“Fatti sentire!” e “Come stai?”: quante volte avrete sentito pronunciare queste due frasi.
E quanti avranno voluto insegnarvi chi sia davvero un amico! L’amicizia però non si spiega e, come molte cose che ci accadono, si svela da sé.
Mi fa pensare sempre ai fiori, a quanto siano belli da vedere e a quanta cura ci voglia per confezionarli e regalarli a qualcuno. Eppure quella è solo la veste secondo noi migliore da dare ai fiori che osserviamo: a volte per godere davvero della bellezza di un fiore dobbiamo essere in grado di lasciarlo crescere lì nel giardino a cui appartiene senza strapparlo all’erba a cui è legato e senza abbellirlo con un filo colorato e cingerlo con lacci che somigliano a catene.

Da adolescenti pensiamo che il gruppo a cui apparteniamo sia sede delle più alte dimostrazioni di amicizia. Crediamo ciecamente a quel che ci viene detto, ai consigli ricevuti, all’immagine di noi stessi riflessa negli occhi degli altri. Crediamo nel senso intrinseco di fiducia, nell’appartenenza non intesa come catene ma come porto sicuro in cui rifugiarci con affetto.
Nei gruppi precostituiti nei quali da piccoli ci insediamo per trovare la nostra dimensione pensiamo, poi, di averla trovata davvero quella dimensione. Quando con il tempo ne usciamo però qualcosa accade e qualcosa muta. Forse in realtà cambia proprio tutto, perché noi stessi siamo mutevoli e faremmo un errore a pensare che tutto debba restare invariato per sempre.
Nei momenti vissuti in un gruppo di amici siamo portati a pensare non più come singoli ma come inseriti in un contesto fatto di precisi e netti spazi, di incontri, di orari stabiliti e immutabili.
In quel cosmo dobbiamo seguire le regole di una convivenza che si consuma in determinati luoghi e si esplica in attività da svolgere insieme. Se ci pensiamo, queste attività ci danno un certo grado di comodità perché un conto è sapere che ci si vede tutti in un luogo e in un giorno alla stessa ora, un conto è coltivare le persone al di fuori di contesti già stabiliti, avere la costanza di restarsi vicini, di ricalibrarsi in nuovi orari e secondo nuovi ritmi che non siano solo i nostri, di essere presenti non solo in quei momenti ma anche in altri, di non dare per scontato che il tempo e il giorno siano parametri fondamentali e definiscano quale sia un affetto sincero.
Dove termina la comodità e comincia la libertà di essere se stessi? Dove finisce l’impegno scadenzato e comincia l’affetto? Dove termina la pretesa e comincia la serenità di scegliere chi far restare nella nostra vita senza bisogno che sia il calendario a dircelo?

Nel giorno del matrimonio di una delle mie amiche più care, Eufemia, ho scattato una foto a questo piccolo mazzo di fiori. Guardandolo ho pensato che, come fiori e piante, anche le persone meritano di essere innaffiate. Ma non si impara a farlo subito perché nessuno deve esserci per forza se tu non fai nulla affinché faccia parte della tua vita.

Come i fiori, che non restano lì per te a lungo se non li curi almeno un po’, anche le persone sono il frutto del proprio giardino e se vuoi custodirli devi imparare come fare.
Le amicizie che il tempo fa resistere sono quelle a cui non serve legare a sé qualcuno ma camminare insieme, anche a momenti alterni, con la certezza che il ricordo resta legato ai periodi della vita in cui si riusciva ad essere insieme per più tempo ma anche con la consapevolezza che la quantità non equivale alla qualità.
Diventa raro riuscire a tenere stretto a sé quel filo sottile che ci lega agli altri, quel filo genuino che diamo per scontato e che talvolta si spezza.
Diventa difficile perché comprendiamo, man mano, che amicizia non è avere un appuntamento in agenda: è costanza senza possesso, gioia condivisa senza pretesa, è pensiero senza l’assillo di aspettarsi qualcosa in cambio, né con l’idea che siano gli altri a doverci rincorrere.

Amicizia è una mano ferma che ci accoglie e una parola dolce pronta a sorreggerci. Non è l’idea di avere una contingenza in comune e, per via di quella, pensare di essere legati. Amicizia è tutto quello che non impariamo e che nessuno può spiegarci, ed è tutto ciò che comincia oltre i contesti forzati dei nostri impegni settimanali.
Amicizia è al di là delle parole e degli spazi condivisi, è coltivarsi anche quando le circostanze potrebbero impedircelo, con impegno reciproco. Ma reciproco per davvero, ché la reciprocità è difficile da praticare ed è più semplice aspettarsi qualcosa dagli altri senza domandarci cosa diamo noi.

Più facile chiedere quindi “Che fine hai fatto?” piuttosto che chiederci “E io per questa persona dove sono stato sino ad ora?”

Sembrano esistere due tipi di amicizia: quella che dice “Fatti sentire!” e quella che si pone domande su di te, che ti chiede “Come stai?”

Amicizia è costanza. E possiamo smettere di pensare che siamo sempre noi a sbagliare: dobbiamo invece cominciare a ricordare anche le cose belle che abbiamo fatto insieme e scegliere a chi vogliamo continuare a donarle, scegliere con chi continuare a innaffiare fiori.
La bellezza va coltivata con le persone per cui vale la pena, altrimenti si appiattisce, diventa un compito da assolvere, qualcosa da fare per forza per lavarsi la coscienza e pensare di aver seminato bene con tutti.
Esistono due tipi di amicizia. Per me quella reale parla con i punti interrogativi: è quella che ti fa mettere nei panni dell’altro, quella delle domande perché di risposte ne abbiamo sentite troppe, spesso sbagliate, e arriva il punto in cui la prospettiva cambia e le risposte fanno un passo indietro.

A me e alla mia cara amica Eufemia nel giorno del suo matrimonio ho augurato di essere come fiori in un giardino, capaci di condividere lo stesso spazio vitale senza rubarci né acqua né ossigeno.

Non permettete a nessuno di dirvi che avete sbagliato o che per colpa vostra un’amicizia è finita. E, a vostra volta, non recriminate: se volete riallacciare i rapporti con qualcuno, siate voi i primi a farlo.
A volte è meglio lasciar passare un po’ di acqua sotto i ponti, restare legati solo alle persone con cui vogliamo proseguire il percorso piuttosto che dire di tenere a tutti quando non è così.

Nei rapporti con le persone nulla è scontato, nulla è dovuto e le maschere cadono anche quando ci abbiamo impiegato anni a fare manutenzione e a lavarle. Ogni passo fatto insieme non prevede sconti e ci rende nudi.
Seminare bene, esprimere noi stessi abbandonando le parole che per noi non hanno significato: se facciamo tutto questo non perdiamo l’opportunità di raggiungere la libertà di scegliere.

Io ed Eufemia: una foto di qualche anno fa

Settembre 2020. Dal nostro ultimo incontro era passato un anno tra messaggi sparsi qua e là, con la certezza però di essere presenti l’una per l’altra. Io e la mia amica Eufemia ci siamo ritrovate, riabbracciate, e abbiamo parlato tanto con la stessa voglia di essere ciò che mostriamo e di non dover indossare altre maschere se non quella chirurgica per proteggerci dal virus.

Dopo esserci salutate e date appuntamento al prossimo incontro, mi ha ricordato che non abbiamo scattato neanche un selfie per suggellare il momento. Penso che non ne avessimo bisogno, con buona pace di chi invece ama immortalare tutto e poi mostrare a tutti.
Non dovevamo dimostrare nulla.
Penso che ci siamo abituati a rendere quasi tutto “mostrabile” a chiunque, hashtaggabile, instagrammabile. E forse i sentimenti sono stati le prime vittime sacrificali di questa nuova ossessione.

In tempi di condivisione ossessiva, la bellezza e la conquista invece credo stiano nel poter fare a meno di far sapere, nel fare qualcosa di bello senza l’assillo di dover mostrare quel momento a qualcun altro, ai nostri follower, ai nostri amici digitali e anche alle persone che non sopportiamo.

Nessuno decide quale momento sia più importante e come sia più giusto condividerlo, ma penso – e l’ho scritto già – che ci sia un motivo dietro la voglia di mostrare continuamente. E credo pure che dietro a molti attimi di vita che mostriamo ci sia la smania di sentirci protagonisti, l’egocentrica idea che al mondo importi sempre di noi, che quel momento personale non sia da custodire gelosamente ma sia fatto per ricevere approvazioni da chi con la nostra vita non centra nulla o centra poco.

Tutto questo rischia di creare un vortice in cui chi mostra ha sempre voglia di essere considerato dagli altri, e ha sempre voglia di essere al centro. Eppure questa è una pretesa che non possiamo avere, banalmente perché non sappiamo in quali scarpe stiano camminando le altre persone e non possiamo pretendere che il loro affetto sia dovuto o si debba attivare come un interruttore che decidiamo noi quando azionare.

Laura Ressa


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Copertina: foto scattata al matrimonio della mia amica Eufemia

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea