Il modo in cui percepiamo e interpretiamo la realtà passa anche dal modo in cui osserviamo gli altri. Passa, io credo, soprattutto da come vediamo noi stessi e dall’obiettivo che ci siamo prefissati nella vita.

La tendenza che io reputo più inutile, specialmente a livello “umano”, è il giudizio spietato e decontestualizzato su ciò che fanno gli altri con l’intento di minarne l’autenticità, le capacità o le scelte. Da lì si pongono infatti le fondamenta di un sentimento che si sviluppa quando guardiamo ai progressi del prossimo come a una minaccia personale per se stessi. In quel caso c’è da chiedersi: di cosa ho paura realmente? Qual è il mio obiettivo?

E poi: se avrò sempre paura degli altri e non saprò riconoscere le loro tracce migliori, che persona diventerò o che persona sono?

L’osservazione del prossimo, quella a volte anche morbosamente curiosa, ci porta a sbirciare nelle vite altrui scandagliandole al microscopio. Una dinamica sociale credo abbastanza diffusa dacché, come ben sappiamo, siamo animali sociali e il confronto con gli altri si gioca in maniera naturale ogni giorno, in qualsiasi ambito e contesto d’azione.

Ora il dilemma è: come guardo gli altri?

C’è chi sceglie la strada dell’invidia, screditando, minimizzando, cercando sempre il punto di vista negativo o giudicante, oppure al contrario voltando lo sguardo dalla parte opposta e non cogliendo mai negli altri una fonte inesauribile di spunti ma un elemento che mina la propria autostima in quel circolo vizioso che è il confronto sociale tossico.

C’è poi chi sceglie la strada dell’ammirazione, ben più nobile, imparando a cogliere nelle scelte, nei talenti e nelle opportunità altrui sempre uno stimolo da cui imparare, da cui migliorare anche se stessi, di riflesso.

Se si parte di default dall’invidia cattiva, passare da questa all’invidia buona (anche detta ammirazione) non è capacità semplice, né comune, né scontata, seppur più utile anche a chi la prova per rendere la società un posto migliore, per essere migliori in prima persona.

Il mio approccio quando osservo le scelte o i successi altrui consiste in un riconoscimento del merito. Quando sono in confidenza con la persona o la conosco, quando si presenta l’occasione cerco di esprimermi con un complimento, con una sorta di pacca sulla spalla benevola (digitale o reale). Tutti in fondo ne abbiamo bisogno! Tutti abbiamo bisogno di darle e di riceverle quelle pacche.

Quando mi imbatto in una persona che ha seguito un particolare percorso, una formazione, un corso, un’esperienza stimolante, ne resto positivamente colpita. Come è accaduto spesso negli ultimi anni e mesi, ho cercato per quanto possibile, di declinare i miei pensieri in un confronto sociale positivo. Ho cercato, insomma, di cogliere dall’osservazione del prossimo il meglio. Mi è capitato di osservare le persone, anche qui su LinkedIn, con l’istinto genuino di dire: “ma guarda che bravo/a, forse potrei seguire anche io una strada simile; bello spunto, magari ci posso provare anche io e vedere se ci riesco.”

Ora con questo testo non voglio incensarmi dicendovi che io sono una santa, ma di certo provo a dare a Cesare quel che è di Cesare, sempre. Questo è lo scatto che mi ha condotto ad alcune scelte formative ma anche, ad esempio, alla scelta di cimentarmi nella registrazione di podcast a partire da alcuni testi che avevo scritto sul mio blog Frasivolanti. L’ammirazione ci offre la spinta, quindi, ci consente di misurarci con qualcosa che non abbiamo ancora provato o che non conosciamo. L’ammirazione, in definitiva, ci consente di virare verso un miglioramento di noi stessi. Certo: ammesso che l’ammirazione sia rivolta a esempi di comportamento positivi. Non ammirerei chi ruba, per dirla in soldoni.

Che esito ha invece l’invidia negativa sulle persone? Cominciamo col dire, senza voler fare psicologia spicciola, che l’invidia negativa affonda con pervicacia le proprie radici e i propri rami secchi nell’insoddisfazione personale. E, badiamo bene, essere insoddisfatti non è un sentimento commisurabile alla condizione economica o sociale, perché entrano in gioco molti altri fattori. L’insoddisfazione è un cane che si morde la coda, che non è mai sazio, un sentimento che porterà a guardare di sbieco gli altri, a mettere in dubbio la loro competenza, a cercare sempre la pagliuzza nell’occhio altrui, a non riconoscere mai in loro il merito se non sotto costrizione esterna e a denti stretti, a non migliorarsi ma piuttosto a cercare di emergere in ogni campo con mezzi alternativi (o a scapito degli altri) e che non contemplino il reale miglioramento di sé. Sentirsi inefficace e insoddisfatto probabilmente nasconde, sotto sotto, la percezione di non aver fatto tutto per essere migliore e dunque il sentirsi palesemente in difetto. Un sentimento a cui si può reagire standosene rintanati sulla difensiva, a volte con l’atteggiamento di chi vuole apparire migliore degli altri e si impegna ogni giorno in uno sforzo sovrumano per credere (o far credere) di essere davvero migliore.

Questa invidia, di cui non parlo per dirne che ne sono esente ma su cui vorrei cercare di fare una riflessione congiunta, penso rappresenti un ostacolo alla vita stessa. E, cosa più importante, può colpire tutti! Ti può colpire pure se appartieni a una fascia sociale “privilegiata” e ad occhi non attenti puoi sembrare fortunato o collocato in alto nella scala delle attrattive sociali di facciata.

Chi impara a guardare il mondo sotto una lente sociale nuova, non ha bisogno di ambire al potere o ai soldi per sentirsi migliore. In generale l’ambizione, nei casi migliori, si basa proprio sulla coscienza di essere sempre bisognosi di imparare e di migliorarsi. Non è un caso che le persone migliori che ho conosciuto siano quelle che non vogliono scavalcare gli altri, quelle con grandi competenze e zero supponenza, quelle in grado di dire con naturalezza “ho sbagliato”, quelle in grado di dire agli altri “sei stato molto bravo/a!” senza temere che questo metta in secondo piano il proprio ego.

Diciamocelo: di fondo, in sordina a questa incapacità di ammirare apertamente gli altri (se non dietro costrizione), c’è una incapacità di ammirare davvero se stessi.

Cosa fare?

La pratica quotidiana per uscire da un loop che, secondo me, non fa onore a chi lo pratica è imparare, ogni giorno, a fare un complimento sincero a chi stimiamo. Non solo a chi ci sta simpatico (e magari tutti ‘sti meriti non ce li ha), ma anche a chi non ci sta troppo simpatico ma, oggettivamente, è una persona da ammirare a prescindere dal fatto che il nostro giudizio nei suoi confronti possa essere “sporcato” da altre ragioni che hanno più a che fare con noi stessi che con lui/lei.

Provateci! Vi sentirete meglio. Garantito. E forse smetterete di vedere le persone come una minaccia alla vostra autostima. Lo dico fuori da ogni sarcasmo, anzi con la comprensione dovuta a chi ha difficoltà a vedersi efficace o a esserlo davvero, banalmente. Anche a me è capitato e capita ancora di sentirmi inefficace, molto spesso. Certo, quando capita, questo sentimento non mi fa chiudere gli occhi sulle persone, screditarle, volerne coprire e prenderne i meriti o altro: ma in fondo ognuno reagisce come sa e può.

La società è un posto più bello se impariamo tutti insieme a viverla come se ogni luogo e ogni persona rappresentassero un’occasione per migliorarci anziché una pattumiera in cui gettare le proprie insoddisfazioni.

Il modo in cui percepiamo gli altri è, di fatto, il modo in cui percepiamo noi stessi. Se guardate di sbieco chi non vi ha fatto alcun torto, forse in realtà state guardando di sbieco proprio la vostra immagine allo specchio.

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Laura Ressa


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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea