Pino Mercuri si occupa di persone da molti anni: prima in Unilever, Vodafone, Artsana Group, Ariston Thermo Group, Microsoft e ora nel ruolo di HR Director in Agos. Il suo lavoro consiste nel realizzare strategie aziendali efficaci per le persone.
Racconta il futuro del lavoro ed è speaker nazionale e internazionale anche sui temi HR digital innovation, diversity, personal branding e change management. Ama i viaggi, il cinema e le serie di fantascienza. Ha scritto il libro Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia (Licosia).

Ho ascoltato Pino Mercuri a maggio 2019 presso la Camera di Commercio di Bari durante un convegno sul futuro del lavoro e della tecnologia.
In questa intervista gli ho posto alcune domande sul suo ruolo di Direttore Risorse Umane, sulla sua storia e i suoi ricordi familiari, sulla vita personale conciliata con il lavoro, su quello che per lui significa lavorare, donare, ricevere.


1) Parto citando il tuo articolo apparso su SenzaFiltro e intitolato La formazione sta alle aziende come la scuola all’Italia.
“Che senso ha investire sulla formazione? Molto meglio gestire la trimestrale e sperare in bene. La formazione diventa per le aziende quello che la scuola è per lo Stato: se oggi si taglia qualche ora di formazione, cosa vuoi che sia? Sicuramente non ci accorgeremo dell’effetto in questo anno fiscale. Le aziende meno lungimiranti – quelle che guardano con ossessione alla trimestrale – hanno pensato bene di risparmiare rallentando gli investimenti in formazione. Mi viene in mente una frase di Henry Ford: “Chi smette di fare pubblicità per risparmiare soldi è come se fermasse l’orologio per risparmiare il tempo”. Ecco, sostituite il termine “pubblicità” con “formazione” e avrete chiaro che nell’attuale contesto dell’economia della conoscenza la formazione è un fattore di competitività aziendale netto e preciso. […] La formazione quindi dovrà necessariamente tornare di strettissima attualità e di rilevantissima importanza. Le aziende che non ne hanno compreso la radicale centralità stanno correndo verso la loro irrilevanza.”

La formazione e la preparazione oggi non sono intesi come elementi di merito e di orgoglio, e questo si evince tanto in ambito politico quanto nei contesti aziendali. Nell’articolo auspichi un cambio di rotta, affinché le persone, le organizzazioni, la società tornino a foraggiare la conoscenza. Una popolazione che sa e che ragiona è pericolosa perché in grado di capire e di scegliere e io credo che l’Italia stia seguendo questo trend negativo proprio in virtù del fatto che persone non informate sono meglio gestibili e raggirabili.
Al di là di questa mia personale visione, mi piacerebbe sapere da te cosa potrebbero e dovrebbero fare le aziende per rendere la formazione un punto cardine del proprio ingranaggio di crescita.
Credo che il miglior modo per rendere “talenti” tutti i potenziali in azienda sia doveroso ragionare a lungo termine, fare piani sulle persone, curare le relazioni (e le persone), farle crescere: è questo il primo vero benefit che ci resta.
Come agire dunque? Perché si bada spesso a risultati economici immediati e non si investe a lungo termine sulle persone?

“Siamo ormai entrati nell’economia della conoscenza: molti indicatori ci raccontano di come il sapere sia diventato vero motore di competitività. C’è una correlazione stringente tra spese in istruzione ed education dei singoli paesi e la loro progressione economica ma ci sono anche, guardando al micro dettaglio, professionisti che hanno sviluppato le competenze più appetibili sul mercato e che possono stabilire la propria retribuzione.
In sostanza chi sa ottiene la leadership (e la mantiene). È quindi contro intuivo che non si investa in questo elemento di competitività.
Non ci sono ricette magiche per invertire la tendenza ma ciò che dovrebbe guidare l’azione dei leader – siano essi capi di stato che manager di azienda – dovrebbe essere avere sempre uno sguardo su come sto lavorando oggi sulla competitività futura della mia organizzazione, ribilanciando la dittatura delle trimestrali di borsa o delle finanziarie annuali dei singoli paesi.
Allora sì che potremmo avere il giusto focus su questo elemento tanto prezioso.”

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Pino Mercuri

 

2) Sei stato HR Director di Microsoft Italia per 6 anni. In un articolo pubblicato su LinkedIn hai parlato di 6 lezioni di leadership che hai appreso in questo arco di tempo.
Le hai riassunte in 6 frasi: Sky is the limit – it seems impossible until it’s doneYou don’t know what you don’t know, Ascolta un pizzico in più e sospendi il giudizio un po’ di più, Se sei la persona più smart nella stanza…sei nella stanza sbagliata, Managing mail is managing others’ priorities, Il cambiamento è difficile, ma è necessario.
Mi soffermo sul terzo punto: Ascolta un pizzico in più e sospendi il giudizio un po’ di più
Affermi che ascoltare un po’ di più e trattenere il proprio giudizio sia un esercizio complesso ma con effetti positivi. Immagino quindi che tu lo abbia fatto e ti sia fatto sorprendere dagli effetti.
Cosa hai scoperto sulle persone con cui interagisci? Quale tratto puramente umano potremmo portare nei nostri luoghi di lavoro che ancora non siamo in grado di portare? Perché spesso, soprattutto chi occupa i ruoli più in alto in organigramma, è portato a considerare corretto solo il proprio metodo e il proprio pensiero?

“È un elemento centrale. Il contesto di business cambia alla velocità della luce e in questo contesto pensare che un leader abbia tutte le risposte è irrealistico.
Si calcola che gli executive abbiano conoscenza solo del 5/10% dei problemi reali delle loro organizzazioni. Pensare di conoscere tutto diventa quindi non solo irrealistico ma probabilmente produce le soluzioni sbagliate.
Il leader dovrebbe essere a suo agio con il fatto di non conoscere tutte le risposte e quindi tirarle fuori dai propri collaboratori diventa vitale.
Nella mia esperienza ho appreso che potresti essere stupito dalla qualità delle azioni adottate dalle persone che lavorano con te se gli dai sufficiente autonomia. D’altronde lo diceva anche Steve Jobs: non ha senso assumere persone smart e dir loro cosa fare.”

 

3) Mi soffermo anche su un’altra delle 6 lezioni di leadership di cui hai scritto: “Se sei la persona più smart nella stanza… sei nella stanza sbagliata”.

Credo che riguardi l’importanza di imparare dagli altri senza invidia e senza sentirci arrivati ma sempre pronti a ricevere insegnamenti. Senza sentirci neanche da meno rispetto agli altri ma con la certezza che il lavoro è scambio, crescita, valorizzazione delle nostre e delle altrui qualità.
Quanto è difficile oggi vedere nei colleghi il valore e metterlo in luce? In cosa potremmo crescere come persone se applicassimo questa lezione di leadership?

“L’apprendimento continuo è predittore di performance.
A lungo andare una persona che si impegna costantemente nell’apprendere cose nuove avrà una performance migliore del classico studente brillante che non si applica. L’intelligenza conta, certamente, ma conta ancor di più quanto sforzo metto nel far crescere le mie competenze, nell’investire sul patrimonio di conoscenze.
È un concetto che non sempre si vede nelle nostre organizzazioni ma che sta prendendo piede, timidamente, attraverso il successo globale del libro “Mindset” di Carol Dweck che ha portato alla ribalta il concetto di growth mindset.”

 

4) Lo smart working è un tema molto dibattuto; tu lo hai affrontato in un articolo in cui parli dei benefici di un cambiamento culturale che ci renda più partecipi della nostra vita professionale e privata.
Se posso aggiungere un paio di aggettivi: lo smart working renderebbe la nostra vita ricca delle cose che amiamo e di un lavoro che ci soddisfi senza crearci disagi legati ai trasporti o alla conciliazione dei tempi.
Per attuarlo servono in primo luogo la fiducia e la voglia di riportare al centro il benessere delle persone (con i fatti e non solo con gli slogan).
I risultati ottenuti in Microsoft fanno ben sperare e ciò su cui tu hai posto l’attenzione è “la sensazione di essere valorizzato come professionista e come persona” che deriva da un lavoro agile.
Credo che questa agilità debba diventare patrimonio di tutti in azienda, a ogni livello della scala gerarchica, e possa far sentire un dipendente anche valorizzato e più produttivo. Eppure sono tanti i contesti in cui il lavoro è concepito come un compartimento stagno in cui ti realizzi e produci solo tra le mura dell’azienda.
Molti sono anche i pareri secondo cui lo smart working sarebbe alienante poiché ostacolerebbe l’interazione tra colleghi.
Quali benefici hai ottenuto tu dallo smart working e come suggeriresti di sviluppare la cultura della crescita attraverso questo modo di lavorare?

Smart working è una via obbligata: non ha più senso controllare gli orari di entrata e uscita ai tornelli degli uffici. Presenza e produttività sono due concetti che non sempre – in alcuni casi raramente – sono sinonimi.
Si dovrebbe invece responsabilizzare le persone (e le organizzazioni) sull’output. Che valore porto all’azienda e in che modo? Spesso si ritiene – erroneamente – che lo smart working escluda presenza ed elemento umano di collaborazione fisica.
In realtà le due anime – presenza fisica e collaborazione virtuale – saranno sempre più un blending. Modalità diverse di fare la stessa cosa: portare valore all’organizzazione per cui lavoro.”

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5) Hai scritto un libro che si intitola “Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia”.
Su LinkedIn hai racchiuso in un articolo gli insegnamenti che ti ha lasciato la tua nonna.

Capita spesso anche a me di ripensare a mia nonna, e nelle tue parole ho riletto la stessa tenerezza che provo quando ricordo i suoi modi di dire o quelle frasi proverbiali che nella vita tornano ciclicamente a dirci quanto abbiamo da imparare dalle persone care (e non solo).
Tra i tuoi figli e tua nonna ci sono due generazioni. Tu sei nel mezzo, sospeso fra la visione del mondo dei più piccoli e quella che riporta alla nostalgia del passato.
Ragionando tra passato, presente e futuro, secondo te cosa avrebbe risposto tua nonna alla classica domanda da colloquio “come ti vedi fra 10 anni”?

“Mia nonna probabilmente avrebbe detto “mi vedo ancora qui, vicino a voi”.
Ha fatto per tutta la vita la casalinga e lo ha fatto scegliendo di dedicarsi ai figli e alla famiglia. Mi fa venire in mente una cosa che ho appreso da Davide Mazzanti, CT della Nazionale femminile di volley, che spiegava la differenza tra sogno e desiderio.
Il sogno è vincere le olimpiadi, il desiderio è aiutare le sue ragazze a migliorarsi costantemente. Il sogno dura una settimana, forse un mese, il desiderio lo puoi coltivare tutta la vita.
Dedicarsi totalmente alla famiglia era il desiderio di mia nonna e lei lo ha realizzato per tutta la vita.”

 

6) Hai scritto: “Da padre, da marito, da figlio, da Responsabile delle Risorse Umane e da professionista credo che il lavoro debba arricchire le nostre esistenze, lasciandoci il tempo e le risorse necessarie per occuparci dei nostri cari senza alcuna preoccupazione. Sono orgoglioso di far parte di un’azienda che prende queste decisioni così rilevanti per le proprie persone!”
Quanto è importante per te che l’azienda in cui lavori dia valore al tuo tempo, al tempo con la tua famiglia, a te come persona e non solo come pedina funzionale all’incremento del fatturato?
Quanto la visione umanizzata e “illuminata” (termine di moda) può dipendere dalle dimensioni dell’azienda?

“Spesso dimentichiamo che in azienda dovremmo portare noi stessi, con le nostre fragilità, le nostre passioni, le nostre convinzioni.
Per me la cosa più importante non è mai stata lavorare per una grande azienda ma contribuire, con il mio lavoro, a costruire una grande azienda dove le persone avessero sempre un ruolo centrale. Tornando alla citazione di Mazzanti, questo è il mio desiderio.”

 

7) Chiudo questa intervista citando la lettera che hai dedicato a tua figlia in occasione della giornata di #leadersanddaughters.
Conosci persone, diverse da te, cerca di comprendere le loro prospettive, le loro idee, le loro emozioni. Ascoltale e sospendi il giudizio. Chiedi aiuto quando serve; farlo non è segno di debolezza ma di grande intelligenza.

Mi hai fatto pensare a quante volte ho avuto paura di chiedere aiuto. Ho percepito queste tue parole come una spinta per chiunque le legga: forse è per questo le hai rese pubbliche alla fine.
Regala consigli, supporto, conoscenze, punti di vista, aiuto; anche in questo caso la vita ti restituirà più di quanto hai dato.” – aggiungi nella lettera.

Capire gli altri, ascoltare, sospendere il giudizio, regalare consigli e supporto. Sono caratteristiche utili nella vita, preziose sul lavoro soprattutto perché fare la differenza in luoghi dove non ci si aspetta di poter sempre sottolineare le proprie caratteristiche è una sfida quotidiana. Una sfida per chi le applica, che può essere considerato debole. Una sfida per chi le osserva, perché lo obbliga a una riflessione su di sé.
I luoghi che abitiamo riflettono noi stessi: in base a ciò che diamo, riceviamo. Ma ovviamente non dobbiamo dare per aspettarci qualcosa in cambio.
Mi sembrano insegnamenti validi sempre, eppure sono tanto belli a parole quanto a volte difficili da sperimentare.
Fare un buon lavoro per me non è terminare una checklist ma creare, capire, migliorare, donare.
Quale dono pensi di aver ricevuto dai colleghi?
Quale dono pensi di aver dato senza ricevere nulla in cambio se non ciò che il karma può offrire?

“Nella vita sono stato davvero fortunato: ho ricevuto molto più di quanto ho offerto. Mi capita ogni volta che partecipo ad un incontro, presentando il mio libro o raccontando il futuro del lavoro, ad una conferenza raccontando una nuova storia, come ho fatto recentemente al TEDxFoggia.
Gli stimoli, la passione, la vicinanza, la curiosità, le parole, l’ospitalità che ricevo è sempre superiore a quel poco che porto. E così è stato anche nella vita in azienda: cerco di mettere me stesso in quello che faccio, con umiltà ma con umana vicinanza.
Quando ho lasciato Microsoft, i messaggi e le parole che ho ricevuto mi hanno confermato che portare il sé stesso più autentico in azienda è una cosa che le persone apprezzano e valorizzano.”

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Pino Mercuri

 


Per me non esiste altro modo di essere se non quello che passa attraverso la mia faccia più autentica.
Per questo motivo le parole di chiusura di Pino Mercuri sono quanto di più vicino ci sia anche alla mia esperienza quotidiana di figlia, amica, sorella, collega, compagna.
Qualche tempo fa la mia collega disse “questa ragazza è un libro aperto”. Per anni ho temuto le mie emozioni, il mio rossore di fronte alle situazioni e alle persone che non conosco, la mia scarsa capacità di comprendere davvero se qualcuno mi prende in giro, l’incapacità (spesso) di assorbire un rifiuto.
Con il tempo ho cominciato ad accettare questi modi di essere senza etichettarli come debolezze.
Non conosco altro modo di essere, dunque, se non quello autentico. E anche se a volte mi faccio andar bene atteggiamenti che non mi piacciono, difficilmente dal mio sguardo non si percepisce un malessere.

E invece quante maschere incrociamo ogni giorno che celano il volto vero dietro cospicui strati di finzione?
Sappiamo riconoscerli? A questo punto non conta più molto, per quanto per anni me ne sia fatta io stessa un cruccio pensando che “tanto vanno avanti i furbi”.

Oggi la penso diversamente e mi chiedo: che vita puoi avere se non sei autentico? Che vita puoi avere se mostri in ogni luogo una faccia diversa? Soprattutto: quanto può reggere sul viso la tua faccia fasulla?

Sul lavoro, come in ogni altro nostro luogo, più sei autentico e più il karma sarà dalla tua parte. I colleghi se ne accorgono, e prima o poi se ne accorgeranno anche quelli meno avvezzi a osservare sul serio.

Grazie a Pino Mercuri per queste parole, che mi hanno aperto vari orizzonti.

 

 

Laura Ressa

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Copertina: foto gentilmente fornita da Pino Mercuri

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea