
Il nuovo romanzo di Emiliano Locatelli, “Rajesh. Signore dei re”, è stato lo spunto per parlare con l’autore delle terre dell’agro pontino solcate dalle cicatrici dello sfruttamento e del caporalato. Ma non solo.
L’intervista all’autore parte proprio da qui per diramarsi e compiere un percorso insieme tra le ragioni della genesi del libro, i temi trattati in esso, il pensiero e l’esperienza di Emiliano.
Protagonista del romanzo è un ragazzo di 16 anni originario del Punjab e la scrittura di Emiliano Locatelli racconta una società che non aiuta i più deboli. Questo romanzo è il terzo di una trilogia che è estensione del progetto partito con il lungometraggio “Il diavolo è Dragan Cygan” del 2024.
Emiliano Locatelli con questo testo ci invita a riflettere e ci mette davanti a una realtà caratterizzata da profonde ingiustizie e dove le persone, pur di lavorare, sono costrette ad accettare condizioni ai limiti dello sfruttamento.
“Emiliano Locatelli sviluppa sin da piccolo una grande passione per musica, cinema e scrittura. Laureatosi in Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi su Gus Van Sant e Nicolas Roeg, nel 2006 partecipa al primo Festival del Cinema di Roma come membro della giuria popolare, selezionata da Ettore Scola. Nel 2008 frequenta la scuola per filmmaker ACT Multimedia di Cinecittà e nel 2009 fonda la sua prima casa di produzione, la Whitedust Productions, che svolge attività di produzione audiovisiva e musicale.
Nel frattempo lavora come tecnico del suono e microfonista per varie produzioni cinematografiche, tra le quali alcuni lungometraggi con Danny Glover, Rutger Hauer, Deryl Hanna e Michael Madsen
Nel 2014 pubblica il suo romanzo d’esordio “Io sono Vendetta” ed è inoltre autore di tre cortometraggi (Anarchist, Viva Violence, L’educatore) e di videoclip per band emergenti.
Nel 2020 dirige il cortometraggio “Solamente tu”.”

Il romanzo di Emiliano Locatelli si apre con una scena luminosa e corale: la festa del Vaisakhi a Terracina. È un momento di identità, orgoglio e appartenenza per la comunità Sikh, contrapposto fin da subito allo sguardo ostile degli italiani “autoctoni” chiusi in casa o affacciati ad osservare con disprezzo.
Il protagonista, Rajesh, è un adolescente politicamente consapevole e il contrasto chiave del romanzo si esplica ben presto nella contrapposizione tra dignità culturale e sfruttamento materiale.
Il primo antagonista simbolico della storia è rappresentato dal personaggio di Pasquale Vitiello, razzista, imprenditore violento nei modi: da questo incontro il racconto tratta l’orizzonte ideologico tra Sikhismo, marxismo, anticolonialismo.
Dal secondo capitolo entrano nel vivo del racconto le dinamiche del caporalato nell’Agro Pontino. Rajesh lavora nei campi insieme ai genitori sotto il controllo del caporale Ram: il lavoro è disumano, malpagato, alienante, un lager contemporaneo.
Il pensiero di Marx accompagna l’esperienza fisica dello sfruttamento e il romanzo ne illustra la filiera: caporale → padrone → mercato → spreco. La terra dunque non è più nutrimento ma strumento utile a imporre potere e dominio. La grande capacità di Emiliano Locatelli sta, tra l’altro, anche nel delineare i tratti della storia parlando di resilienza proletaria non come di una miseria spettacolarizzata ma come una quotidianità assai faticosa da affrontare.
Il giovanissimo Rajesh vive un conflitto interiore in cui l’amore per i genitori si contrappone all’odio che egli prova per il sistema nel quale è costretto a vivere.
Inoltre un altro tema cardine del romanzo è il senso di dignità, che non è inteso qui come disponibilità economica ma come capacità relazionale. In tale accezione, il pensiero corre veloce al cinema neorealista che, di fatto, sta alla base della genealogia narrativa del romanzo.
La figura del padrone è narrata sottolineando quanto il linguaggio della “famiglia” sia spesso utilizzato e funzionale, esattamente come accade poi nella realtà, per giustificare la violenza esercitata sul luogo di lavoro e la prevaricazione verso i sottoposti. Il caporalato emerge come un sistema mafioso ben organizzato, di certo non come una deviazione isolata del sistema.
Il romanzo ha la capacità di passare dal realismo sociale al lunguaggio del thriller politico: e anche quando l’autore affronta il tema della vendetta non lo fa con uno stile eroico ma allegorico, poichè la vendetta in questo caso si sviluppa proprio a causa dall’assenza di giustizia.
In una recente intervista a Emiliano Locatelli pubblicata su Il Difforme, sono presenti altri spunti interessanti per avvicinarsi alla storia di Rajesh.
Penso siano elementi molto utili per approcciarsi all’ascolto di ciò che Emiliano ha raccontato qui su Frasivolanti.
Caporalato, vendetta e riscatto: Emiliano Locatelli racconta “Rajesh. Signore dei Re” (articolo di Martina Onorati, 16 dicembre 2025, fonte: https://www.ildifforme.it/cultura/libri/caporalato-vendetta-e-riscatto-emiliano-locatelli-racconta-rajesh-signore-dei-re-intervista/ )
“Dalla cronaca dell’Agro Pontino alle istituzioni, senza perdere la forza del racconto. Rajesh. Signore dei Re nasce dall’urgenza di guardare in faccia una realtà che continua a essere rimossa: lo sfruttamento dei braccianti, il caporalato, le vite ai margini su cui si regge una parte dell’economia italiana. Presentato il 10 dicembre alla Camera dei Deputati, il romanzo di Emiliano è un thriller teso e doloroso che chiude una trilogia dedicata alle zone più fragili della società. In questa intervista, l’autore racconta perché ha scelto lo sguardo di un sedicenne immigrato per parlare di disuguaglianze, vendetta e riscatto, e perché oggi, più che mai, la letteratura non può permettersi di restare neutrale. […]
Com’è nato il bisogno di raccontare la storia di Rajesh? C’è stato un episodio preciso che ti ha spinto a trasformarla in un romanzo?
Sono stato tristemente influenzato dai fatti tragici della cronaca recente che hanno riguardato l’Agro Pontino. Sentivo il bisogno di raccontare una storia che partisse dall’ingiustizia dello sfruttamento del lavoro nei campi, in particolare quello della popolazione di origine indiana. Volevo narrare le vicende di un sottoproletariato sul cui sfruttamento molte aziende del territorio basano i loro profitti.
Il protagonista è un sedicenne del Punjab. Perché scegliere lo sguardo di un ragazzo straniero per raccontare una realtà italiana come il caporalato?
Ho provato a immaginare quanto potesse essere dura per un adolescente, proveniente da un Paese lontano migliaia di chilometri, vivere in una famiglia di braccianti. Cosa significhi affrontare il lavoro sottopagato e, soprattutto, perdere improvvisamente un genitore, ritrovandosi a portare sulle spalle la responsabilità di mandare avanti una famiglia quando, a quell’età, si dovrebbe pensare ad altro.
Nel 2025 molti immigrati vivono condizioni simili a quelle dei nostri bisnonni nell’immediato dopoguerra: case fatiscenti, famiglie stipate, spostamenti a piedi o in bicicletta, paghe di tre euro e cinquanta all’ora per 10-12 ore di lavoro, senza diritti né certezze contrattuali. Sembra di guardare indietro nel tempo. Ed è assurdo.
“Rajesh. Signore dei Re” è insieme un thriller e un romanzo sociale. Come hai trovato l’equilibrio tra intrattenimento e denuncia?
Per me un romanzo, come un film, deve far riflettere e denunciare, ma anche intrattenere. Quando leggo o guardo qualcosa voglio prima di tutto passare del buon tempo. Ma alla fine devo sentirmi scosso, influenzato anche dal punto di vista intellettuale. […]
Con questo libro chiudi una trilogia dedicata alle zone più fragili della società. Cosa lega i tre volumi?
Tutti e tre partono da un evento tragico scatenante e hanno come tema centrale la vendetta, che io intendo come riscatto. È il tentativo di ribellarsi a una condizione sociale oppressiva, di reagire a un’ingiustizia palese.
Non mi interessa dare giudizi morali. Non voglio dire al lettore se ciò che accade sia giusto o sbagliato. Desidero che chi legge o guarda un mio lavoro arrivi a una propria conclusione, in base alla propria morale. Io ho la mia, certo, ma non voglio imporla.
Il tuo background da regista è molto evidente nella scrittura. Quanto cinema c’è nei tuoi romanzi?
La mia scrittura è profondamente cinematografica, costruita per immagini. È evocativa ma non eccessivamente descrittiva. La sceneggiatura ti insegna a essere conciso, a descrivere solo ciò che può essere visto sullo schermo. Un pensiero non lo descrivi: mostri il volto dell’attore che lo sta vivendo. Nei miei romanzi funziona allo stesso modo. Lo stato d’animo del protagonista emerge attraverso le sue espressioni, le azioni, i comportamenti. Questo rende la lettura più scorrevole, più diretta. Almeno questo è il tentativo: il giudizio finale spetta ai lettori. […]
Il caporalato è ancora una ferita aperta nel 2025. Che responsabilità sente uno scrittore quando affronta temi così duri e attuali?
Per me un artista deve essere partigiano. Deve analizzare e criticare la società con l’obiettivo di migliorarla. Negli ultimi quarant’anni abbiamo smesso di farlo. Dopo la caduta del Muro di Berlino ci sembrava di vivere nel migliore dei mondi possibili, ma oggi, tra guerre, genocidi, crisi economiche e sfruttamento, ci rendiamo conto che non è così.
C’è una concentrazione della ricchezza sempre più estrema: il 98% contro il 2%. Questo romanzo non parla solo di immigrati, ma della classe sociale a cui appartiene ormai la maggior parte dell’umanità, costretta a vendere la propria forza-lavoro per sopravvivere. Nel libro racconto chi sta ancora più in basso, all’ultimo gradino della piramide, quasi sepolto.
[…] Mettersi nei panni di un ragazzo straniero di 16 anni, nell’Italia del 2025, costretto a lavorare la terra per sopravvivere, è stato emotivamente faticoso. È una realtà difficile anche solo da immaginare, se si è stati più fortunati.”
A proposito di linguaggio cinematografico, mi sembra utile anche citare una passaggio di un’altra intervista a Emiliano (disponibile qui: https://www.ildifforme.it/spettacoli/cinema/emiliano-locatelli-film-prime-video/ ).
“[…] Come definiresti il tuo stile cinematografico in tre parole?
Direi “materialistico-dialettico, analitico della coscienza e sinestetico”. So che sono termini complessi, ma penso che descrivano bene il mio approccio. Mi piace esplorare la profondità delle emozioni e delle contraddizioni umane, cercando di trasmetterle anche a livello sensoriale. […]”
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Emiliano Locatelli; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Gli elementi di riflessione che emergono dalla storia di Rajesh sono tanti. Ma si può provare a riassumere i principali.
Il romanzo parla di:
– Caporalato come sistema: non si tratta di criminalità marginale ma di un’architettura economica sostenuta da imprese, politica locale, consenso sociale e razzismo strutturale;
– Lavoro alienato: non costruisce identità e non restituisce onore a chi lo compie ma, anzi, sottrae umanità alle persone. In tal senso Marx è costantemente chiamato in causa per fornire una lente interpretativa;
– Ipocrisia della legalità: la legge colpisce i deboli e protegge i forti;
– Contrapposizione tra comunità Sikh e Stato italiano: la prima offre solidarietà reale e il secondo esercita solo controllo;
– Adolescenza e riflessione politica: Rajesh è un personaggio con un approccio e un pensiero rari. Non è ingenuo, non è vittima passiva ma intellettualmente consapevole.
Emiliano Locatelli trasforma la realtà in mito tragico e il suo è un romanzo politico, un atto d’accusa, una tragedia moderna sul lavoro, un modo per esprimere anche il suo pensiero senza tuttavia imporlo al lettore. Uno dei tanti meriti di questo racconto è quello di sottrarre il caporalato alla narrazione emergenziale o folkloristica per trattarlo invece come un meccanismo strutturale del capitalismo contemporaneo. Il caporalato non è descrivibile come un abuso isolato o come il frutto di pochi “cattivi”, non è neanche una patologia del sud arretrato.
Esso è, al contrario, un dispositivo economico perfettamente integrato nella filiera agricola globale che sfrutta la manodopera migrante, utilizza i caporali come intermediari violenti, ricatta i lavoratori con il debito e il permesso di soggiorno. Questo doppio volto è il cuore del romanzo: il caporalato nel mondo funziona esattamente così e il padrone non è mai un criminale ai margini ma piuttosto un uomo perfettamente inserito nella rispettabilità borghese, che addirittura viene premiato, fotografato e applaudito.
È qui che il romanzo lancia un messaggio radicale e universale: la violenza non è fuori dal sistema, essa è il sistema stesso.
Altro punto forte delle parole di Emiliano Locatelli è la capacità di narrare Rajesh non come un ragazzo che semplicemente legge Marx ma come una persona che vive il pensiero di Marx sulla propria pelle. Il lavoro nei campi infatti è distruttivo a livello fisico e privo di senso, non è motivo di orgoglio, non produce competenza nè identità ma solo stanchezza e obbedienza al padrone. La narrazione nel romanzo insiste proprio sul corpo descrivendo mani spaccate, freddo nelle ossa, schiene piegate, svenimenti. Tutto questo dolore è tempo rubato alla vita.

Non esiste dignità nel lavoro sfruttato, anche quando è necessario per sopravvivere, poichè il lavoro salariato svolto in quelle condizioni è intrinsecamente disumano.
La legalità nel libro è rappresentata perfettamente come uno strumento di classe poiché la legge colpisce i migranti e chi parla di sindacato ma la stessa legge sembra non vedere il caporalato, né il lavoro nero, né i ricatti, né lo sfruttamento. Le istituzioni dunque sono solo ingranaggi di legittimazione e il romanzo suggerisce una tesi forte con la quale mi sento d’accordo: quando lo Stato fallisce, la comunità diventa l’ultima forma di giustizia possibile.
Questa storia non chiede empatia al lettore ma responsabilità. Non fa concessioni, non attenua, non consola e non indora la pillola e penso sia anche questa la sua forza propulsiva perché, se in alcuni di noi è ancora vivo un barlume di sentimento di classe e di attenzione verso la dignità umana, un racconto del genere non può non farci alzare dalla sedia, parlarne, agire in qualche modo anche “solo” prendendo posizione senza suffragare la favoletta secondo cui conta solo l’orticello di casa nostra e questo sia il migliore dei mondi possibili.
No, non è affatto così. Viviamo nel peggiore dei mondi, che sfrutta le persone, le risorse e la natura, che calpesta i molti per arricchire pochissimi. Interessi economici, geopolitici, capitalistici: questi sono cancri contro i quali serve solo avere estrema e profonda consapevolezza. Non è vero che si vive meglio se non si sa e non si approfondisce: si diventa solo schiavi più succubi e meglio manovrabili. Si diventa in sostanza burattini e per giunta mossi dalle mani sbagliate.
A quel punto, una volta che ormai sei un burattino, a che serve la tua vita? Che senso ha? Quale valore attribuisci al poco tempo che ti è concesso di vivere? Cosa pensi di poter portare via con te dei tuoi beni materiali quando sarai morto e banchetto per i vermi?
Nel confronto con Emiliano, a un certo punto ho voluto anche chiedergli se credesse ancora nella figura dell’intellettuale militante. Non svelo la sua risposta perchè la si può trovare ascoltando l’intervista, ma approfitto di questo spazio per ribaltare la medesima domanda a chiunque stia leggendo qui.
Qualche giorno fa, in una conversazione come tante, ho ascoltato una persona lamentarsi del proprio lavoro. Un lavoro con regolare contratto a tempo indeterminato, con versamento dei contributi previdenziali e orari di servizio umani, che richiede scarso impegno mentale e fisico, con garanzia di rispetto di tutti i diritti principali del lavoratore e con un dignitosissimo stipendio regolarmente corrisposto a fine mese. Parliamo di quasi duemila euro, per un impiego ottenuto appena dopo il conseguimento del diploma di scuola superiore.
Ecco, davvero io non so come dirlo meglio ma chi ha l’ardire di lamentarsi di una simile condizione economica (perchè di quello parliamo) ha veramente poco chiaro il periodo storico che stiamo vivendo, ma non solo. A mio avviso ha poco chiaro proprio cosa conti nella vita (sì certo anche i soldi contano, ma per sostentarsi), senza considerare che evidentemente non ha mai lavorato, ad esempio, nei campi sotto il sole cocente per pochi euro, senza contratto, senza alcuna tutela in caso di incidenti e sotto lo strapotere di un padrone che tratta i propri sottoposti come merce, come oggetti. E il mio non vuole essere buonismo, beninteso: nè voglio dire che è sempre giusto accontentarsi delle condizioni lavorative pensando a “chi sta peggio” per mera autoconsolazione. Si tratta di rendersi conto di dove siamo e di cosa conta. Si tratta di comprendere le proprie fortune immeritate, si tratta di capire che la condizione in cui ciascuno di noi vive (da questa parte di mondo estremamente graziata dalla dea fortuna) è stata solo una questione di – perdonate il termine crudo – pura e semplice botta di culo. Una botta di culo, per giunta, ovviamente non derivante da nostri particolari meriti oggettivi ma dettata appunto dalla fortuna di essere nati dalla parte ricca del globo. Ciò che ci capita qui, comprese le cose che vanno male (sì, anche quelle) sono condizioni per le quali come minimo dovremmo baciare il suolo su cui poggiamo i nostri piedi. E questa visione non deve servirci a farci essere succubi e grati al dio capitalismo ma, anzi, deve servirci ad essere consapevoli che questo sistema che ha sancito la nostra fortuna per nascita è profondamente ingiusto e iniquo. Lamentarsi se percepiamo poco meno di duemila euro di stipendio al mese ci rende solo più affini ai padroni, più avidi e ingrati, più insoddisfatti della nostra vita e sempre più lontani dal capire la realtà e dal restituire senso e valore (non economico) alla nostra vita e a quella altrui.
Colgo questa occasione di riflessione finale per ringraziare ancora una volta Emiliano Locatelli. Per il suo approccio, per la sua arte, per la sua postura nei confronti della vita e del sistema in cui viviamo, perché non si è arreso, perché ha a cuore le interazioni che arricchiscono il nostro valore umano. Lo ringrazio perchè insiste giustamente sul fatto che fare arte non deve ridursi a un esercizio di autoreferenzialità dell’artista ma deve riuscire a parlare di temi che riguardano tutti per scardinare le ingiustizie del mondo cominciando a raccontarle apertamente, senza sconti.
E poi – ci tengo – lo ringrazio profondamente anche per aver accostato Pablo Picasso a David Lynch e Ken Loach. Lo ha fatto raccontando il perché di questo suo pensiero e descrivendo il massimo esponente del cubismo come una summa, a livello di approccio artistico, dei due registi Lynch e Loach. Tutti e tre sono accomunati dall’intento di fornire messaggi che vadano oltre se stessi e oltre le loro opere in quanto tali. Messaggi che siano universali, che smuovano qualcosa nelle coscienze e nel profondo dei fruitori, messaggi che veicolino una spinta all’azione non rappresentata dal mero “consumo” di un prodotto ma dalla portata politica in senso lato che quel prodotto artistico può avere nella vita delle persone.
E per terminare in bellezza con uno sguardo sospeso che tenga aperte le porte a futuri felici confronti con Emiliano, godiamoci Picasso.


Ulteriori approfondimenti:
https://kritica.it/tutti-gli-articoli/vaisakhi-sikh-terracina-storia-rajesh/
https://youtube.com/@whitedustproductions
David Lynch, Picasso, & the art of Story: https://www.linkedin.com/pulse/david-lynch-picasso-art-story-joshua-yancey
https://blog.artsupp.com/david-lynch-regista-visionario-si-ma-anche-pittore/
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
