
“Metropoliz, il museo abitato” è un podcast originale di RAI Radio1 scritto e diretto da Andrea Pistorio, protagonista della chiacchierata del 7 novembre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.
Andrea Pistorio è stato già ospite di questo blog e sono molto felice di averlo coinvolto di nuovo per affrontare un tema così cruciale come il diritto all’abitare.
“Il titolo del podcast prende il nome dall’omonimo edificio, un museo abitato ai margini del quartiere periferico Tor Sapienza di Roma che vive sotto la direzione e la cura di Giorgio De Finis. Si tratta di un’ex fabbrica di salumi abbandonata, oggi trasformata in uno spazio abitativo e culturale.
Occupata nel 2009 da un gruppo di persone in emergenza abitativa, la struttura è stata ristrutturata dagli stessi residenti che, nel tempo, l’hanno resa un luogo vivo ed organizzato, nonostante l’assenza di riconoscimento formale. Nel 2011 al suo interno nasce il MAAM ovvero il Museo dell’Altro e dell’Altrove, un progetto artistico che lo trasforma in un museo abitato. […]”
Attraverso questo documentario Andrea Pistorio rimarca il suo attivismo giornalistico indagando realtà sotto gli occhi di tutti ma conosciute da pochi.
Il podcast è suddiviso in 5 episodi: ognuno di essi racconta una pezzo della storia che ha contribuito alla formazione del Museo Abitato.
Tra le storie legate allo stabilimento che produceva salumi per il gruppo Fiorucci, gli ex operai raccontano la loro quotidianità con un focus sul legame tra fabbrica e comunità circostante.
L’arte diventa mezzo attraverso cui gli abitanti si riappropriano della loro identità e Metropoliz da luogo di emarginazione diventa simbolo di inclusione e riscatto.
La domanda finale che il podcast si pone è: cosa significa abitare oggi?
Ne abbiamo parlato navigando tra i vari significati di “abitare” e riflettendo insieme sulla lotta per il diritto alla casa.
“Andrea Pistorio è autore e produttore radiofonico presso la redazione podcast e lo sport di RAI Radio1. Ha lavorato con diverse testate, tra cui Radio2, Radio24, Radio Statale e l’European Broadcast Union.
“Metropoliz – Il museo abitato” è il suo secondo podcast. Nel suo primo audio documentario, “Lago – veleni e resistenza”, ci ha raccontato la storia della nascita del Lago Bullicante del Pigneto e la lotta del quartiere contro la speculazione edilizia e, più indietro nella storia, contro lo sfruttamento ed il fascismo”.
Per ascoltare il podcast: https://www.raiplaysound.it/programmi/metropoliz-ilmuseoabitato
Link di approfondimento:
https://www.youtube.com/user/SpaceMetropoliz
https://roma.repubblica.it/cronaca/2025/11/07/news/maam_podcast_museo_tor_tre_teste-424966826
https://themessineser.it/e-uscito-metropoliz-il-nuovo-podcast-di-andrea-pistorio/
https://theparallelvision.com/2025/11/05/metropoliz-podcast-raiplay/
https://left.it/2014/11/11/metropoliz-il-cuore-meticcio-di-roma
https://brilliantmaps.com/unfavourable-roma/
https://www.youtube.com/watch?v=0TX_FP7QNEk (videoclip di Caparezza girato al MAAM)

Fonte dell’immagine qui sopra: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Maam-power-to-the-people-2024.jpg
A Roma, ai margini di ciò che chiamiamo città, sorge un luogo che è insieme casa, sogno e resistenza.
Metropoliz è un museo abitato: ex salumificio divenuto rifugio, laboratorio, opera collettiva.
Le sue mura raccontano chi ha scelto di restare, chi ha trasformato l’abbandono in possibilità e l’assenza di diritti in bellezza condivisa.
Abitare non è soltanto avere un tetto sopra la testa: è anche prendersi cura, creare legami, lasciare che lo spazio diventi corpo comune.
Un verbo che significa presenza, dignità, futuro.
Con il podcast “Metropoliz – Il museo abitato” Andrea Pistorio ci accompagna in un luogo vivo dove la lotta per il diritto alla casa diventa racconto e il diritto all’abitare si intreccia con arte, memoria e speranza.
Un viaggio che ci ricorda che abitare significa appartenere.
Il tema dell’abitare e del diritto alla casa è vasto, carico di implicazioni filosofiche, politiche e culturali.
Il verbo abitare, nel suo significato più profondo, non indica soltanto il possesso di uno spazio: significa costruire un rapporto con un luogo, trasformarlo in qualcosa che accoglie e che si può custodire.
Martin Heidegger, nel saggio “Costruire, abitare, pensare” (1951), sottolinea che l’abitare è la condizione originaria dell’essere umano: l’uomo non abita perché costruisce, ma costruisce perché abita.
Abitare, dunque, è dare forma al mondo attraverso la cura, la memoria, il tempo.
Gaston Bachelard, nella “Poetica dello spazio”, aggiunge una dimensione intima: la casa è il luogo della rêverie, della protezione, dell’infanzia e della memoria. È un luogo “che ci custodisce”, dove ogni stanza, ogni angolo, diventa una proiezione della nostra interiorità.
Da qui nasce il concetto di casa come estensione dell’anima.
Il diritto all’abitare non è solo una questione privata, ma un diritto umano universale.
L’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) afferma che “ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere suo e della sua famiglia, ivi compresa l’abitazione.”
Tuttavia questo diritto è profondamente diseguale.
Secondo dati recenti (ISTAT e Federcasa), in Italia oltre 100.000 persone vivono in condizioni di emergenza abitativa, e oltre 5 milioni di individui sono in condizioni di sovraffollamento o insicurezza abitativa.
Gli affitti sono diventati insostenibili per le nuove generazioni e per molte famiglie, soprattutto nelle grandi città, dove la casa è un bene speculativo più che un diritto.
Abitare, allora, diventa una questione politica e urbana: chi ha diritto alla città?
Abitare significa anche co-abitare.
Nelle esperienze di occupazioni abitative, cohousing, ecovillaggi o condomini solidali, si sperimenta una forma di abitare collettivo che mette in discussione la proprietà privata come unica forma legittima di accesso alla casa.
Spazi come Metropoliz diventano laboratori sociali di abitabilità condivisa, dove l’arte, la solidarietà e la resistenza producono nuove forme di convivenza.
Numerosi autori hanno riflettuto sul senso dell’abitare come specchio dell’epoca. Tra questi:
– Italo Calvino che, nelle Città invisibili, mostra come ogni città sia anche un modo di abitare il desiderio, la memoria, la paura. Ogni abitante plasma la città tanto quanto la città plasma lui;
– Pier Paolo Pasolini, nel suo sguardo sulle borgate romane, parla di case come luoghi di marginalità ma anche di dignità, di vita autentica contrapposta all’alienazione borghese;
– Alda Merini, nei suoi versi, fa della casa una dimensione mentale: “La mia casa è dove posso stare in pace con i miei fantasmi.”
Oggi gli affitti crescono più dei salari, le città si svuotano di residenti e si riempiono di turisti, gli spazi pubblici vengono privatizzati, giovani e migranti vivono in condizioni di provvisorietà continua.
In questo scenario, l’abitare è spesso un atto di resistenza alla disumanizzazione urbana, alla solitudine, alla perdita del senso di comunità.
Abitare vuol dire immaginare un futuro diverso, pensare la casa non come oggetto di mercato ma come spazio politico, relazionale e poetico.
Abitare non solo come sopravvivere, ma partecipare alla costruzione del mondo.
Riflettere sull’abitare significa interrogarsi sul tipo di società che vogliamo.
Il diritto alla casa è, in fondo, il diritto a esistere con dignità nello spazio del mondo.
E ogni casa, concreta o simbolica, che nasce da un gesto collettivo, da un atto di resistenza, ci ricorda che abitare è il primo passo per appartenere.
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Andrea Pistorio; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Poter raccogliere nuovamente la testimonianza di Andrea, mi ha permesso di indagare differenti sfumature del suo lavoro e di conoscere da vicino e dal suo punto di vista alcuni aspetti specifici della storia di Metropoliz.
Per tirare le somme di questo dialogo profondo, prendo spunto da un’intervista che Andrea Pistorio ha rilasciato a fine ottobre proprio a proposito del suo nuovo podcast: https://www.ildifforme.it/spettacoli/andrea-pistorio-metropoliz-intervista/
“[Metropoliz] è un posto incredibile. Parliamo di un ex salumificio di migliaia di metri quadrati, abbandonato da vent’anni e riadattato dagli stessi abitanti. Le case non sono convenzionali, ma vive, colorate, piene di energia.
Mi ha colpito la commistione tra pubblico e privato: nelle abitazioni ci sono opere d’arte visitabili, e ogni ultimo sabato del mese il museo apre gratuitamente al pubblico.
Poi ci sono i suoni, i bambini che giocano, le voci, una dimensione che nelle nostre città si è un po’ persa. E soprattutto la sensazione di sicurezza: è un luogo sereno, dove la comunità si prende cura di se stessa. Anche da “ospite”, lì dentro ti senti a casa. […]
Oggi molte persone sono costrette a vivere sempre più lontano dai centri urbani, in zone meno servite, a causa del calo del potere d’acquisto. E questo alimenta la solitudine, che è il grande male del nostro tempo. Una casa non è tale se non ti fa sentire parte di qualcosa. Abitare vuol dire avere relazioni, riconoscersi in un contesto, prendersi cura gli uni degli altri. […]
Io credo che il margine si sia affollato.
I margini, geografici o sociali, mi affascinano perché spesso anticipano ciò che poi arriva al centro del discorso pubblico. Gli abitanti di Metropoliz hanno occupato l’ex fabbrica nel 2009, subito dopo la crisi dei mutui subprime: le loro parole, registrate allora, sembrano scritte oggi. Parlano di affitti insostenibili, stipendi che non bastano, caparre impossibili.
Oggi queste difficoltà riguardano anche chi ha un lavoro stabile, l’insegnante, il cuoco, il cameriere. È per questo che se ne parla di più: perché il problema non è più ai margini, ma dentro il corpo vivo della società. […] Nella nostra Costituzione non esiste il diritto all’abitare, ma solo quello alla proprietà della terra. Forse dovremmo ripartire da lì, da una riflessione collettiva su cosa significhi oggi garantire una casa degna a tutti. […]
Forse “abitare” oggi significa non dare nulla per scontato, riscoprire il valore del vivere insieme, del condividere spazi, responsabilità, fragilità.
Abitare è essere parte di un luogo, non solo occuparlo. È costruire legami. […]”.
La nostra Costituzione non tiene conto del diritto all’abitare ma solo di quello alla proprietà della terra. Su questo abbiamo moltissimo da lavorare come cittadini e come membri della comunità umana, una comunità che prescinde dai confini geografici imposti da cartine e governi. Gli interessi geopolitici che riguardano il globo ci hanno portato a una dimensione di non-comunità, dove conta esclusivamente il possesso dei territori, il dominio e il potere che si può esercitare sulle persone. Slegarsi da questa logica, al di là di slanci romantici verso un futuro possibile ma percepito ancora lontano, è già una enorme sfida che bussa alla nostra porta ed è già prepotentemente connessa al nostro presente.
Immaginare il futuro purtroppo non basta più, perché avremmo dovuto già costruirlo parecchio tempo fa. Siamo in ritardo, forse fuori tempo massimo, e siamo nel torto. Chi si prenderà cura del nostro diritto all’abitare se non lo facciamo noi stessi? Da quando il diritto a una vita dignitosa è diventato un privilegio? Come è accaduto che siamo riusciti a calpestare i nostri stessi diritti affinché divenissero appannaggio di pochi fortunati?
Il diritto a una casa, alla salute, al cibo e al necessario per sopravvivere non dovrebbero essere privilegi ma sacrosanti e imprescindibili dati di fatto di cui nessuno, a qualunque latitudine e in qualsiasi condizione sociale riversi, dovrebbe essere privo. Eppure la storia dell’umanità non fa che tradire questa regola morale e di autoconservazione della specie, continuando a perpetrare il convincimento capitalista secondo cui casa, cibo e salute debbano essere appannaggio solo di chi può pagarli.
Ci voglio credere davvero che possiamo aspirare alla luna, intesa come approdo metaforico ma anche come un altrove concreto dove non esista proprietà privata né razzismo né colonialismo. Da un po’ di tempo a questa parte è sempre più difficile e doloroso credere ancora in questa utopia, ma cosa ci rimane se rinunciamo anche ai sogni e se non costruiamo tutti – come hanno fatto gli abitanti di Metropoliz – quel razzo che ci permetta ancora di salpare? Costruire per vivere non significa edificare nuovi palazzi e sfruttare il suolo: solo costruire per creare legami e comunità potrà salvarci e liberarci dall’aberrazione del mattone e da quella rincorsa sfrenata all’accumulazione che sotterra prima le nostre anime e poi inevitabilmente le nostre vite.
Chissà, magari in questo viaggio verso la libertà potranno accompagnarci le parole del brano “Space Metropoliz” dei Bicchiere Mezzo Pieno:
“Briciole di case come sciami di asteroidi!
Scafandri immaginari, i caschi, fusti di vernice e
un bambino che di casa ne è senza, abitare non è fantascienza e poi
trema che sulla terra fa un freddo spaziale: ha un cappello pieno di stelle
E un razzo della Telefunken fino a una nuova casa ci può portare,
chi vive in periferia sogna di volare.
La Luna non è di nessuno e nessuno se la può comperare!
Stazione spaziale o favela in fondo è uguale: Space Metropoliz.
Pensa sulla Luna quante belle ragazze o astronavi,
sulla Luna di certo non ci sono ancora i palazzinari e
se le stelle son di cartone ed i sogni gli effetti speciali
il bambino di prima sorride: il suo triciclo ora ha le ali.
E un razzo della Telefunken fino a una nuova casa ci può portare,
chi vive in periferia sogna di volare.
La Luna non è di nessuno e nessuno se la può comperare!
Stazione spaziale o favela in fondo è uguale: Space Metropoliz.
Comete di motorini, “Houston abbiamo un problema”
Dobbiamo accostare la porta sennò cambiano la serratura e
Chi negli occhi ha le stelle, non ha altre case dove andare
La Luna è di tutti ed è libera: la vogliamo abitare!
E un razzo della Telefunken fino a una nuova casa ci può portare,
chi vive in periferia sogna di volare.
La Luna non è di nessuno e nessuno se la può comperare!
Stazione spaziale o favela, stazione spaziale o favela, stazione spaziale o favela in fondo è uguale: Space
Metropoliz.“
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
