
Giornalista freelance e fotografo, Salvatore Lucente si occupa di reportage. I suoi principali ambiti di inchiesta riguardano diritti, migrazioni e territori, con un’investigazione in corso sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori migranti in agricoltura.
Ha collaborato con diverse testate, tra cui Altreconomia, Il Manifesto, La Repubblica, Left.
Il 3 ottobre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti, Salvatore ha portato la sua testimonianza intrecciando la prospettiva di giornalista alle storie che hanno segnato il suo percorso, fino ad arrivare al tema delle migrazioni e alle dinamiche di marginalità che caratterizzano molti territori.
Salvatore ha seguito peraltro il tour di Marco Cavallo, la grande scultura blu segno di lotta e liberazione in viaggio in giro per i CPR di tutta Italia per chiederne la chiusura. Questa chiacchierata è stata anche l’occasione quindi per ascoltare da Salvatore come si è svolto il viaggio, quali obiettivi si prefigge, quanta partecipazione c’è stata e che aria si respira al fianco del cavallo blu che fu simbolo della chiusura dei manicomi alla fine degli anni ’70.
I reportage realizzati da Salvatore Lucente mettono in evidenza temi come:
– il legame tra migrazione (o presenza migrante) e condizione di marginalità abitativa e sociale (insediamento informale, baraccopoli, ghetti, etc.);
– il contrasto tra risorse promesse (es: PNRR) e la realtà di abbandono, ossia come fondi non utilizzati aggravino la marginalità;
– l’aspetto umano, visivo, sensoriale della marginalità: caldo, baracche, container, la vita quotidiana in condizioni difficili;
– lo sfruttamento lavorativo e gli insediamenti informali.
Per approfondire:
https://altreconomia.it/author/salvatore-lucente/
https://ilmanifesto.it/archivio?authors=Salvatore+Lucente
https://left.it/2022/11/24/senza-immigrati-litalia-non-ha-futuro/

L’intervista a Salvatore Lucente è stata l’occasione per parlare di disfunzioni sistemiche che aggravano la condizione delle persone migranti in Italia, cosa significa fare/essere giornalista, cosa si intende per insediamento informale, quali forme di sfruttamento e abuso emergono più frequentemente e come combatterle.
Per introdurre tutto ciò, lascio di seguito le parole stesse adoperate da Salvatore Lucente in un paio di suoi articoli.
Campobrutto di Mazara
Ghetti senza luce né acqua per decine di migranti a Campobello di Mazara (Tp): lo sfruttamento durante la recente raccolta delle olive
(https://ilmanifesto.it/campobrutto-di-mazara )
“Peter sta seduto sotto a un albero a Digerbato, un insediamento informale nell’entroterra trapanese, qualche decina di chilometri dai più conosciuti Campobello di Mazara e Castelvetrano, l’ex regno del boss Matteo Messina Denaro, zona di vigneti rinomati e oliveti di pregio. Alle sue spalle, una grande struttura in cemento e mattoni mai completata dove da anni trovano rifugio diverse persone migranti. Dentro questa specie di magazzino, ognuno si ricava i propri spazi, improvvisando piccoli alloggi personali con letto, mentre fuori ci sono altre cinque o sei piccole stanzette, come delle capanne. Negli spazi comuni, una zona moschea per pregare e una in cui è allestita una cucina. Niente acqua o corrente elettrica, per riscaldarsi si usa il fuoco mentre per cucinare le bombole a gas.
FA FREDDO QUESTO INVERNO, ma il tetto consente di stare quantomeno al riparo. «Per il momento non abbiamo cosa fare, stiamo a casa. Non c’è lavoro per me, fa anche troppo freddo per poter lavorare» racconta Peter, lo sguardo stanco che mostra tutti i suoi 68 anni ma non nasconde il sollievo di chi può finalmente riposarsi, arrangiandosi come può, in attesa della prossima raccolta. «Per riscaldarci facciamo il fuoco, per lavarci raccogliamo l’acqua e poi la scaldiamo». Stanchezza, è quella che si sente alla fine di una lunga stagione come quella delle olive della valle del Belice, circa il 42% delle olive da tavola consumate in Italia. È facile riconoscerla tra i banchi del supermercato, venduta intorno ai 12 euro al chilo. «Per chi lavora a Campobello, la paga è di 5 euro e 50 per cassone», racconta Moussa, giovane senegalese che nel periodo della raccolta viveva nella zona di Tre Fontane, pochi chilometri da lì. «Io faccio 14 o 15 casse al giorno e guadagno 75 euro, se sei lento è un lavoro che non puoi fare ma se sei bravo guadagni anche 100 euro al giorno, se c’è lavoro».
PETER VIVE A DIGERBATO DA 10 ANNI, perché nonostante i documenti in regola e tanto tempo passato a lavorare non riesce a trovare una casa, «le case ci sono ma a noi non le danno, anche se ho i soldi per pagare un affitto, il padrone di casa vuole qualcuno che ha sempre con contratto, altrimenti non affitta». Un paradosso, considerata la natura del lavoro in agricoltura, soggetto a forme di contratto giornaliere che a volte nascondono anche periodi di lavoro più lunghi, «in campagna lavori tre giorni in un posto, quattro giorni in un altro, è sempre così. Ma senza un contratto lungo il padrone ti dice che non può affittarti una casa».
INSIEME A PETER, A DIGERBATO vivono in questo momento una decina di persone, tutti sudanesi, «durante la raccolta lavoravamo a Campobello, al mattino andavamo lì per fare ritorno la sera. La stessa cosa quando ci sono altre raccolte più lontano. Giriamo la Sicilia, l’Italia, però torniamo sempre qui». Il problema principale per tutti, oltre a riuscire a lavorare, è l’alloggio, come spiega anche un rapporto del progetto Più Su.Pre.Me che ha censito otto insediamenti informali solo nel marsalese, 53 in tutta la Sicilia. Numeri sicuramente sottostimati ma che rendono bene l’idea di come mentre si cerca di combattere il caporalato ci si dimentica spesso di rendere possibile a chi lavora di vivere decentemente.
NELLA ZONA DI CAMPOBELLO DI MAZARA quasi nessuno dei 1500 lavoratori che hanno partecipato alla raccolta delle olive aveva un posto per dormire. Fino a maggio 2023 alcune centinaia tra loro trovavano rifugio nell’accampamento allestito nell’ex Calcestruzzi Selinunte di Campobello, divenuto drammaticamente famoso per l’incendio che la notte del 30 settembre 2021 arse vivo il giovane bracciante senegalese Omar Baldeh. Sgomberato l’insediamento nel 2023, niente è stato predisposto per alloggiare gli stagionali, dare supporto ai tanti che di quel «ghetto» avevano fatto la propria casa e a tutti i migranti di fatto costretti a vivere nelle vicinanze dei luoghi di raccolta.
«SONO ARRIVATO IERI DA MESSINA, l’anno scorso ho lavorato qui, pensavo di trovare il campo» raccontava Mounir in ottobre, quando la raccolta delle olive era agli inizi. Lui di anni ne ha 67, e stava con la sua tenda davanti al cancello dell’ex oleificio Fontane d’Oro, all’interno del quale per qualche anno la Regione Sicilia e la Croce Rossa hanno allestito un campo per dare un posto pulito e un pasto caldo ai lavoratori. Uno di quei campi emergenziali approntati quasi per dare un giaciglio a persone che scappano da un terremoto o una guerra, mentre invece servono ad alloggiare lavoratori che arrivano puntualmente ogni anno. E che non rispondono a un’altra questione di fondo, dove dovrebbero andare tra una stagione e l’altra quelle persone che rendono possibile portare avanti l’agricoltura italiana? Per molti l’unica alternativa è mettersi nelle mani del caporale di turno o vivere in quei ghetti che durante i periodi di raccolta ammassano migliaia di schiavi contemporanei e che come loro non scompaiono al termine della stagione. Mounir era preoccupato, sapeva bene che non avere un posto dove dormire significa dover pagare un extra al caporale.
IL SISTEMA È SEMPLICE, come per il reclutamento, «arriva sempre qualcuno qua, passano per vedere se ci sono persone che cercano lavoro. Se paghi ti danno un posto per dormire nelle tante case disabitate. Oppure, ti fanno stare sotto gli alberi di un campo». Il caporalato qui come altrove in Italia è una costante in agricoltura, affrontato anche se con risorse sempre insufficienti e interventi pur meritevoli come i recenti Help Desk anticaporalato, ma non esiste nessun servizio efficace che venga incontro al diritto all’abitare, né forme di housing sociale. Il grosso, in entrambi i casi, lo fanno associazioni come Libera che operano sul territorio o i sindacati. «La condizione di vita dei lavoratori migranti è molto grave, non ci sono neanche servizi per raccogliere l’immondizia. La questione abitativa è la cosa più importante, ci sono tante case vuote lì eppure chi lavora è costretto a vivere per strada» è il commento di Cheick dei Ragazzi Bayfall Palermo, che insieme all’associazione Maldusa e Arci Porco Rosso sono impegnati da anni nel supporto ai tanti lavoratori migranti della zona.
«OLTRE ALLO SFRUTTAMENTO CI SONO queste situazioni chiaramente in mano alla criminalità organizzata, ai caporali che si sostituiscono di fatto allo Stato e oltre a fare intermediazione illecita di manodopera offrono loro, tra virgolette, alloggio e trasporto a pagamento» accusa il segretario generale Flai-Cgil Tonino Russo. Soluzioni possibili sarebbero quelle messe in atto in luoghi come Cassibile, dove un insediamento informale è stato trasformato con l’intervento della Prefettura e della Protezione Civile in un campo formale. «Ma parliamo di alloggi per lavoratori migranti regolari, mentre tutti i lavoratori irregolari, almeno un 30% di quelli che lavorano nelle campagne, non hanno accesso a nessun servizio. È un vuoto della legislazione nazionale» aggiunge Russo: «Grave è il fatto che con il Pnrr in Sicilia sono stati stanziati 35 milioni di euro per il superamento degli insediamenti abusivi, ma dalle informazioni che abbiamo attualmente nessun Comune destinatario di queste risorse sta provvedendo a costruire gli alloggi».”
Senza immigrati l’Italia non ha futuro
(https://left.it/2022/11/24/senza-immigrati-litalia-non-ha-futuro/ )
“Reportage nei paesi sempre più spopolati della Basilicata dove l’arrivo di rifugiati rappresenta un importante fattore di cambiamento sociale e umano. Ecco le voci di chi si sta, e ci sta, costruendo il futuro
Potenza, capoluogo sofferente di una regione del sud, la Basilicata, che nonostante l’abbondanza di risorse si trova ad essere agli ultimi posti per crescita del Pil, maglia nera sugli indicatori di precarietà e basso reddito da lavoro (anticipazioni del rapporto Svimez 2022).
Sono quasi le 7 del mattino, è una bella giornata di questo inizio novembre fin troppo caldo, e Kumba prepara in fretta le ultime cose prima di andare al lavoro. Lei, gambiana di 36 anni, è sbarcata a Lampedusa nel 2014, riuscendo a varcare i confini della Fortezza Europa e trovando subito accoglienza. Dopo 3 anni di incertezza, finalmente si è vista riconoscere una delle forma di protezione previste in Italia, trovando posto nel 2017 all’interno del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). Qui, ha avuto la possibilità di imparare l’italiano ed un mestiere, grazie ai tirocini organizzati presso alcune aziende del territorio dallo Sprar della Cooperativa sociale La mimosa di Tito (Pz). È uno dei 24 Comuni lucani con più di 5 mila abitanti (solo 11 superano i 10 mila), mentre gli altri 117 ne hanno meno. Tutti più o meno afflitti dalle problematiche tipiche che investono gran parte del Meridione, cui si sommano quelle specifiche delle aree interne, la “parte marginale” dello Stivale dove il lavoro e le infrastrutture latitano, i centri si spopolano, e i servizi di base si contraggono, con i Comuni che cercano di sopperire in ogni modo ai tagli. Indicatori del tutto negativi, ma che rischiano di mettere in ombra tante piccole realtà, modelli alternativi di cooperazione, proposte di sviluppo diverse dai canoni abituali, tra cui alcune legate al mondo dell’accoglienza.
E così, nell’arco di quattro anni Kumba si è inserita lavorativamente, uscendo dal sistema di accoglienza e guadagnandosi infine un contratto di lavoro a tempo indeterminato. «Adesso posso dire che sto bene» dice questa giovane donna già grande, che parlando del suo lavoro racconta: «Prima ho studiato, ora so fare tutto: pizza, pane, torte, dolci, panettoni, biscotti, cioccolata. I colleghi e la mia titolare sono molto bravi, lei ha fatto tante cose per me, per insegnarmi l’attività di pasticcera. Un giorno magari aprirò la mia pasticceria, ma non è ancora arrivato il momento. Piano piano». Intanto, nel 2021 è riuscita a portare a termine le procedure per il ricongiungimento familiare, portando con sé quattro dei suoi cinque figli, e oggi, in attesa del piccolo Hasan, continua a lavorare presso il forno La Delizia, qui nel capoluogo dove si è trasferita una volta arrivati i suoi figli.
Sarà un bel + 6 per l’anagrafe, ma per qualcuno che arriva da fuori, sono molti gli abitanti che vanno via. Per farsi un’idea del fenomeno, gli ultimi dati licenziati dall’Istat a marzo 2022 raccontano di come tra il 2019 e il 2020 solo 5 dei Comuni lucani non hanno subito cali di popolazione, risultati per altro più consistenti proprio a Potenza (- 973 abitanti) e nell’altro capoluogo di provincia Matera (- 736). È un fenomeno non solo lucano, ma esteso a tutte le aree interne d’Italia, dove in dieci anni la popolazione residente si è più che dimezzata nei comuni con meno di mille abitanti, mentre in quelli fino a 5mila abitanti la perdita è stata del 20% (v. su Left in edicola l’intervista di Federico Tulli al demografo Gustavo De Santis).
Le cause sono sempre le stesse, un inverno demografico che porterebbe la Basilicata ad avere nel 2035 la stessa popolazione dei primi dell’Ottocento, con un terzo di essa costituito da ultra sessantaquattrenni, e l’emigrazione incessante di giovani che vanno via per proseguire altrove gli studi o in cerca di lavori più o meno specializzati. Eppure, nonostante tutto, domanda di lavoro ce n’è, anche se circoscritta soprattutto a settori come la ristorazione e l’agricoltura.
A portarmi all’appuntamento con Kumba ci ha pensato Gabriel Boubakar, che in Italia è arrivato 12 anni fa dal Niger, passando tutta la trafila e una miriade di lavori prima di “attraversare lo specchio” e iniziare a lavorare proprio nell’accoglienza. A Tito ci vive dal 2017, insieme alla moglie Blessing, che lo ha raggiunto nel 2016; insieme hanno preso una casetta delle tante sfitte nel centro storico del paese e nel 2020 hanno avuto una bella bambina che oggi frequenta insieme a 16 piccoli compagni un nido. Vorrei chiedergli quanto la scelta sia legata al lavoro, ma previene la mia domanda confidandomi che «in un piccolo centro si vive meglio, si ha l’occasione di conoscere molte persone, superare le diffidenze», e che in ogni caso ha intenzione di investire in un suo futuro qui, anche se sta provando ad aprire insieme alla moglie un negozio di generi alimentari etnici a Potenza, 20 chilometri più in là. Gli domando allora se ha avuto problemi a trovare casa. «Non è stato troppo difficile – risponde -, ma a me mi conoscono tutti. Per altri è più complicato».
Sembrerebbe un paradosso, eppure malgrado la quantità di case sfitte (quasi centomila) e la presenza di proprietari pronti a cedere i propri immobili a poco pur di liberarsi di quella che per molti è solo un problema, trovare casa per molti è un ostacolo quasi insormontabile. «Anche quando hanno un contratto di lavoro in regola, e ci vuole qualcuno che faccia da garante: il datore di lavoro, un conoscente, la struttura che ha seguito il percorso di accoglienza» mi conferma Gabriel.
Lo saluto, e provo a raggiungere Birûsk e la sua famiglia a Pietragalla, paese lucano con poco più di 3.500 abitanti. Lui, curdo di nazionalità turca scappato dal suo Paese per paura di ritorsioni politiche, in Italia è arrivato nel 2021, a bordo di una barca che dal Montenegro è approdata a Rimini, potendo contare da subito sulla rete di solidarietà predisposta dall’Arci. Oggi Birûsk è ospite insieme ad altre sei famiglie del progetto Sai gestito dalla Cooperativa sociale Filef Basilicata, che permette a ognuna di loro di vivere in un appartamento nel centro storico del paese. A dispetto delle statistiche che vorrebbero questi centri destinati a spegnersi lentamente, qui si trova bene, come la moglie Hazal e soprattutto i loro figli, Ahmet, 12 anni, che frequenta la seconda media in una classe con 15 studenti e gioca a calcio nella squadra locale, e Hakan, che va alle scuole primarie. «Mio marito ora lavora a Potenza, nell’edilizia, il lavoro va bene e non abbiamo più bisogno dell’assistenza» racconta Hazal, ma a tradurre in un italiano quasi impeccabile è Ahmet. «Pensavamo di spostarci a Potenza – continua -, ma i nostri figli ci hanno chiesto di restare qui, hanno tanti amici. Anche con noi tutti sono gentili e ci danno una mano. Ora cerchiamo casa, vorremmo comprarla». Mi tornano in mente le parole di alcuni operatori ascoltati in questi giorni: in un piccolo centro come questo, si instaurano rapporti di vicinato che rendono la vita più semplice a chi viene accolto, e d’altra parte, per una piccola comunità, anche poche persone in più sono una preziosa risorsa.
Perché insieme ai giovani e qualche famiglia, nelle aree interne ad andare via sono anche i servizi di base, mentre l’arrivo di nuovi nuclei familiari e minori permette di tenere in piedi scuole primarie e scuole medie, oltre a portare all’apertura di nuovi servizi, ad esempio i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, di cui beneficiano tutti. È un sistema che sembra funzionare, non c’è da stupirsi quindi se in Italia la rete dei Comuni coinvolti nel Sistema accoglienza e integrazione sia composta nel 43% dei casi da Comuni che hanno meno di 5mila abitanti.
Kumba, Gabriel e le loro famiglie sono tra quei 12.579 “soggiornanti non comunitari” presenti in regione, persone titolari di un permesso di soggiorno valido, per protezione, per motivi di lavoro o familiari, che si sommano agli altri 22.863 stranieri residenti stabilmente in Basilicata. In attesa di farcela, come Birusk, altri 1.526 migranti (il 2,8 per mille della popolazione residente) presenti a fine 2021 nel sistema di accoglienza regionale, dei quali 943 collocati nel limbo dei Cas o in altri centri e 583 nei 30 centri della rete Sai. In uno Stato, l’Italia, che accoglie 79.938 persone, solo lo 1,3 per mille del totale della popolazione (dati del Dossier statistico sull’immigrazione 2022 elaborati dal Centro studi e ricerche Idos). Non c’è nessuna invasione, né qui né altrove, nessuna necessità di chiudere ancora di più i confini per proteggersi da una “sostituzione etnica” o “difendere i lavoratori italiani”, nessuna emergenza: l’unica emergenza semmai è quella ciclica e routinaria dei braccianti stranieri transitanti in regione per lavorare stagionalmente nelle campagne. E non c’è nemmeno, a quanto pare, uno spreco di risorse, perché “i migranti non vogliono restare in Italia, figuriamoci poi nelle aree interne”. Non tutti restano lì dove sono stati accolti, ma come tutte le persone di questo mondo anche i migranti, in presenza delle giuste condizioni si fermano, anche nei piccoli centri.
La discussione e le problematiche da affrontare sono ampie, ma bisognerebbe interrogarsi una buona volta non solo su quali siano l’impatto sociale dell’immigrazione straniera sulle aree interne del Paese e gli effetti sullo sviluppo locale, ma anche su quali possano essere gli interventi mirati a migliorare l’integrazione e le misure da mettere in campo per consentire tanto ai migranti (quanto ai residenti) di restare. Non è un discorso marginale, così come non sono affatto secondarie le aree interne, che in Italia occupano una porzione del territorio che supera il 60% della superficie nazionale, ospitando il 53% circa dei Comuni italiani (4.261) e oltre 13,54 milioni di abitanti (il 23% della popolazione italiana).
Il tanto criminalizzato modello Riace ha mostrato come si potesse coniugare l’accoglienza dei rifugiati nelle tante case sfitte, rilanciare le botteghe artigiane e creare solidi legami tra immigrati stranieri e popolazione locale, e l’attuale sistema Sai, con tutti i suoi limiti, può rappresentare un nuovo modello di sviluppo per tante aree interne del nostro paese. Di misure e formule da poter adottare ce ne sarebbero tante, e vengono fuori come sempre soprattutto dal dialogo con il cosiddetto Terzo Settore.
«Housing sociale, forme di assistenza al reddito, corsi di formazione anche dopo la fine dell’accoglienza e concrete opportunità di stabilizzarsi a quanti, lavorando stagionalmente, sono costretti a migrazioni circolari tra l’Italia e il proprio Paese di provenienza» suggeriscono dall’Arci Basilicata, una delle realtà più propositive del circuito di accoglienza lucano, tra gli artefici negli anni scorsi di progetti volti all’acquisizione di competenze specialistiche dei migranti e al loro inserimento nel territorio. «Formazione, accompagnamento allo studio, accordi con l’Anci per risolvere il problema abitativo» fanno eco dalla Filef Basilicata, che rappresenta un’altra importante realtà in regione, in prima fila in progetti volti a trovare una sistemazione stabile a chi voglia fermarsi a vivere qui. Altre proposte sono quella delle “comunità accoglienti”, portata avanti ad esempio dalla Cooperativa sociale Iskra, che sottolinea la volontà di molte famiglie di mettersi in gioco, anche con affidi familiari “in supplenza” e in generale la buona predisposizione soprattutto dei piccoli centri ad accogliere. O impegnarsi in maniera più diretta a sostenere l’auto-imprenditorialità, come cerca di fare in regione la cooperativa il Sicomoro, sottolineando il forte dinamismo dei giovani immigrati, abituati dalla sorte a doversi reinventare continuamente. Tutti interventi che si potrebbero estendere, se non altro, anche a chi, in attesa di protezione, vive a volte per anni nel limbo dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), dove grazie ai decreti Salvini è stata tagliata nei fatti ogni misura volta ad un’effettiva possibilità di integrazione, dall’istruzione alla formazione alla reale integrazione.
Ma ridurre la questione solo in termini economici, come si fa sui tavoli istituzionali quando non si grida alla caccia all’uomo, vedere il migrante semplicemente come risorsa produttiva, valore aggiunto, contributo al Pil locale e nazionale (comunque importante), o possibilità di ripopolamento, è un discorso quanto mai riduttivo. Un tema che spesso sfugge ai dati è il fattore umano, la possibilità offerta dal cambiamento, l’arricchimento in termini sociali offerto da sempre dall’immigrazione quando è accompagnata dall’integrazione. Specchio di Paese che invecchia e si richiude sempre più su se stesso, nelle aree interne circolano con fatica anche idee, culture, lingue, mentre l’impatto di queste piccole comunità, seppure spesso di passaggio, provoca un effetto domino positivo anche nei residenti. Un meccanismo da maneggiare con cautela, ma che apre spesso nuovi scenari. E magari in un paese dove non c’è un teatro, ecco che una piccola compagnia viene ospitata per fare laboratori aperti a tutti, rivoluzionando per qualche mese la vita di tutti i giorni, un laboratorio musicale permette a giovani del posto di guadagnare con la propria passione e confrontarsi con musiche da tutto il mondo, e ragazzini che non hanno mai lasciato la propria regione possono parlare un’altra lingua con il proprio compagno di banco. L’accoglienza pianta semi per il futuro di tutti.”
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Salvatore Lucente; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Mentre mi preparavo alla chiacchierata con Salvatore Lucente, mi è capitato sotto gli occhi – tra varie ricerche online – un articolo di Ilaria Baraldi intitolato “La differenza tra disagio e degrado:
quando una città diventa comunità” (https://www.periscopionline.it/la-differenza-tra-disagio-e-degrado-281743.html )
“Proviamo a iniziare da qui: fare attenzione a come vengono spesi i soldi pubblici, rivedere la distribuzione delle risorse e chiedersi se davvero chi ci amministra sta facendo tutto quello che può per evitare che ci siano persone che dormono per terra.
Una città è solo uno spazio fisico con strade e parcheggi e supermercati. Una città diventa comunità quando le persone che la abitano sentono di appartenere a quel luogo e vivono la responsabilità gli uni verso gli altri di tenerla insieme e farla funzionare.
Bisogna che recuperiamo la capacità di distinguere tra disagio e degrado.
Tra ciò che va rimosso, evitato, pulito, e ciò che va compreso, affrontato e ricomposto.
Bisogna che torniamo a distinguere tra chi commette atti illeciti e chi è sfortunato e ha bisogno di aiuto, non di punizione.
Una persona che dorme per terra avvolta in una coperta ha bisogno di essere vista e supportata, non di essere scavalcata o rimossa come fosse un sacco del pattume.
Rappresenta una questione sociale, non di sicurezza.
Quella persona dorme per terra e non dovrebbe, non perché offenda i nostri occhi ma perché offende il senso di civiltà che ci unisce nel patto di comunità.
Per quanto “fastidio” possa destare la vista di una persona che dorme per terra non sarà mai paragonabile alla disperazione che ha indotto quella persona a scegliere la strada come casa. […]
Il problema non è chi dorme a terra. Il problema è non avere soluzioni per evitare che questo accada. […]
Quello che cambia è la sensibilità con la quale si affronta la questione e quali soluzioni vengono adottate.
Coi “calci in culo”, i daspo urbani e la rimozione delle panchine non si risolve nulla. Servono investimenti nei servizi sociali proporzionati alla crisi che stiamo vivendo.
Qualche decina di migliaia di euro li si potrebbe risparmiare dalla comunicazione pubblica, o dai costi dei cartelloni per i concerti, qualche sponsorizzazione potrebbe essere investita in progetti sociali anziché solo in eventi ludici.
Proviamo a iniziare da qui: fare attenzione a come vengono spesi i soldi pubblici, rivedere la distribuzione delle risorse e chiedersi se davvero chi ci amministra sta facendo tutto quello che può per evitare che ci siano persone che dormono per terra.”
E ancora, Romeo Farinella nell’articolo “A quale città pensiamo? Dormire per terra non è un problema di carità, ma di sfruttamento” (https://www.periscopionline.it/a-quale-citta-pensiamo-dormire-per-terra-non-e-un-problema-di-carita-ma-di-sfruttamento-281829.html ) scrive:
“[…] Quando noi architetti disegniamo nuovi spazi pubblici, per far vedere come sarà o come potrebbe essere la nostra città, questi sono sempre pieni di gente gioiosa, giovani coppie con bambini che passeggiano nel parco, mentre i ragazzini giocano con lo skateboard, le ragazze fanno ginnastica ritmica e gli anziani conversano tra loro seduti su comode panchine. Il conflitto, la marginalità, la miseria è bandita da queste rappresentazioni, che devono rassicurarci, raccontandoci spesso delle bugie. Wislawa Szymborska in una sua bella poesia afferma di amare le mappe perché sono bugiarde, nascondono i conflitti e ci parlano di un mondo che non è di questo mondo. Giorgio Manganelli con il suo consueto cinismo, raccontandoci un suo viaggio in India, ci descrive invece questo mondo, mostrando la miseria che si ritrova nelle strade delle città e ci indica la strada per non restarne sopraffatti, emotivamente e fisicamente: essere indifferenti. Usare quindi la stessa arma degli abitanti locali: scansare l’ostacolo senza guardare.
A ben vedere lo sviluppo generato dalla rivoluzione industriale si è fondato sull’intreccio miseria/opulenza o povertà/ricchezza. La miseria londinese o parigina, raccontata da tanti scrittori tra metà Ottocento e inizi del Novecento, è il substrato che ha alimentato il benessere delle metropoli occidentali. Bernard Mandeville nella sua riflessione intitolata La favola delle api, individua nello sporco, nel cattivo odore, nel degrado della Londra settecentesca l’indicatore di quel benessere e di quella ricchezza prodotta dai commerci internazionali che daranno vita alla rivoluzione industriale. Le opposizioni ordine/disordine, pulizia/sporcizia, igiene/malattia, risorsa/sfruttamento hanno in fondo generato tale modello di sviluppo che è causa della crisi ambientale che stiamo vivendo. Nel 1889 Charles Booth pubblica un’indagine durata quattordici anni, intitolata Labour and Life of the People in London. Un problema devastante, quello della miseria urbana, che richiede delle soluzioni abitative alternative ai marciapiedi e agli anfratti di Soho, di Whitechapel e dell’intero East London.
Nel 1832 l’avvocato Edmund Chadwick introduce con le Poor Laws (leggi per il controllo della povertà e della miseria) dei modelli residenziali denominati workhouse, desunti dal panopticon, il carcere pensato e progettato da Jeremy Bentham che presuppone una sorveglianza asimmetrica (come sostiene il filosofo francese Michel Foucault: il controllore può vedere ma il controllato no). Le workhouse (evoluzione dell’Albergo dei Poveri) introdotte dalle Poor laws e criticate da Charles Dickens nel racconto di Oliver Twist, erano di fatto ospizi per lavoratori indigenti dove vigevano condizioni molto dure che sconfinavano nella reclusione e nella segregazione. Le famiglie venivano separate: i genitori dai figli e i mariti dalle mogli mentre il cibo era volutamente economico e al limite della decenza (la stessa logica delle Maison des esclaves africane). Una risposta politica alla miseria. L’ipocrisia borghese in quei decenni, e ancora oggi, ha sviluppato una forte cultura filantropica, finalizzata al portare sollievo ai poveri, ma non a combattere le disuguaglianze. Per contrastare queste si richiede una scelta di campo politica che potrebbe consentire al diseguale di diventare come me, mentre la dimensione caritatevole porta sollievo a qualcuno che è comunque destinato a rimanere povero.
I meccanismi segregativi (e non educativi) e le disparità tra povertà e ricchezza, alla base del nostro modello di sviluppo e della nostra idea di progresso, ancora permangono in molte dinamiche e processi della nostra società (basti pensare al recente Decreto Caivano) ma diventano evidenti ed eclatanti nei rapporti tra Occidente e Global South.
Oggi nel pianeta si stanno creando numerose situazioni urbane esplosive, delle vere e proprie città residenziali, composte da centinaia di derelitti, che vivono nei marciapiedi, sotto i ponti o nelle piazze delle città del Sud America ma anche in Europa e in Italia. Il problema dei moradores de rua, come vengono definiti in Brasile coloro che dormono nelle strade, va oltre la favela o lo slum, che comunque, pur nella sua informalità, è uno spazio strutturato ed è una soluzione a un problema. […] Senza aiuti umanitari seri, e non utilizzati come leva per alimentare governi o poteri locali compromessi con gli interessi occidentali, senza una redistribuzione della ricchezza, senza politiche sociali non sarà possibile ricomporre le fratture sociali e razziali che infiammano la gran parte del mondo. Amartya Sen già vent’anni fa, nelle sue riflessioni sul rapporto tra sviluppo e libertà, evidenziava come il mondo sia da un lato caratterizzato da una opulenza senza precedenti mentre le privazioni, la miseria, l’oppressione diventano sempre più grandi. Il neoliberismo ha radicalizzato una organizzazione sociale che ha reso evidenti le disuguaglianze, ha reso fortemente gerarchico il sistema economico mondiale che non mette i vari paesi in condizione di lottare (o di affrontare problemi come quelli posti dalla crisi ambientale) ad armi pari.
Thomas Piketty ha più volte evidenziato come, secondo la Banca Mondiale, nel pianeta circa un centinaio di paesi possono essere ritenuti ad “alto reddito” e la contribuzione del 0,03% del prodotto interno lordo consentirebbe di ottenere le risorse necessarie per far fronte alle crisi umanitarie mondiali attraverso l’istituzione di agenzie indipendenti in grado di operare reinventando forme di multilateralismo globale. […]
Il colonialismo economico, “urbanistico” e segregativo non è mai morto, lo vediamo anche oggi nelle città del sud del mondo, interessate da ricchi progetti di urbanizzazione che impongono ipocrite smart e green city all’europea nei deserti africani o nelle foreste tropicali. […] Oggi Dubai viene presentata come la città più felice del mondo grazie alla qualità dei suoi spazi costruiti nel deserto, ma il 90% della popolazione è costituita da immigrati dall’India, Pakistan, Bangladesh o Filippine che hanno costruito questa fantasmagorica città ma che non hanno diritti e ai quali vengono prelevati i passaporti, e obbligati a vivere in grandi camerate senza aria condizionata. Una nuova forma di schiavitù. Le informazioni che ritroviamo nel World Inequality Database ci parlano di una situazione globale dove le discriminazioni razziali, retaggio delle antiche dominazioni coloniali, sono associate all’impatto dell’iper-capitalismo finanziario contemporaneo.
[…] Si stima che i processi di migrazione diventeranno sempre più intensi, non solo verso l’Occidente ma anche internamente al continente africano. Le migrazioni sono in crescita e hanno caratteristiche molto diverse dai processi che abbiamo conosciuto in Europa tra Ottocento e Novecento. L’emigrazione storica aveva un’origine e una destinazione. Oggi nelle migrazioni di massa, qualunque sia il motivo per cui si lascia la propria terra, alla coppia origine-destinazione va aggiunto il transito che può durare anni. Un periodo nel quale si vive nell’incertezza, nella precarietà e nel pericolo, essendo i migranti ostaggi di situazioni che non si controllano, come dimostrano i confini dell’Unione Europea. […]
Il pensare una urbanistica della transitorietà, necessaria anche per far fronte a situazioni improvvise quali, ad esempio, quelle climatiche, non può essere relegato alle politiche dell’emergenza ma deve divenire prevenzione, capacità di gestione di processi che, essendo da tempo in movimento, si possono anticipare. […]”
Perché ho scelto di citare questi due articoli in riferimento ai temi affrontati durante l’intervista a Salvatore Lucente?
In quelle parole ho intravisto spunti da attuare e l’opportunità di pensare a come rendere noi stessi agenti di un cambiamento che dev’essere di comunità e politico, ma che certamente deve partire anche dall’azione individuale di ciascuno di noi.
Salvatore Lucente realizza reportage, intervista persone, scatta foto all’interno di periferie che troppo facilmente vengono dimenticate dalla politica, dal tessuto sociale ed escluse dallo sguardo di chi passa, di chi vive altri standard abitativi. Ma Salvatore non si limita a questa visione della realtà: da osservatore si fa attore, scende in piazza per rivendicare i diritti di tutti e in particolare dei fragili, viaggia insieme a Marco Cavallo per chiedere la chiusura dei CPR (Centri di permanenza per i rimpatri, veri e propri lager di Stato), ascolta le storie sospendendo il giudizio (come un bravo giornalista deve saper fare) ma senza dimenticare di dare voce anche al proprio pensiero. Mette in pratica anche nella propria vita quella forma di impegno partecipativo che dovrebbe appartenere, di serie, a tutte le persone che vivono all’interno di una comunità… e dunque a tutte le persone più in generale.
Le foto che Salvatore Lucente ha scattato a Roma a ottobre 2025 in occasione del viaggio di Marco Cavallo contro i CPR – prima – e in occasione della manifestazione pro Palestina – qualche giorno dopo – rappresentano il suo diario umano e sono emblema della sua voglia di raccontare attraverso varie forme e linguaggi, tratteggiando anche per immagini i contorni di una umanità che si muove, che esiste e che – nonostante la furia disumana che imperversa nel mondo – trova, se lo vuole, spazi per far emergere ciò che davvero conta: la difesa della vita, la pace, la casa intesa come dignità, la libertà di esprimersi.
Non in ultimo, mi preme sottolineare quanto io sia grata a Salvatore per questo confronto che mi ha nutrito e che si è svolto al termine di un viaggio per lui abbastanza lungo. Nonostante la stanchezza e nonostante fosse rientrato da pochi minuti a casa, ha scelto di mantenere la data dell’intervista che avevamo stabilito e ha raccontato con generosità la sua professione, la sua esperienza umana e il suo pensiero riguardo ai temi toccati. E uno dei metri di misura della generosità – forse il più importante – è certamente il tempo che dedichiamo per il puro piacere di farlo, di esserci, di stabilire connessioni genuine che restituiscono tutto il senso delle cose che facciamo ogni giorno.
Le storie ai margini, le storie delle periferie, le storie delle persone comuni che fanno la Storia: è per queste che vale la pena trovare il tempo, il fiato e l’inchiostro per raccontare.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
