Michelangelo Ciminale è nato nel 1988 a Bologna e cresciuto a Roma. Nella capitale si laurea in antropologia con la tesi “Chissà che succederà ora. Diari di bambini e adolescenti italiani durante la Seconda Guerra Mondiale”, poi pubblicata da Qudulibri.
A 23 anni inizia a lavorare in campo sociale in progetti finanziati dalla Regione Lazio negli ambiti della riduzione del danno, tratta e accoglienza.
Parallelamente studia produzione musicale e composizione per video, collabora in alcuni documentari e spot e insegna musica elettronica nella scuola Musikè.
I viaggi, ma anche le esplorazioni più vicine, sono alla base di una passione per la natura che lo porta ad approfondire sempre più il mondo animale e vegetale.
Oggi vive a Berlino, dove lavora nel Giardino Botanico. Sogna una casa in campagna con delle galline.

Il percorso di Michelangelo Ciminale è stato argomento dell’intervista del 28 maggio 2026 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.

La curiosità di intercettarlo è nata scovando in rete progetti che avessero un senso sul piano sociale e artistico; è insolito poter esplorare il racconto di chi ha attraversato nella propria vita professionale tante sfaccettature diverse. Michelangelo ha sperimentato molto ed è una persona curiosa, desiderosa di imparare, in grado di abbracciare il cambiamento come una scoperta. Sensibile ai temi sociali, rispettoso dei tempi della natura e della nostra vita, consapevole di ciò che vuole e con un senso di giustizia sociale, ambientale, professionale e umana di cui sarà bello chiacchierare insieme.
Non ultimo, di Michelangelo mi ha colpito anche il suo desiderio di ascoltarmi e conoscermi sentendoci al telefono prima dell’intervista: un vero e proprio gesto di cura.

Tra i progetti musicali recenti realizzati da Michelangelo, anche la colonna sonora di “Chuño y Mote” di Isabella Mancioli: un progetto multimediale che racconta i contrasti della Bolivia contemporanea attraverso il corpo, la memoria e uno sguardo molteplice. Un viaggio tra i ring delle cholitas luchadoras e le strade di La Paz, tra forza e dolcezza, riti e rivoluzioni silenziose.
Il titolo evoca un doppio: il chuño, patata andina essiccata, simbolo di resistenza e durezza; il mote, chicco di mais bollito, morbido e nutriente. Questo dualismo attraversa l’intero video, dove le immagini dei luchadores e delle luchadoras si alternano a riprese sospese della città, spazi pubblici e privati, momenti lenti e gesti intensi.

https://www.fratellimancioli.com/

https://www.isabellamancioli.com/portfolio/chuno-y-mote-fratelli-mancioli/

Canale YouTube Michelangelo Ciminale: https://www.youtube.com/@sea_son_music

Soundcloud: https://soundcloud.com/sea_son_music

Instagram: https://www.instagram.com/michelangelo_ciminale/

“Chissà che succederà ora. Diari di bambini e adolescenti italiani durante la seconda guerra mondiale”: https://books.google.it/books/about/Chiss%C3%A0_che_succeder%C3%A0_ora_Diari_di_bamb.html?id=LezuwQEACAAJ&source=kp_book_description&redir_esc=y


Quello che colpisce del percorso di Michelangelo non è soltanto la quantità e la varietà di cose che ha fatto, ma anche il modo in cui le ha attraversate.
In un tempo che ci chiede ossessivamente di definirci, specializzarci, produrre una narrazione lineare di noi stessi, Michelangelo sembra aver preferito la strada della curiosità e della trasformazione.
Ha studiato antropologia svolgendo uno studio sulle parole dei bambini durante la guerra, ha lavorato nel sociale nei territori di marginalità, ha insegnato musica elettronica, composto colonne sonore, collaborato con il cinema, attraversato paesi, paesaggi e modi di vivere diversi.
Oggi lavora presso il Giardino Botanico di Berlino, e questo cambio culturale e geografico si collega anche al suo concetto di cura.
Cura delle persone, di se stessi, della natura, della memoria, del tempo. Cura di ciò che cresce lentamente.
Gli incontri con le persone non sono contenuti da consumare ma spazi da abitare e torna spesso nelle sue riflessioni l’idea che il lavoro non debba essere soltanto produttività o sopravvivenza, ma un modo per stare al mondo insieme agli altri senza tradire ciò che si è.
In un tempo di velocità, prestazione e rigidità identitaria, la storia di Michelangelo riconduce al valore della ricerca, del cambiamento, del dubbio.
La riflessione telefonica fatta assieme qualche giorno fa ci ha visti concordi su vari punti di vista, fra questi c’è la convinzione che scegliere di svolgere lavori che per noi abbiano senso non significa accettare lo sfruttamento. La dignità passa anche dal diritto a essere riconosciuti, pagati il giusto, rispettati nel proprio tempo umano.
Il percorso di Michelangelo colpisce perchè non racconta di accumulo ma di costruzione graduale.

Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Michelangelo Ciminale; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


<< Oggi sono stato molto attento, a pranzo, di rompere il guscio delle noci per metà per farne delle belle navi.
 Finito di mangiare sono andato nel bagno, e, mentre la vasca si riempiva d’acqua, io ho messo per bene le vele ai gusci di noci e le corazzate a vela di Curchill erano pronte. Poi è venuta la volta delle corazzate italiane costruite con gran stile bellico. Riempita mezza vasca di acqua ho chiuso il rubinetto ed ho varato tutte le navi; però le inglesi da una parte, e dal lato opposto quelle italiane. Le vedette hanno già dato l’allarme ai marinai di bordo. Le corazzate italiane hanno anche gli aereoplani catapultabili. Due di essi vengono lanciati per andare a bombardare il nemico. Le loro bombe sono alcuni piombini, di quelli per piombare i pacchi. Eccoli sono sulle corazzate inglesi! Una di esse colpita da tre bombe sbanda paurosamente. Gli aereoplani hanno ancora una sola bomba, e quella, indovinate dove è cascata! Sul mio naso, proprio sul mio naso, perché io mi ero fatto troppo sotto per vedere gli aereoplani che gettavano il loro carico micidiale. >>

“Nel 1940 Diego Squarcialupi ha dieci anni e vive a Venezia. Suo padre è un ufficiale dell’esercito e Diego nutre una grande passione per i giochi di strategia bellica, che descrive dettagliatamente nel suo diario con tono scanzonato e buffonesco.
Quella di Diego è una testimonianza di come il conflitto circostante possa entrare a far parte del linguaggio e dei giochi dei ragazzi.”

Testo tratto da “Chissà che succederà ora. Diari di bambini e adolescenti italiani durante la Seconda Guerra Mondiale” (https://www.ibs.it/chissache-succedera-ora-diari-di-libro-michelangelo-ciminale/e/9788899007584 )

Desert Rose (Adenium) Moung VN (Vietnam Purple) – fonte: https://toptropicals.com/store/item/7137.htm

Verdone del Vietnam – fonte: https://animalia.bio/it/vietnamese-greenfinch

Cercopiteco grigioverde – fonte: https://animalia.bio/it/grivet

September Victoria Regia Amazonas Botanischer Garten Berlin – Master Botany Photography 1989 – fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:September_Victoria_Regia_Amazonas_Botanischer_Garten_Berlin_-Master_Botany_Photography_1989-_panoramio.jpg

Aechmea Weilbachii – Botanischer Garten Berlin-Dahlem – fonte: https://www.flickr.com/photos/46774986@N02/29326692867/

Prima di ridare spazio alle parole, ho voluto lasciare ampio spazio qui sopra ad una selezione di immagini tratte dal web e che in qualche modo evocano alcuni dei luoghi visitati da Michelangelo. Eppure non sono solo i territori geografici a fare la differenza in queste immagini ma la vegetazione, gli animali e tutti gli esseri viventi che a occhio nudo non si riescono a vedere ma che compongono l’immenso ecosistema che si staglia in queste porzioni di mondo apparentemente piccole.

Colori, piante e animali sono i primi elementi che possiamo di certo associare a Michelangelo Ciminale e alla sua passione smodata per la terra, intesa sia come pianeta più ampio che ci ospita sia come parte di territorio in cui viviamo di volta in volta nelle varie tappe della nostra vita.

Tutto ciò mi fa pensare ai viaggi, certo, ma anche ad un amore innato per la natura: un amore che sento fortissimo anche in me, nonostante siano ancora pochi i luoghi del mondo che ho visitato sinora. Ma questo amore non ha regole e non conosce confini: è nella gioia di osservare un gabbiano volare sul pelo dell’acqua, nel fragore che riecheggia in noi quando riusciamo ad ascoltare il canto degli uccellini anche in mezzo ai molesti rumori di fondo del traffico. Questo amore è anche nel dolore quando guardiamo un fiore strappato, un albero abbattuto, una foresta bruciata, i cerchi nel tronco di un essere che avrebbe potuto vivere ancora, il pianto di un animale abbandonato o ferito o che ha perso i suoi cuccioli.
Credo che esplorare il mondo sia come leggere libri: farlo non ti rende automaticamente una persona migliore, ma se sai quanto sia importante e che senso ha per te sei a metà di un cammino che sai già non terminerà mai. La scoperta infatti non è un timbro da apporre sulla scheda delle esperienze fatte ma è piuttosto un modo di vivere che non ti abbandona mai e che, ad ogni nuova scoperta, ti fa sentire la voglia di sapere di più, di andare oltre, di immergerti completamente, di capire cos’altro c’è anche in te, cosa puoi fare per meritare questo tempo e questo luogo.

La visione individualista che permea la società ci tira costantemente verso un cupo senso di indifferenza, ci vuole indurre a reputare importanti cose che non lo sono affatto. E tutto questo in nome della frenesia, del profitto, della produttività, della circolazione di denaro, dell’economia che arricchisce i pochi e distrugge ecosistemi ed esseri viventi. In questa distruzione ci siamo dentro tutti noi umani, sia nel ruolo di esseri che distruggono sia nel ruolo di esseri in grado di remare dritti verso l’autodistruzione e l’estinzione della propria specie.

L’essenza del percorso di Michelangelo mi ha ricordato però anche quanto sia importante l’incontro con l’altro, con l’umano, e non solo con la natura. Ci sono persone che inseguono una carriera, uno status e un’identità etichettata e poi c’è chi continua a porsi domande: Michelangelo Ciminale di certo appartiene a questa seconda categoria.

Antropologo, operatore sociale, musicista, esploratore e amante della natura: nel suo cammino è alla costante ricerca di ciò che è vivo.

Vive il lavoro come uno spazio di significato, si è dedicato alle persone lavorando in progetti di accoglienza e inclusione sociale, ha studiato le parole dei bambini durante la guerra cercando nei loro diari le emozioni, le paure, le speranze e i piccoli gesti che la attraversano. La stessa attenzione che Michelangelo riserva alla natura la si ritrova, quindi, nel suo rapporto con le persone. Le piante, gli ecosistemi, i ritmi della terra non rappresentano per lui una fuga dalla società ma un’altra forma di ascolto, un modo di comprendere le relazioni che tengono insieme il vivente. Nel mondo vegetale, come nelle comunità umane, tutto esiste grazie a un equilibrio fatto di interdipendenze, adattamenti e cura reciproca.

Michelangelo osserva, si prende cura, ascolta e impara con curiosità e con il rispetto di chi sa che nessuna forma di vita esiste da sola.

La fatica che ogni giorno sentiamo – o almeno che alcuni di noi sentono – è proprio dettata da due forze opposte: da un lato l’istinto di sopravvivenza che ci vorrebbe più attenti alla cura del luogo che ci ospita e del nostro benessere psico-fisico, dall’altro lato la spinta ad essere ingranaggi del sistema capitalistico, privi di amor proprio e servi di un progetto che distrugge e annienta.

In questa bella chiacchierata abbiamo attraversato vari temi e ciò che emerge, tra le altre cose, è la necessità di dire, di affermare che vorremmo una vita migliore e al nostro ritmo, che vorremmo un lavoro che non fosse schiavitù e rinuncia alla dignità, che vorremmo restituire al mondo tutta la bellezza che abbiamo sottratto nei secoli, che vorremmo esistere in armonia con il resto, che vorremmo costruire e non distruggere, e che vorremmo poter dire liberamente tutto questo in qualsiasi consesso.

Se mancano i luoghi e le occasioni per farlo, penso sia giunto il momento di strappare questi luoghi e queste occasioni a tutto il tempo di cui siamo stati derubati. Se ci manca la voce per dire, credo sia giunto il tempo di togliere quella voce da tutte le frasi che non ci definiscono, che non ci appartengono e con le quali ci hanno imboccato. Forse così riavremo le energie, la voce e le occasioni per parlare: per sconfiggere la fatica di dover vivere una vita che non è vita.

Quali desideri nascono da noi e quali derivano dalle aspettative che la società costruisce attorno alle nostre vite?
Lavorare senza un vero scopo, produrre, accumulare, competere, raggiungere traguardi prestabiliti: e se invece si potesse stare al mondo senza misurare il successo da ciò che si possiede ma dal modo in cui si abita la propria esistenza?

Esiste una libertà che nasce quando smettiamo di accondiscendere a ciò che ci viene imposto e iniziamo ad ascoltare ciò che ci mette in vera relazione con il resto del mondo.

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti