
In questi tempi decisamente bui e soggiogati dalla rincorsa all’effimero, trovare spazi di luce e ragionevolezza sta diventando sempre più difficile. Altrettanto difficile è ritrovare fiducia nel mondo, dacché istituzioni, politica, senso comune e relazioni umane sono quasi sempre guidate da secondi fini, piegate alle logiche dell’interesse economico, spicciolo e immediato più che del senso di appartenenza a una collettività e del raggiungimento di obiettivi a lungo termine che migliorino davvero il presente e il futuro delle persone.
Perché parto da questi concetti per presentare questa intervista? Perché sento sulla mia pelle la difficoltà quotidiana di leggere o ascoltare riflessioni che non seguano il pensiero massificato, di trovare persone che non ragionino con il portafogli, di costruire relazioni umane non basate su interessi materiali ma su un genuino – e, temo, ormai perso – senso di bellezza, di pura condivisione delle proprie idee, del proprio tempo, del proprio sapere e non sapere.
Nelle parole di Guendalina Middei ho sempre trovato quella “febbrile ostinazione”, l’istinto di non arrendersi a ciò che di peggio la società ha da mostrarci.
In una recente intervista Guendalina ha dichiarato:
“Sono consapevole che in una simile società il ruolo dello scrittore è sempre più marginale. Le idee, le arti in generale non hanno più posto in una società che ha sicuramente trovato nuovi canali (i media, ma anche in positivo il cinema) da cui trarre quelle risposte che in passato si cercavano nei libri. Alle volte mi sento davvero come Don Chisciotte, folle a tal punto da combattere contro i mulini a vento. Eppure vado avanti, con una sorta di disperata e febbrile ostinazione. E come scrittrice mi rivolgo agli altri che come me per temperamento, passione o indole faticano a ritrovarsi in questi «tempi moderni» e hanno fame di cose diverse.” (fonte: https://www.vocidallisola.it/2024/01/12/intervista-con-un-matto-in-dialogo-con-guendalina-middei/ )
Il 14 giugno 2024 alle ore 18.30 Guendalina Middei è stata protagonista di un’intervista in diretta streaming sui canali Frasivolanti.
Il suo sguardo sul mondo, la sua enorme passione per i classici della letteratura, la sua opera di divulgazione sui social e la sua penna di scrittrice sapranno offrirci uno sguardo finalmente non omologato, una visione realistica ma ancora piena di speranza all’interno di un mondo troppo stereotipato, dove il confine netto tra buoni e cattivi non esiste più perché è più forte la legge delle maschere sociali e nel mix umano ogni volto è uguale a tutti gli altri.
Voglio presentare Guendalina attraverso le parole della sua biografia:
“Guendalina Middei, alias Professor X, è nata a Roma nel 1992. Fin da adolescente coltiva la sua grande passione per la letteratura e la cultura classica. Dopo aver conseguito la laurea in Lettere e un master in Giornalismo culturale, si è dedicata all’insegnamento nei licei e alla scrittura. Ha collaborato con diverse riviste letterarie, tra cui “Culturificio”, “Critica Letteraria” e “Sintesi dialettica”.
Nel 2019 ha aperto la sua pagina Facebook Professor X, seguita nella primavera del 2022 dall’omonimo profilo Instagram. I suoi canali sono oggi diventati punti di riferimento per oltre trecentomila lettori appassionati o incuriositi dalla letteratura. Nel 2021 ha esordito nella narrativa con il romanzo storico Clodio, seguito nel 2023 da Intervista con un matto, entrambi editi da Navarra Editore.
Con Feltrinelli ha pubblicato Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera (2024).” (fonte: https://www.feltrinellieditore.it/autori/middeiguendalina/ )
Questa chiacchierata è stata l’occasione per conoscere meglio Guendalina, per cercare di entrare nelle pieghe profonde del suo lavoro, delle sue passioni, di quelle parole scritte che si fanno vive e che si ostinano a cercare ancora il senso, a indagare la vita e a raccontare la psiche.
Prima di presentare l’intervista, ci tengo a lasciare qualche input, qualche spunto, qualche scintilla che riguarda la protagonista della chiacchierata.
Propongo dunque una bellissima intervista a cura di Giorgio Galli in cui Guendalina, partendo dal suo libro “Intervista con un matto”, ci accompagna in un percorso che lega insieme tanti aspetti della società e della cultura odierne, passando per i concetti di follia e normalità. Riporto di seguito alcuni meravigliosi passaggi, e consiglio ovviamente di leggere la versione integrale dell’intervista a questo link: https://www.vocidallisola.it/2024/01/12/intervista-con-un-matto-in-dialogo-con-guendalina-middei/
“Tu hai fatto un lavoro di ricerca sugli istituti psichiatrici, e ne hai scritto sulle tue pagine social. Ma la cosa più sorprendente è che riferisci di essere stata tu stessa “ospite” di una clinica psichiatrica a vent’anni a causa di una diagnosi sbagliata. La prima cosa che vorrei chiederti è come mai hai scelto di dedicarti a un tema su cui avevi vissuto un’esperienza così difficile e se, scrivendo, te ne sei in qualche modo liberata. […]
Proprio perché è capitato a me in prima persona ho voluto scriverne. Ho sentito il bisogno, l’urgenza di farlo. Ho voluto dar voce al senso di impotenza che si prova quando ti privano della libertà, della credibilità, della ragione perfino. In certe strutture ancora oggi somministrano ai «pazienti» un cocktail talmente potente di farmaci da annientare del tutto quello che chiamiamo «coscienza». I primi giorni del mio ricovero non fui in grado di parlare, di pensare, di riconoscere i miei genitori, di trattenere la saliva nella bocca… E la chiamarono «cura». E questo non è accaduto nel 1930, quando si riteneva che la lobotomia fosse un metodo utile per trattare i pazienti psichiatrici, non è accaduto nel 1960 quando l’elettroshock era una «pratica terapeutica» condivisa quasi all’unanimità, ma è accaduto a me, nel 2015, a causa di una diagnosi sbagliata. In tanti oggi credono che grazie alla legge Basaglia gli orrori di un certo tipo di psichiatria appartengano a un lontano passato. Ma quando ti impongono dei trattamenti coercitivi contro la tua volontà, quando ti legano al letto e ti annullano la ragione con dosi talmente elevate di farmaci, tali da stordire un elefante, quando sei lì in un luogo in cui nessuno ti ascolta, un luogo che riconosce il tuo corpo ma non la tua voce, il tuo sintomo ma non la tua anima, quello per me si chiama manicomio.
Sono partita dalle mia esperienza, dai miei ricordi, da ciò che ho vissuto e dalle testimonianze che ho raccolto nel corso degli anni per scrivere un romanzo dove il mio protagonista è un uomo rinchiuso da quindici anni in un OPG (ospedale psichiatrico giudiziario). E voglio ricordare che gli OPG furono chiusi soltanto nel 2014 in seguito a un’inchiesta del Parlamento, oltre trent’anni dopo la famosa legge Basaglia. Intervista con un matto non è nato soltanto da un intento artistico: è anche un grido, una protesta e al tempo stesso una denuncia che lancio contro questo tipo di sistema. Prima di scriverlo ho svolto delle ricerche: ho intervistato ex pazienti, infermieri, perfino psichiatri. […]
Giorgio Antonucci, che diresse a partire dagli anni 70 il manicomio di Imola, definì la psichiatria uno «strumento di controllo». Per secoli ha svolto anche questa funzione. Il fascismo si servì del ricovero coatto come arma politica, nella Russia di Stalin il meccanismo fu lo stesso: il poeta Iosif Brodskij venne internato per ragioni politiche, lo stesso accadde a Aleksandr Esenin-Vol’pin, allo scrittore Viktor Rafal’skij, e a molti altri. Ma al di là delle ragioni politiche, era sufficiente contravvenire all’«ordine morale» per essere liquidati come pazzi.
[…] L’idea di «normalità», di «comportamento socialmente accettabile» varia a seconda delle epoche, delle culture, del tipo di società a cui si appartiene e che per determinate ragioni (spesso utilitaristiche ed economiche) arriva a privilegiare un certo tipo di canone comportamentale a scapito di un altro. […]
Il tentativo di comprendere cosa sia questa benedetta «normalità» ha guidato la mia scrittura ed è alla base della mio Intervista con un matto. Io dal canto mio spero che la psichiatria odierna possa tornare ad interrogarsi su questa questione, etica e filosofica, ancora prima che medica. […]
Detesto un certo tipo di narrativa che oggi va per la maggiore, che vuole essere a tutti i costi edificante e che alla fine arriva ad edulcorare idee, situazioni, tensioni morali, appiattendo lo spessore psicologico dei personaggi che devono, in quanto eroi positivi, compiere soltanto azioni eroiche e positive. Questi romanzi in genere ti scodellano delle verità ovvie del tipo «l’amicizia è un dono», «l’amore trionfa su tutto», «la vita è bella ma fa male». I buoni sono buoni, i cattivi cattivi, non si pongono il problema, per non complicare le cose al lettore, di mostrarti che i «buoni» hanno momenti di meschinità, e i cattivi momenti di eroismo, che anzi è impossibile dividere il mondo in buoni e cattivi, eroi e antieroi. Ma la letteratura, almeno per me, non dovrebbe avere intenti morali. Io nel mio scrivere rivendico la libertà di emanciparmi da questa concezione moralizzante. E cerco di confrontarmi con idee che mettono in discussione il mio modo di pensare, che mi fanno sentire braccata o nascono da quelle zone del mio inconscio che sono in conflitto con la mia parte razionale. Credo che questo mio modo di essere si rifletta nella mia scrittura. Nei miei libri lascio che i personaggi dialoghino tra loro in modo dialettico e che esprimano la propria visione del mondo. […]
Narrare la storia di un uomo in perenne bilico tra normalità e follia per me ha significato immaginare e percepire il mondo attraverso i suoi occhi. […]
Per me il problema non è Internet, ma quella che io chiamo una «proletarizzazione della cultura» che anziché elevare le masse, ha snaturato se stessa per essere più facilmente vendibile e smerciabile. Il libro ha cessato di essere libro per diventare in tutti i sensi un «prodotto». Un prodotto che affinché possa e sappia vendere tanto, deve possedere determinate caratteristiche che non hanno nulla a che vedere con il valore dei suoi contenuti o qualsiasi altra considerazione stilistica. […]
Fatico a rispecchiarmi e a ritrovarmi in questo mondo che ha fatto della superficialità un vanto e del conformismo una moda. Sono consapevole anche che in un simile società il ruolo dello scrittore è sempre più marginale. Le idee, le arti in generale non hanno più posto in una società che ha sicuramente trovato nuovi canali (i media, ma anche in positivo il cinema) da cui trarre quelle risposte che in passato si cercavano nei libri. Alle volte mi sento davvero come Don Chisciotte, folle a tal punto da combattere contro i mulini a vento. Eppure vado avanti, con una sorta di disperata e febbrile ostinazione. E come scrittrice mi rivolgo agli altri che come me per temperamento, passione o indole faticano a ritrovarsi in questi «tempi moderni» e hanno fame di cose diverse.“
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Guendalina Middei; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
La distorsione della realtà passa attraverso l’uso delle parole, soprattutto quando di parole ce ne vengono concesse poche (come avviene anche sui social grazie all’opera di censura e limitazione operata attraverso gli algoritmi). Poche parole per poter pensare e per poterci esprimere, uno sparuto numero di vocaboli che rimpiccioliscono la cultura, le menti e la stessa esperienza umana.
Lo aveva capito molto bene già Orwell quando scrisse 1984.
Oggi pensiamo di essere liberi, entità pensanti, persone perbene e di valore, autori di giuste scelte, attori di una vera democrazia. Eppure, contrariamente al pensiero comune e al comune appiattimento delle coscienze e dei cervelli, quello che solitamente vogliamo osservare è solo la superficie delle cose e delle persone. Veniamo imboccati dai media, ci nutriamo di nozionismo e maschere sociali tanto da dimenticare quasi sempre chi siamo davvero, che senso hanno le nostre vite, quali disegni ben architettati cela, in realtà, la storia assai parziale raccontata nei libri di storia che si studiano a scuola.
Il pensiero critico vive ora un momento terribile: esso è quasi del tutto assente, i cittadini – almeno nel nostro paese – sono sempre meno in grado di credere ancora nelle istituzioni e nella politica e la risposta è spesso l’astensione dal voto o, forse peggio, la scelta del cosiddetto “meno peggio”, scelta che rientra pienamente nel disegno sociale e politico tracciato e voluto già decenni fa e che mira ad una polarizzazione estrema dove abbiano spazio di manovra politica solo due fazioni apparentemente contrapposte ma in realtà del tutto uguali. Si pensi, ad esempio, all’assetto politico statunitense.
In questo quadro si innestano le parole con cui la storia viene raccontata – quella attuale così come quella passata. Se anche la guerra diventa dunque “missione umanitaria” o financo “missione di pace”, certamente esiste un problema di fondo che non è soltanto puramente linguistico o semantico.
Anche di tutto questo ho avuto la fortuna di ragionare insieme a Guendalina Middei, alias Professor X, una delle poche voci libere in una società che ha paura ad avere una propria opinione e ovviamente ha ancor più paura ad esprimersi.
A mio parere quella paura atavica del pensare e del dire con cognizione di causa deriva principalmente dall’eventuale rischio di risultare impopolari agli occhi dei più, agli occhi dei “contatti che possono servire”, agli occhi dei cosiddetti “amici social” benpensanti, e di tutta quella classe che si finge appartenente al “popolo” ma che in realtà è in tutto e per tutto parte integrante di élite della peggior specie.
Credo che non si debba scendere a patti con il proprio cervello annichilendolo, alimentandosi di una cultura nozionistica limitata e limitante. Non è seguendo il gregge che ci si salva, non è ragionando per tifoserie politiche che si riesce ad osservare chiaramente il bene e il male, poiché il male sa annidarsi perfettamente, come un virus, proprio in chi indossa la maschera del bene.
A cosa mai serviranno queste mie parole? – me lo chiedo spesso quando mi confronto con le persone e quando cerco, nel mio piccolo, di veicolare un pensiero che non sia asservito agli interessi più beceri a cui più o meno tutti sono avvezzi. Se lo chiede anche Guendalina, eppure, proprio come Don Chisciotte, continua a credere e, al contempo, ad avere una voce e ad utilizzarla.
Grazie, Guendalina, per questa meravigliosa chiacchierata! E mi raccomando: non rassegnatevi e… leggete i classici della letteratura.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
