono, si rincorrono. Tra di loro vibra una forza soprannaturale che a volte agisce per loro negli incontri casuali e che li lascia anche liberi finalmente di agire, a volte dimenticandosi del resto e perdendosi l’uno nell’altra.


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Il confine sottile tra risata e pianto nel Joker di Joaquin Phoenix

“La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi.”

Arthur torna a casa con il capo chino e la spalla ricurva, la risata sguaiata involontaria che sembra un pianto disperato. In mano non ha il pacchetto comprato al supermercato per la cena ma un sacchetto pieno di farmaci: unica salvezza che gli rimane in una società che non ha tempo e non ha voglia di ascoltarlo, che lo picchia per strada e lo umilia.
La disperazione dunque porta al crimine?

Prima di rincasare il piccolo “Happy” Fleck, sguardo da bambino indifeso e da pazzo pericoloso al tempo stesso, scala una immensa montagna fatta di gradini grigi e apre una cassetta della posta perennemente vuota.

Le scale che all’inizio fa in salita, dopo la sua ascesa criminale le attraversa in discesa. Ballando con movimenti secchi, a tratti convulsivi.
Arthur Fleck fa tenerezza, ma non è uno di noi. È la parte oscura che ognuno di noi potrebbe avere dentro di sé e che, nel migliore dei casi, resta inascoltata, edulcorata, rimarginata con un’esperienza di vita positiva, un po’ di ascolto e relazioni umane appaganti.
Quello che davvero ci fa paura di Joker forse è l’idea che l’animo umano possa essere così fragile e perso da arrivare a compiere gesti estremi e lontani da ogni senso di etica a cui siamo abituati. Ma quanti compiono atti di violenza ad ogni livello e in qualsiasi contesto senza che questo smuova le coscienze?
Se è vero che abusi e violenza subita non sono attenuanti per nessun crimine, è vero pure che la storia di Arthur va ben più a fondo di un’esperienza infantile disastrosa e si traduce in una distinzione tra buoni e cattivi che non è mai così netta né didascalica.

Cercare di capire gli altri è un’impresa difficile, per alcuni impossibile. Ed è su questa incapacità che si concentra buona parte del film (e sicuramente una delle scene finali più emblematiche).

Phoenix, che da giovane cambiò il suo nome in “Leaf” (foglia) per un breve periodo, con molta probabilità si è ispirato anche alla propria esperienza di vita per interpretare questo film.
Non so se sia un caso, ma quando Joker si infuria con il personaggio di De Niro accusandolo di aver mandato in onda ripetutamente un suo video per prendersi gioco di lui, ho pensato alla storia reale dell’attore. La chiamata di Joaquin Phoenix al 911 mentre il fratello moriva fu registrata e trasmessa da vari programmi radio e TV in modo morboso.
Il protagonismo, la curiosità, la oscena morbosità, la ferocia con cui si scredita il prossimo e si tenta di entrare di prepotenza nei suoi nervi scoperti sono tratti negativi tanto di Gotham quanto della nostra società.
E non abbiamo alcuna attenuante per questo.

La vita di Arthur diventa di colpo migliore (secondo lui) con in faccia la maschera di Joker, molto trucco e un atteggiamento “colorato” e più spavaldo. Forse è questo che ci fa davvero paura: le nostre maschere e il piacere che proviamo quando le indossiamo. Ci servono per farci notare e per arrivare là dove senza maschera non arriveremmo.

Da Flickr

“La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi” — scrive Arthur sul suo quaderno di appunti.

La parte peggiore dell’incapacità di capire gli altri sta nella presunzione di credere che siano come noi, che si comportino come noi e che vivano come noi. Senza accorgerci che qualche volta li calpestiamo.

Dunque il confine tra risata isterica e pianto è molto labile. Il riso di Arthur è uno sguaiato tentativo di aiuto, spesso frainteso, che diventa simbolo della sua pazzia e al tempo stesso ci fa ripensare alla tenerezza di un sé bambino strappato all’innocenza dell’infanzia.

Joker non siamo noi, ma noi siamo certamente i nostri lati oscuri.
E siamo sia i calpestati che i calpestatori.
Da che parte sta il bene e dove si pone il male: è questo che ci immobilizza.

Laura Ressa

Il protagonismo, la curiosità, la oscena morbosità, la ferocia con cui si scredita il prossimo e si tenta di entrare di prepotenza nei suoi nervi scoperti sono tratti negativi tanto di Gotham quanto della nostra società.
E non abbiamo alcuna attenuante per questo.

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Sulla nostra pelle. Le storie degli altri ci scorrono addosso, cucite come ferite

Sulla mia pelle cadono e sfilano via gocce di pioggia mentre metto un passo dietro l’altro al di là delle porte del cinema e, in fila, i piedi compiono un percorso ordinato verso le automobili parcheggiate.

– Dove hai messo la tua?
– Vicino, ora vedrai.

Cammini più veloce, cerchi argomenti per aderire di nuovo alla spicciola realtà. Parli del meteo, ti chiedi se la pioggia sia cominciata da molto o da poco tempo. Disquisisci di temperatura esterna e di manto stradale bagnato, poi tiri su un sospiro per dirti “dai, non è successo nulla”.
Ricacci indietro le mani tese che sembrano corde, ristabilisci un ordine pensando che la tristezza che ora provi non è reale e non serve a nulla. Non cambia i fatti, non ti rende migliore, non riavvolge il nastro degli eventi, non modifica di molto il futuro.
Metti un tappo alla testa. Acqua fredda sul volto per svegliarti. 

Intanto le persone si assiepano in fila per uscire. Alcune si fermano in coda alla cassa, si scambiano pareri, parlano, qualcuno fuma, qualcun altro sussurra.
Mi intrufolo fra gli sguardi, tra le virgole di fumo e le parentesi delle parole, ma il mio sguardo lo abbasso perché essere tristi a causa di una storia non mia non è giusto. Il dolore è un sentimento esclusivo che non puoi capire se non l’hai vissuto, che non puoi credere di possedere solo guardando sullo schermo una vicenda di 9 anni fa mentre sei seduto in poltrona nel tuo presente.
Immedesimarsi nei personaggi di un film è quello che il cinema ci fa desiderare: pagare il prezzo del biglietto per dimenticare chi siamo e credere di poter essere diversi in altri mondi possibili.
In certi casi avviene il contrario: vorresti scappare. Hai paura di quello che vedrai. Sai che quel fatto è accaduto sul serio e tu quel fatto lo conosci.

Le scene si vestono di un gusto acre, non senti quasi più il profumo dei popcorn, non fai caso a chi ha dimenticato di disattivare la suoneria del cellulare.
Le scene si attaccano addosso, una dopo l’altra si avvinghiano ai tuoi occhi anche se ti ripeti che è soltanto un racconto. Le immagini si insinuano nelle tue stanze, ti tirano dalle gambe e ti trascinano giù in un passato che non è il tuo. In un passato che sarebbe il tuo, se ti trovassi nei panni dei protagonisti.

C’è una differenza fondamentale tra film e realtà, tra la finzione e ciò che si vive al di fuori di essa: è il distacco, il fatto di poter credere che in sala entreremo in un mondo che non è il nostro mondo.

Ci sono invece storie che sono anche tue pur non essendo tue.
Il loro senso ti accompagna quando esci dalla sala o mentre sei lì nel mezzo tra le file numerate. Ti si attaccano anche quando le scacci, ti restano appiccicate anche quando provi a non pensarci, ti avvolgono come sanguisughe, ti accerchiano come un branco di lupi.

No, provare dolore per una storia altrui non è giusto. Guardo le scale mentre risalgo, infilo un gradino dopo l’altro in una rincorsa che mi porta all’uscita.
La comprensione del dolore degli altri è un salto nei propri crateri neri. Troppo cupo è il fondo, e la discesa è troppo ripida da affrontare. Non voglio assecondare quel sentimento, eppure sulla mia pelle sento forte la paura.
La paura di perdere chi amo. La paura di perdere chi sono.

Sullo schermo vedo lo sguardo angosciato di una sorella e ritrovo gli occhi della mia. Sento le grida di una madre e penso che quelle potrebbero essere le grida di mia madre.
Riesco quasi a sentire l’odore delle lacrime, i solchi nel volto scavato di chi ha pianto per ore e non è riuscito a dormire per mesi. La sento addosso la puzza stantia della rabbia, il tanfo di pelle sudata e bagnata di pianto, provata dall’affanno di aver perso qualcuno che non tornerà.

Sulla mia pelle è quello che non vogliamo vedere, è la paura che non affrontiamo, è la puzza del marcio in cui sguazziamo, è l’ostinazione al silenzio, le nostre spalle voltate quando non agiamo. Ma è anche la bellezza di ciò che proviamo guardando una storia reale e avendo il coraggio di capire che è anche la nostra. Dandoci il permesso di ammettere che sullo schermo ci siamo anche noi e che è giusto essere tristi per gli altri, sentirci vicini alle tragedie di tutti.

Alcuni la chiamano empatia, altri compassione, altri debolezza.
Per me non esiste definizione: è tante cose insieme e nessuna di esse in particolare.
Sulla nostra pelle abbiamo i segni della storia dalla quale proveniamo. Nei, cicatrici, voglie, macchie: questi segni che il tempo ci lascia tracciano il profilo, delineano chi siamo. Sulla mia pelle è quel che siamo, come una di quelle tracce, ma non perché è la trasposizione cinematografica di un fatto di cronaca. Sulla mia pelle ci parla della tenerezza di un ultimo desiderio (la cioccolata) che potrebbe essere anche il nostro, dell’umanità di un dialogo fra due detenuti che si parlano attraverso un muro senza potersi guardare in faccia.

Sulla nostra pelle non abbiamo solo i segni che la genetica ci ha fatto ereditare. Abbiamo addosso a noi anche le storie degli altri, le portiamo sulla schiena e ce ne dobbiamo fare carico come si trattasse di un’eredità collettiva, come fossero il segno di suola di un calcio ricevuto.
Che poi, a guardar bene, quelle storie sono le nostre storie. Le ereditiamo ma poi le dimentichiamo quando averle sempre in mente fa troppo male.
Perché ognuno di noi è stato o potrebbe essere una madre, un padre, un fratello, una sorella, un figlio, un cittadino, un rappresentante della legge, un medico, un assistente sociale, un amico, una persona in difficoltà caduta nel giro sbagliato, nel vizio sbagliato, nel posto sbagliato.
Siamo persone. Persone che affrontano il medesimo tragitto.
A volte abbiamo la fortuna di imboccare vie buone, di salvarci o di essere salvati in tempo. Altre volte no.

Sulla mia pelle ci mostra la misura della nostra paura e ci invita a tenerla a mente questa paura. Scacciarne via il pensiero significherebbe rinunciare alle nostre impronte digitali bruciando i polpastrelli.

Non voglio che certe cose succedano alle persone che amo. Non voglio che certe cose succedano a me. Erano queste le frasi che volevo ributtare indietro e inghiottire mentre percorrevo la strada che dal cinema mi riportava a casa.

Sulla mia pelle è nel pianto che vogliamo strozzare pensando che non ci appartenga, è in un pensiero egoisticamente umano che non accettiamo come nostro, è nelle storie che percepiamo lontane, sbiadite.

Esistono molti tipi di prigioni. Ma da quella che abbiamo cucita sulla pelle è difficile fuggire.

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Greetings from another side — photo by Rostyslav Savchyn on Unsplash

Laura Ressa

C’è una differenza fondamentale tra film e realtà, tra la finzione e ciò che si vive al di fuori di essa: è il distacco, il fatto di poter credere che in sala entreremo in un mondo che non è il nostro mondo. Ci sono invece storie che sono anche tue pur non essendo tue

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Sconfitta e senso del limite in “The Marvelous Mrs. Maisel”

Era scontato che avvenisse. In due settimane ho ingollato come fossero bicchieri di acqua fresca nel deserto tutte e tre le stagioni della serie “The Marvelous Mrs. Maisel”.
Bei vestiti, bei cappellini, bravissimi attori, trovate geniali, dialoghi da godersi fino all’osso e fino alla scelta delle preposizioni usate.
A colpirmi più di tutto però non è stata solo la parola o la recitazione e neanche i monologhi comici della protagonista.
A colpire sono anche due argomenti costanti del racconto: la sconfitta e il senso del limite.
La sconfitta è dietro l’angolo in tutto
: nel fallimento del matrimonio di Mrs. Maisel, nel senso di inadeguatezza del proprio ruolo all’interno della società ma soprattutto la sconfitta è quella che si percepisce sul palco quando a nessuno fa ridere quel che Mrs. Maisel dice.
In quelle scene ci sembra di sentire una forchetta strisciata nel piatto, le unghie sulla lavagna. Ci viene quasi da abbassare lo sguardo per non guardare fino alla fine la scena. In quei momenti la protagonista non è più così brillante come il suo ruolo richiederebbe, non è divertente e viene anche presa in giro dal pubblico.
In quei momenti la storia ci dice “hey, guarda che per essere bravi non basta esserlo stati una volta per caso”. La bravura e il talento vanno coltivati e appassiscono in fretta se li lasciamo senza acqua.
In due occasioni eclatanti la protagonista non fa ridere il suo pubblico. In entrambe le occasioni Mrs. Maisel si sente sconfitta, accarezza l’idea di mollare il suo sogno e non comprende il silenzio del suo pubblico. In definitiva: non sa reagire a ciò che sta accadendo, salvo poi trovare l’escamotage per risollevarsi anche grazie al sostegno morale della sua manager Susie.

L’altro argomento cruciale della serie è il senso del limite.
Mrs. Maisel va in prigione a causa di un paio di esibizioni considerate oscene, perde alcune occasioni di lavoro dopo aver parlato male in pubblico di una comica molto famosa, cade ancora una volta quando sul palco si lascia andare a battute troppo personali su un personaggio noto.
Anche in quelle occasioni, mentre guardavo le scene in questione, mi veniva automatico mettere una mano sulla fronte immaginando le conseguenze delle sue parole.
In fondo con Mrs. Maisel empatizzi, anche se vive in un’altra epoca, in una condizione di agi e lussi, affronta vari stravolgimenti e varie riconsiderazioni del suo ruolo, del suo scopo. Soprattutto fa una cosa coraggiosa: si espone. E a volte lo fa senza pensare troppo alle conseguenze delle sue parole.
Per quanto il nostro lato riflessivo e razionale si renda conto che, in alcuni casi, la sua comicità è ancora grezza e noncurante delle conseguenze delle parole, parteggiamo comunque per lei.
A chi nella vita non è capitato di incontrare una Sophie Lennon (anche non famosa) che racconta al mondo un sé diverso da quello reale? A chi non è sfuggita una parola di troppo su qualcuno di cui era meglio non parlare in maniera approfondita?
Per me il bello, e la condanna (per adesso), di Mrs. Maisel è il fregarsene un po’ del senso del limite. Lei in realtà lo fa in buona fede, non è tra i suoi obiettivi screditare il prossimo ma piuttosto svelare la realtà per quello che è.
Lontana dalla retorica dei ruoli e del dover essere in un certo modo per far piacere agli altri.

Insomma anche a me quando ascolto alcune frasi o leggo alcune cose online o sui social, verrebbe da scrivere un monologo comico dissacrante sugli autori di tali baggianate.
Poi però mi rendo conto che certe frasi sono già abbastanza stupide senza aggiungerci il mio carico da 90, e dunque lascio perdere.
Mrs. Maisel ha nel suo fare un vero e proprio senso di liberazione. Non prende solo in giro se stessa, non mette solo in discussione la sua vita, i suoi errori, le sue mancanze.
Sul palco porta anche i lati nascosti delle persone, le pochezze di altre, la finzione di altre ancora.
E in questo io la trovo, seppur acerba e troppo noncurante delle conseguenze, anche infinitamente liberatoria e trasparente.
Non cinica, non al veleno ma un esempio di come la comicità ci possa mettere a nudo, togliere i paraocchi, scimmiottare il perbenismo, svelare una realtà che non siamo abituati a guardare davvero negli occhi.
Mrs. Maisel è così. E un’altra sua grande forza è il fatto di non credersi migliore degli altri.
In generale penso infatti che chi riesce a far ridere e riflettere sul serio (e non parlo dei comici navigati che mantengono il successo grazie ai ghost writers) sia il primo a non prendere sul serio se stesso.

Laura Ressa

Mrs. Maisel ha nel suo fare un vero e proprio senso di liberazione. Non prende solo in giro se stessa, non mette solo in discussione la sua vita, i suoi errori, le sue mancanze.
Sul palco porta anche i lati nascosti delle persone, le pochezze di altre, la finzione di altre ancora.

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I Queen mi hanno insegnato che possiamo essere grandi solo insieme agli altri

Lui era niente senza di loro, loro erano niente senza di lui. È stato questo il mio primo pensiero dopo la visione del film Bohemian Rhapsody, profonda rappresentazione cinematografica della storia personale e artistica dei Queen.

Ogni elemento è fondamentale a rendere il tutto uno spettacolo che fa toccare il cielo con un dito.

Detto in altri termini: ogni persona è parte irrinunciabile del puzzle al quale appartiene per coincidenze fortuite, per talento e per vocazione. Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor, John Deacon sono stati insieme pezzi incastrati come meglio forse non avrebbero mai potuto in tutta la loro vita. Hanno toccato il cielo con 4 dita, una per ciascun componente della band. Queen: non a caso un solo nome collettivo che non individua un’unica persona ma rappresenta la caratura di quattro soggetti legati da un talento multiforme e ingegnoso in ogni passaggio della loro produzione artistica e della loro vicenda umana. Talmente uniti da sembrare un unico corpo, un essere vivente composto da 4 organi vitali che non può esistere senza tutti gli altri elementi al loro posto.
Con ingegno e ricerca hanno ancorato la creatività alle fondamenta della loro crescita musicale.

Alle spalle una formazione che, in teoria, li avrebbe dovuti portare in luoghi diversi da un palcoscenico: chi perché laureato in fisica, chi a seguito degli studi in biologia o in elettronica.

Si sono ritrovati invece altrove, fuori dal disegno tracciato. Il film racconta con delicatezza i lati umani dei personaggi, sottolineando quanto la stampa e il pubblico siano stati al tempo stesso detrattori e provocatori oppure appassionati ascoltatori.
Nei loro concerti il pubblico diventa protagonista, batte piedi e mani a ritmo, ripete a memoria le canzoni, piange, fa riecheggiare le note di Mercury nei momenti in cui lui, dal palco, incita la folla a ripetere i suoi giochi vocali.

Alcune scene del film descrivono il periodo da solista di Freddie Mercury. Al di là delle vicende private e dell’aspetto umano che percorre la storia, ciò che cattura lo spettatore nella morsa emozionale non è solo l’ascolto dei brani originali e la bravura degli attori ma anche il momento del ricongiungimento. Poco prima del Live Aid (luglio 1985) Mercury chiede agli altri tre componenti dei Queen di poter tornare a far parte della band perché possano dare un senso alla propria musica suonando di nuovo insieme.

Del periodo da solista di Freddie Mercury ricordo ben poco, e quei pochi ricordi non mi restituiscono il suo grande talento. Perché? Se sei un grande artista non dovresti trasformare in oro ogni cosa che tocchi? Non è così. Puoi possedere un talento ineccepibile ma quel talento lo metti in luce davvero se suoni con le persone che ti stimano, che con la loro arte ti valorizzano e ti danno ispirazione e voglia di conquistare la vetta più alta, la vetta più profonda.

Per questo credo che Mercury non sarebbe stato il grande talento che è stato senza i suoi tre amici. E i suoi tre amici senza di lui non avrebbero forse mai trovato l’ispirazione per dar vita agli strumenti e dare senso ad un lavoro musicale di sperimentazione.

I Queen non sono ricordati solo per la profondità del loro frontman ma anche per le sonorità. Non sono solo una voce che spicca sul tutto ma un tutto che si assembla grazie alla somma sostanziale degli elementi.

Nei Queen, e nel film a loro dedicato, ho riscoperto quello che provai la prima volta che ascoltai le loro canzoni, una sensazione un po’ persa in un universo musicale moderno che non sento mio. Nelle loro note ho ritrovato il mio nastro consumato a furia di mandarlo avanti e indietro per riascoltare “Under pressure” centomila volte, ho ricordato cosa significhi avere un fuoco che scorre dentro.
Il talento è prima di tutto generosità, è darsi al pubblico anche quando dentro qualcosa comincia a vacillare e a spegnersi: “The show must go on, inside my heart is breaking, my make-up may be flaking but my smile still stays on”.
Quei suoni sono i suoni che abbiamo incamerato nel DNA: li custodiamo, li ripeschiamo e diventano parte di noi.

Talento è anche superare i limiti, le paure, la morte. Talento è generosità che pervade ogni gesto e ogni parola fino all’ultimo granello di fiato nella gola.

Lui (Freddie) era niente senza di loro, e loro (Brian, Roger, John) erano niente senza di lui. È questo l’insegnamento che il film mi ha ricordato con una commozione né spicciola né ostentata: non possiamo raggiungere grandi vette se non doniamo noi stessi alle tessere del nostro puzzle e alle persone a cui il nostro talento è destinato. Non si diventa grandi per sé ma per chi può godere di quel che sappiamo fare.
Penso che questo sia un insegnamento per tutti e non è necessario far parte di una rock band per comprenderlo e applicarlo alla nostra vita.
È una regola che vale nel lavoro, nelle amicizie e in ogni contesto in cui porteremo il nostro saper fare. Prima scegliamo i pezzi con cui incastrarci e poi, se avremo la fortuna di trovarli, saremo finalmente in grado di metterne in risalto le doti: solo facendo brillare gli altri riusciremo a brillare anche noi. Nessuno può brillare di una luce esclusivamente propria.

Donando il nostro talento, mettendolo al servizio di un obiettivo alto e trovando l’incastro perfetto con le persone che ci valorizzano e ci amano, potremo dipingere un quadro che colpisce chi lo guarda e le cui pennellate siano il trionfo di un lavoro realizzato con l’aiuto dei nostri complici.

In questo modo potremo toccare e superare il tetto del cielo.

Ma lo faremo insieme. Da soli non ci potremmo arrivare.

Is this the real life?
Is this just fantasy?
Caught in a landslide
No escape from reality
Open your eyes
Look up to the skies and see
(Bohemian Rhapsody)

Laura Ressa

Talento è anche superare i limiti, le paure, la morte. Talento è generosità che pervade ogni gesto e ogni parola fino all’ultimo granello di fiato nella gola.

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The Beatles: Eight Days a Week

I Beatles sono il primo battito cardiaco accelerato a ritmo di musica, il primo approccio con una lingua straniera, la prima pelle d’oca, le prime parole canticchiate a memoria, la prima puntina che ho visto posare su un vinile e saltarci su in alcuni punti per usura del disco, la prima percezione di quanto sia grande il globo terrestre e di quanti siamo a starci dentro.
Quando sei bambina pensi che queste siano cose da grandi. Quando però cresci, il battito accelerato resta ogni volta che senti la prima nota di ogni loro canzone e ricordi già quale sarà la nota che verrà dopo, e le successive alla seconda.
I Beatles non sono il lontano ricordo di un periodo felice che non tornerà più, non sono il vessillo di un’unica generazione di nostalgici, e neanche una ragione buona per rimpiangere il passato o lamentarci della musica che si ascolta ora in radio. Sono invece la certezza che si può raggiungere una perfezione destinata a essere patrimonio perenne di ogni epoca, in grado di superare i consueti limiti di spazio e tempo che ci imponiamo.

Recuperate questo film sui Beatles se siete nostalgici ma anche se non li amate particolarmente, un pezzo di storia che si racconta merita sempre la nostra visione.

Laura Ressa

I Beatles sono il primo battito cardiaco accelerato a ritmo di musica, il primo approccio con una lingua straniera, la prima pelle d’oca, le prime parole canticchiate a memoria, la prima puntina

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Dawson’s Creek (versione riflessioni di fine anno)

Quando penso a qualcosa che finisce, tipo un anno, non so perché ma penso quasi sempre alla assurda morte di Mitch, padre di Dawson Leery, nel teen drama Dawson’s Creek.
La fatalità inattesa fu il fatto che gran parte del gelato che stava gustando in auto improvvisamente cadde via dal cono e lui si abbassò per recuperarlo e per… mangiarlo oppure evitare macchie? Quali erano le sue intenzioni? Non lo sapremo mai.
Mi rimase impressa in particolare una frase della vedova Leery, che suonava tipo: “tuo padre faceva molte cose ma non badava ai dettagli”
E allora mi sono chiesta se badare ai dettagli ti salvi da morte per gelato o se non badare ai dettagli ti faccia vivere meglio quel tempo che hai.
Ora forse a voi verrà da ridere, da piangere, o da mettervi le mani nei capelli ma Dawson’s Creek ci lascia nel cuore ancora oggi grandi dubbi e al contempo grandi riflessioni di vita.
Quella scena rimane impressa nella memoria, non tanto per il gelato, non tanto per la modalità dell’incidente o per la scelta dell’autore della serie.
Rimane impressa per il senso del tempo, per l’importanza di un gelato, l’importanza degli interni di un’auto… ma soprattutto per l’importanza dei DETTAGLI nella nostra vita.
Non ho ancora capito se la vedova Leery volesse dire che non bisogna badare ai dettagli e a quello che lasci dopo, o se i dettagli sono importanti sempre. Voleva dirci di vivere per un buon gelato? Voleva dirci di gustare ogni momento senza farci sfuggire la panna sui sedili?
Non lo so. Ma quando penso alla fine di qualcosa penso spesso a Mitch Leery.
Quindi oggi vorrei regalare anche a voi questo ricordo e questa stupenda immagine del suo bolo (scelta appositamente).
Potete trarne le conclusioni che volete sulla fine, sugli inizi, sui gelati, sui dettagli, sui teen drama, sugli autori TV e in generale sulla vita.

Laura Ressa

Dawson’s Creek ci lascia nel cuore ancora oggi grandi dubbi e al contempo grandi riflessioni di vita.

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Dogman

Dogman è un film sull’incapacità di essere liberi. Anche il titolo lo suggerisce: Dogman è il nome del negozio di toelettatura per cani ma il proprietario, Marcello, replica nella sua stessa vita la condizione di chi dipende da qualcun altro. Il suo “collare” è la stretta della mano di un criminale che lo ricatta e gli fa perdere la dignità, il rispetto e la stima dei compagni di quartiere.
Marcello ha lo sguardo perso, gli occhi sgranati: sembra quasi non voler capire cosa sia giusto e cosa sbagliato. Sembra si senta in dovere di essere fedele a tutti: quasi come un cane, si sforza di essere il miglior amico degli uomini. Sembra intrappolato nel suo gracile corpo che nasconde una gracile anima incapace di difendersi dalla morsa che la stringe.
Procura la droga al suo aguzzino, lo salva da una pallottola, va in carcere al suo posto.
Alla fine cercherà di farsi rispettare da chi lo ha calpestato e scambierà i ruoli mettendo il collare: stavolta non a se stesso.

Cosa occorre fare per essere liberi?
Quando vale la pena lottare per esserlo?

Un film da vedere. Perché ha varie interpretazioni e perché la condizione di non libertà non riguarda solo gli abitanti delle periferie degradate e i criminali che ne rendono impossibile la vita.

Laura Ressa

Cosa occorre fare per essere liberi?
Quando vale la pena lottare per esserlo?

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Il giorno e la notte

Il film di Daniele Vicari è una policromia.
Girato nel periodo del primo lockdown del 2020, ha messo alla prova tutti gli attori e il regista nella creazione dei set a distanza, mettendo in campo tutta quella tecnologia di cui disponiamo e che in altri tempi non avrebbe reso possibile un’operazione cinematografica di questo tipo. Eppure il cinema qui c’è e si fa sentire e vedere.

E c’è anche il teatro, rappresentato dalla coppia composta da Dario Aita ed Elena Gigliotti il cui gioco di ruoli si dibatte tra le pagine di un copione. Loro nella policromia, sono il nero, il buio del teatro quando si spengono le luci, il grigio del fumo che trasuda dal pavimento nelle tipiche scene di città in cui si vuole imitare il fumo delle auto.

Questo film è una vera sperimentazione in cui lo spettatore cerca di decifrare le storie, le tristezze, le gioie momentanee, il passato e il futuro di questi protagonisti legati dal colore.
Il giorno e la notte per me è una policromia. E non perché racconta la luce e il buio di una giornata di 24 ore, ma perché ogni storia porta in sé colori precisi.

Nella storia di coppia a distanza interpretata da Isabella Ragonese e Matteo Martari il colore è il giallo del fieno, il giallo di un fiore messo in bocca e tirato fuori pian piano quasi a sbocciare dalle labbra e a rappresentare fertilità; è anche il giallo di un pacco regalo quasi scartato sul finale. Un regalo che si accompagna al suono di una speranza, forse a una vita futura. La speranza che qualcosa di limpido ci sia sempre dopo il buio.

Giordano De Plano è il verde della sua parete, forse perché è verde di rabbia e geloso. Attende che ritorni a casa sua moglie, interpretata da Milena Mancini la quale nel frattempo, stanca dei tradimenti del marito, si rifugia dall’amico interpretato da Vinicio Marchioni.
Questa storia di trasporto non detto tra il possibile e l’impossibile che coinvolge la Mancini e Marchioni ha i toni del rosso e del marrone. Il rosso esplode nel vestito di lei, che compare sulla scena sull’orlo di una crisi matrimoniale annunciata. I due si muovono e danzano, si avvicinano e si allontanano all’interno di un laboratorio d’artista.

Barbara Esposito e Francesco Acquaroli fanno vivere i propri personaggi fra i toni dell’arancio in un tira e molla stanco ma ancora vivo. E se ci pensiamo tutte questa tonalità sono colori con cui abbiamo avuto grande dimestichezza nel 2020. Forse Daniele Vicari vuole dirci che la vita va attraversata in tutte le sue sfumature e che non ci sono colori giusti o sbagliati?
Non saprei dirlo in termini tecnici. La mia visione è quella di una spettatrice appassionata.

Quello che questo film lascia a me negli occhi è il colore. Tanto colore, con un significato ben preciso: l’accettazione del contorno, che nelle nostre vite può assumere sfumature inattese da accettare e di fronte alle quali non si può fuggire.
L’unica che sembra scegliere con fermezza i propri colori è Isabella Ragonese, il cui personaggio in una scena disegna e colora con gli acquerelli una testa senza volto sovrastata da foglie pastello, quasi un vaso di fiori.
Sceglie anche il fiore giallo. Sembra lei, tra i personaggi, la più risoluta ma anche la più fragile e bisognosa di cura, amore, di quella forza e di quel lieto fine che non ha mai avuto e che forse la attende proprio oltre la porta.
Appena dopo il buio.

Laura Ressa

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