Michela Mancini giornalismo paese dei pazzi

Si fa sempre molta confusione nel dare una definizione alla parola “verità”. Il concetto stesso può far paura quando si scava in angoli ancora troppo bui della nostra storia. Il compito del giornalista è osservare dall’esterno, mettersi quanto più possibile al servizio della notizia e dei fatti, occupare coni d’ombra mettendosi in secondo piano per cercare di parlare in termini quanto più possibile oggettivi, per descrivere gli avvenimenti e le loro conseguenze senza schierarsi.

Quanto è difficile, però, il mestiere di giornalista? Quanto è complicato, oggi più che mai, mantener fede alla notizia e all’etica del giornalismo fatto bene?

Il giornalismo d’inchiesta, poi, richiede di entrare completamente nelle cose, di immergersi, di incontrare le persone, di toccare spesso strati lacerati e pagine dolorosissime della nostra storia e delle vite altrui.

Facile è ottenere un tesserino, difficile è essere realmente giornalista. Lo sappiamo bene, lo vediamo bene.

Non dobbiamo dimenticare che prendere sul serio questo mestiere – senza subire pressioni politiche o di altro genere – non è affatto scontato, come per molti mestieri del resto. Non è scontato applicare a questa professione il rispetto e l’etica che il racconto delle notizie e delle persone meriterebbe.

Di tutto questo, e dei tanti aspetti della professione di giornalista, abbiamo parlato con Michela Mancini il 13 giugno 2024 alle ore 16.30 sui canali Frasivolanti.

Abbiamo cercato di andare nel profondo toccando anche altri temi, primi fra tutti la motivazione da cui muove la sua passione, divenuta professione, e quello che ha imparato dal giornalismo anche a livello umano, come le sue inchieste hanno cambiato, se l’hanno fatto, la sua vita. Come è cominciato il suo viaggio nel giornalismo d’inchiesta sulla criminalità organizzata e come, recentemente, è approdata allo studio, alla ricerca e al racconto di Girifalco, il cosiddetto “paese dei pazzi”?

Per presentare Michela Mancini, mi affido alle parole della sua biografia.

“Giornalista e autrice radiofonica, specializzata in “creative radio” e “audio documentary” alla Goldsmiths University of London, ha collaborato con diverse testate, tra cui il Venerdì di Repubblica e la BBC, occupandosi principalmente di temi legati alla criminalità organizzata. Dal 2016 lavora per la radio e la televisione pubblica italiana, Rai Radio3, Report Rai3 e Giornale Radio Rai. Con il suo audio dramma “Goldfish and Soldiers” in lingua inglese ha vinto il Prix Europa Rising Star nel 2020. La serie audio “Gli Ammutati” è stata selezionata allo UK International Radio Drama Festival ed è stata tra i finalisti al Prix Europa del 2023 nella sezione “audio investigation”.”

Tempo fa Michela Mancini ha dichiarato “Scrivere di mafia non è solo un atto di responsabilità, ma anche un modo per capire da dove veniamo e dove vogliamo andare. Vorrei continuare a fare inchiesta e che il giornalismo servisse a qualcuno“. (fonte: https://www.comune.catanzaro.it/a-palazzo-de-nobili-si-discute-di-donne-e-ndrangheta-con-la-giornalista-michela-mancini/ )

Di grande interesse culturale e storico e di grande profondità umana sono, tra gli altri, due podcast di Michela che vorrei segnalare consigliandone caldamente l’ascolto.

Il Paese dei Pazzi: https://www.raiplaysound.it/programmi/ilpaesedeipazzi

Gli ammutati: https://www.raiplaysound.it/programmi/gliammutati


I promemoria che solitamente lascio prima delle interviste, non sono solo semplici promemoria per invitare le persone ad esserci e a partecipare attivamente alla diretta. Questi promemoria sono anche tracce, pezzi di racconto, stralci di ricerca, attimi che precedono l’incontro. Sono anche – lo ammetto – il risultato della mia ansia da prestazione e della spasmodica ricerca di qualcosa che ancora non so e che potrebbe rendere più bella l’interazione.

Sono un modo per condividere elementi di un bagaglio di conoscenza e consapevolezza che penso dovrebbe appartenere a ciascuno di noi.

Nei giorni che hanno preceduto la chiacchierata in diretta con Michela, ho ascoltato parole che mi hanno lasciato tantissimi interrogativi nella mente. Mi sono interrogata sull’espressione e sul racconto delle nostre intime emozioni, su come determinati linguaggi ci aiutino a vuotare il sacco perché il suo contenuto possa diventare patrimonio anche per gli altri.

In quei giorni una persona mi ha chiesto perché, sebbene io mi definisca timida quando si tratta di parlare, poi invece io trovi nella scrittura il linguaggio per eccellenza per riuscire a esprimere quel che provo.

Questa domanda mi ha fatto pensare molto. La risposta l’ho data ma, perlustrando qui e là, ho trovato qualcun altro che ha parlato, in una recente intervista, del rapporto con la parola scritta.

Questa persona è la scrittrice Antonella Lattanzi, che parlando del suo ultimo libro “Cose che non si raccontano” ha spiegato che secondo lei il racconto di dolore di una singola persona può diventare la storia dei dolori di tutte le altre persone, attraversare in modo trasversale tutte le vite, parlare a chiunque, tradurre in parole un unico abbraccio universale che sa raccontare più delle urla e più del pianto quello che si radica nelle profondità di ognuno.

A tutto questo si lega l’idea, in cui mi riconosco molto, secondo cui fin quando non impariamo a dare un nome alle cose che ci avvengono, forse riusciamo a illuderci o a fingere che quelle cose non siano mai accadute. E allora credo che sia giusto invece imparare a guardare quelle cose negli occhi, a scriverle, ad adoperare il nostro linguaggio preferito per esternarle, per renderle reali soprattutto ai nostri occhi, e soprattutto quando ci fanno male.

Sempre la scrittrice Antonella Lattanzi in un’intervista ha ricordato una scena del Pinocchio di Guillermo del Toro in cui Pinocchio chiede al grillo parlante cos’è un fardello e il grillo risponde “è qualcosa che ti fa male ma che vuoi sempre portare con te”.

Alcune storie possono far male, ma in modi a noi a volte ignoti possono anche farci molto bene. Possono far bene alla nostra consapevolezza, possono aiutarci a guardare il mondo in modo nuovo, farci attraversare con speranza paure e dolori e anche episodi della nostra storia collettiva a cui ancora fatichiamo a dare un senso.

Penso che anche nelle storie raccolte e raccontate da Michela Mancini, che di mestiere fa la giornalista, ci sia tutto questo. Nella sua voce, nel suo approfondimento, nella capacità di raccogliere con cura e rispetto le testimonianze di chi ha vissuto un dolore profondo, ci sia una sete di verità e conoscenza. E credo ci sia l’obiettivo di restituire tutto questo agli altri come patrimonio umano e storico.

Facciamoci trascinare, emozionare, schiaffeggiare dalle storie raccolte e raccontate da Michela Mancini. I nomi delle persone raccontate devono restare scolpiti nella storia e nelle nostre menti, perché il racconto di quei dolori profondi racconta chi siamo e perché abbiamo il dovere, tutti, di osservare il mondo e il nostro paese con quanta più lucidità possibile.


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Michela Mancini; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


Ha ragione da vendere Michela Mancini quando dice che l’attacco di un testo è la parte più difficile da scrivere. Quel segmento ha il compito di tenere incollato lì il lettore, di racchiudere in pochissime righe di incipit qualcosa che convinca a restare e a continuare nella lettura.

Mentre racconto dell’intervista a Michela, proponendo a chi non l’avesse fatto di ascoltarla, mi ritrovo immersa in quella difficoltà, mi ritrovo con le mani che non sanno quali parole scegliere, perché la vita stessa spesso stupisce più di un attacco ben scritto, e ora il mio attacco proprio non riesco a trovarlo.

Ci sono esperienze, ci sono dialoghi come quello con Michela, che ti lasciano dentro esattamente l’idea che in certi casi è davvero difficile esprimere a parole un’emozione. Eppure Michela mi ha anche ricordato che, in realtà, un modo ci può sempre essere per trasmettere una storia, un dolore, un’emozione nero su bianco e per far vivere tutto questo anche nei suoni di un racconto da ascoltare.

Se quel modo di raccontare esiste, sta tutto nell’immersione che facciamo anche in noi stessi attraverso le storie altrui. Oltre la superficie, al di sotto del pelo dell’acqua, si apre un mondo sommerso e raccontare certe storie significa anche viverle, traslare quelle emozioni nelle nostre.

Solo così possiamo cercare di comprendere, di portare quelle storie fuori a spasso nel mondo affinché appartengano a tutti, affinché costruiscano una consapevolezza collettiva.

Esternare un dolore è come togliere un mattone dal cuore e poggiarlo finalmente per terra – così Michela ha descritto la sensazione provata quando ha raccontato nel suo podcast “Il paese dei pazzi” la storia dell’ex manicomio di Girifalco. Quel racconto non è slegato dal suo cuore: anzi, quel racconto è parte integrante della sua storia, è un omaggio, un dolore da abbracciare, una strada da percorrere, una persona da ricordare e un amore incondizionato di figlia da tenere acceso, un mattone sul cuore a cui Michela ha concesso la possibilità di pesare un po’ di meno perché, proprio attraverso il racconto, il peso di quel dolore diventa in parte condiviso con il mondo.

Sono convinta che chi, come Michela, sa raccontare in questo modo le vite altrui, sa fare del giornalismo realmente la propria seconda pelle e sa ergere quel mestiere – meraviglioso e a volte dannato – a strumento di salvezza e condivisione collettiva dei pesi e dei fardelli del mondo.

Grazie, Michela! Voglio incontrarti presto ❤

Pensavano di averci seppellito. Ma non sapevano che noi eravamo semi.

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Link collaterali di approfondimento:

Girifalco “paese dei pazzi” all’avanguardia nella cura dei disturbi mentali >> https://www.rainews.it/tgr/calabria/video/2024/03/giifalco-basaglia-manicomio-pazzi-paese-13f42e71-3851-456d-b74a-bbc49608d902.html

Presentazione del podcast “Gli ammutati, uccisi perché sapevano” – Michela Mancini e Fabio Repici >> https://youtu.be/Zf8QkqErBLM?si=0ojh2sNIhOQWtkg-

Io lo so chi siete >> https://www.raiplay.it/programmi/iolosochisiete

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti