Susanna Marietti è coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, da trent’anni impegnata nella promozione dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario.
È autrice di volumi e saggi su argomenti di filosofia contemporanea e sul tema della pena detentiva (tra cui, con P. Gonnella, “Il carcere spiegato ai ragazzi”, Manifestolibri, ed. aggiornata 2020; “Jailhouse Rap. Storie di barre e sbarre”, Arcana 2024).

Scrive e conduce la trasmissione radiofonica settimanale Jailhouse Rock, in onda dal 2010 su Radio Popolare.
È responsabile dell’osservatorio sugli Istituti penali per minorenni dell’associazione Antigone. È presidente della polisportiva Atletico Diritti.

Il 1° ottobre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti, Susanna Marietti ha raccontato cosa vuol dire occuparsi di promozione dei diritti nel sistema penitenziario, quanto conta la dignità umana, cosa ciascuno di noi può fare per essere megafono e promotore di cambiamento delle condizioni di vita nelle carceri. E ancora, come possiamo riflettere meglio e di più sulla reale efficacia del sistema penale.
Abbiamo esplorato inoltre la missione di Antigone, ma gli interrogativi non si fermano qui.

In Italia il sovraffollamento carcerario e i suicidi in cella restano emergenze costanti: perché questi problemi sembrano non trovare mai una soluzione?
Qual è la principale violazione della dignità umana che oggi si osserva nelle carceri italiane e cosa è emerso sugli istituti penali per minorenni?
Quali alternative esistono per ripensare il sistema penale e penitenziario italiano?


Di seguito alcuni cenni sull’Associazione Antigone, che dal 1991 promuove una pena in linea con il dettato della Costituzione.

“L’Associazione Antigone è impegnata nella tutela dei diritti umani e nella promozione delle garanzie fondamentali all’interno del sistema penitenziario italiano. La nostra missione è assicurare che le carceri siano luoghi nei quali vi sia il massimo rispetto per la dignità umana, promuovendo la trasparenza, l’umanità e l’equità nel trattamento dei detenuti. Ci adoperiamo per sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni e i professionisti del settore sull’importanza di un sistema penale orientato al reinserimento sociale, in linea con i principi costituzionali e internazionali. Attraverso attività di monitoraggio, ricerca, advocacy e formazione, lavoriamo per costruire una società più giusta, dove i diritti fondamentali siano garantiti a tutti, anche a chi si trova privato della libertà personale. […]
Dal 1998 Antigone è autorizzata dal Ministero della Giustizia a visitare i quasi 200 Istituti penitenziari italiani. Sono oltre 90 le osservatrici e gli osservatori di Antigone autorizzati a entrare nelle carceri con prerogative paragonabili a quelle dei parlamentari.”

Per approfondire: https://www.antigone.it/

https://www.dinamopress.it/news/susanna-marietti-antigone-bisogna-cambiare-la-cultura-delle-forze-dellordine/

https://www.ragazzidentro.it/author/susanna-marietti

https://www.ragazzidentro.it/le-comunita-numeri-e-aspetti-critici/

https://www.radioradicale.it/scheda/759228/la-situazione-carceraria-e-il-caso-de-maria-intervista-a-susanna-marietti

https://www.rapportoantigone.it/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia/wp-content/uploads/2023/06/68.-ANTIGONE_DonneDetenute_CarceriMinorili.pdf


Prima di ascoltare l’intervista qui sotto, propongo di seguito (a chi vorrà leggerli) alcuni dei più recenti articoli scritti da Susanna Marietti sul tema carceri.

Suicidi, sovraffollamento e isolamento: Nordio minimizza, ma il carcere non rieduca (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/29/suicidi-sovraffollamento-isolamento-nordio-carcere/8109146/ )

“Basterebbe dare uno sguardo alla settima sezione di Regina Coeli a Roma: tutti dovrebbero raccontare questo manifesto dell’indegnità della pena.

Sta finendo la lunga estate carceraria, quando il tempo recluso si ferma ancor più che negli altri periodi dell’anno e il carcere è ancor più abbandonato a se stesso. Un bilancio di questi mesi ci dice che a fine estate il numero dei detenuti ha superato la soglia delle 63.000 unità, che i posti letto disponibili sono circa 15.000 in meno, che nei soli mesi estivi i suicidi accertati sono stati 24, cui si aggiungono altre morti per cause ancora da definire.

In pieno agosto il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha sostanzialmente minimizzato il tema, affermando cinicamente che i numeri non sarebbero allarmanti in quanto sotto la media nazionale dell’ultimo triennio. La tragica statistica smentisce le sue affermazioni. I suicidi nelle carceri italiane sono già 58 in questo 2025 e presentano un andamento identico a quello dell’anno precedente. Sfortunatamente non si registra alcun calo.

Il tasso di suicidi nelle carceri italiane è circa il doppio rispetto alla mediana europea. Il dato più allarmante e significativo è quello che ci dice che nelle nostre galere le persone si tolgono la vita circa 25 volte di più rispetto a quanto accade in Italia nella società libera. Ogni minimizzazione è vergognosa. Davanti a questi numeri risulta impossibile ridurre la questione dei suicidi carcerari unicamente a scelte di disperazione individuale, incapaci di mettere in discussione l’etica dello Stato. Piuttosto, essa è una questione sociale, culturale, sistemica.

L’organizzazione della vita penitenziaria non è pensata per accogliere le persone, per comprenderne i problemi, per sostenerle nelle difficoltà. Significativo al proposito è quanto accade al momento dell’ingresso in carcere, un momento critico nel quale si ha grande bisogno di sostegno. In quasi tutte le carceri metropolitane, una persona appena arrestata – e dunque presunta innocente – viene collocata nella sezione cosiddetta dei nuovi giunti, che dovrebbe servire a introdurla nella vita reclusa.

Dovrebbe essere una sezione di accoglienza, dove la persona possa avere opportunità di parlare con un operatore, con uno psicologo, di contattare i propri cari, di conoscere le regole della vita interna, i diritti e i doveri riconosciuti dalla legge. Invece le sezioni per nuovi giunti sono spesso le peggiori, quelle più insane e degradate dell’istituto, le meno protette, le meno visitate dagli operatori. Sono spesso luoghi orribili, dove si costruiscono carriere criminali. Sono il biglietto da visita rivolto ai detenuti, compresi i più giovani e meno strutturati (oggi le carceri per adulti si stanno riempiendo di ragazzini appena maggiorenni). Il messaggio è il seguente: state entrando nell’inferno.

Per farsene un’idea basterebbe dare uno sguardo alla settima sezione di Regina Coeli a Roma. I media dovrebbero chiedere di poterla visitare. Dovrebbero raccontare a tutti questo manifesto dell’indegnità della pena che abbiamo oggi in Italia. Altro che umanità e rieducazione di cui all’articolo 27 della Costituzione.

Se la fase iniziale della carcerazione è particolarmente a rischio di suicidio, lo stesso va detto del tempo trascorso nei reparti di isolamento. Celle spesso sottratte a ogni sguardo. Tanti, troppi suicidi nelle carceri italiane sono avvenuti in celle di isolamento. Così come tanti, troppi atti di violenza. Antigone ha in corso una campagna a livello globale per il superamento di questa pratica pre-moderna e pericolosa.

Anche quest’estate è finita e il carcere è un luogo sempre più indegno. Il ministro Nordio minimizza il problema dei suicidi, mentre il suo compito dovrebbe invece essere quello di rivoluzionare la vita in galera, di chiudere le sezioni indecenti come la settima di Regina Coeli, di riempire il carcere di operatori e di attività, di proibire l’oscurità dei reparti di isolamento, di dare un segnale di legalità profonda contro tutte le violenze.

A breve si aprirà il procedimento penale per le presunte torture subite dai ragazzini reclusi nell’Istituto Penale per Minorenni Beccaria di Milano. Preannunci la costituzione di parte civile da parte del Governo, così come dovrebbero fare le autorità locali e i Garanti nazionali dell’infanzia e dei diritti delle persone private della libertà. Non si può giocare con i numeri sottraendosi alle responsabilità istituzionali, politiche e morali.”

Oggi le carceri italiane sono sempre più chiuse: il caso di Genova è un esempio delle conseguenze (https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/23/carcere-marassi-genova-trasparenza/8036664/ )

“Un’autentica sicurezza non si può costruire solamente con cancelli e sbarre. Bisogna conoscere le relazioni che si creano nella popolazione detenuta.

La città di Genova si stringe attorno al carcere cittadino e affronta con forza il drammatico episodio accaduto all’istituto penale Marassi all’inizio di questo mese. Nelle scorse ore, su iniziativa del Garante regionale dei diritti dei detenuti, oltre 200 persone tra operatori sociali, avvocati, medici, insegnanti, semplici cittadini hanno firmato un appello per farsi carico di un percorso di accompagnamento per il giovane seviziato per giorni nel buio di quelle mura. Un ragazzino appena 18enne entrato in carcere in attesa di giudizio sarebbe stato sequestrato da quattro detenuti per due giorni, tra il 1° e il 3 giugno, e sottoposto a brutali sevizie che andrebbero dalla violenza fisica a quella sessuale, dalle ustioni con olio bollente ai tatuaggi sulla faccia.

La dinamica dei fatti si chiarirà con le indagini, ma certo è che il ragazzo è oggi traumatizzato e che il cappellano del carcere ha affermato di non aver mai visto nulla di simile in vent’anni di servizio. “Non possiamo lasciarlo solo”, dice oggi la città di Genova attraverso l’appello promosso dal Garante. E chiede che le istituzioni si facciano carico del percorso di riabilitazione fisica e psicologica del giovane, oggi agli arresti domiciliari in una struttura esterna protetta.

I fatti, come detto, si chiariranno (auspicabilmente al più presto). Ma possiamo già da ora interrogarci su alcune questioni che riguardano in generale lo stato delle nostre carceri. La vita interna è oggi allo sbando e l’episodio genovese ce lo dimostra in tutta la sua crudezza. “Il carcere trasparente” era il titolo del primo Rapporto in assoluto che l’associazione Antigone pubblicò all’inizio delle attività del proprio Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Italia. In quel titolo era racchiusa una grande parte della nostra filosofia: è la trasparenza delle carceri che previene gli abusi, le violenze dell’istituzione ma anche le distorsioni violente della vita quotidiana che possono arrivare a creare dinamiche come quella tragica avvenuta nella casa circondariale genovese.

Trasparenza significa tante cose diverse. Un carcere trasparente è un carcere che non ha paura di farsi attraversare dal territorio esterno, un carcere in cui la città entra con vigore, e non invece dove si ritrova solamente a firmare appelli una volta che il danno è oramai avvenuto. Oggi le carceri italiane sono sempre più chiuse. Si cancellano attività, si ostacolano percorsi.

Ma trasparenza significa anche che, al proprio interno, la vita carceraria deve fondarsi sulla conoscenza delle dinamiche sociali – di quella società complessa che la comunità penitenziaria costituisce – e non solamente sull’interposizione di barriere fisiche. I muri non costruiscono sicurezza. Gli organismi internazionali parlano di sorveglianza dinamica per riferirsi a quell’approccio alla sicurezza penitenziaria che la fonda sulla conoscenza delle interazioni, sulla prossimità, sul vivere i reparti detentivi. Se i poliziotti e gli educatori conoscono le dinamiche interne, se il direttore non governa il carcere dalla propria scrivania ma piuttosto scende nelle sezioni, avranno allora ben più possibilità di riuscire a intercettare e a prevenire episodi come quello di Marassi.

Un’autentica sicurezza non si può costruire solamente con cancelli e sbarre. Bisogna conoscere le relazioni che si creano nella popolazione detenuta. Oggi invece il modello carcerario imposto è poco trasparente e chiuso, tragicamente chiuso. La carcerazione si concretizza in chiusura in celle affollate e insane, ozio forzato, vita senza stimoli. Ciò è sempre l’anticamera del degrado. Fatti come quelli che sarebbero avvenuti a Genova non devono sorprenderci ma devono indignarci. Serve prevenirli con un approccio educativo, conoscitivo e non chiudendo le persone in celle senza spazio come fossero bestie.”


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Susanna Marietti; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


Il sistema penitenziario italiano si pone come obiettivo l’esclusione di determinate persone dal tessuto sociale oppure può reggersi davvero su un progetto di riabilitazione e di successivo reinserimento di chi è stato condannato dalla giustizia?

Incappiamo spesso nella definizione di “pena”, il senso comune e i media fanno il resto invitandoci altrettanto spesso a sciorinare la solita equazione: “se è stato rinchiuso lì dentro, vuol dire che se lo è meritato”.

La vita, però, per quanto possa suonare facile e lineare a parole, è in realtà intrisa di complessità, imprevisti, cavilli, interpretazioni, giudizi. Non si tratta solo di stabilire cosa sia giusto o di chi sia la colpa di un reato: a quello ci pensano i giudici e i tribunali. Come società civile a ognuno di noi tocca interrogarsi sulla parte più difficile: ci tocca cioè chiederci se la pena debba essere solo una punizione più o meno esemplare o se invece il sistema penitenziario possa contribuire a riparare – con tutti i mezzi a disposizione – ciò che si è rotto nella persona condannata.

A chi interessa recuperare o risanare qualcosa quando sembra essere più risolutivo rinchiudere e “buttare via la chiave”? Se è vero che questo discorso secondo alcuni potrebbe essere suscettibile di distinguo in base al tipo di reato commesso e al percorso di vita specifico del condannato, le persone che vivono al di fuori del carcere non possono rivestire il ruolo di giudici, non possono cioè entrare nel merito della condanna e di quanto essa sia corretta o meno. Ed è qui che sorgono i principali dissidi interiori per chi si interroga davvero su come funziona il sistema penitenziario in Italia.

Dovremmo fare in modo che chi fa il peggio, riceva in cambio sempre e solo il peggio o dovremmo sperare che scontare una pena significhi innanzitutto fare in modo che chi viene giudicato colpevole possa porre rimedio al torto inflitto e restituire alla società una versione migliore di sé?

Susanna Marietti in questa intervista ha affermato che potrebbe esistere una società senza carceri. Questo comporterebbe però una ricostruzione totale degli schemi che costituiscono il nostro mondo, significherebbe ripensare da zero la struttura stessa su cui si fonda il nostro vivere.

La domanda chiave – forse la più importante a cui siamo chiamati a rispondere – è: un carcere che toglie alle persone ogni forma di dignità, e le conduce spesso al suicidio, è utile e rispecchia davvero il senso del termine “giustizia”?

Basta chiudere i condannati dentro e buttare via la chiave per dire che “giustizia è stata fatta”? E poi, chi sono questi cosiddetti condannati? Hanno avuto tutti un processo o sono ancora da tempo in attesa di un tribunale che discuta il loro caso?

La riflessione che il sistema penitenziario italiano oggi dovrebbe suscitare non è solo di tipo etico ma anche di carattere meramente pratico. Se proprio non abbiamo voglia di porci dubbi di coscienza, almeno dovremmo farci una domanda semplicissima sull’esistenza del carcere: Cui prodest? – a chi giova?, chi ne beneficia?

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti