
“E lucevan le stelle” è il titolo di un progetto fotografico curato da Irene Angelino che racconta la vita in casa famiglia di persone con sofferenza psichica. Il progetto è divenuto anche un libro pubblicato nel 2024 dalla casa editrice 89 books di Palermo.
Il 28 giugno 2025 alle ore 18.00 Irene Angelino ha raccontato questo suo lavoro fotografico in diretta streaming sui canali Frasivolanti. La chiacchierata è stata anche l’occasione per toccare i temi cari a Irene, quelli che hanno orientato il suo percorso umano, artistico e professionale.
Di seguito alcuni cenni per comprendere da dove parte la ricerca fotografica illustrata nel libro.
“La ricerca delle immagini è stata animata dal desiderio di avvicinare alla sofferenza mentale quanti ne sono spaventati, mostrandone l’aspetto, i silenzi, gli spazi a volte vuoti, le assenze, l’umanità del dolore, con un bene che superi la distanza.
Il titolo è una dedica alla musica, quella di Puccini, un’aria di quel che si perde.
Le foto sono state realizzate in tre diverse case famiglia per pazienti psichiatrici presso la cooperativa NCO in provincia di Caserta che utilizza i budget di salute mentale e metodi virtuosi di reinserimento sociale.” (fonte: https://www.facebook.com/ireneangelinofotografia )
Ed ecco la biografia di Irene.
“Irene Angelino (Aversa, 1983), flautista in orchestra e docente di scuola secondaria di primo grado, ha compiuto alti studi musicali presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Ha una maturità d’arte applicata in grafica e fotografia e si è formata come educatrice sociale e volontaria prima a Roma e poi Napoli.
Ha una formazione conseguita presso la Comunità Capodarco come operatrice sociale e ha progettato interventi di educazione e recupero mirati a giovani e adulti in condizione di svantaggio. Ha lavorato come educatrice in casa famiglia per donne vittime di tratta ed è stata volontaria di Emergency Ong Onlus.
Ha studiato fotogiornalismo e scrittura di reportage con Massimo Loche, Giuliano Battiston, Alberto Crespi, Sergio Siano e Mario Laporta. È stata allieva di Antonio Biasiucci presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha seguito workshop di Letizia Battaglia, Laura Pannack, Silvia Camporesi, Simona Ghizzoni e Pietro Masturzo.
Ha collaborato con i giornali Napoli Monitor e Il Crivello e sue foto sono state pubblicate da La Repubblica, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Corriere della Sera e Il Mattino. La sua ricerca fotografica è legata al tema della salute mentale e alle vittime di abusi.
Nel 2022 ha vinto il XV Portfolio Jonico con il progetto “E lucevan le stelle” classificandosi tra i primi dieci finalisti del Portfolio Italia. Ha esposto in mostre collettive a Napoli, Roma e Milano e la sua prima personale a novembre 2023 presso gli spazi di 2Lab a Catania.
“E lucevan le stelle” edito da 89 books di Mauro D’Agati, è uscito il 4 settembre 2024.”
Qui sotto ulteriori spunti per addentrarci nei temi al centro del progetto fotografico “E lucevan le stelle”.
«Irene Angelino è riuscita – dichiara nel suo testo critico Salvatore Sarno – con uno strumento che serve per “guardare”, a restituire un senso, un ponte tra il vedere ed il vivere in senso patico. Il suo sguardo ha saputo posarsi con delicatezza, profondità e connessione empatica. Questa è la connessione che dobbiamo perseguire, ossia quella che ci consente di essere vicini all’altro. I suoi occhi, hanno “visto” e ci consentono di andare lì dove ogni essere umano può trovarsi (per quanto questo spaventi i più). […] Ogni volto fotografato parla di noi. (…) Dagli scatti di Irene arriva con forza e delicatezza tutto quello che non deve spaventarci, non deve farci correre ai ripari lasciando fuori e lontano quel che si immagina diverso, impossibile che ci riguardi. Si coglie tutta l’umanità che ancora ci resta. Noi siamo questo, noi siamo anche questo, noi siamo tutto questo. La declinazione dell’uomo sofferente può portare a divergere dal mondo condiviso. La declinazione dell’essere umano ad accogliere, sostenere, comprendere, in pratica ad esserci per l’altro, consente all’uomo una possibilità di attraversamento della sua sofferenza e di sostenibilità di condivisione del mondo». (fonte: https://www.arte.go.it/event/irene-angelino-e-lucevan-le-stelle/ )
Link di approfondimento
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ireneangelinofotografia
89 books: https://www.89books.com/store/product/irene-angelino-e-lucevan-le-stelle
E lucevan le stelle, un progetto fotografico sulla cooperazione nella salute mentale: https://napolimonitor.it/e-lucevan-le-stelle-un-progetto-fotografico-sulla-cooperazione-nella-salute-mentale/
E lucevan le stelle, foto dalle case famiglia per pazienti psichiatrici: https://lucysullacultura.com/e-lucevan-le-stelle-foto-dalle-case-famiglia-per-pazienti-psichiatrici/
Centro italiano fotografia d’autore: http://www.centrofotografia.org/mostre/galleria/54/627
Prendo in prestito e ripropongo alcune parole condivise da Irene in uno status social.
Questo testo racchiude una parte di ciò che Irene è, di ciò che fa e del perché lo fa.
“Una pena non è Giustizia. Un’Ordinanza non è un Diritto, leggo nei miei appunti di qualche anno fa. Ieri mi hanno chiesto perché avessi portato una poesia di Majakovskij nel mio elaborato e allora gliel’ho letta:
… Che senso ha —
se tu solo
ti salvi?!
Mi hanno chiesto com’è stato insegnare in contesti di povertà, il Rione Sanità, Scampia, il Rione Salicelle di Afragola: che senso ha se solo tu ti salvi?
È stata una discussione sulla povertà educativa che ho incontrato in alcune scuole: che senso ha se solo tu ti salvi?
Hanno letto la mia biografia mentre discutevo e domandato di Capodarco, di Don Vinicio Albanesi, di Rebibbia, delle case famiglia: che senso ha se solo tu ti salvi?
Mi hanno domandato se a scuola parlo di poesia e gli ho raccontato delle discussioni sull’aborto in terza media, delle lezioni di flauto in cui mi raccontano i sogni, la vita, la famiglia e in cui ho letto i libri che portavo con me fosse Luciano Bianciardi, fosse Cronache da un manicomio criminale. Perché che senso ha se solo tu ti salvi?
Qualcuno mi ha riportata sulla traccia d’esame, la postura e la respirazione nel flauto.
Una docente in commissione ha voluto la seconda stampa della mia lezione simulata, un’altra mi ha lasciato la sua email per riceverla.
Non lo scrivo per un vanto, lo scrivo per ricordare e nonostante le lezioni online, nonostante le risposte senza volto alle istanze che ho sollevato all’università, c’è ancora umanità nel mondo intorno. Eravamo tutti alla nostra seconda, terza, qualcuno alla sua quarta abilitazione e dopo diplomi di un primo, secondo, terzo strumento in Conservatorio.
I compagni di corso visti per la prima volta mi hanno riconosciuta dagli occhi, così mi ha detto uno di loro con un grande sorriso.
Una pena non è Giustizia. Un’Ordinanza non è un Diritto. Lo scrivo per chi ieri mentre io ero felice si trovava in un’aula di Tribunale della Corte d’Appello di Milano.
Che senso ha se solo tu ti salvi?
E la famiglia Tramontano, Chiara, con la sua lotta lo sanno benissimo.
Questa è l’unica notizia di ieri che ho letto prima di andare a dormire.
Oggi, il giorno dopo, ancora con la faccia gonfia e i piedi stanchi, mi domando:
che senso ha se solo tu ti salvi?”

[l’immagine qui sopra è stata creata con ChatGPT]
Di seguito ulteriori spunti per addentrarci nei temi al centro della storia di Irene Angelino e del progetto fotografico “E lucevan le stelle”.
Irene Angelino, flautista, educatrice sociale e testimone diretta della sofferenza mentale, ha fatto della macchina fotografica un prolungamento empatico del proprio corpo, in un lavoro che è anche autobiografia sussurrata.
“E lucevan le stelle” è una dichiarazione poetica su ciò che si perde – l’amore, la voce, il tempo. Irene proviene dalla musica e oggi mette a fuoco il silenzio: quello delle case famiglia, della malattia, delle parole che non riescono a uscire.
La sua fotografia è un lavoro politico: far entrare lo sguardo dove molti distolgono il proprio.
Nel 1969 Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin destarono l’opinione pubblica con le immagini raccolte in “Morire di classe”, su incarico di Franco Basaglia e Franca Ongaro. Quel lavoro fotografico rese visibile l’invisibile.
Oggi il progetto di Irene Angelino nasce da un’osservazione silenziosa e partecipe in tre case di accoglienza psichiatrica gestite dalla cooperativa sociale NCO – Nuova Cooperazione Organizzata. Strutture nate su terreni confiscati alla criminalità organizzata, dove la cura della mente si intreccia alla rigenerazione dei luoghi e delle vite.
Le immagini di Irene sono intime, misurate. Raccontano una quotidianità possibile e condivisa, parlano di presenza, di tempo e relazioni. La costruzione visiva sembra una musica e ogni immagine entra in dialogo con le altre, dando vita a una narrazione armonica.
“E lucevan le stelle – spiega Irene Angelino – è il racconto della vita in casa famiglia di persone con fragilità psichica. La ricerca delle immagini è stata animata dal desiderio di avvicinare alla sofferenza mentale quanti ne sono spaventati, mostrandone l’aspetto, i silenzi, gli spazi a volte vuoti, l’umanità del dolore, con un bene che superi la distanza. Il titolo è una dedica alla musica, quella di Puccini, un’aria di quel che si perde. Le foto sono state scattate tra gennaio e dicembre del 2021.
[…] Ogni fotografia diventa un viaggio nell’intimità e nella complessità dell’essere umano, esplorando il tema della sofferenza come ponte verso la comprensione reciproca.
«Irene Angelino è riuscita – dichiara nel suo testo critico Salvatore Sarno – con uno strumento che serve per “guardare”, a restituire un senso, un ponte tra il vedere ed il vivere in senso patico. Il suo sguardo ha saputo posarsi con delicatezza, profondità e connessione empatica. Questa è la connessione che dobbiamo perseguire, ossia quella che ci consente di essere vicini all’altro. I suoi occhi, hanno “visto” e ci consentono di andare lì dove ogni essere umano può trovarsi (per quanto questo spaventi i più). […] Dagli scatti di Irene arriva con forza e delicatezza tutto quello che non deve spaventarci, non deve farci correre ai ripari lasciando fuori e lontano quel che si immagina diverso, impossibile che ci riguardi. […]” (fonte: https://www.arte.go.it/event/irene-angelino-e-lucevan-le-stelle/ )
A seguire uno dei testi contenuti nel volume di Irene.
“Quando con lentezza ho ripreso la mia vita dopo un lungo ricovero in psichiatria, la fotografia ha preso il posto delle mie parole. Camminavo solo per fotografare e ho incontrato dolori e persone che sentivo in me più profondamente. Star bene dopo un trattamento sanitario obbligatorio doveva rappresentare qualcosa di più grande. Uscire dalla solitudine, ringraziare i tanti amici che si sono allontanati, riuscire a perdonare il mio stupratore.
Conoscevo molto della cooperativa che ho fotografato. Ne avevo letto nei libri, avevo conosciuto alcuni dei suoi tanti soci; un consorzio di cooperative che fa il verso alla camorra e si chiama Nuova Cooperazione Organizzata. Il primo approccio fu alla Fattoria Sociale Fuori di Zucca, in manicomio, l’ex ospedale psichiatrico di Aversa, Santa Maria Maddalena, dove Giuliano Ciano mi fece dono della propria storia e di tanti piccoli oggetti che conservo e porto con me in tutte le case dove vado a vivere.
Alla presentazione del libro di Antonio Esposito, Le scarpe dei matti, ho incrociato gli occhi sinceri del rappresentante della cooperativa, Simmaco Perillo e mi sono presentata a lui un fine settimana viaggiando da Sant’Antimo, il mio paese, fino a Sessa Aurunca, nell’alto casertano, ai confini con il Lazio, dove ha sede la NCO. Gli parlavo di cosa credo sia giusto fare con il tso, lui mi apriva un mondo di possibilità e concretezza su cosa fanno con le persone, i budget per la salute mentale, le sperimentazioni con Franco Rotelli, il lavoro nel sociale e la rete che provano a tessere per ogni fortunato o sfortunato che accolgono.
Hanno un ristorante a Casal di Principe, il paese di don Peppe Diana, hanno una casa di incisione discografica, un frantoio, producono conserve e vini e hanno avviato al lavoro decine di persone passate per le case famiglia. Simmaco era un fiume in piena, citava a memoria le leggi 328/2000 e 833/78, parlava di scienza, di filosofi, io pensavo alla malattia a cosa volevo raccontare.
La pandemia era in corso. E stavo iniziando. All’incontro con Simmaco seguì quello con una prima cooperativa. Stavo per entrare in casa famiglia. Giravo con le lettere del mio maestro Antonio Biasiucci in tasca e un tampone fatto per giustificare i miei spostamenti nel caso in cui la polizia m’avesse fermata. Biasiucci ha supervisionato ogni scatto. Avrei voluto tanto seguire il suo Lab/irregolare ma non ci sono riuscita, così l’ho seguito a Belle Arti a Napoli per diplomarmi in fotografia. In realtà ho completato solo questo progetto: era un maestro, un metodo di ricerca quello che cercavo. In casa famiglia ho trascorso un anno, tutti i sabato e a volte le domeniche. Siamo rimasti in ascolto del tempo che non passava, dei silenzi, delle mancanze, del vuoto. Ho visto indossare le scarpe a questi uomini e non avere il coraggio di uscire o non avere qualcosa da fare fuori, o peggio qualcuno che li aspettasse o li invitasse.
Il momento dei pasti era una festa. La gioia era in tavola in ognuna delle tre case famiglia che ho visitato. Divise per alta, media e bassa funzionalità ospitano uomini capaci o meno capaci di badare a se stessi. Alcuni soli, altri con una famiglia fuori. Qualcuno giovane, qualcun altro della giovinezza non ne ricorda il passo. Un giorno quando uscii con uno di loro per andare a prendere un caffè al bar del paese mi accorsi di quanto fosse disabituato a uscire di casa. Sul mio diario appuntai queste memorie:
R. aveva i pantaloni troppo larghi. Scendevano sotto la vita nonostante la cintura. Voleva stringerla e invece tirava continuamente su. Ho pensato che quei pantaloni sono la conseguenza del non uscire più di casa. Del non camminare più per strada. Solo quella sedia in cortile. Solo il divano in casa famiglia. L’auto da passeggero per quei piccoli spostamenti.
F. mi ha detto di essersi dato una coltellata dopo avermi parlato per un tempo aperto, una continua sorpresa, dicendo di doversi dedicare a me, arricchendomi con la spiritualità e la sua filosofia, soprattutto il suo sguardo.
A. mi ha chiesto come mi chiamo diventando un bambino. Mi ha chiesto solo questo e ha chinato la testa. Poi è stato male. L’ansia non lo faceva respirare.
R. non si ricorda più la storia della sua famiglia. A. si sdraia sul divano. Sta peggio.
Io sto qui. Non ho più nessuna paura. Riesco a stare vicina alla malattia.
Vorrei ci riuscissero le famiglie.
Mangiano velocemente perché quel cibo è riappropriarsi di vita. Ha forma, ha un profumo, è caldo. Non so se in quella velocità sono contenti del sapore.
Non hanno ringraziato chi cucina per loro ma quel pasto è tutto. Dopo c’è di nuovo il letto. Immediatamente. Hanno perso tutto queste persone.
Mi piace quel silenzio. Ora capisco di più le mie fotografie.
Il più giovane dei pazienti scriveva lettere alla sua psichiatra. L’altro, bello come non mai, mi parlava di filosofia e mi ha concesso un ritratto solo alla fine dell’estate. I dettagli delle case sono fondamentali per capire quello che manca. Quanto manchino gli affetti, le presenze, gli abbracci. Gli operatori li ho visti pieni d’amore. Credo sia raro in casa famiglia per pazienti psichiatrici. Io volevo urlare alle famiglie perché li avete abbandonati, poi la mia rabbia si è trasformata. Non conosco le loro storie e conosco solo mia. Quindi il mio lavoro ha smesso di essere uno schiaffo ed è diventato un messaggio per tutti. E lucevan le stelle è un modo per mostrare la parte dolorosa di ognuno di noi, quella che fa paura. È un prendere per mano chi soffre. Far rinascere bellezza là dove tutti vedono solo la malattia. Il titolo di questo lavoro è una dedica alla musica. Se sono guarita lo devo anche a lei. Quest’aria della Tosca di Giacomo Puccini è tutto quello che si perde: i profumi del mondo, un amore, la vita.
Tutto quello che ho fotografato l’ho fatto con un bene che supera la distanza. (Irene Angelino)” (fonte: https://napolimonitor.it/e-lucevan-le-stelle-un-progetto-fotografico-sulla-cooperazione-nella-salute-mentale/ )

[l’immagine è “Margherita la pazza (Dulle Griet)”, dipinto a olio su tavola di Pieter Bruegel il Vecchio (1563)]
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Irene Angelino; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Irene Angelino è una persona generosa. Fotografa, musicista, ma anche una professionista in grado di connettere persone, un essere umano che sa cogliere i collegamenti tra vite ed esperienze altrui, capace di osservare senza tirarsi indietro nemmeno quando si tratta di esplorare il dolore intercettato dentro di sé e incontrato negli occhi dell’altro.
La ricerca delle immagini che compongono “E lucevan le stelle” è stata animata dal desiderio di avvicinare alla sofferenza mentale chi ne è spaventato, mostrandone l’aspetto, i silenzi, gli spazi a volte vuoti.
Nel 2014 Irene ha subito un trattamento sanitario obbligatorio di trentacinque giorni e al suo interno due violenze sessuali da parte di un infermiere del reparto. Non a caso la sua ricerca fotografica si concentra sui temi della salute mentale e delle vittime di abusi.
Negli occhi di Irene, nelle sue pause e nelle sue parole c’è il suono e la luce di un percorso accidentato, di una verità di esistere che solo chi ha attraversato davvero il dolore riesce a scomporre e a far proprio.
La percezione del “dolore” è soggettiva, ma non è vero che il dolore migliora sempre la persona che ne fa esperienza. Credo invece che esistano delle caratteristiche umane innate in ciascuno di noi, in parte riferibili al carattere e alle esperienze di vita e in parte imputabili proprio al corredo genetico con il quale siamo nati.
No, il dolore non rende tutti migliori. E no, non penso che il dolore sia qualcosa che tutti riescono a comprendere e a vivere, alcuni probabilmente non riescono proprio a provarlo, a intercettarlo nel proprio inventario di sentimenti.
Forse per queste persone le emozioni sono qualcosa da indossare a seconda delle circostante, a volte rappresentano qualcosa da ostentare o da cui fuggire, altre volte sono mezzi per ottenere e rivendicare attenzioni.
L’esperienza del dolore non pretende, l’esperienza del dolore trasforma davvero solo alcune persone. Penso che in pochi casi esso riesca a diventare germoglio per qualcosa di meglio, un seme a cui dare acqua, un ramo che può ancora aggrapparsi lì in fondo, alle proprie radici. In Irene questo doloroso germogliare è qualcosa che scorre sotterraneo e da cui fuoriesce una grande linfa, l’energia che uno sguardo rispettoso e profondo sul mondo sa donare.
Saper vedere gli altri, saper sentire gli altri non è cosa comune. Non so se il fatto che questa dote sia una rarità sia un bene: forse vivremmo in società migliori se le rarità diventassero più diffuse. Ma mi chiedo: saremmo ancora in grado di notarle?
Ha scritto Teresa Capacchione:
“[…] Il sopruso è divenuto la molla che ha spinto Irene a realizzare “E lucevan le stelle”, monito e speranza per coloro che attraversano gli abissi e poi tornano a rivedere le stelle.
In molte culture non occidentali vi è la convinzione che attraversare il dolore è il solo modo per rinascere e per riconoscere in altri lo stesso percorso. Ed Irene lo fa con le sue fotografie riprendendo volti, luoghi (o forse non luoghi come avrebbe detto Marc Augé), oggetti, ma soprattutto restituendoci il senso di vuoto, la lontananza, l’assenza, la disabitudine al mondo di coloro che ha ritratto, la loro inadeguatezza.
[…] Sergio Piro in un bell’intervento sul quotidiano Il Mattino del 7 gennaio del 1978 dal titolo “Quando si dice irrecuperabile” sottolinea proprio il nonsense di questa definizione. […]
Sergio ribadisce: “Dire che qualcuno è irrecuperabile significa condannarlo ad un’ulteriore menomazione. Riabilitare e recuperare significa restituire la vita per quanto si può, altrimenti la menomazione è di tutti”. […]”
Nel definire il lavoro compiuto per questo suo racconto fotografico, Irene Angelino ha parlato di “un bene che supera le distanze”.
L’aria di Giacomo Puccini “E lucevan le stelle” (da cui il titolo del libro fotografico di Irene) termina con la frase “E non ho amato mai tanto la vita!”
L’amore torna di frequente nelle espressioni artistiche di Irene, e anche questo non è un caso. Il bene è quello che nutriamo per noi stessi, per le persone, per la natura, per gli altri essere viventi, per l’esistenza stessa. E se amare la propria vita può diventare difficile a volte, prenderci cura di noi deve essere un imperativo, ma anche pretendere la libertà di decidere.
Che poi, che senso ha se tu solo ti salvi?
Grazie, Irene! ❤
III. Supplica a nome di …
… Che senso ha —
se tu solo
ti salvi?!
Aspetto,
perché con la terra
disamata
insieme,
perché con tutta
la mondiale
massa umana
da sette anni sto,
starò anche duecento,
inchiodato,
in attesa di questo.
Sul ponte degli anni
tra scherni e disprezzo
con l’incarico
di redimere
l’amore terreno —
devo restare
e resto
per tutti,
per tutti pagherò,
per tutti piangerò…
Risuscitami.
Almeno perché,
da poeta,
ti ho atteso,
respingendo la feccia quotidiana.
Risuscitami —
almeno per questo!
Risuscitami —
voglio finire di vivere il mio!
(Vladimir Majakovskij, dal poemetto Di questo, 1923)
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
