
Il 29 agosto 1980 se ne andava Franco Basaglia.
Qualche settimana fa nel Parco di San Giovanni a Trieste ho scattato la foto di copertina di questo articolo.
Lo striscione con la frase “Franco è vivo e lotta insieme a noi”, letta in una giornata assolata dopo un lungo cammino, ingloba chi la legge in un sentimento comune di tristezza misto a speranza. Tristezza per un presente cieco ai bisogni reali e al senso della vita, speranza per il fatto che siano esistite, e ancora esistano, persone in grado di provare a sovvertire, a cambiare quello che non va, a capire che curare e accogliere sono gli unici processi che fondano il nostro senso di civiltà.
Questa speranza non è solo riposta nelle grandi rivoluzioni né solo delle persone che tutti conosciamo per il loro impegno pubblico. La speranza è nello sforzo di ritrovare in ognuno di noi, ogni giorno, la spinta e l’energia per dire “devo provarci”. E provarci non significa esclusivamente fare la rivoluzione (in tempi di guerre, abomini e stermini di massa autorizzati pare ormai tanto difficile che il mondo possa risollevarsi davvero… forse avverrà, un giorno).
Quello però che possiamo fare è esserci, comprendere, approfondire, non avere paura di esprimere le nostre idee, difendere ciò che è giusto, stare dalla parte di chi ha meno, stare dalla parte della vita e del diritto alla dignità, stare dalla parte dei lavoratori, dei malati, di tutti noi che prima o poi veniamo a contatto con il dolore, che è parte imprescindibile della vita ma che può renderci persone migliori o peggiori. Sta a noi.
Questa frase, scritta su uno striscione nel Parco di San Giovanni che fu sede dell’ex manicomio di Trieste, è dedicata a Franco Rotelli, scomparso nel 2023, protagonista della riforma psichiatrica e punto di riferimento per tanti studiosi e per tante persone che lo hanno incrociato nella loro vita.
Quella frase inevitabilmente ci ricorda però anche Franco Basaglia e sua moglie Franca Ongaro Basaglia, altra grande artefice del cambiamento culturale di quegli anni in campo psichiatrico.
Ma chi è oggi Franco? E se tutti noi fossimo chiamati ad essere oggi, in qualche modo, Franco? Non in senso letterale, s’intende, ma se fossimo tutti davvero responsabili delle sorti della nostra civiltà e ci alzassimo ogni giorno davvero pronti a ragionare come comunità e non come individui?
Si tratta solo di sogni da eterna romantica delusa dal mondo? Non penso che le cose stiano così. “La verità è rivoluzionaria”, recita un’altra scritta che compare tra gli edifici dell’ex manicomio di Trieste.
Seppur sbiadita dal tempo, quella frase ci ricorda che la rivoluzione è ancora possibile ed è quella che tutti noi possiamo ancora fare nelle nostre vite, agendo per la verità.
Ricordare non vuol dire avere nostalgia e basta e poi fare spallucce. Ricordare vuol dire agire, scegliere di essere presenti nelle vicende che riguardano le sorti umane perché quelle sorti riguardano ognuno di noi e, dunque, se non vogliamo farlo per gli altri, dovremmo almeno essere spinti a farlo per noi stessi.
Quello che resta nel profondo dei racconti di vita di queste persone e di chi gli è passato accanto, è che prima di essere medici, psichiatri, saggisti, scrittori e studiosi, erano colleghi di lavoro, amici, punti di riferimento per i malati che avevano in cura, persone in grado di coinvolgere tutti nel cambiamento in atto. Perché ognuno era ed è importante quando si persegue insieme il bene e si cerca di agire per il meglio, affinché a tutte le persone sia garantita la possibilità di esistere dignitosamente.
Chi è stato protagonista di quella rivoluzione psichiatrica, oggi la ricorda con affetto, rimarcando quanto fosse cruciale allora la qualità delle relazioni tra le persone e quanto il lavoro di cura, come il lavoro di ricerca e lo studio, fossero inseriti in un processo di scambio continuo, di comprensione reciproca, di messa in dubbio dei dogmi.
Queste persone non ci hanno quindi solo insegnato cosa siano la cura e la malattia, ci hanno lasciato un’eredità che oggi ha molto da insegnarci anche su come si lavora, sul senso vero del gruppo, su come mettere in luce le qualità delle persone, su come raggiungere vette di civiltà tutti insieme, un pezzo per volta e con la consapevolezza che, sì, tutti siamo indispensabili.
Si tratta di concetti che questa nostra società oggi ha perso sia nella teoria che nella pratica, per affannarsi nella ricerca di un successo facile ed effimero, di denaro e di un potere fine a sé stesso che non migliora né le condizioni di vita proprie né delle persone in generale.
Ecco perché è necessario ricordare, sapere, conoscere. Non solo commemorare ma soprattutto fare, essere presenti a sé stessi, esserci per gli altri, imparare di nuovo ad ascoltare.

C’è una bella frase scritta su uno degli edifici del Parco di San Giovanni a Trieste. Molti la conoscono bene ma qui nel parco, ad agosto, io l’ho trovata leggermente nascosta dai cespugli cresciuti appena sotto di essa.
In questo periodo dell’anno si legge “La li è teutica” e sembra un effetto ricercato apposta, come se chi legge fosse chiamato a completare la frase, a trovare da sè le lettere mancanti, magari provando con nuove possibilità a dare forma a quel pensiero o a elaborarne uno diverso.
Ritrovarsi in un luogo dopo averlo a lungo sognato, essere di fronte a quella frase dopo averla sempre letta solo da lontano e sapendo quanti ci sono passati dinanzi, forse non si può raccontare. Ma ci voglio provare.
Cosa significa per noi arrivare, essere presenti e poi transitare via? Mi sembra che la vita sia un passaggio in diversi punti, più o meno cercati, più o meno piacevoli. Punti che non sono solamente geografici ma anche onirici, inventati o immaginati nei sogni o negli incubi. Punti che spesso somigliano più a stati d’animo che a luoghi fisici reali. A noi sembra che questi punti che tocchiamo facciano parte di un disegno speciale ma forse sono solo granelli che si perdono nell’universo. Come le parole, come le vite, come le storie di ciascuno di noi.
Tutti questi punti, questi pezzi sparsi nel tempo e nello spazio, faranno parte del nostro mondo quando li abbandoneremo? Il passaggio per certi luoghi ci chiede di osservare, di capire e probabilmente tutto ciò che conta in un viaggio sono proprio i punti che tocchiamo, al contrario della teoria che ci spinge a valorizzare più il percorso che le tappe di arrivo.
Dove arriviamo? Ogni nuovo punto che tocchiamo ci fa rimbalzare verso un altro. E ciò accade di continuo anche senza viaggiare, anche senza fare le valigie e partire. È sufficiente vivere.
Alice Sebold in “Amabili resti” ha scritto:
“Nessuno si accorge quando ce ne andiamo, come dire… al momento in cui decidiamo davvero di andarcene, al massimo si può avvertire un sussurro o l’onda di un sussurro che si placa piano”.
Sul muro al Parco di San Giovanni c’è scritto “La libertà è terapeutica” e forse la vita è fatta di istanti verso la libertà.

Ecco di seguito una galleria fotografica delle immagini scattate durante la mia visita al Parco di San Giovanni a Trieste ❤️






















































Laura Ressa
Copertina: foto scattata da me ad agosto 2024 nel Parco di San Giovanni a Trieste
