Il 30 aprile 2026 torna un momento dell’anno al quale, da qualche tempo, tengo moltissimo!

Da 13 anni il 30 Aprile di ogni anno ritorna la Notte del Lavoro Narrato, un’iniziativa ideata dal sociologo e narratore Vincenzo Moretti e che continua ad esistere con le proprie gambe, trovando sempre nuova linfa nelle menti e nelle vite delle persone che mantengono acceso questo incontro di storie.


L’obiettivo di questa “Notte” (che, non a caso, precede il giorno della festa dei lavoratori) è raccontare e condividere le nostre esperienze di lavoro in qualsiasi luogo, con chiunque voglia, in qualsiasi modo lo si voglia fare. Si può essere da soli, in due, in tre, in cento. Non conta quanti siamo o il modo in cui scegliamo di raccontare: l’importante è testimoniare che valore ha per noi il lavoro. E soprattutto quanti modi esistono di definire questa parola che sembra incasellare le nostre vite e che, in un modo o nell’altro, ci delinea come esseri umani sulla base di ciò che scegliamo di fare o non fare, sulla base dei compromessi ai quali siamo disposti a piegarci oppure no.

Ci ritroveremo anche quest’anno a Bari (per l’edizione Frasivolanti) ad ascoltare e raccontare le nostre storie il 30 aprile alle ore 18.30 presso Portineria21 a Bari.

Qui sotto presento le persone che saranno sul palco.

Una domanda, nel corso degli ultimi 13 anni, si è fatta sempre più presente nei miei pensieri: cos’è il lavoro?
Troppo spesso il termine “lavoro” viene mistificato, stravolto a piacimento del “padrone” di turno, svuotato del suo senso etico autentico, rimodulato per convenienza economica o politica, identificato solo e soltanto in ciò che facciamo per sopravvivere. Tutto questo induce a puntare il dito contro chi un lavoro non ce l’ha o stenta a trovarlo o a capire come collocarsi in termini professionali, come se la propria vita fosse un oggetto da riporre e collocare su una mensola etichettata.
Sempre più spesso in questi anni mi sono anche chiesta per quale motivo l’Italia, secondo la Costituzione, debba essere “fondata sul lavoro”.

Per me lavorare vuol dire sostentarsi, sì, ma anche decidere che traccia si vuole lasciare agli altri. Vuol dire aver cura del proprio modo di comportarsi con le persone e con se stessi, vuol dire cercare di dare un senso al proprio modo di agire nella contemporaneità anche in funzione del futuro che verrà quando non ci saremo più. Perchè anche quel futuro ci riguarda da vicino e ne siamo responsabili!
Il lavoro può presentare molti lati oscuri, molte storie amare difficili da comprendere e da accettare. Il lavoro è anche quello delle cosiddette “morti bianche”, una strage costante che si consuma in Italia e altrove con sempre maggiore ferocia e, mi sembra, anche con crescente noncuranza.
Il lavoro è anche quello dei diritti negati, delle opportunità fasulle, delle false promesse, dello sfruttamento sotto ogni forma.

Come possiamo rispondere a queste dinamiche? Cosa c’è da salvare? In che modo il lavoro può rappresentare uno strumento evolutivo per la mente umana anziché un mezzo che crea divisioni all’interno della società? Come possiamo riappropriarci di un senso che può sembrarci perduto perché ci ripetono – come un mantra – che tanto “così va il mondo” e “così fan tutti”?

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Ecco la prima protagonista della Notte del Lavoro Narrato 2026!

Antonella Desantis è esperta in sviluppo risorse umane, orientatrice e formatrice e ha lavorato presso agenzie per il lavoro e servizi al cittadino. Si è occupata di consulenza HR e sviluppo organizzativo, di bilancio di competenze e supporto per la ricerca di lavoro. Ha progettato e erogato corsi di formazione per l’inserimento lavorativo degli immigrati, l’orientamento e il coaching per i giovani e il coordinamento di attività di formazione rivolte agli adolescenti nell’obbligo formativo.

Ho avuto la fortuna di lavorare con Antonella e, oltre a quello che il suo curriculum racconta, ho osservato la cura e la determinazione con cui svolge il suo lavoro, ho ammirato la sua dedizione allo studio e alla preparazione di ogni azione da svolgere perché il lavoro non si improvvisa a braccio ma è frutto di anni di approfondimenti, percorsi differenti, mani che si sono sporcate di tentativi e che hanno costruito processi, penne che corrono su fogli e cartoncini colorati, libri da riempire di tratti di evidenziatore, idee da costruire e smontare, persone da esplorare.

Quando ripenso al tempo trascorso insieme, sul lavoro e fuori, è questa la domanda che spesso mi torna in mente: “cosa ti fa brillare gli occhi?”
Proviamo a pensare a quando è stata l’ultima volta che ci siamo domandati cosa avesse il potere di farci brillare gli occhi, quella attività che amiamo fare e ci dà la sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto.
Il bello è che la risposta non deve corrispondere per forza al nostro lavoro o al lavoro che vorremmo fare: anzi, credo che questa domanda chiami in causa le nostre vite per intero, quello che siamo e non quello che diciamo di essere o ciò che facciamo per vivere.

Antonella è stata compagna di confronti genuini sul lavoro e sul senso che esso riveste in questo momento storico, in una società di persone che sprofondano nella ricerca di potere e nel crescente desiderio di sopraffazione sugli altri. Una società che bada all’apparenza, che premia il furbo e non il competente, che elogia il potente anziché l’onesto, che identifica nel Denaro l’unico Dio possibile, e che mantiene in piedi questo circo raccontando la favoletta del merito.
In tempi di conformismo professionale e trasformismo umano, dove l’umano accetta di genuflettersi a qualsiasi scelta calata dall’alto pur di tenersi strette le proprie briciole, Antonella è un esempio di cosa voglia dire conservare il libero arbitrio, avere una visione non conforme e un pensiero mai assoggettato alla logica del più forte o del padrone, praticare il rispetto profondo dell’altro, mantenersi ancorati ai propri valori nonostante correnti avverse inducano a seguire direzioni più semplici, più “accettate”.
E infine quella “postura” che spesso nomina nei suoi discorsi è una delle parole più belle che la lingua italiana abbia mai avuto!



La seconda protagonista ha radici lontane ma un animo che non conosce confini geografici. Una persona curiosa, assetata di vita, capace di sprigionare un’energia per nulla comune. Una donna piena di speranza e fiducia nel prossimo che affronta ogni evenienza della vita con spregiudicata dolcezza e che mantiene il piede sempre pronto sul pulsante restart anche quando la voglia di ricominciare daccapo potrebbe vacillare.
Sabana Guarino è nata in India, a Calcutta, ed è cresciuta in Italia, a Bari.
Nel suo percorso di crescita ha sviluppato un forte senso di giustizia, dal quale giunge la consapevolezza di voler difendere i più deboli e di voler provare a cambiare, nel suo piccolo, il mondo.
Laureata in Giurisprudenza, ha svolto il praticantato in uno studio legale occupandosi principalmente di immigrazione e prestando servizio anche presso il Tribunale per i Minorenni di Bari.
Ha ricoperto il ruolo di Operatrice legale per un SAI (centro di seconda accoglienza), per l’Ufficio Ripartizione servizi alla persona del Comune di Bari e per il Centro polifunzionale di Bari denominato “Casa delle Culture” (che opera per l’accoglienza e l’inclusione sociale delle persone immigrate). Oggi è Operatrice area servizi per il lavoro.
L’interesse verso i bisogni della persona è un aspetto che ha sempre caratterizzato l’orizzonte professionale di Sabana, che ama lavorare in team per il piacere di condividere gli obiettivi con il gruppo e che sa essere, in un modo del tutto naturale, il vero motore in grado di organizzare, spingere, spronare, entusiasmare anche gli animi più assopiti.
In un mondo totalmente disincantato, dello sguardo di Sabana invidio la capacità di credere con tanta caparbia lucidità nelle infinite possibilità dell’animo umano.
Non è secondario il fatto che io le voglia molto bene, che senta con lei una complementarietà naturale, che abbia la fortuna di lavorare con lei ma soprattutto di condividere con lei quelle tante piccole cose, disseminate qua e là senza averle programmate, che rendono autentico un rapporto fra persone.
In questi casi persino parlare di “senso” perde di senso, perché il più grande merito di chi ci sta accanto in modo veritiero è la consapevolezza che siamo di passaggio, che siamo piccolissimi in un universo piccolissimo, che quello che ci fa stare bene sta tutto rannicchiato nelle piccolissime infinitesimali cose che rendono questo piccolo passaggio così adatto al nostro minuscolo spazio.
Sono certa che lo sguardo di Sabana sulle cose donerà una scintilla duratura.



La terza protagonista della Notte del Lavoro Narrato 2026 è Stella Campanozzi, neuropsichiatra infantile.

Dopo la laurea in Medicina ha lavorato per alcuni mesi come medico di gara nel nuoto per bambini/adolescenti. Questa è stata la sua prima esperienza professionale coi bambini e ha rappresentato per Stella la scoperta di un mondo nuovo. Successivamente ha vinto il concorso per la scuola di specializzazione in neuropsichiatria infantile e da lì ha avuto inizio il lavoro in ospedale durato 4 anni.
Al termine del percorso di specializzazione ha prestato servizio per due anni in due centri di riabilitazione, a Brindisi e Ostuni e in seguito a Noicattaro. Poco dopo ha vinto un avviso pubblico e poi un concorso per la Asl Bari, dove attualmente lavora da più di 3 anni.

Al di là del versante lavorativo, Stella coltiva la sua passione per la scrittura e da circa 2 anni frequenta anche un corso di scrittura creativa. Adora i gatti e gli animali in generale: “infatti non li mangio”.
Viaggiare è per lei vitale. Odia chi si prende troppo sul serio.

Queste righe su Stella Campanozzi esprimono già di per sé un mondo di prospettive e di storie. Nelle tappe del suo viaggio nel mondo del lavoro scorgo i tratti di una persona che ragiona in prospettiva e il cui stile di pensiero dinamico le permette di cimentarsi in linguaggi diversi e tenere sempre allenata la curiosità.
Non è facile svolgere professioni in cui ci si mette a contatto diretto con persone che si affidano, con le loro difficoltà, nelle mani di uno specialista. Il confine e la distanza tra medico e paziente spesso può essere fragile ed è sottoposta a continue negoziazioni e dinamiche relazionali che vanno gestite con consapevolezza.
A Stella mi lega la passione smodata per i gatti e, esattamente come lei, non sopporto chi si prende troppo sul serio.
Chissà come Stella concilia i tratti personali con il mestiere che svolge, chissà quale visione ha del lavoro e se questa visione in lei è cambiata nel corso del tempo. Chissà cosa vuol dire prendersi cura senza lasciarsi assorbire dai problemi del paziente, e chissà quale scintilla Stella sceglierà di lasciarci.
Sono certa che ciò che deciderà di raccontarci ci ispirerà, perché non siamo solo il nostro mestiere ma prima di tutto la persona che abbiamo avuto cura di diventare. E quella persona è il risultato di quelli che abbiamo incontrato, dei lavori che abbiamo svolto, delle parti di noi che abbiamo costruito o che abbiamo tralasciato, degli errori che abbiamo commesso e di quelli altrui che ci hanno segnato.
Diffido sempre moltissimo di coloro che vogliono a tutti i costi salire su un pulpito, di quelli che ci vogliono raccontare quanto siano stati bravi ad essere dove sono e quanto tutto sia possibile nella vita, se solo lo si vuole. Parecchi di essi omettono di specificare che loro sembrano così tanto risolti perché hanno avuto la strada spianata sin dalla nascita, e certamente la condizione di partenza di ciascuno di noi è l’elemento che decide parecchie cose al posto nostro.
Proprio per questo motivo ho molto a cuore le persone che porto in questa “Notte”. Ciascuna di esse, in modo diverso, mi ha trasmesso l’approccio alla vita di chi non mira a salire su pulpiti e che, al contrario, sa vedere con chiarezza i limiti nostri e del nostro tempo. E oggi scegliere di avere questo approccio è forse l’unica strada sensata.


Ivan Dell’Edera è lavoratore dello spettacolo, attore, musicista, formatore, direttore artistico. Un animo poliedrico la cui arte e creatività si esprimono in tante forme cercando spazio là dove c’è una storia da raccontare, da cantare, da suonare.

Classe ’75, Ivan Dell’Edera si forma presso la scuola Biennale dell’attore del Teatro Abeliano e dal 1997 conosce tutti i mestieri del teatro.
Protagonista di molte produzioni teatrali in prestigiosi teatri pugliesi, esplora, ricerca e divulga il mondo della Commedia dell’arte e del teatro di figura.
Si forma grazie a stage importanti come quello del m° A. Fava, R. Negri Micha Von Hoeche (Danza) e dal m° Nekrosius e nel 2009 con il m° Arlecchino Ferruccio Soleri presso l’accademia internazionale di commedia dell’arte Piccolo Teatro Milano – Teatro d’Europa.
Svolge attività di formatore e docente di Comunicazione efficace nelle scuole come esperto P.O.N., in enti di formazione per la dispersione scolastica e in progetti di formazione e avviamento al lavoro. È direttore artistico di varie rassegne tra teatro e musica, crea progetti culturali popolari innovativi, rassegne incentrate su temi urbani, sociali e con l’obiettivo di fare divulgazione.
Dal 2016 racconta la società con la sua chitarra mettendo in scena spettacoli di satira, tra cui “Canti di fine legislatura” e il repertorio “Passione Popolare” sulle tradizioni del sud Italia. Con lo spettacolo “Canti per la Libertà” racconta e canta la nostra storia nazionale e regionale passando dai briganti fino ai partigiani, dal Medioevo fino agli eventi bellici dei nostri giorni.
Nel 2019 ha ricevuto a Bitonto il Premio “Città degli ulivi” come nuovo Cantore.

Come si vive il palco? Cosa vuol dire essere un lavoratore dello spettacolo? Quanto viene riconosciuto questo mestiere nel mondo del lavoro di oggi?
Lo sguardo di Ivan Dell’Edera saprà fornirci chiavi di lettura molto interessanti e mostrarci cosa c’è dietro la preparazione e la formazione di chi lavora nello spettacolo.
In questa Notte non ci incontriamo per metterci al centro e raccontarci quanto siamo bravi, né per dire a chi ascolta “guardate come si fa e prendete esempio”. I nostri occhi vengono riempiti spesso di fumo, di parole come “successo” e “casi di studio” dove poco conta l’elemento umano e in cui mai si specifica che il successo, così come viene inteso in modo distorto, nasce sempre da basi economico-sociali molto favorevoli e da ampie disponibilità di partenza.
E mi piace ribadire tutto ciò perché in questa Notte ci incontriamo invece per fare l’opposto e perché ha sempre più senso, in questi tempi che viviamo, ricavare spazi di riflessione veramente condivisa in cui ciascuno possa portare ciò che sente nel profondo, quella scintilla che anima il proprio vivere prima ancora che il proprio lavoro, quella prospettiva a cui non avevamo ancora pensato, quel sorriso o quella rabbia che avviano il nostro motore e ci ricordano ogni giorno che non possiamo accettare di essere automi in un sistema che vuole farci ammirare esempi distorti.

Chissà quali racconti Ivan ci donerà. Chissà dove e come possiamo trovare ancora oggi, in questo mondo che spesso calpesta la dignità e i diritti dei lavoratori, la magia del teatro, della messa in scena, del canto che si fa realtà e libertà, della cultura che si fa coraggio di partecipare e dissentire, dell’arte che diventa strumento per conoscere la Storia oltre ogni pretesa didattica e che porta le persone, con la risata e la presa di coscienza, a guardare in faccia quel che avviene lontano da noi, vicino a noi e anche quel che avviene dentro di noi.



Antonio Di Siena, classe 1982, è scrittore, curatore editoriale e blogger.
Già autore di “Memorandum. Una moderna tragedia greca” (LAD Edizioni, 2020) e curatore del “Dizionario politico minimo con Luciano Canfora” (Fazi Editore, 2024), scrive abitualmente di politica, economia e attualità per diverse testate indipendenti.
Diviso tra la Puglia e Atene, da oltre dieci anni si occupa di crisi economica e sociale, raccontando l’austerità come nuovo paradigma dell’Europa mediterranea.

Di Antonio mi colpiscono gli argomenti che affronta e la capacità di scoperchiare, attraverso la sua scrittura, l’ipocrisia dilagante del nostro tempo.

Il 1° maggio 2023 scrisse su L’antidiplomatico:
“Oggi è quel giorno in cui i partiti e i sindacati che hanno devastato il mondo del lavoro, svenduto diritti e salari in nome dell’euro, sacrificato tutele e stabilità sull’altare del libero mercato, ridotto le nostre zone industriali a villaggi fantasma degni del far west, obbligato un’intera generazione di giovani italiani a emigrare all’estero a fare i camerieri e altrettanti stranieri disperati a venire qui a fare gli schiavi nelle campagne perché se no “non ce la facciamo a competere con le economie emergenti” e da ultimo accettato supinamente che un vergognoso lasciapassare verde sanitario fosse condizione necessaria per lavorare, salgono su un mega palco affollato di artisti da quattro soldi il cui massimo del senso critico è tramutare in musica un discorso di Klaus Schwab per dirci che loro sono quelli che difendono il lavoro.
Ma oramai a credervi sono rimasti giusto i quindicenni col tavernello in mano, i dipendenti pubblici col culo al caldo e i pensionati con l’apparecchio acustico nelle orecchie.
Buon 1 Maggio a tutti gli altri.”
(https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-buon_1_maggio_a_tutti_gli_altri/29278_49522/ )

A proposito del suo libro “Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano” è stato scritto:

“[…] l’autore affronta le problematiche che il sovraffollamento dei turisti, l’overtourism, determina. Si pensi ad alcuni effetti che già vediamo nella nostra città, a cominciare dagli aumenti dei canoni di locazione dove i proprietari preferiscono affittare ai turisti a tariffe più elevate, riducendo la disponibilità di alloggi a prezzi accessibili per i residenti. La Gentrificazione, ovvero la constatazione che quartieri, tradizionalmente residenziali, si trasformano in zone turistiche, alterando il tessuto sociale e culturale delle comunità locali, fino alla crescita del costo della vita. Ancora la perdita di autenticità culturale: negozi e servizi locali vengono sostituiti da attività commerciali orientate esclusivamente al turismo. Un quadro generale che ben fa presagire una graduale trasformazione delle nostre città in dei veri e propri Paesi dei Balocchi.
[…] Sfratti, affitti brevi, turistificazione: un racconto corale di ciò che resta della città quando viene riconvertita in rendita turistica. E dei suoi abitanti quando smettono di essere cittadini. […]”
(https://www.regione.basilicata.it/lovertourism-nel-libro-di-antonio-di-siena/ )

Infine penso sia utile e interessante citare la prefazione proprio di questo suo ultimo libro, riportata sul sito Officina dei saperi:
https://www.officinadeisaperi.it/agora/citta-e-territorio/la-turistificazione-come-dispositivo-di-governo-neoliberale-da-la-fionda/

La turistificazione come dispositivo di governo neoliberale

“Questo è un libro che si distingue per molti motivi, a partire dalla capacità di mescolare sapientemente racconto e analisi, esperienza vissuta e teoria, storie e storia, immagini – vivide, vividissime – e numeri. È come un lungo piano sequenza in cui la macchina da presa si muove tra le strade, le case e le persone che le abitano, si sofferma sui loro volti e sulle loro sofferenze, ci catapulta all’interno delle loro lotte, per poi librarsi in cielo e mostrarci dall’alto gli ingranaggi invisibili che stanno lentamente trasformando – o, in larga parte, hanno già trasformato – le nostre città. In questo modo riesce nella rara impresa di restituire, in tutta la sua carnalità, un fenomeno che altri avrebbero affrontato unicamente con i freddi strumenti dell’analisi, sociologica, economica o politica che sia.

Il risultato è ancora più ammirevole se si considera che il fenomeno in questione – la turistificazione – è tuttora in corso: esattamente come fotografare un oggetto in movimento è molto più difficile che catturare qualcosa di statico, anche analizzare dei processi storici mentre si stanno svolgendo – e nei quali siamo direttamente coinvolti – è assai più complesso che studiare dall’esterno processi già compiuti. Ma è proprio questo, in ultima analisi, a rendere così appassionante la lettura: Di Siena non è un osservatore distaccato e tantomeno imparziale – e tantomeno fa finta di esserlo – ma è egli stesso uno dei protagonisti del proprio racconto, essendo quest’ultimo, in molti casi, il frutto di esperienze da lui vissute in prima persona: un racconto, dunque, fatto dall’interno, e il cui finale, come vedremo, è ancora da scrivere.

In questa sede non mi dilungherò troppo sulla natura del processo di turistificazione in sé, anche perché, da non specialista della materia, potrei aggiungere ben poco alla brillante analisi di Di Siena. Piuttosto, mi concentrerò su alcune delle dinamiche storiche – economiche e politiche – che lo hanno determinato. Prima di farlo, però, può essere utile tratteggiare alcuni degli aspetti più salienti del fenomeno. Per turistificazione, nell’analisi di Di Siena, si intende un processo sistemico di colonizzazione ed espropriazione delle città da parte del capitale finanziario, che trasforma lo spazio urbano, la casa, la vita stessa dei cittadini in una merce da cui estrarre valore.

Non indica, dunque, semplicemente la crescita del turismo, ma una vera e propria metamorfosi economica, politica e culturale delle città contemporanee, soprattutto nel Sud Europa. Ci troviamo, in sostanza, di fronte a un processo attraverso cui le città vengono progressivamente riconfigurate secondo la logica del turismo e della rendita, smettendo di essere luoghi di riproduzione sociale – con comunità e identità stabili, servizi, lavoro – per diventare “città-merce” o “quartieri-piattaforma”, come scrive Di Siena: spazi orientati al consumo e al ricambio continuo di visitatori.

La turistificazione è da intendersi, in sostanza, come una strategia di estrazione di valore in un contesto di bassa crescita, quale quello dell’Europa meridionale, in cui ormai vi è ben poco da estrarre dall’economia reale. In tale contesto, le abitazioni diventano la “materia prima” di un’economia renditiera che lavora su affitti brevi, consumo continuo e servizi turistici.

Questo processo di estrazione di valore si articola su due livelli complementari. Da un lato, i proprietari di casa vengono incentivati a privilegiare gli affitti brevi – spesso presentati come un modo per “integrare il reddito” – ma che in realtà spostano una quota crescente dei profitti verso le grandi piattaforme digitali che gestiscono le prenotazioni e impongono le proprie regole, tariffe e commissioni. In questo modo, la piccola proprietà viene inglobata in una catena del valore dominata da attori globali che ne drenano la redditività.

Dall’altro lato, si verifica una progressiva concentrazione della proprietà immobiliare. Attraverso l’imposizione di condizioni di rimborso dei mutui sempre più onerose, famiglie e piccoli proprietari vengono spinti verso l’insolvenza, aprendo la strada all’espropriazione sistematica degli immobili da parte di banche, società immobiliari e grandi fondi d’investimento. Ciò che inizia come indebitamento individuale si traduce in un trasferimento collettivo di ricchezza reale – case, quartieri, interi centri urbani – verso i vertici del capitale finanziario. In sintesi, la turistificazione agisce come un meccanismo di estrazione a doppia mandata: da un lato mercifica l’uso dell’abitazione, dall’altro ne finanziarizza la proprietà, convertendo lo spazio urbano in una miniera di rendita per il capitale globale. Una vera e propria forma di colonizzazione finanziaria.

Si tratta di un fenomeno per molti versi globale, che però, nel Sud Europa, come detto, sembra aver assunto connotati specifici, determinando uno strisciante processo di “secondomondizzazione”, dice Di Siena, in cui il turismo sta progressivamente diventando una monocultura economica: una dipendenza strutturale fondata sulla rendita, la precarietà e la deindustrializzazione. Ciò è particolarmente preoccupante se consideriamo la natura iper-estrattiva di questo modello, che comporta una duplice espropriazione: non solo economica e materiale ma anche simbolica, nella misura in cui quartieri perdono identità e memoria collettiva, diventando “non-luoghi” pensati per la mobilità e la transitorietà.

Di Siena sottolinea giustamente come quest’ultima non rappresenti un effetto collaterale della turistificazione, ma bensì uno dei suoi obiettivi non dichiarati. La turistificazione, infatti, svolge anche una importante funzione politica: pacifica il conflitto sociale, assorbendo temporaneamente la disoccupazione attraverso lavori precari, stagionali e non sindacalizzati; riduce la pressione per politiche di piena occupazione, sostituendo il welfare con quello che Di Siena chiama un “welfare surrogato”, cioè un sistema di sopravvivenza fondato sulla rendita, l’indebitamento e la precarietà; e, infine, frammenta le comunità, disinnescando alla radice qualunque tentativo di resistenza a cui questo processo potrebbe – dovrebbe – dar vita. Lo svuotamento sociale diventa dunque una forma di controllo politico: un vero e proprio dispositivo di governo neoliberale (“svuotare per dominare”).

E qui arriviamo al nocciolo della tesi di Di Siena: ovvero sia che la turistificazione non è affatto un processo naturale – e neanche la conseguenza inevitabile della crisi o al massimo della sua mala gestione – ma una strategia politica deliberata, promossa e sostenuta dagli Stati dei paesi in questione, finalizzata alla costruzione di “un modello semi-schiavile o – se vogliamo – neocoloniale”, come scrive. Di Siena analizza in profondità le politiche adottate dagli Stati al fine di creare le condizioni strutturali che rendano possibile l’estrazione di risorse attraverso il turismo: dalla precarizzazione del mercato del lavoro alla compressione della spesa pubblica e del welfare, dalla riforma dei contratti di locazione alla facilitazione degli sfratti. Tutti interventi che, lungi dall’essere risposte contingenti alla “crisi”, delineano un vero e proprio modello di governance economica fondato sulla rendita e sull’instabilità sociale.

In questa sede, tuttavia, vorrei soffermarmi sul ruolo — a mio avviso ancor più decisivo — giocato in questo processo dall’Unione europea, intesa non semplicemente come cornice istituzionale, ma come sovrastato neoliberale incaricato di coordinare e standardizzare tali politiche a livello continentale. Lungi dal limitarsi a imporre vincoli di bilancio, come vedremo, l’UE ha agito come un meccanismo di centralizzazione del potere economico e normativo, trasformando la cosiddetta “governance europea” in una vera e propria infrastruttura di estrazione di valore dal basso verso l’alto. Per parafrasare Marx, potremmo dire che l’Unione europea si configura oggi come il comitato che amministra gli affari comuni delle élite finanziarie transnazionali.

Per comprendere appieno il ruolo dell’Unione europea nel processo di turistificazione descritto da Di Siena, occorre tornare alle origini storiche e politiche del progetto di integrazione europea. Fin dall’inizio, l’obiettivo non era soltanto economico, ma profondamente politico: addomesticare le forze del lavoro organizzato, neutralizzando la capacità di conflitto che, nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, aveva costretto il capitale a condividere una parte significativa dei propri profitti – e ad accettare una riduzione del proprio potere di classe – sotto forma di salari, welfare e diritti sociali.

La costruzione europea si configura così dall’origine come una risposta di classe alla crisi degli anni Settanta: una crisi percepita dalle élite non solo come un problema di natura economica – nel senso di una riduzione dei profitti – ma come minaccia politica, poiché l’aumento del potere contrattuale del lavoro – reso possibile dalla piena occupazione e dalla democrazia industriale – metteva in discussione la distribuzione del potere e dei profitti all’interno del capitalismo occidentale. Il cosiddetto “vincolo esterno” – l’idea che la disciplina economica dovesse essere imposta dall’esterno, attraverso regole sovranazionali e mercati finanziari – divenne fin da allora il principale strumento per contenere la sovranità democratica e restaurare il potere del capitale.

Un primo passo in questa direzione fu il Sistema monetario europeo (SME), istituito nel 1979. Esso legò rigidamente i tassi di cambio fra le valute europee, impedendo alle singole economie di utilizzare la leva monetaria per sostenere l’occupazione e la spesa pubblica. In tal modo, la politica economica nazionale venne progressivamente subordinata agli obiettivi della stabilità dei prezzi e della competitività esterna: obiettivi funzionali non alla prosperità collettiva, ma alla tutela dei creditori e degli esportatori. Lo SME rappresentò, di fatto, una prima forma di addomesticamento del lavoro: vincolare la politica monetaria significava togliere ai governi lo strumento con cui, nel dopoguerra, si era garantita piena occupazione.

Con la creazione del mercato unico europeo (1986) e la contestuale liberalizzazione dei movimenti di capitale (1990), questo processo entrò in una nuova fase. Le frontiere economiche vennero aperte non tanto per favorire la cooperazione, quanto per creare concorrenza permanente tra Stati e lavoratori. La libera circolazione dei capitali, in particolare, privò i governi della possibilità di controllare i flussi finanziari, ponendo le economie nazionali sotto il ricatto costante dei mercati. Si trattò di un passo decisivo verso la finanziarizzazione dell’economia europea, che trasformò il credito, l’immobiliare e il debito in nuovi terreni di estrazione di valore – gli stessi su cui oggi si fonda, in larga parte, la turistificazione.

La creazione dell’Unione europea – fondata sulla “libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali” – e l’introduzione dell’euro portarono a compimento questa architettura. Cedendo la loro sovranità monetaria, gli Stati rinunciarono alla possibilità di gestire autonomamente il ciclo economico. L’unico strumento rimasto per correggere gli squilibri tra i paesi dell’area euro – non potendo più svalutare la moneta – divenne dunque la svalutazione interna, cioè la compressione dei salari, dei diritti e della spesa pubblica. Si inaugurò così un modello economico export-led, fondato sulla competizione tra lavoratori europei e sulla riduzione sistematica del costo del lavoro. In nome della competitività, le economie del Sud Europa vennero spinte verso la specializzazione in settori a basso valore aggiunto, tra cui appunto il turismo, mentre i paesi del Nord, e in particolare la Germania, rafforzarono la propria posizione industriale ed esportatrice.

La crisi dell’euro non ha fatto che esasperare queste dinamiche. Gli squilibri strutturali generati dalla moneta unica – enormi surplus commerciali nel Nord e deficit nel Sud –, combinati con gli effetti della crisi finanziaria, esplosero nella cosiddetta “crisi del debito sovrano” – a sua volta generata dall’impossibilità per i singoli Stati di gestire autonomamente le proprie politiche monetarie – che fu usata dalle istituzioni europee come arma politica per imporre riforme neoliberali radicali.

Oggi sappiamo, infatti, che tale “crisi” fu in larga misura “ingegnerizzata” dalla BCE (e dalla Germania) per imporre un nuovo ordine sul continente, in una sorta di “shock economy” autoindotta. L’allora presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, non fece mistero del fatto che il rifiuto della banca centrale di sostenere i mercati dei titoli di Stato nella prima fase della crisi finanziaria fosse finalizzato a fare pressione sui governi dell’eurozona affinché consolidassero i loro bilanci e attuassero le cosiddette “riforme strutturali”, in particolare la deregolamentazione del mercato del lavoro.

La BCE e la Commissione sfruttarono dunque la crisi come occasione per trasformare l’Unione in un laboratorio di ingegneria sociopolitica: salvare le banche con denaro pubblico, scaricare i costi sui cittadini attraverso tagli, privatizzazioni e precarizzazione, e imporre un processo di radicale neoliberalizzazione dell’economia europea.

Emblematica, in tal senso, fu la lettera inviata nel 2011 da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi al governo italiano, nella quale la BCE imponeva un vero e proprio programma di governo: riduzione della spesa sociale, riforme del mercato del lavoro, deregolamentazione e privatizzazioni su larga scala. Un memorandum di austerità preventiva, concepito per ridurre il potere contrattuale del lavoro e assicurare la disciplina dei mercati finanziari.

Ma la BCE non si limitò a far fare il lavoro sporco ai mercati. In più di un’occasione utilizzò il proprio potere di monopolio della valuta come strumento attivo di pressione finanziaria e monetaria. Un esempio fu la decisione della BCE di ridurre gli acquisti di titoli di Stato italiani, pochi mesi dopo l’invio della famosa lettera, al fine deliberato di provocare un’impennata dello “spread” e costringere così Berlusconi a dimettersi e a lasciare il posto al governo “tecnico” di Mario Monti – un vero e proprio esempio di “colpo di Stato monetario”.

Ma il caso greco rappresentò l’esempio più brutale di questa logica. Nel bel mezzo del negoziato tra le autorità greche e la troika, la BCE destabilizzò deliberatamente l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche greche, effettivamente portando a uno stop tutto il sistema bancario del paese, con l’obiettivo di costringere il governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità contenute nel nuovo memorandum, ricattando così un intero popolo per imporre politiche di tagli, licenziamenti e svendite del patrimonio pubblico. È forse superfluo a questo punto ribadire che il cosiddetto “salvataggio” della Grecia non servì a salvare i greci, ma piuttosto le banche creditrici francesi e tedesche, esposte verso Atene: in nome della solidarietà europea si consumò così un gigantesco trasferimento di ricchezza dal Sud al Nord del continente.

Tutto ciò ha avuto effetti profondi e duraturi: smantellamento dei sistemi di welfare, precarizzazione del mercato del lavoro, aumento delle disuguaglianze e svuotamento della democrazia economica, stagnazione economica e deindustrializzazione. Parallelamente, la politica economica – già pesantemente limitata dall’architettura dell’euro – è stata completamente sottratta al processo democratico e subordinata alle regole del capitale finanziario.

Ed è proprio in questo contesto che matura il terreno su cui attecchisce la turistificazione. Quando il lavoro stabile viene sostituito da lavori precari e stagionali, quando la spesa pubblica è compressa e gli investimenti produttivi si prosciugano, il turismo diventa l’unico settore capace di generare flussi di liquidità immediata, seppure al prezzo di una crescente dipendenza e di un impoverimento strutturale. In questo senso, la turistificazione, in cui la città diventa una piattaforma di estrazione per il capitale globale, è la conseguenza logica – e voluta – del modello economico europeo: un modello nato per favorire gli interessi delle oligarchie finanziarie, in cui la rendita finisce per prendere progressivamente il posto della produzione, soprattutto nei paesi del “secondo mondo” europeo.

La lezione che emerge da ciò – e che attraversa in filigrana tutta l’analisi di Di Siena – è che la turistificazione non è un’anomalia da correggere con qualche politica di settore o con un po’ di “regolazione intelligente” dei flussi turistici, ma il sintomo di una malattia molto più profonda: la subordinazione integrale dell’economia, dello spazio urbano e della vita sociale alle logiche della rendita e della finanza. In questo senso, immaginare di contrastarla semplicemente “cambiando politica economica”, senza mettere in discussione le fondamenta dell’attuale ordine monetario e istituzionale europeo, equivale a curare un’infezione sistemica con un analgesico.

Superare la turistificazione implica, invece, un rovesciamento strutturale: la riappropriazione, da parte degli Stati e delle comunità, degli strumenti fondamentali di gestione e orientamento dell’economia – dalla politica monetaria a quella industriale, dal credito pubblico alla pianificazione territoriale. Significa restituire alla sfera democratica ciò che oggi è stato consegnato ai mercati, alle banche centrali “indipendenti” e alle istituzioni tecnocratiche di Bruxelles.

Solo attraverso il recupero della sovranità economica e politica, cioè della capacità collettiva di decidere come e per chi produrre ricchezza, sarà possibile invertire il processo di deindustrializzazione e precarizzazione che ha reso intere società dipendenti dalla monocultura del turismo. Finché le città saranno governate dalle stesse regole che hanno imposto l’austerità, la compressione dei salari e la privatizzazione dei beni comuni, esse continueranno a trasformarsi sempre più in scenografie da sfondo ai flussi del capitale finanziario.

Spezzare la logica della turistificazione, dunque, non significa solo cambiare modello urbano: significa cambiare paradigma economico e politico. Significa – per usare le parole di Di Siena – “riscoprire la comunità come infrastruttura portante della democrazia e la stabilità come diritto e non come privilegio”, sottraendo le nostre città al destino di colonie interne del capitale globale.”


Ed eccoli qui tutti insieme i protagonisti:
Antonella Desantis, Sabana Guarino, Stella Campanozzi, Ivan Dell’Edera, Antonio Di Siena.

Ma questo sarà anche un racconto corale quindi ognuno dei presenti si senta libero di portare – se vuole – storie, domande e una parte di sé che arricchisca ancora di più questo momento di condivisione.


AGGIORNAMENTO DEL 1° MAGGIO 2026

Il video della Notte del Lavoro Narrato 2026 (link)

Il podcast (Spreaker)


Il quaderno che avevo in mano non mi serviva a fare “scena”.
Queste sono le parole con le quali ho cominciato quest’anno il nostro incontro sul lavoro narrato.
Da moltissimo tempo la visione distorta del lavoro sta costruendo mostri e le nostre vite hanno bisogno di molto altro, perché la vita di per sé è già espressione di dignità umana e – come ha detto anche Antonella Desantis nel suo intervento – non è il lavoro che può restituire dignità alle persone. La dignità umana è insita nella persona in quanto tale, cercarla dove si produce profitto per altri è una distorsione voluta del nostro tempo.
Non so per quanto ancora la società, per come la conosciamo ora, potrà riuscire a reggersi in piedi sulle premesse di sfruttamento e mistificazione. So che non è questo il mondo a cui qualsiasi specie vivente dovrebbe ambire, e considerato che i sapiens si credono la miglior specie esistente anche per aver messo su questo circo, c’è molto su cui interrogarsi.


💥 La galleria fotografica (scatti di Isabella, Barbara e Veronica) 💥 

💥 E altri scatti post-serata con personcine del cuore ❤️💥

Laura Ressa

Copertina: immagine creata in occasione della Notte del Lavoro Narrato 2026

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti