“Raccoglitrice di storie”: è questa la definizione che Francesca de Carolis sceglie per esprimere la sua essenza e la sua visione. Un termine che racchiude i perché di un’esperienza che la porta ogni giorno a cercare negli occhi degli altri le storie nascoste, i dolori profondi, le parole ancora da dire e che cercano qualcuno a cui affidarsi.
Francesca de Carolis è una giornalista e per me rappresenta tutto ciò chi fa giornalismo dovrebbe seriamente mettere in atto: etica, professionalità, rispetto dell’altro, ricerca del senso, condivisione della riflessione, capacità di metamorfosi (concetto caro a Francesca e derivante dalla lettura di Elias Canetti).

Ma raccontare, farsi raccoglitore delle storie degli altri non si esplica solo attraverso queste pratiche.
In molti aspetti del modo di essere di Francesca ritrovo anche me stessa, con tutti i doverosi distinguo che una tale affermazione richiede. Io non sono giornalista, non ho il suo stesso background culturale e di conoscenze, non ho vissuto il suo stesso percorso né la sua esperienza professionale e umana. Le nostre vite sono diverse eppure, come può accadere tra persone che per certi versi si riconoscono, in lei ho trovato ciò che sempre cerco nelle persone: quella limpidezza non comune e inusuale, una capacità di ascolto fuori dalla norma, la voglia di accogliere l’altro e di restare, qualità quest’ultima (il restare) difficile da coltivare e trovare in un mondo caratterizzato dalle relazioni mordi e fuggi e dalle conoscenze di comodo.

Francesca ha attraversato il mondo dell’informazione con uno sguardo sempre attento alle storie meno ascoltate.
La sua capacità di intercettare e raccontare le marginalità, la capacità di fare denuncia sociale e l’impegno sui temi della dignità umana, della contenzione e della detenzione oggi sono fruibili anche sul suo blog L’altra riva: uno spazio di narrazione e riflessione che raccoglie anni di lavoro e che ci invita a riflettere sulla realtà con spirito critico.
Il suo giornalismo non si limita a riportare fatti, ma risveglia in chi la legge un moto interiore. La sua voce si muove tra passato e presente, tra cronaca e poesia, lasciando un segno profondo.

Francesca de Carolis ha collaborato con riviste e quotidiani, fra cui “Il Messaggero” e “Il Mattino”.
Approdata alla Rai nel 1987, dopo una breve quanto indimenticabile esperienza in Sicilia, ritorna a Roma dove lavora presso il TG1. Ruolo “di macchina” come si dice in gergo. Dall’estate del 2008 collabora con i programmi di RadioUno. E per Radio UNO, ha ideato, realizzato e condotto, insieme con Daniela Morandini, “C’era una volta… e c’è ancora adesso”, viaggi nella realtà contemporanea, indagata attraverso il racconto e gli archetipi della fiaba. Sempre per Radio Uno ha curato la rubrica dedicata alle disabilità “Diversi da chi?”, che continua a realizzare nell’ambito della nuova formula di “Area di servizio”. Ha approfondito il tema dell’ergastolo ostativo, e, dopo la pubblicazione di “Urla a bassa voce, dal buio del 41 bis e Fine Pena Mai”, continua ad occuparsi di chi, nelle carceri italiane, vive questa condizione estrema.”
(la sua biografia completa qui: https://www.laltrariva.net/info/ )

Qui il blog L’altra riva: https://www.laltrariva.net/

Francesca ha scritto:
“C’è sempre qualcuno che guarda da un’altra riva… E da quanti e quali punti di vista una storia può essere raccontata? Sguardi che non hanno nessuna presunzione d’oggettività, ma non per questo meno lontani dal vero. Anzi. Ascoltare, indagare le voci dell’altra riva, anche quando non pronunciate, è un modo per provare a rompere la gabbia che ci si stringe intorno quando il linguaggio quotidiano s’impoverisce: parole d’ordine, luoghi comuni che diventano luoghi di contenzione.”


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Francesca de Carolis; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


A Francesca piace guardare negli occhi le persone che si raccontano e in questa intervista abbiamo parlato della difficoltà di trovare oggi persone che mantengano lo sguardo mentre ti parlano.

Francesca non ama parlare di sé, inizialmente aveva molti dubbi sulla possibilità che questo nostro incontro potesse dare buoni frutti e che potessimo essere soddisfatte del risultato finale.
Nonostante il suo percorso professionale, il suo atteggiamento è umile e pacato. Quante persone invece ho incontrato che credono eccessivamente in sé stesse e cercano continuamente conferme ponendosi in atteggiamento di superiorità nei confronti degli altri. Ah, quanti! Ma forse li ricordo più facilmente solo perché è palese la forte incongruenza tra le loro reali competenze e il loro atteggiamento.
Credo di poter affermare con un certo grado di sicurezza che chi più si sente arrivato, migliore, competente, capace, meno sa e meno saprà. Certe maschere di sicumera servono solo a compensare una mancanza, a nascondere una voragine, una lacuna profonda che parte dall’animo e arriva fino alle competenze più spicciole, a quella presunzione del voler far credere di sapere e di essere più di quel che si è in realtà.

Nella delicata forza di Francesca de Carolis ho ritrovato quella bellezza di chi fa le cose con amore, al meglio delle proprie possibilità, mettendosi al servizio delle persone non solo per cercare di lasciare qualcosa di buono, un seme di luce, ma anche perché fare bene le cose, trattare bene le persone, cercare davvero di essere la nostra versione migliore ci aiuta a sentirci protagonisti della nostra vita, ed egoisticamente ci fa terminare le giornate con un respiro più limpido, con aria nei polmoni, con meno pesi sulla schiena e sul petto.
Accumulare occhi, sguardi profondi, storie di vita, guizzi di gioia inaspettata è certamente meglio che accumulare gli status symbol di quel benessere effimero che dura uno schiocco di dita e lascia solo il vuoto dietro di sé. E in fondo renderci meri consumatori di beni inutili è ciò che i governi e i media vogliono per riuscire a plasmare meglio le coscienze.
Per fortuna, come dice Francesca de Carolis, l’Italia è meglio di quello che ci vogliono raccontare e far credere. Ci sono tante persone che pensano che esiste un modo di vivere diverso e migliore di quello a cui la propaganda ci invita ad aderire.
Come sempre farsi le domande giuste è fondamentale, ma prima ancora è importante sapere che le domande esistono e che quasi sempre dovremmo ricordare di chiedere a noi stessi: Cui prodest? (A chi conviene?)

Il mio battito cardiaco poi ha avuto un piacevole sussulto anche nel momento in cui Francesca ha rimarcato quanto sia fallace e controproducente ragionare per categorie umane. Basta guardarsi intorno per comprendere che oggi siamo circondati – nel mondo politico e mainstream – da proclami e slogan che ci invitano a sentirci appartenenti a quella o a quell’altra categoria di persone (i diversamente abili, gli omosessuali, le donne, gli uomini, i non binari, gli stranieri, gli immigrati, ecc. ecc. fino ad arrivare alle appartenenze partitiche).
A chi giova dividere le folle? Una cosa è certa: non giova alle persone, non giova alle comunità e nemmeno ai singoli, non giova nemmeno a quelle stesse categorie.
Fin quando non capiremo che respiriamo tutti la stessa aria, che siamo sotto lo stesso cielo e che alla fine andremo tutti incontro allo stesso destino, non avremo contezza del nostro senso nel mondo e non capiremo che farci la guerra è la scelta più stupida, l’atto più scellerato di autodistruzione.

Tra gli articoli e i contributi scritti da Francesca de Carolis nel corso del tempo c’è molto che vorrei condividere qui. Invitandovi ad approfondire, citerò alcuni stralci.

“Me lo chiedono spesso: ma perché ti occupi di carcerati? Perché… come hai cominciato…
L’occasione è stata ritrovarmi fra le mani, in redazione, una lettera di un gruppo di ergastolani ostativi, che chiedevano di spiegare, di raccontare, di dare loro voce… e scoprire che “ostativo” non sapevo neanche che significasse… E ho iniziato a incontrare nomi, immaginare volti, conoscere storie: Alfio, Carmelo, Mario, Alfredo, Giovanni, Pasquale… Alla fine, da quell’incontro virtuale, che si è affollato di scambi di lettere, è nato anche un libro, “Urla a bassa voce”, che ha raccolto le testimonianze di trentasette ergastolani.
Ma c’è stato un momento che ha significato il punto di non ritorno…
Ne parlo spesso. L’essermi ritrovata nel carcere di Padova, il Due Palazzi, per un seminario, organizzato da Ristretti Orizzonti, cui partecipavano i detenuti dell’AS1, gli ergastolani ostativi, quelli che “più cattivi di così non si può”. Una quarantina di persone, lì tutti attenti ad ascoltare. I più con un passato di anni e anni di prigionia. Tutti con la prospettiva di un futuro al chiuso “finché morte non ci separi”. Perché, salvo miracoli e combinazioni complesse, questo è l’ergastolo ostativo…

Mi colpirono molto i loro sguardi. Quelli dei più anziani, sguardi di visi invecchiati, con le loro vite, in celle di solitudine. Quelli dei più giovani, inquieti e braccati, che negli occhi dei più grandi vedevano riflesso il loro destino… No, non è stato più possibile liberarmi di quegli sguardi. Né dei loro silenzi… frasi mute a incespicare nelle parole di chi fremeva comunque per dire, per raccontare, per uscire, con la propria storia, dal buio nel quale era stato ricacciato… sguardi, silenzi e parole, che mi sono portata dentro, e in me sono rimasti anche quando alle mie spalle, che andavo via, si sono chiusi i cancelli del carcere…
Perché? Perché non mandare tutto via con una scrollata di spalle? Perché chi ha visto non può fare finta di non avere visto.
Così sono tornata, ogni volta che è stato possibile. A Padova. Ma anche poi a Spoleto, San Gimignano, Cosenza, Parma, Oristano… a inseguire, anche, persone che dopo la pubblicazione di quel primo libro mi hanno contattata perché ancora tanto avevano da dire… E quando sai dove lasci la persona che sei andato a trovare, ogni volta sempre più sapendo e sempre più capendo, difficile che la tua vita scorra come prima.
Anche per questo sono convinta che se si sapesse, se si vedesse… cambierebbe, e non di poco, il nostro atteggiamento nei confronti di chi è recluso. Ma le porte delle nostre carceri sono ben serrate…

Mi capita spesso di pensare a quella prima lettera “galeotta” arrivata in redazione. Che molte cose ha cambiato della mia vita. Ma che pure si è inserita in un solco che già in qualche modo, sommesso, da tempo era tracciato dentro di me…
Ecco. Nella biblioteca di casa, quand’ero ragazzina, avevo trovato un volume, vecchissimo, forse del padre di mio padre, di un libro di Dostoevskij: “Memorie dalla casa dei morti”, racconto della sua esperienza carceraria in Siberia. E io, educata fin da allora a cercare nei libri la conoscenza, attirata da quel titolo, anche pauroso, l’ho letto, e tutto. Ero mi sembra in seconda media, e sinceramente non so cosa potessi avere davvero capito a quell’età. Ma indelebile mi è rimasto nell’anima un senso di cupezza e di violenza e di ingiustizia… mi è rimasta l’immagine di una scatola chiusa e persone che guardano in alto, verso un cielo impossibile… e questa idea di carcere è la cosa che mi sono portata dentro tutta la mia vita, da ben prima che trovassi modo di occuparmene.
Racconto questo per dire a chi ha responsabilità di educare: fate leggere ai ragazzi quel libro, aiuterà a far crescere una società meno indifferente…
Fate leggere Dostoevskij, ma anche “Resurrezione” di Tolstoj, “Il vagabondo delle stelle” di Jack London… La grande letteratura che meglio come non si potrebbe racconta il carcere, perché il carcere nella sua orrenda sostanza, principi a parte e fatta salva la buona volontà di molti che pure ci lavorano, è sempre la stessa cosa da 250 anni, da quando è nato, come retribuzione per un reato, nella sua forma attuale.
Raccontate anche le storie dell’oggi e confrontatele con quelle di ieri. Insegnate anche ai ragazzi a immedesimarsi… Non potrò mai dimenticare le parole di Mario Trudu, morto in carcere, malato, dopo quarant’anni di reclusione assoluta: “Riuscite a immaginare che significa essere chiuso qui dentro da trentotto anni? Provate a pensare… cos’eravate, dov’eravate voi trentotto anni fa… Io da allora sono qui”.

E ho imparato a immedesimarmi. Altro esercizio importante…
Ma non solo. Nella mia ricerca dei primi tempi, perché le domande, i dubbi, i timori, pure sono tanti… avevo incontrato le parole di Elias Canetti… che parla del dovere di “conservare la capacità di metamorfosi per tenere aperte le vie d’accesso tra gli uomini”. Alla metamorfosi, dice Canetti, soprattutto l’uomo deve la sua pietà, che “non ha alcun valore se viene proclamata come sentimento generico e indeterminato. Essa esige la concreta metamorfosi in ogni singolo essere che vive e che c’è”.
“Per tenere aperte le vie d’accesso fra gli uomini”… tutti, perché nessuno, neanche quello che pensiamo sia il peggiore di noi, ne sono sempre più convinta, merita di essere respinto nell’indistinto.

Scritto per Voci di Dentro” (fonte: https://www.laltrariva.net/il-punto-di-non-ritorno/ )

“Mario Trudu, condannato per sequestro di persona, ha trascorso la sua vita in carcere. A liberarlo, dopo 41 (quarantuno) anni è stata la morte. Morte ingiusta e crudele: Mario era alla fine gravemente malato e gli è stato concesso di uscire solo il tempo di qualche giorno in ospedale, per subito morire, senza poter rivedere neanche per un istante la sua casa. Perché Mario era un “ostativo”, con condanna senza spiragli perché non era stato collaboratore di giustizia. Oggi la Corte Costituzionale rileva l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo. E suona ora come una beffa, se al suo contestare l’insensatezza di una pena che viola lo spirito della nostra Costituzione sempre gli si è opposto un muro invalicabile di “no”. Ho seguito gli ultimi dieci anni della vita prigioniera di Mario. Eravamo diventati amici. Dieci anni quando possibile di incontri, dieci anni, soprattutto, di lettere e lettere. Spesso erano “compiti” che mi dava, pensieri e documenti da diffondere per portare fuori la sua voce, a volte erano invettive, a volte ricordi… pagine che tutte, con scrittura di rara forza, raccontano il suo mai interrotto corpo a corpo con l’Ingiustizia. Come questa lettera, che pure inizia con un tenerissimo moto di riguardo nei miei confronti, che ancora mi commuove… “Gentilissima amica, voglio distrarti un po’ dal tuo lavoro, riposati un po’… ti racconto una storia…” . Mario era un narratore formidabile…

Ascoltate quanto mi ha scritto Natalino Piras (scrittore che da quando ha conosciuto gli scritti di Mario, sempre li ha accompagnati col suo sguardo) quando ho condiviso con lui le pagine che leggerete…

“Un racconto straordinario per il contesto e per la capacità di intessere il presente di una cella carceraria con le voci di memoria, quella della madre su tutte, e le digressioni sulla civiltà/inciviltà del computer, il suo fermare il tempo perché l’ingiustizia continui a prevalere. Per chi lo conosce, la cifra e il valore narrativo di Mario Trudu sono elementi ormai acquisiti, il suo linguaggio insieme diretto, graffiante, inquisitorio, alla maniera sciasciana, ma pure dentro “s’anticu affettu chi non morit mai”, quello per le cose e soprattutto per persone che una volta entrate e riconosciute amiche non vanno mai via. Un’amicizia, quella che Mario nutre per te, al suo massimo grado di rappresentabilità, senza infingimenti e senza necessità di traduzioni. Così come non hanno bisogno di traduzione i passaggi in sardo subito esplicati in un italiano tanto petroso quanto fluido: nella doppia valenza del berretto, da mettere e levare, diverso dal cappello, roba da signori.

Per me è sorprendente ritrovare in questa lettera di un ergastolano fine pena mai a un’amica la struttura portante del pamphlet, pubblicato postumo, “Il villaggio elettronico” di Michelangelo Pira che profetizza l’avvento di internet a partire dai “segni/sinnos” dalla società pastorale estensibili a tutto il resto del mondo, la ramificazione del locale/globale con il proprio centro di emanazione al centro.

E pure ci vedo questo verso del premio Nobel irlandese Seamus Heaney : “Il mio corpo era alfabeto Braille”. Rende bene anche in sardo: “Su corpus meu est alfabeto Braille”. Nessuna cecità che non possa essere superata. Tranne quella dei giudici e degli inquisitori che Mario Trudu tengono in carcere, continuando a deprivarlo del bene primario della libertà”.…

Credo sia il momento, a due anni dalla morte di Mario Trudu, di iniziare a tirarle un po’ fuori, queste sue lettere-racconti-invettive. Per onorare la nostra amicizia, la sua memoria, la sua battaglia infinita…

leggete, liberamente scaricabile da Strade Bianche …
http://www.stradebianchelibri.com/trudu-mario—giu-il-berretto.html ” (fonte: https://www.laltrariva.net/giu-il-berretto/ )

Altri contenuti di approfondimento:
Il viaggio di Marco Cavallo per dire No ai Cpr > https://www.laltrariva.net/il-viaggio-di-marco-cavallo-per-dire-no-ai-cpr/

Gabbiani… > https://www.laltrariva.net/4771-2/

Questo fatto agghiacciante della pena perpetua > https://www.laltrariva.net/questo-fatto-agghiacciante-della-pena-perpetua/

Francesca De Carolis al convegno “Ergastolo ostativo, tra diritto e Ragion di Stato” > https://www.youtube.com/watch?v=Spzc9hXDWco

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti