
Sara Manisera è giornalista, autrice e regista. Ha lavorato a lungo in Iraq, Siria, Libano, Nord Africa e Italia e il suo lavoro si concentra su conflitti ambientali, questioni di genere e filiere alimentari.
I suoi reportage e inchieste sono stati pubblicati da Al Jazeera, Libèration, El País, The Guardian, Irpi Media, Internazionale, tra gli altri. Nel 2023 è stata fellow della Bertha Foundation con un progetto di lungo termine sulle filiere globali del grano.
È autrice di “Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne” e regista di tre documentari: The Price We Pay (Greenpeace, 2025), La Terra mi tiene (FADA Collective, 2022), Iraq: Youth on the frontline (Arte, 2019).
Ha ricevuto il Golden Dove for Peace (2018), il True Story Award (2019) per un’inchiesta sui desaparecidos in Siria, e l’UNCA Prince Albert II Award (2021) per il suo lavoro sulla crisi idrica in Iraq. Nel 2024 ha vinto l’European Press Prize per l’inchiesta “Iraq senza acqua: il costo del petrolio fino in Italia”, sostenuta dal Journalism Fund Europe. Combina giornalismo e partecipazione pubblica attraverso eventi locali, dibattiti e festival organizzati con FADA Collective, collettivo di giornalisti, fotografi e autori che ha co-fondato.
Per Voice Over, Sara cura la visione editoriale di Miccia Mag, fa interviste nel canale Amanita, scrive e costruisce ponti tra persone e comunità.
Le piace: camminare nella natura, leggere Silvia Federici e parlare di beni comuni.
Mossa dalla rarreca – la radice – delle sue nonne indigene che hanno sempre curato la terra.
Sara Manisera è stata protagonista dell’intervista del 4 aprile 2026 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.
Fonti di approfondimento:
https://www.premiorobertomorrione.it/tutor/i-tutor-sara-manisera/
https://www.saramanisera.com/about/
https://irpimedia.irpi.eu/autore/sara/
https://www.slow-news.com/autori/sara-manisera
https://altreconomia.it/author/sara-manisera/
https://www.voiceoverfoundation.org/it/chisiamo
Per introdurre uno dei temi al centro del suo lavoro, riporto di seguito una recente intervista che Sara ha rilasciato a proposito del suo documentario intitolato “Il prezzo che paghiamo”.
Voci e volti della crisi climatica: il racconto del documentario “Il prezzo che paghiamo” (articolo e intervista di Antonio Massariolo)
““Dal 2004 al 2024 il cambiamento climatico ha contribuito ad aggravare i dieci eventi metereologici più mortali, causando oltre 570.000 vittime a livello globale”. Inizia così il documentario Il prezzo che paghiamo, scritto e diretto da Sara Manisera. Una frase che non lascia dubbi.
C’è Maria Gordini, agricoltrice dell’Emilia-Romagna, che ha perso la casa e l’azienda durante le alluvioni del 2023 e 2024. Ci sono Camilla Nigro, Isabella Abate e Giorgio Santoriello, che in Basilicata convivono con le conseguenze delle attività estrattive di ENI, Shell e TotalEnergies, in un territorio che ospita il più grande giacimento petrolifero su terra d’Europa occidentale. Ne Il prezzo che paghiamo ci sono storie di persone comuni i cui destini sono inevitabilmente condizionati dalla crisi climatica e dall’industria fossile.
Il racconto delle vicende personali di Maria, Camilla, Isabella e Giorgio, alternato alle testimonianze e alle analisi di ricercatori, giornalisti e attivisti, mette in luce le connessioni tra l’estrazione del petrolio e le devastanti ricadute sociali, ambientali ed economiche, dalla contaminazione delle terre e delle acque, fino alle alluvioni e ai fenomeni climatici estremi. Un viaggio che invita a chiedersi: Chi paga davvero il prezzo della crisi climatica?
“Il prezzo che paghiamo” però non è solo un titolo, ma una domanda che accompagna lo spettatore lungo tutto il percorso narrativo. Chi sostiene davvero il peso della crisi climatica? Non le grandi compagnie fossili, raramente nominate nei media italiani, ma persone come Maria, Camilla, Isabella e Giorgio, le cui vite quotidiane portano il segno delle scelte industriali e politiche di decenni. Abbiamo intervistato Sara Manisera che ci ha raccontato com’è nato il progetto che ha coinvolto tre realtà diverse ma complementari: Greenpeace, ReCommon e FADA Collective.
Come nasce l’idea de “Il prezzo che paghiamo”?
Il prezzo che paghiamo nasce dall’esigenza di raccontare alle persone le cause e le conseguenze della crisi climatica. In Italia, purtroppo, nei media manca ancora uno spazio adeguato per parlare della crisi climatica e delle sue origini. L’obiettivo era proprio quello di provare a “unire i puntini”: si parla spesso di fenomeni atmosferici estremi — alluvioni, ondate di calore, grandinate — ma raramente li si mette in relazione con le cause di origine antropica, cioè con l’aumento delle emissioni di CO₂ legate all’uso dei combustibili fossili. Sentivo quindi l’urgenza, come giornalista che da anni si occupa di ambiente, crisi climatica e degli impatti dell’industria estrattiva (soprattutto oil & gas a livello internazionale), di raccontare questa connessione.
In questo senso, la collaborazione con Greenpeace e ReCommon è stata una sorta di convergenza naturale: anche loro avevano l’esigenza di dare voce a queste storie. Così abbiamo unito le forze per provare a colmare questo vuoto e raccontare non solo gli effetti, ma anche le cause profonde della crisi climatica.
Qual è l’importanza di unire associazioni come Greenpeace e realtà come ReCommon?
L’importanza di unire realtà come Greenpeace e ReCommon, con la produzione esecutiva curata da noi di FADA, sta proprio nella possibilità di convergere nei messaggi, nelle visioni e negli sguardi. Non aveva senso procedere separati creando tre prodotti diversi: per questo, a mio avviso, è stato significativo che le due associazioni abbiano deciso di unirsi e di affidare a chi fa questo di mestiere — cioè la sottoscritta insieme al mio collettivo — la parte registica, autoriale, di scrittura, ripresa e produzione.
Spesso, infatti, i linguaggi usati da ReCommon e Greenpeace funzionano bene all’interno delle loro “bolle” di riferimento, ma l’obiettivo qui era diverso: ampliare il pubblico e utilizzare un linguaggio nuovo, a metà strada tra il reportage e la divulgazione.
Tu parti sempre dalle storie, perché secondo è importante proprio partire dalle storie per poi cercare di raccontare un fenomeno più complesso e globale?
L’obiettivo è stato quello di partire dalle storie umane, perché sono proprio le storie personali che trasformano un fenomeno grande e lontano in qualcosa di vicino e comprensibile. Durante tutta la produzione abbiamo insistito molto sull’inserire voci e testimonianze il più possibile autentiche, umane, quotidiane.
Penso, ad esempio, alla signora Maria, un’agricoltrice dell’Emilia-Romagna: potrebbe essere la mamma o la nonna di ciascuno di noi, e racconta con semplicità come ha perso tutto.
Abbiamo bisogno di empatia, di commuovere e di rendere le storie vicine. Altrimenti il rischio è che, parlando di fenomeni complessi, le persone finiscano per allontanarsene. Il nostro obiettivo, invece, era suscitare empatia nel pubblico, nei cittadini e nelle cittadine che possono ritrovarsi nella situazione di Maria, immedesimandosi.
Naturalmente abbiamo lasciato spazio anche alla parte scientifica, alle fonti, agli articoli e agli archivi — che abbiamo utilizzato ampiamente, compresi quelli universitari. Ma era fondamentale, prima di tutto, emozionare. Ecco, sì: emozionare.”
Fonte: https://ilbolive.unipd.it/it/news/cultura/il-prezzo-che-paghiamo-documentario
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Sara Manisera; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
La testimonianza di Sara è intrisa di quella responsabilità e consapevolezza nei confronti di un mestiere, il giornalista, che merita di tornare ad essere fonte di notizie non asservita al potere nè ai padroni.
Per chi prende sul serio questa professione, è automatico pensare che dare la notizia e compiere un lavoro scrupoloso e onesto sia la base etica imprescindibile per chi vuole fare giornalismo. Eppure siamo ben abituati da tempo a una forma di “giornalismo non giornalismo” che si esplica più che altro in un acritico copia-incolla di frasi a effetto e di reinterpretazioni della realtà funzionali solo al clickbait e alla distorsione dei fatti.
Ci siamo dimenticati troppo in fretta di esempi come Ilaria Alpi, ma è ad esempi come quello che chiunque voglia essere giornalista dovrebbe sempre ispirarsi, tenendo ben a mente che il giornalismo merita più di uno stuolo di esecutori. Il mestiere del giornalista deve potersi reggere sul lavoro di persone dalla schiena dritta, dalla postura decisa, capaci di condurre inchieste per puro dovere di cronaca perché questo non è un lavoro come tanti ma è una di quelle professioni per le quali vale ancora la pena tirare in ballo la famosa “vocazione”.
Ci vuole però tanto coraggio per spingersi là dove altri avrebbero timore di andare a scavare, ed è per questo che sono pochissimi rispetto alla massa quelli che possono realmente definirsi giornalisti. Nutro un senso di riconoscenza profondo verso chi sceglie di fare questo mestiere come davvero andrebbe svolto. Nutro rispetto verso chi mette in pericolo la propria vita per documentare storie in zone di guerra o per andare a scoperchiare notizie in cui a nessuno andrebbe di mettere il naso per capire e restituire alle persone una lettura documentata e il più possibile veritiera e suffragata dai fatti.
Sara Manisera e altri giornalisti come lei sono ancora in grado di mettere in atto questo giornalismo, che a conti fatti dovrebbe essere l’unico che si possa davvero definire tale. Ciò che mi colpisce della sua visione non è solo il modo in cui intende e svolge questo mestiere, ma anche la completa consapevolezza di quanto ciascuno di noi sia piccolo e insignificante rispetto all’universo e al mondo stesso che abitiamo. Da questa presa di coscienza si delinea il modo in cui scegliamo di vivere il tempo e quindi anche l’importanza che diamo alle cose, alle persone, allo scorrere del tempo, a ciò che avviene intorno.
Esco dalla chiacchierata con Sara con un sorriso di speranza, perché la nostra umanità è capace di tanto orrore ma, allo stesso tempo, ci fa ricordare che esistono tante belle eccezioni come lei, che è bella non solo per il modo in cui ha scelto di essere giornalista ma anche per il modo in cui ha scelto di stare al mondo: facendo il possibile per dare un senso a questo piccolo passaggio, pensando soprattutto a chi verrà dopo.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
