Salaura, una tela grezza che Maria Mariella realizza al filatoio a partire dalla ginestra e che segna l’avvio della sua bottega a Tortorella, nel Cilento.
Grazie a Jepis Bottega ho scoperto la storia di Maria, che potete leggere e ascoltare qui.
Nella Piccola Scuola Jepis Bottega, per partecipare e dare un mio contributo a questo racconto di lavoro, ero partita con l’idea di interpretare l’arte di Maria attraverso un disegno, ma siccome disegnare non è proprio il mio forte lo lascio fare a chi è più bravo.
Ho provato quindi a disegnare con le parole la mia idea di abito realizzato in salaura. Ed ecco il racconto “visivo” che ne è venuto fuori.

La prima immagine a cui ho pensato, scoprendo l’esistenza di questo tessuto derivato dalla ginestra e ascoltando la storia di Maria, è stato un abito da sposa. Perché pensare a un fiore che sboccia e che poi viene raccolto per creare altro, mi dà il senso del tempo che passa e trasforma le cose e le persone. Mi dà l’idea di nuovi inizi che in realtà sono prosecuzioni naturali di un percorso, di un cammino fatto anche con noi stessi.

Proprio per questo il cosiddetto “vestito della festa” (di qualsiasi festa si tratti) non è per me pretesto di ostentazione o elogio dell’apparenza ma assume le sembianze di un frutto di amore, comprensione, pazienza, rispetto, attenzione, impegno: è raccoglitore delle esperienze che facciamo. Sarà forse anche per questo che non amo pensare ai traguardi e ai percorsi della vita come fossero rituali consumistici ma come qualcosa da vivere nella bellezza della vera semplicità. Ritrovo questa reale semplicità negli occhi di Maria e nelle sue mani che raccontano insieme alla voce. Ritrovo la stessa semplicità anche nel piede che si fa strumento principale per la lavorazione del tessuto.

Così come usiamo i piedi per camminare, in senso reale e metaforico, allo stesso modo il piede di Maria che percorre il filatoio crea un circolo, cadenzato come musica, e compie il prodigio e la bellezza di ogni cosa che creiamo. Come accade nei rapporti, nelle amicizie, nei percorsi professionali, nelle scelte di vita. A ogni passo corrisponde un momento in più del nostro processo di tessitura. Dal tessuto, al cibo, alla vita, alla scrittura, alla musica, fino ad arrivare alle altre mille cose che sappiamo fare.

Ritorno all’abito da sposa.

Mi immagino Maria che adagia su un manichino il tessuto grezzo: lo osserva e poi crea. L’abito che ne vien fuori lo vedo come un prodotto puro, senza colorazioni aggiuntive e con il colore tipico della tela grezza. Maniche piccole e morbide coprono solo la parte superiore del braccio, il resto è morbido e segue le onde naturali. La parte superiore dell’abito me la immagino accogliente e semplice, la parte inferiore della gonna la vedo più ampia ma senza forzature. Segue un percorso suo e si adatta alle linee del manichino o della persona che lo indossa. Sparse qua e là mi immagino richiami alla natura: qualche ricamo a forma di ginestra stilizzata e alcune decorazioni a forma di cerchio a indicare il percorso che scorre e fluisce.
Se penso al vestito, all’abito che indossiamo, non posso fare a meno di pensare che il termine “abito” si riferisce anche al nostro modo di fare, al nostro modo di vivere e affrontare le situazioni. Dunque quello che indossiamo non è solo di stoffa o tessuto ma è anche un abito mentale, la stanza dei sogni in cui alberghiamo, i luoghi della mente in cui ci collochiamo senza badare troppo allo spazio e al tempo, i contenitori di ricordi che costruiscono la nostra struttura e la nostra base solida, le persone che hanno riempito di oggetti i nostri ricordi. Anche quello è un abito, ed è anche quello che vestiamo quando ascoltiamo una storia che ci colpisce: ci sembra quasi di poterla indossare, di poterci camminare dentro o di sommarla alla nostra storia di modo che gli abiti che abitiamo siano tanti.

E poi “abito” inevitabilmente mi traghetta al concetto di “abitare” nel senso di esistere, di esserci non per forza per fare la differenza nel mondo ma per fare della nostra vita un abito che ci calzi su misura e che non sia sgualcito dalle modifiche che il contorno ci impone. Per questo parlare di abito in senso meramente visivo è facile in un tempo in cui ci si abitua che il come appari nei vestiti rispecchi il dentro. A volte quando un abito ci piace sul manichino, addosso a noi ci sembra orribile: proiettiamo altrove quello che vorremmo essere e pensiamo che esista solo un modo di indossare quel che ci piace. La sostanza è altro e, nonostante il detto sull’abito del monaco, la verità è che l’abito si cuce addosso a noi lungo il percorso del filatoio.

Come se l’abito mentale che abitiamo diventasse una seconda pelle e fosse in grado di veicolare le nostre insicurezze, le rabbie, le paure, i sentimenti buoni. Per questo pensando alla storia di Maria penso ai tessuti come fossero la nostra pelle.

Il tessuto ricavato dalla ginestra è molto molto vicino al mio concetto di pelle.

Laura Ressa


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Copertina: Ginestra in fiore, Pixabay

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea