Luigi D'Elia funzione sociale psicoterapeuta salute mentale

“Una seduta di psicoterapia, mediamente di un’ora, va dai 60 ai 100 euro.
Questo significa che le famiglie in difficoltà economica, i giovani di ogni estrazione sociale senza lavoro o con lavori precari, i cittadini esclusi dal circuito lavorativo o con problematiche invalidanti, le persone comuni del ceto medio che non sostengono il costo esorbitante della vita, sarebbero fatalmente escluse dalla cura e dalla prevenzione della salute psicologica.“

Sono queste le parole riportate sul sito del progetto Psicoterapia Aperta (https://www.psicoterapia-aperta.it/mission/ ), nato a partire da un’idea di Luigi D’Elia, psicologo e psicoterapeuta al fine di “organizzare una rete che fotografi l’impegno solidaristico esistente e censisca a livello nazionale tale impegno, e consenta inoltre alla cittadinanza di contattare nella propria zona di provenienza professionisti psicologi e psicoterapeuti aderenti all’iniziativa, eventualmente disponibili ad accogliere richieste a tariffa calmierata”.

I Servizi pubblici di Psicoterapia e Psicologia in Italia soffrono per la mancanza di risorse e di personale sufficiente. Eppure la salute psicologica di tutti dovrebbe essere un diritto di cui la sanità pubblica dovrebbe essere in grado di farsi carico.
Se si è benestanti ci si può curare, altrimenti si rinuncia o si attende per mesi in lista d’attesa? Purtroppo quasi sempre è così.

Il 22 giugno 2024 alle ore 11.00 abbiamo affrontato questi temi in un’intervista a Luigi D’Elia.

Riporto di seguito la sua biografia completa.

“Ho 60 anni e 34 anni di esperienza in molti ambiti della professione. Sono Psicologo dal 1990 e Psicoterapeuta dal 1997, specializzato in Gruppoanalisi. Sono stato dal 2019-2021 docente universitario a contratto di Psicologia Sociale presso il corso di Laurea di Scienze dell’Amministrazione e delle Organizzazioni dell’Università San Raffaele di Roma.

Nella mia attività professionale incontro adulti, adolescenti, coppie, famiglie, gruppi terapeutici sia per consulenze brevi che per percorsi psicoterapeutici.

Ho contribuito a fondare alcune importanti realtà come:
* la Comunità Terapeutica Passaggi di Oricola (Aq). nel 1999, che si occupa di giovani con problematiche psichiatriche;
* due studi associati di psicoterapia, Attualmente lavoro nel quartiere Pigneto a Roma
* un’associazione di categoria, AltraPsicologia, nel 2005, che si occupa di politiche per la professione psicologica.
* Sono Presidente dell’associazione no profit Psicoterapia Aperta il cui portale rende accessibile grazie a tariffe sociali la psicoterapia a centinaia di persone in tutta Italia
* Sono Vicepresidente delle Rete di Psicoterapia Sociale, associazione di associazioni del terzo settore
* Inoltre ho svolto attività di divulgatore e blogger in numerose esperienze: AltraPsicologia (2005-2010); l’Osservatorio di Psicologia nei Media (2009-2010. di cui sono stato l’ideatore); Il Fatto Quotidiano (2011); il Comitato di Redazione dell’Ordine Psicologi del Lazio (2015); il sito Impagine (2018); il sito Vitamine Vaganti (2019); il portale State of Mind (dal 2019); il sito Psicoterapia Aperta (dal 2018); il portale Psychiatryonline.it dove curo dal 2013 la rubrica La Buona Vita.

Sono autore, nel 2015, del libro Alienazioni Compiacenti, star bene fa male alla società dove esploro i nessi tra comuni stili di vita e conseguenze psicologiche individuali.
Sono autore nel 2020 del libro “La funzione sociale dello psicoterapeuta“. Alpes Italia editore.
Sono autore nel 2021 (con M. De Crescente), del libro “L’ambiente di comunità” Edup.
Sono autore (con Nora S. Nicolaus) del libro: “Umanamente insostenibile. Il capitalismo nuoce gravemente ai sapiens” Prossima uscita, Marzo 2025, Meltemi Ed.”


Vorrei, come sempre, lasciare alcuni spunti interessanti sul protagonista che possano servire, prima o dopo la visione dell’intervista, ad approfondire, incuriosirsi, accostarsi ai suoi ambiti di ricerca.

Riporto dunque i link a tre articoli di Luigi D’Elia, con alcuni stralci, virgolettati.

Trovo queste riflessioni lucide, coscienti, figlie di una percezione profonda e priva di paraocchi sul presente e sulla storia passata.

“Ma quale flessibilità! Gli invalicabili psicologici e sociali nell’epoca del disagio per la civiltà” >> http://www.psychiatryonline.it/node/9862

“Oggi il punto non è più quello di cercare e trovare mediazioni vantaggiose tra pulsioni irredenti e ordine sociale, bensì di riconoscere che le richieste dell’attuale civiltà capitalistica sono diventate di fatto irricevibili da qualunque organismo sano dal momento che ciò che viene richiesto è molto al di là delle possibilità di una mente e di un fisico umano di sostenere tali richieste nel tempo senza autodistruggersi o senza autodanneggiarsi sensibilmente.

Nella storia evolutiva dei sapiens, che dura da circa 200.000 anni, è solo nell’ultimo ventesimo di essa che assistiamo ad un cambiamento di condizione che potremmo definire piuttosto impattante: in tutto il mondo quelli che erano prevalentemente cacciatori e poi anche raccoglitori e lo erano stati per ben 190.000 anni (19/20 dell’intera storia di specie), molto lentamente scoprono e diffondono la domesticazione di piante e di animali (da 10-12.000 anni a questa parte) e gradualmente cominciano a sedentarizzarsi e a riunirsi dapprima in piccoli agglomerati e poi in realtà collettive sempre più numerose nelle primissime città nei pressi di zone fertili e naturalmente irrigate, fino a costruire città con diverse decine di migliaia di persone (Çatalhöyük, Uruk, Gerico, Ur, Aleppo, etc). Passano ancora alcuni anni e si inventerà la scrittura. […]

L’addomesticamento di piante e animali accresce enormemente l’antropizzazione dei paesaggi con disboscamenti e irrigazioni forzate, cambia radicalmente l’aspetto della terra ed aumenta il senso di potenza dei sapiens che sentono di poter piegare almeno in parte l’imprevedibilità della natura ai propri scopi, e la successiva nascita degli agglomerati per moltitudini circoscrive sempre più il contesto umano come definito, autonomo e distinto dalla condizione di natura.

L’uomo, giunto nelle città e nei villaggi, impara a modificare la propria condizione in cambio di innumerevoli e indubbi vantaggi evolutivi. […]

Ma ad ogni vantaggio evolutivo si chiederà alla condizione umana un prezzo da pagare. Il costo della civilizzazione comincia a diventare sempre più alto e ogni vantaggio evolutivo comincia a corrispondere ad un sacrificio della condizione precedente che non sempre gli uomini si mostrano disposti a pagare. […]

Venendo alla nostra stretta attualità, e facendo un balzo di 6-9000 anni (dall’epoca delle prime città), ci ritroviamo nella inedita situazione di una civiltà, la nostra oggi, il cui equilibrio, funzionamento e stabilità richiedono alla specie sapiens una mutazione di condizione che ha di gran lunga oltrepassato la possibilità di sopportazione. L’accelerazione della storia non si accontenta più di chiedere all’uomo di potersi adattare all’interno di un qualsiasi scambio vantaggioso per entrambi, ma, ben lontano da ogni opportunità evolutiva, gli chiede di forzare oltre misura la propria dotazione di partenza conducendola verso numerosi punti di rottura: biologici, psicologici, sociali. […]

Abitudini di vita, perciò, totalmente disumane che portano a malattie e morte (Case & Deaton, Morti per disperazione e il futuro del capitalismo 2021) se consideriamo le dotazioni di partenza dei sapiens, ma del tutto ordinarie e funzionali dal punto di vista delle esigenze dell’attuale fase del capitalismo. Se ci pensate, ognuna di queste abitudini impazzite produce PIL e dunque aumenta, secondo i codici perversi capitalisti, il benessere e la stabilità del sistema. Il PIL vampirizza l’essere umano lasciandolo esangue.

In nome di una pretesa e totalmente indimostrata flessibilità o adattabilità bio-psichica il tardo capitalismo-vampiro spezza di continuo la corda già precedentemente tirata all’inverosimile pur di non retrocedere e rinunciare a chiedere ai sapiens infinita resilienza, ma una resilienza ormai fittizia e inesistente sarcasticamente ripetuta e richiesta come prestazione di valore. Ogni tentativo di contrappeso nella direzione opposta: reddito universale, salario minimo, riduzione orari e giorni lavorativi, ripristino di tutele sociali, politiche di pari opportunità, etc, anche se sperimentati con successo, sono vissuti dalla gran parte delle classi politiche e degli stessi cittadini come minacce gravi alla stabilità del sistema. […]

Nel nostro mondo economia globale ed economia psichica vorrebbero totalmente coincidere, con l’esito finale che vede la civiltà stessa ad essere alienata dai propri iniziali obiettivi protettivi e negoziali e, viceversa, totalmente finalizzata alla propria sopravvivenza ad ogni costo, o meglio al prezzo del completo assoggettamento dell’uomo. […]

Insomma, ci troviamo evidentemente ad un bivio decisivo per le sorti della nostra specie: lasciare che questa civiltà alienata e fuori misura ci dichiari inutili e sorpassati con i nostri bisogni scritti nell’evoluzione o, a partire proprio da questi bisogni, dalle dotazioni di origine, l’uomo si riprenda il posto del creatore di civiltà e ne inventi finalmente una a propria misura e a misura dell’ecosistema che lo ospita. […]”

“Il vuoto a sinistra. Una lettura psicologica” >> http://www.psychiatryonline.it/node/9591

“Storicamente la sinistra ha sempre fatto gli interessi dei più svantaggiati lottando affinché tutti potessero avvantaggiarsi dei progressi tecnologici e economici delle società avanzate e non. I diritti sociali e civili, l’uguaglianza, la giustizia, le pari opportunità, i bisogni essenziali, la cooperazione e la sussidiarietà, sono tra i principi che hanno da sempre denotato le battaglie politiche della sinistra in tutto il mondo.

Quindi dobbiamo dedurre che la sinistra è evaporata perché le sue battaglie non sussistono più? Che il benessere è ormai diffuso e le disuguaglianze appianate? Che i lavoratori hanno ottenuto ciò che chiedevano e adesso sono più protetti e soddisfatti?

Assolutamente tutto il contrario: le disuguaglianze aumentano a vista d’occhio; il disagio e la precarietà dominano; il welfare e i diritti sociali e civili arretrano; le famiglie si sfaldano; le nuove generazioni sono spesso allo sbando e senza futuro.

Le sinistre non esistono più per un problema di “framing”. Assistiamo al paradosso per il quale le nostre società creano maggiore disagio (sociale e psicologico), ma la politica non è in grado di inquadrare e comprendere (e quindi rispondere a) i problemi emergenti.

La sinistra ha accettato il frame dominante, ha introiettato profondamente la cornice interpretativa dominante della realtà, e secondo tale cornice la nostra società ha realizzato meglio che poteva il raggiungimento dei desideri sociali. […]

La sinistra non esiste più perché ha le medesime aspirazioni della destra e questo è sufficiente per annullarne ogni potenziale innovativo e trasformativo della realtà. Non propone alcuna alternativa valida al modello neoliberista perché non sa immaginare una realtà valoriale e organizzativa della società che si discosti anche solo di poco da quello costruito nelle società avanzate e che appare quello che garantisce, nella lettura autoreferenziale del framing dominante, il massimo di protezione e stabilità sociale possibile.

Il disagio profondo e diffuso non viene osservato come effetto di una visione distorta della natura umana e del modello di sviluppo esistente, qual effettivamente è, ma viene difensivamente derubricato come effetto indesiderato strutturale del migliore dei mondi possibili. Dove al limite sono gli individui che fanno fatica ad adattarsi.

Gli elettori che vivono questo disagio tendono anch’essi a pensare di non essere sufficientemente integrati e a mostrare qualche difetto soggettivo di resilienza e contestualmente hanno del tutto rinunciato a immaginare di essere compresi da classi politiche che non hanno argomenti per spiegare le nuove disuguaglianze e le nuove forme di schiavitù, di precariato, di vuoto esistenziale, di totale a-progettualità.

Un disagio che non trova nome, non esiste.

Quindi quella vecchissima sinistra che trovava nomi nell’opporsi alla dittatura, allo sfruttamento padronale, all’ingiustizia e al classismo, alla mancanza di libertà e autodeterminazione, oggi non ha alcun lessico per descrivere e rispondere al disagio e all’infelicità diffusa di chiunque provi ad integrarsi in questa realtà (sia riuscendoci, sia non riuscendoci).

La sinistra non ha la capacità di cambiare il framing e di determinare e individuare ciò che è sotto gli occhi di tutti. Non sa e non riesce a intercettare i bisogni, anche quelli più essenziali dei cittadini, sempre più soli, sempre più distaccati.”

“Bonus Psicologo o horror vacui?” >> http://www.psychiatryonline.it/node/9584

“In una società nella quale è diventato usuale ricevere delle mancette in risposta a crisi endemiche, dove la disoccupazione è un dato strutturale e se ne prevede il progressivo allargamento, dove le fasce di povertà relativa e assoluta si triplicano in pochissimi anni e le disuguaglianze sociali ammorbano sempre più in nostro tessuto sociale, nulla di strano se accanto al bonus 110%, al bonus mobili, al bonus tv, il nostro lungimirante Stato ci sganci qualche centone per convincerci ad attraversare l’inquietante soglia di uno studio di psicoterapia. […]

Peccato che con il finanziamento previsto per questo bonus psicologo, di soli 10 milioni, è prevedibile che le domande si esauriranno con la stessa velocità delle prevendite del concerto dei Pink Floyd al teatro Mignon.

Qualcuno però tra gli psicologi ci dà del disfattista: ma come, proprio adesso che dopo due anni di pandemia un governo si accorge finalmente che esiste anche la salute mentale (direi piuttosto che s’accorge che esiste la mente) e, seppure con pochi spicci, cerca di venire incontro al disastro generale che riguarda la prevenzione del disagio psicologico. Proprio adesso voi vi lamentate pure della scarsità del provvedimento.

Non è esatto. Ci saremmo lamentati anche di un finanziamento del provvedimento dieci volte maggiore. Il metodo in questo caso parla del merito. L’occasionalità su temi quali i diritti di accesso a cure essenziali (quali sono le psicoterapie), segnalano una volontà di impotenza senza precedenti, ovverosia, l’aver definitivamente gettato la spugna per la riforma organica del settore salute mentale. […]”


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Luigi D’Elia; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


Nonostante tutto, nonostante lo sfascio di questa nostra società allo sbando, nonostante gli slogan fasulli della politica e le promesse mai mantenute, nonostante il capitalismo abbia reso l’uomo succube di se stesso nella continua rincorsa verso il nulla, sono felice di poter trovare ancora quelle eccezioni che accendono una luce nel cuore, che tengono saldo ancora il filo di una speranza che spesso vacilla, si assottiglia e sembra essere sempre sul punto di spezzarsi.

Luigi D’Elia è una di quelle belle eccezioni che dovremmo imparare a cercare e a conoscere. Poter raccogliere la sua testimonianza ha rappresentato per me l’opportunità di mettere a fuoco una visione ampia delle cose in cui, inevitabilmente, il tema della salute psicologica si innesta all’interno dell’impalcatura sociale in cui viviamo.

La politica, sia da destra che da sinistra, ha completamente dimenticato i bisogni delle persone, derubricandoli fino a ridurli a semplici slogan vuoti.

D’altro canto quel che più interessa a chi detiene il potere, o cerca di occupare le poltrone “che contano”, è il puro interesse personale, un interesse di tipo economico naturalmente.

La storia ce lo racconta bene, l’attualità ci offre un quadro tristemente desolato, eppure moltissimi fra noi sono spesso ciechi, smemorati, oppure volutamente ignoranti dinanzi ai fatti. Perché sapere e capire provoca dolore, certo, ma che senso ha allora esistere se ci muoviamo nel mondo scimmiottando un’idea fittizia di benessere?

Che senso ha essere autori di un individualismo senza precedenti, se dimentichiamo che la vera evoluzione si raggiunge solo insieme agli altri?

Quale coscienza di classe potremmo mai ripristinare se non ci interessa che il dolore degli altri diventi anche il nostro dolore?

Invito tutti a porsi dubbi e domande. Invito a sperimentare, a non arrendersi alla massificazione della cecità e dell’ignoranza. Invito, infine, a non credere ai politicanti, di qualsiasi colore essi siano, poiché sono solo lo specchio di un mondo che vuole che tutto cambi affinché tutto rimanga com’è.

Concludo con un monito che cercherò di portare sempre con me: non possiamo aspettare che il cambiamento venga da un’entità suprema e superiore. Per quanto ci è possibile, dobbiamo cercare di portare noi stessi un cambiamento, là dove riusciamo. E se il mondo, alla fine, non cambierà, noi almeno ci avremo provato senza arrenderci e senza voltarci dall’altra parte.

Grazie a Luigi D’Elia!

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Link di approfondimento:

Psicoterapia Aperta >> https://www.psicoterapia-aperta.it/

Rete per la Psicoterapia Sociale >> https://www.retepsicoterapiasociale.it/

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti