“Promuovere un’azione di resistenza e liberazione dall’oppressione non è solo un diritto e un dovere, ma anche una forma di cura che ci permette di affrontare le radici del nostro malessere psicologico.”

Il 2025 di Frasivolanti si apre con l’intervista a Gianpaolo Contestabile del 15 gennaio alle ore 16.00 in diretta streaming.

Punto di partenza è stato il libro scritto da Gianpaolo e pubblicato nel 2024. Da quel punto di partenza, che pone al centro la questione della salute mentale e del cambiamento nel tessuto sociale, si radica la riflessione legata ai temi della resistenza e della liberazione dall’oppressione.
Lo scenario politico e sociale, italiano e internazionale, mostra da sempre lati piuttosto oscuri, una rincorsa costante al potere e al denaro.

Ma cosa ci insegna davvero la storia? E noi, come persone, come abitanti di questa terra, che ruolo abbiamo in tutto questo e in cosa potremmo impegnare le nostre energie e la conoscenza che abbiamo?

“Le decisioni di tagliare gli aiuti per i malati terminali, gli anziani, i figli a carico, per i buoni alimentari, addirittura per le mense scolastiche, vengono prese da uomini che hanno la pancia piena e vivono in confortevoli case con due macchine e innumerevoli agevolazioni fiscali. Nessuno di loro va a letto affamato la sera […] C’è ancora qualcuno tra noi che può permettersi di credere che gli sforzi per riprendersi il futuro possano essere privati o individuali?” (Audre Lorde, Sorella Outsider – testo tratto dal libro di Gianpaolo)

La descrizione dell’opera di Gianpaolo Contestabile è eloquente e ne condivido ogni parola.

“Il libro Psicologia della resistenza esce a distanza di cento anni dalla nascita di Franco Basaglia; eppure, nonostante tutto questo tempo, c’è un mondo che ancora deve fare i conti con i reparti psichiatrici a porte chiuse dove si legano pazienti, i Trattamenti Sanitari Obbligatori, i nuovi lager di Stato per persone migranti e l’uso massiccio di psicofarmaci dentro le istituzioni carcerarie e sociosanitarie. Per uscire dalla depressione del “realismo capitalista” descritta da Mark Fisher e immaginare un mondo migliore, dobbiamo recuperare la nostra memoria storica e ampliare lo sguardo per imparare da altri popoli e territori. Perciò, in questo viaggio nella psicologia di varie parti del mondo, si osserveranno virtù e ombre delle varie pratiche, dalla psicologia della liberazione nata a El Salvador fino alla psicoanalisi rivoluzionaria argentina, dalla psichiatria anticoloniale di Frantz Fanon ai modi di affrontare il trauma del popolo palestinese.
In tempi di catastrofi, guerre, crisi economiche e di ritorni dei fascismi la resistenza è terapeutica e non ci bastano la psicoterapia, un farmaco o delle tecniche di respirazione: dobbiamo lottare, e dobbiamo farlo insieme.”

Per presentare il protagonista dell’intervista, ecco alcuni cenni sul suo percorso.

Gianpaolo Contestabile (1990) è nato ad Aversa e cresciuto a Milano.
È dottorando in Psicologia Sociale a Città del Messico dove si è occupato di salute comunitaria, disastri naturali, violenza politica e memoria storica. Ha studiato e lavorato in Finlandia, Romania, Argentina, Messico e Cuba. Nel 2020 ha contributo a formare la Brigata Basaglia, un progetto collettivo dedicato al sostegno psicologico e sociale, con cui collabora come psicologo e formatore.
Ha scritto di diritti umani e movimenti sociali per diverse testate giornalistiche e riviste culturali tra cui «Il Manifesto», «Jacobin» e «Il Tascabile».

È stato molto interessante ascoltare il racconto di Gianpaolo, approfondire assieme a lui i temi di cui ha studiato e che sono stati al centro del suo lavoro e delle sue ricerche. Quello che, tra gli altri elementi, mi colpisce è la sua volontà di mettere al centro i temi, gli argomenti, come i grandi giornalisti e scrittori ci hanno insegnato attraverso il loro esempio. Il cosa, insomma, vale più del chi ed è bello ricordarlo.

In questa intervista ho sperimentato per la prima volta una diretta podcast nell’ottica del provare a trovare e a dare un nuovo peso alle parole e all’ascolto.


Gianpaolo Contestabile ha raccontato il suo libro “Psicologia della resistenza” (edito da effequ) e questa opera è stata la guida e il punto di partenza per un discorso ricco e articolato sui temi di cui Gianpaolo ha scritto e su cui ha potuto operare nel tempo attraverso il suo lavoro e le sue ricerche.

Per introdurre il suo pensiero e il suo impegno e per fornire una finestra sugli argomenti al centro dell’esperienza professionale di Gianpaolo Contestabile, riporto di seguito alcune fonti di approfondimento e alcuni stralci dei suoi articoli.

Dall’articolo “Oltre la salute mentale. Sulla sovraesposizione mediatica del disagio psichico e i limiti della sua riduzione a fenomeno individuale.”

“La salute mentale è oggi uno degli argomenti più discussi, spiegati, promossi, venduti e raccontati dai mezzi di comunicazione. Esistono psicologhe influencer che forniscono consigli dai loro canali e pazienti che condividono le loro testimonianze attraverso video, libri e opere d’arte. Il boom della salute mentale è sicuramente una buona notizia se pensiamo al superamento dello stigma e alla possibilità di informare un pubblico ampio rispetto alla gestione di alcuni disturbi avvolti da pregiudizi. La sovraesposizione mediatica, però, porta con sé anche il rischio di “psicologizzare” la società, cioè spiegare tutti i fenomeni sociali a partire da processi mentali e di voler cambiare il mondo partendo dalla nostra psiche individuale.

Nel suo articolo La meditazione che fa bene al capitale, Ronald Purser spiega come la tecnica buddista della Mindfulness sia diventata la ricetta perfetta da vendere sul mercato perché ci rende pacifici, cioè “vuole convincerci che le cause della nostra sofferenza vanno ricercate soprattutto dentro noi stessi, e non nel contesto politico ed economico che determina il modo in cui viviamo”. In questo caso si tratta di una forma mercificata della mindfulness, che di per sé può invece essere un utile strumento per gestire lo stress, l’ansia e modificare alcuni automatismi mentali che ci fanno soffrire. Il problema si presenta quando viene ridotta a una ricetta per il successo e si trasforma nella panacea di tutti mali, o addirittura come una filosofia rivoluzionaria necessaria per cambiare il mondo.

Qualcosa di simile potrebbe succedere con le terapie psicologiche quando si paventa la possibilità di risolvere qualsiasi problema semplicemente iniziando una terapia. Quando problemi strutturali come la povertà, la violenza domestica, lo sfruttamento, la disoccupazione o la distruzione dell’ecosistema diventano questioni personali, allora il campo d’azione si riduce alla depressione, al self empowerment, allo stress da lavoro correlato, all’abuso di sostanze o all’ansia. Il contesto sociale rimane sospeso, lasciando spazio esclusivamente all’interpretazione e gestione dei sintomi della paziente. Il processo clinico della terapia è un’ottima risorsa che aiuta le persone a conoscersi e curarsi ma non può essere la bacchetta magica per risolvere i conflitti che riguardano la collettività. Per esempio, una campagna di sensibilizzazione sul burnout lavorativo lanciata su Instagram propone come unica soluzione rivolgersi a un servizio di psicoterapia online a prezzi calmierati. Organizzarsi per migliorare le condizioni di salubrità, i ritmi di lavoro, la cultura aziendale, ridurre i turni e la competizione sfrenata rimangono invece rimossi dai possibili scenari d’azione.

Se la radice di tutti i malesseri diventa un problema dell’individuo e della sua mente allora la scienza psichiatrica è in grado di fornire spiegazioni sempre più raffinate sul funzionamento dei processi chimici del nostro cervello. Nella serie televisiva italiana Tutto chiede salvezza vengono raccontati i sette giorni di un trattamento sanitario obbligatorio (TSO), a cui viene sottoposto il giovane Daniele. Durante il primo giorno di internamento coatto il protagonista chiede spiegazioni alla dottoressa responsabile del reparto psichiatrico; questa gli risponde chiedendogli se sa cos’è la serotonina: “è un neurotrasmettitore” gli spiega, Daniele potrebbe avere un deficit e quindi “si tratta di ripristinare i valori. A volte le cose sono più semplici di quelle che sembrano”.

La sovraesposizione mediatica porta con sé il rischio di spiegare tutti i fenomeni sociali a partire da processi mentali.
Semplificare è rassicurante, e agire sulle correlazioni chimiche può, in alcuni casi specifici, aiutare ad alleviare sintomi gravi e offrire un po’ di serenità per iniziare un percorso di cura, ma ridurre la sofferenza psichica a uno scompenso di valori comporta una serie di rischi. Primo fra tutti, quello di trasformare le persone nelle loro diagnosi, o in deficit da aggiustare meccanicamente. Non stupisce, quindi, che una volta trasformati i pazienti in macchine da riparare, li si possa, come succede nella serie e nella realtà degli ospedali italiani, sedare, legare, far reprimere dalla polizia, togliere la libertà, incarcerare e lasciar morire. La normalità dell’assistenza psichiatrica in Italia, infatti, è la contenzione meccanica dei pazienti in reparti a porte chiuse: solo in 19 dei 318 Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura sul territorio italiano non si legano le persone.

Proprio l’Italia, paradossalmente, è conosciuta nel mondo per aver esportato un modello di cura esattamente contrario a questa tendenza, cioè contrario alla patologizzazione di chi soffre di disturbi mentali. Uno dei mantra del movimento che ha lottato per la chiusura dei manicomi nel nostro Paese negli anni Settanta era quello di “mettere tra parentesi la diagnosi” per far emergere la persona con la sua storia e il suo contesto socioeconomico. Si trattava, cioè, di fare il contrario del manicomio, nel quale ci si interfacciava con la malattia mentale e il soggetto e le sue condizioni di vita rimanevano nell’ombra . Nelle parole di Franca Ongaro Basaglia, una delle principali intellettuali che guidarono quel movimento, il modello medico egemonico crea “un’organizzazione dell’assistenza ospedaliera tutta incentrata sulla «riparazione», atta a confermare e a trattare la malattia come semplice fenomeno naturale, non potendo interferire nel processo storico-sociale che la produce”.

Alla medicina relegata “al suo compito di rimedio dei danni”, Ongaro oppone un approccio capace di andare alla radice dei problemi per prendersi cura delle sue cause. In questo senso, negli anni Settanta, i manicomi, da luoghi di tortura e annichilimento, si trasformarono nello scenario di innumerevoli assemblee ed eventi culturali dove pazienti, medici, operatrici, artisti e attiviste partecipavano alla vita politica dell’ospedale e riflettevano sulle cause del proprio malessere. Quando Daniele, il protagonista della serie, fugge sul tetto dell’ospedale con la sua amante, inizia a riflettere ad alta voce: “A me le malattie di tutti quelli che stanno qui dentro mi sembrano come un’unica malattia. Però non nostra. Del mondo.”

Curarsi durante la catastrofe
Nel libro Cattive acque. Contaminazione ambientale e comunità violate, Marialuisa Menegatto e Adriano Zamperini raccolgono una serie di studi incentrati su uno dei più gravi disastri ambientali della storia d’Europa: il rilascio di sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) nelle falde acquifere venete. Una catastrofe ecologica che interessa le province di Verona, Padova e Vicenza e una popolazione di quasi 800mila abitanti. Nel volume si presentano gli effetti psicologici dei disastri ambientali, tra cui lo stress acuto, l’ansia, la depressione, i pensieri intrusivi, l’insonnia, l’aumento del consumo di tabacco e alcool, ma anche problematiche sociali come l’aumento dei conflitti coniugali, la sfiducia verso le istituzioni e la corrosione del tessuto sociale. Tra le comunità danneggiate dai Pfas serpeggia un sentimento di impotenza, di rassegnazione e incertezza riguardo al futuro, al proprio lavoro, alle condizioni di salute dei propri cari e delle future generazioni.

Una volta trasformati i pazienti in macchine da riparare, li si può sedare, legare, far reprimere dalla polizia, incarcerare e lasciar morire.
Di fronte a questo scenario sconfortante le comunità possono però decidere di reagire partecipando nella gestione collettiva della catastrofe. In Veneto, le cosiddette “Mamme NoPfas” hanno deciso di attivarsi per sensibilizzare la popolazione, chiedere giustizia di fronte alle istituzioni e far sì che “la rabbia individuale diventi legittimazione di azioni collettive e [restituisca] una quota di potere”. Come viene ripetuto spesso nel testo, la cura al malessere generato dalla contaminazione va oltre il trattamento individuale dei sintomi psicologici: “nei casi di contaminazione ambientale il recupero psicologico coincide, sovente, con il recupero ambientale del sito inquinato”. Detto in altre parole, per curare i nostri disturbi mentali abbiamo bisogno di incontrarci, partecipare attivamente e curare l’ecosistema in cui viviamo per evitare che le industrie sversino i propri veleni nelle nostre fonti idriche. […]

Come scriveva Freud già nel 1921, nel suo Psicologia delle masse e analisi dell’Io, quando si studia attentamente una situazione concreta i limiti tra i processi intrapsichici e le dinamiche sociali si sfumano: “Nella vita dell’individuo l’altro rappresenta sempre un modello, un oggetto, un amico od un nemico, e sin dall’inizio la psicologia individuale è anche, sotto un certo aspetto, una psicologia sociale”.

Nonostante da più di un secolo la tradizione psicoanalitica abbia messo la questione sociale e collettiva al centro del dibattito, il discorso istituzionale sulla salute mentale continua a ricostruire una fantasia in cui esistono solo sintomi individuali. La crisi economica, i disastri ambientali, la violenza politica o quella domestica si trasformano in fantasmi che rimangono fuori dal setting terapeutico, del reparto psichiatrico e anche dal centro di meditazione. Inoltre, la diagnosi, che dovrebbe essere uno strumento utile al processo di cura, diventa invece l’obiettivo finale dello specialista, un’etichetta che dà senso alla nostra identità o una certificazione per non dover competere con gli alti livelli di rendimento richiesti dal mercato.

Nell’ottobre del 2022, l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) si è riunita a Roma per presentare il report intitolato Trasformare la salute mentale per tutti. Nel testo, i ricercatori dell’OMS scrivono che: “una cattiva salute mentale interferisce con la capacità di lavorare, studiare e apprendere nuove competenze. Essa ostacola i risultati scolastici dei bambini e può avere un impatto sulle prospettive occupazionali future”. Il danno economico provocato dalla depressione e l’ansia viene calcolato nell’ordine di mille miliardi di dollari annui a causa dell’assenteismo lavorativo, il presenzialismo e il turnover del personale.

Se, come scrive l’Assemblea Antipsichiatrica in Il capitalismo nuoce gravemente alla salute, ci si concentra sui sintomi perché “occuparsi delle cause non genera profitto” allora la salute mentale si riduce a una tecnica per renderci più adatti, competitivi e funzionali a un mondo ingiusto, inquinato e violento. Il rischio è che le politiche di salute mentale promosse dalle istituzioni mediche abbiamo un obiettivo pacificatorio più che curativo. Come recitava uno striscione esposto al presidio di protesta durante la riunione dell’OMS a Roma: “non vogliono che stiamo bene, vogliono che stiamo buonə”. Al nuovo mantra della salute mentale individualista vale la pena rispondere recuperando le pratiche che hanno portato l’Italia al centro del dibattito internazionale e tornare a trasformare la nostra salute mentale trasformando il mondo.”

Dall’articolo “Psicologia dello sfruttamento – Storia e presente della psicologia del lavoro.”

“Esiste una correlazione tra la salute mentale e la classe sociale: le condizioni di povertà e precarietà generano maggiori fattori di stress che a loro volta possono portarci a sviluppare disturbi specifici. Ma secondo uno studio della Columbia University, pubblicato sulla rivista Epidemiology, per capire le cause del disagio mentale non basta guardare il reddito di una persona, il suo livello di istruzione o il prestigio della sua professione: l’insorgere delle malattie mentali dipende in questo caso dal livello di sfruttamento. Gli esempi più chiari sono gli straordinari non retribuiti, l’aumento dei ritmi di produzione, il taglio dei salari o la precarizzazione dei contratti. La salute o il disagio mentale sarebbero quindi, tra le altre cose, anche un prodotto del conflitto di classe: da un lato le esigenze imprenditoriali dell’aumento della produttività, dall’altro la salute dei lavoratori e delle lavoratrici.

L’organizzazione scientifica del lavoro
Come si inserisce la psicologia del lavoro nel rapporto tra disturbi dei lavoratori e interessi dei datori di lavoro? Per capire meglio il ruolo degli psicologi nelle organizzazioni produttive può essere utile partire dalle origini dell’alleanza tra il mondo delle imprese e quello degli studiosi della psiche. I manuali citano come precursore di questa alleanza Hugo Munsterberg, psicologo nato a Danzica nel 1863 e considerato uno dei fondatori della psicologia applicata. A cavallo tra il XIX e il XX secolo Munsterberg decise di mettere in pratica gli studi di psicologia sociale nelle industrie che richiedevano il suo aiuto per migliorare l’efficienza dei lavoratori. “Abbiamo messo i nostri interessi psicotecnici al servizio di compiti economici” spiega in modo molto chiaro in Psychology and Industrial Efficiency.

Taylor sosteneva che l’operaio perfetto per la lavorazione del ferro grezzo “dovrebbe essere così stupido e flemmatico da somigliare a livello mentale più a un bue che a qualsiasi altra cosa”.
Per comprendere il personaggio sono utili le sue considerazioni sulla società dell’epoca. Secondo Munsterberg gli attivisti sindacali erano delle persone disturbate a livello emozionale che sfogavano la loro frustrazione nella militanza. Le donne, invece, erano incapaci di deliberare razionalmente e quindi inadatte a frequentare studi troppo complicati o partecipare nelle giurie dei processi. Munsterberg fu presidente dell’American Psychological Association e coordinò uno dei laboratori più importanti degli Stati Uniti presso l’Università di Harvard. In un’altra sua opera, Psychology and the Market, teorizza l’applicazione della psicologia nel campo del management, della pubblicità, del miglioramento della performance lavorativa e della motivazione degli impiegati. Sono queste le condizioni in cui avviene la prima stretta di mano tra gli psicologi e i proprietari delle industrie, un esordio che porrà le basi per il futuro sviluppo della psicologia industriale.

A raccogliere l’eredità di Munsterberg fu Frederick Winslow Taylor che nel 1911 pubblica L’organizzazione scientifica del lavoro in cui presenta la teoria dello scientific management. Il management scientifico ha come obiettivo quello di organizzare scientificamente ogni aspetto del lavoro, razionalizzare ogni azione dell’operaio e raggiungere il massimo livello di produttività.

Nonostante Taylor fosse un ingegnere, e non uno psicologo, fu capace di rivoluzionare i modelli organizzativi della produzione e promuovere una nuova idea del funzionamento mentale del lavoratore. Lo scientific management di Taylor, infatti, si fonda sulla teoria dell’homo economicus, ovvero una concezione filosofica dell’essere umano come puro ottimizzatore di interessi. Un essere vivente totalmente razionale e interessato solo a raggiungere il massimo guadagno con il minimo sforzo. Un individualista totalmente pragmatico. Da qui deriva la concezione taylorista dell’operaio come mero esecutore, mentre le attività di pensiero, gestione e responsabilità sono riservate allo staff  (i dirigenti e quadri aziendali). Come afferma Taylor nella sua opera, l’operaio perfetto per la lavorazione del ferro grezzo “dovrebbe essere così stupido e flemmatico da somigliare a livello mentale più a un bue che a qualsiasi altra cosa”.

La risposta delle lavoratrici e dei lavoratori all’applicazione dello scientific management si trasformò in un’ondata di scioperi che travolsero sia gli Stati Uniti che la Francia. Secondo il rapporto Hoxie del 1915, redatto dalla Casa dei Rappresentanti degli Stati Uniti, il taylorismo stava generando una grave degradazione delle condizioni lavorative. Le battaglie sindacali e legali non riuscirono però a fermare il suo diffondersi nella cultura aziendale della maggior parte dei paesi occidentali, grazie anche alla sua affinità con il modello produttivo fordista e con l’individualismo liberale promosso dal capitalismo targato USA.

Siate felici di essere sfruttati
Negli anni ’30 gli psicologi dello Human Relations Movement, guidati da Elton Mayo, mossero critiche fondamentali all’impianto teorico dello scientific management. In seguito a una serie di esperimenti eseguiti sulle lavoratrici e i lavoratori di diverse industrie statunitensi tra cui la Western Electrics, arrivarono alla conclusione che il comportamento dell’operaio viene influenzato anche da dinamiche sociali, oltre che da premi e punizioni di carattere economico. A parità di fattori oggettivi (pause, tempi di lavoro, retribuzione, etc…) i ricercatori notarono che le relazioni sociali all’interno del gruppo di lavoro possono far diminuire o aumentare la produttività del reparto. L’ideale dell’homo economicus si sgretola davanti alla scoperta del potere del gruppo, dei bisogni sociali, delle relazioni che non hanno a che vedere con il denaro o gli orari di lavoro. Quello che però rimane intatto, per il Human Relations Movement, è il criterio di valutazione del modello organizzativo, l’unità di misura della buona riuscita o meno dell’intervento dello psicologo: la produttività.

A parità di fattori oggettivi come pause e retribuzione, le relazioni sociali all’interno del gruppo di lavoro possono far diminuire o aumentare la produttività.
L’obiettivo quindi, nonostante la maggiore attenzione alle dinamiche sociali, continua a rimanere lo stesso: produrre di più nel minor tempo possibile. Produrre cioè plusvalore, in modo che il lavoro degli operai permetta al proprietario della fabbrica di accumulare più ricchezza. Il gruppo deve essere studiato in modo da garantire il massimo dell’efficienza produttiva, e i fattori che potrebbero ostacolare l’ascesa verso il successo, vanno evitati. Secondo il sociologo William Whyte, autore nel 1956 de L’uomo dell’organizzazione, quello che Taylor ha fatto con la razionalizzazione del lavoro fisico, il Human Relations Movement lo ha fatto con le dinamiche sociali, reificandole, alienandole e manipolando ancora più in profondità la psicologia delle lavoratrici e dei lavoratori. In comune i due modelli hanno anche l’ostilità nei confronti del dissenso sociale: Taylor riteneva i sindacati un’organizzazione inutile che doveva essere superata o per lo meno limitata, mentre Elton Mayo definiva gli agitatori sociali personaggi mossi da tendenze neurotiche, ossessioni di distruzione dell’ordine sociale e traumi infantili.

Nel suo L’estensione del dominio della manipolazione. Dall’azienda alla vita privata, pubblicato nel 2010, la filosofa Michela Marzano spiega come i concetti peculiari della gestione aziendale vengano sempre di più applicati anche alla dimensione intima dell’esistenza. Non si tratta più solo di pianificare ogni singolo gesto produttivo, serve ora promuovere stati d’animo e atteggiamenti che favoriscano la produzione: autonomia, conformismo, spirito d’iniziativa, adesione totale alla mission, etc… Non basta più accettare le direttive del manager, bisogna crederci, bisogna farlo con il sorriso e con spirito di abnegazione. […]

Partecipare senza decidere
Negli anni Settanta hanno cominciato a diffondersi nuove teorie del management più improntate alla partecipazione, offrendo l’illusione della democrazia industriale senza però mettere in discussione il sistema verticale e autoritario su cui si basa la produzione capitalista. Un esempio celebre sono i Circoli di Qualità, un modello sviluppato dal sindacato giapponese degli scienziati e ingegneri. Il modello dei Circoli di Qualità venne applicato in un primo momento nelle fabbriche Toyota e poi nelle multinazionali Ford, Bank of America, General Electric e Boeing. Prevede spazi di discussione sul luogo di lavoro senza gerarchie di ruolo con l’obiettivo di stimolare la condivisione orizzontale delle idee. La libertà di discussione è limitata però solo alle questioni di problem solving legate alla qualità del lavoro, mentre le politiche del management rimangono un non discusso e non questionabile a priori.

Ancora una volta i beneficiari di questo modello sono coloro che lo propongono cioè gli imprenditori, che riescono così a innalzare la qualità dei prodotti e risparmiare sui costi. Ancora una volta un’innovazione che viene venduta come un passo in avanti verso l’emancipazione dall’alienazione e dallo sfruttamento risulta essere una strategia per ottenere migliori prodotti e estrarre più valore possibile dal lavoro manuale, sociale e intellettuale della classe lavoratrice. 

Un’innovazione venduta come un passo in avanti verso l’emancipazione risulta essere una strategia per estrarre più valore possibile dal lavoro manuale, sociale e intellettuale della classe lavoratrice. […]

L’algoritmo del padrone
Non vedere l’elefante nella stanza, la normalità classista della psicologia applicata nelle imprese, vuol dire mettere a rischio la salute della classe lavoratrice. Rimuovere il conflitto tra gli interessi di chi possiede i mezzi di produzione e chi viene messo sotto contratto per produrre significa ignorare anche gli effetti deterioranti che questo conflitto produce sugli sfruttati e gli oppressi. Effetti dannosi per la salute mentale e fisica dei lavoratori che non accennano a diminuire, anzi, al contrario, sembrano acuirsi quando le stesse logiche psicologiche vengono applicate con il sostegno dell’automazione e degli algoritmi dell’intelligenza artificiale.

Non è un segreto che i percorsi da seguire per consegnare una pizza, il tragitto da percorrere per dare un passaggio a un cliente, l’ordine con cui pulire le stanze di un hotel e i turni di lavoro di migliaia di impiegati vengano calcolati da software aziendali. Come scrive Josh Dzieza, giornalista investigativo della rivista The Verge, “I robot non ci stanno rubando il lavoro, stanno diventando i nostri capi”. Nella sua inchiesta Dzieza descrive come il ruolo del management in importanti aziende venga oggi interpretato sempre di più da programmi informatici.

Un caso esemplare è quello di Amazon, i cui magazzini statunitensi vengono quasi interamente gestiti da un software che decide quando i lavoratori sono di turno e a quale velocità devono svolgere le loro mansioni. La produttività dei dipendenti è misurata e codificata attraverso un rate, il tasso di produttività. I lavoratori sono motivati ad aumentare il loro rate anche grazie ad uno schermo che mostra un cartone animato di un corridore e sul quale vengono annunciati i migliori performer del momento tra i loro colleghi di lavoro. L’impianto manageriale in questo caso è pensato per annullare i cosiddetti micro-rest, i tempi morti che rallentano la produzione. […]

Il controllo della classe lavoratrice e di chi organizza il dissenso rimane ancora, come ai tempi di Taylor, il principale obiettivo di chi vuole accumulare ricchezza. […]

L’espropriazione della salute mentale
Lo scientific management è il modello su cui si è fondata l’imprenditoria capitalista dell’ultimo secolo, un modello la cui precisione e pervasività è andata affinandosi di pari passo con lo sviluppo tecnologico e con i suoi dispositivi di controllo. L’alleanza con le discipline psicologiche ha permesso di estendere il dominio dello sfruttamento fino a contaminare la sfera sociale, emozionale e sentimentale della classe lavoratrice, minacciando così non solo la salute fisica ma anche quella mentale dei lavoratori e delle lavoratrici. La sottomissione della psicologia agli interessi del capitale ha tutelato la salute di quest’ultimo, mentre ha esposto in modo spietato quella delle persone che presume di voler aiutare.

Se lo sfruttamento genera disagio mentale, allora per riappropriarci del benessere psicologico non abbiamo bisogno di guru aziendali e workshop motivazionali, ma di cambiare le condizioni materiali che permettono il dominio e l’oppressione di lavoratori e lavoratrici. […]

In questi tempi in cui lo smart-working, il self-empowerment, il mental coaching, il team building e il job placement hanno invaso il gergo delle organizzazioni lavorative, diventa sempre più urgente chiedersi quale sia il rapporto tra psicologia e mondo del lavoro. O meglio ancora: per chi lavorano i consulenti aziendali, gli psicologi del lavoro e i responsabili delle risorse umane? La risposta è tanto banale quanto importante: per l’azienda. Ovvero il proprietario, il padrone, i manager, gli azionisti, gli investitori, i CEO, gli amministratori delegati, etc… Perché è importante questa risposta? Perché da questa lista sono escluse le dipendenti, i tirocinanti, i collaboratori esterni, le lavoratrici autonome, i freelance, le apprendiste, etc…

Quando lo psicologo del lavoro sta dando dei consigli su come gestire le emozioni, le condotte, i conflitti e i fattori di stress che ci circondano, non lo sta dicendo nei nostri interessi, ma negli interessi dell’azienda. Interessi economici e produttivi, non legati alla persona e al suo benessere. Interessi non nostri, perché noi non siamo il cliente. Siamo il paziente senza essere il committente, che in questo caso sarà il nostro capo, o, molto più probabilmente, il capo del nostro capo. Subordinare la salute mentale al bilancio di un’azienda, può portare ad alienarci dalle nostre stesse emozioni e dal nostro benessere psicologico.”

Psicologia della resistenza: recensione del libro (di Luisa Longobucco)

“C’è una frase, uno slogan, in cui credo profondamente: “no era depresiòn, era capitalismo”. Non era depressione, era capitalismo. Una frase che mi ha fulminata quando ormai anni fa l’ho sentita per la prima volta, durante un dibattito di cui stavo facendo un report, che ha cambiato radicalmente la mia visione di ciò che già volevo fare – studiare per diventare psichiatra – ma anche, in qualche modo, del mondo stesso e della nostra vita in questo sistema capitalista. Questo slogan viene dalle proteste, partite dalla popolazione studentesca, che nel 2019 hanno sconvolto Santiago del Cile, e ci raccontano un concetto che è il sottotesto del saggio “Psicologia della resistenza. Di salute mentale, cambiamento e lotta”, edito da effequ. […]

Un volumetto agile nella mole e nella scrittura, che in quattro parti va ad indagare, attraverso storie ed esempi, la relazione stretta tra capitalismo e salute mentale, e gli strumenti che nei decenni sono stati collettivamente elaborati per capovolgere e neutralizzare questa relazione, attraverso determinate esperienze, in particolare in Sud America.

Gianpaolo Contestabile parte proprio dal concetto di psicologia della salute, nato a Cuba durante la Rivoluzione guidata da Guevara, quando gli psicologi cominciano a lavorare non solo negli studi e nei reparti di Psichiatria, ma anche nei quartieri, nei policlinici, dove l’approccio diventa di prevenzione. Con Psicologia della salute, quindi, “ci si riferisce a come la pratica psicologica possa aiutare a migliorare la prevenzione e la cura delle malattie, a capire quali fattori cognitivi, affettivi, comportamentali, sociali e culturali sono collegati alle varie patologie e ad analizzare e migliorare il sistema sanitario”.

Un importante dato per la lettura e l’analisi del nostro tempo e della nostra società è l’aumento delle malattie cronico-degenerative, che hanno soppiantato per epidemiologia le infezioni, un tempo patologie di gran lunga più frequenti e mortali. Ma per comprendere tutte le complesse sfaccettature di queste patologie, è necessario (e qui cito) “inserire la cartella clinica del paziente nella sua storia personale, e quest’ultima nella Storia”. Non basta più indagare semplici correlazioni causa-effetto, patogeno-malattia: le malattie cronico-degenerative sono una sfida per il nostro presente perché ci mettono di fronte alla necessità di valutare tutti quei determinanti sociali di malattia che invece sempre di più a livello sistemico vengono appiattiti e, soprattutto, ignorati. Ed è qui che anche la psicologia della salute dovrebbe venire in aiuto, nella prevenzione ma soprattutto nella creazione di un concetto sociale e collettivo di salute. […]

Nella seconda parte, “Dello sfruttamento”, disegna una linea retta tra le violenze e le situazioni degradanti che vivono i migranti nei CPR e la psicologia del lavoro, quella branca della psicologia che si occupa, di fatto, di rendere i dipendenti più efficienti nel loro lavoro. Da un lato, l’utilizzo di una distorsione della psicologia per plasmare sedandole le persone migranti, emarginate nei CPR ed in qualche modo nascoste dalle città, messe a tacere da psicofarmaci. Dall’altra, corpi e menti di lavoratori sfruttati, in uno scenario in cui il conflitto di classe viene appiattito anche e soprattutto con gli stessi mezzi della psicologia del lavoro, il cui scopo è cancellare ed efficientare quella sofferenza mentale che invece dovrebbe essere proprio segno di questo conflitto di classe. La psicologia del lavoro insegna a subordinare la salute mentale dei dipendenti al bilancio di un’azienda, sempre più anche con l’aiuto dell’automazione e degli algoritmi dell’intelligenza artificiale. Un compito ben diverso, insomma, dal lavoro di analisi di Basaglia e non solo, che partiva dalla domanda “se non ci fosse più la miseria, la psichiatria esisterebbe?” […]

Alla luce di tutto ciò che Contestabile racconta nel suo libro, non posso fare a meno di giungere ad una domanda: è possibile portare avanti, in un mondo capitalista, una presa in carico sociale, politica, aperta, sincera, etica, della salute mentale, quando è proprio questo sistema di sfruttamento e oppressione che, come abbiamo visto e come ci insegna anche Franco Basaglia, che più mette alla prova il nostro benessere mentale e anche fisico? O invece, per abbracciare davvero l’idea di una psicologia della resistenza, è necessario non solo dichiararsi anticapitalisti, ma integrare in toto l’anticapitalismo nelle nostre pratiche cliniche? […]

Anche per l’autore di questo libro la risposta a questa domanda è chiara e semplice: “La militanza contro l’oppressione è una medicina sociale. Il lavoro di cura e la lotta per la liberazione sono inseparabili. La resistenza, anche quella armata, non è solo un diritto e un dovere, ma rappresenta anche un rimedio per la sofferenza degli oppressi”. […].”

Link per approfondire:
https://www.iltascabile.com/author/gianpaolo-contestabile/

https://jacobinitalia.it/autore/contestabile-gianpaolo/

https://www.globalproject.info/it/produzioni/psicologia-della-resistenza-recensione-del-libro-di-gianpaolo-contestabile/25139


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Gianpaolo Contestabile; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)

https://open.spotify.com/episode/7lfDG7sswDtAlthgxp0dJK?si=ucKvddXxSIiu4iQneMRNDw


Al microfono di Frasivolanti è stato molto bello ospitare Gianpaolo Contestabile!

Nel video le nostre facce sono avatar e al centro ci sono solo le nostre voci accompagnate dalla copertina del libro di Gianpaolo “Psicologia della resistenza: di salute mentale, cambiamento e lotta”.
Una scelta precisa questa che ci può far riscoprire anche l’essenza dei temi di cui si parla. Perché Gianpaolo Contestabile, oltre alla lucida capacità di cogliere e analizzare tanti lati oscuri della nostra società, sa porre sempre al centro dei suoi discorsi prima di tutto gli argomenti. E in questo mettersi “da parte” come individuo, vedo in Gianpaolo la stessa direzione scelta dai veri giornalisti, dai poeti e dagli scrittori, da chi ha saputo lasciare traccia del proprio pensiero nel mondo senza che questa divulgazione fosse un puro esercizio narcisistico. Ben sappiamo quanto invece il mondo dell’informazione sia permeato sempre più dal protagonismo e calpesti le notizie e la ricerca di verità.
Gianpaolo in questo fa eccezione, Gianpaolo è un’eccezione meritevole della nostra massima attenzione. Voci come la sua diventano sempre più rare purtroppo. Vuoi perché capire il mondo e le sue dinamiche è considerato faticoso, doloroso, inutile, impossibile, pericoloso. Vuoi perché si è certamente tutti più avvezzi alle distrazioni di massa che al pensiero critico.

Se pensi criticamente puoi porti delle domande, se ti poni delle domande è perché vorresti sapere, e sapere a volte vuol dire riuscire a capire. Capire, però, quasi mai ti fa accettare il sistema nel quale vivi e se non puoi usare la tua voce per esprimere il tuo pensiero e credi di non poter cambiare lo status quo, a che serve a quel punto saper pensare e porsi domande?

Siamo arrivati dunque al punto in cui non conviene capire, non conviene sapere, non ci aiuta a nulla porci dubbi e domande. In definitiva si seguono mode, ondate capaci di appiattirci a consumatori fino a farci diventare i prodotti stessi: degli ingranaggi atti a far girare l’economia nel verso dei padroni, cioè nel verso opposto al benessere globale e spesso opposto al nostro stesso benessere.

Oppressione, cambiamento, lotta, psicologia, salute, malattia, diritti negati, dignità, rispetto per la vita, sfruttamento. Gianpaolo Contestabile scrive di tutto questo da tempo. Lo leggo sempre ritrovandomi nelle sue parole e mi sono ritrovata nelle sue parole anche in questa conversazione che spero vi appassioni, vi scateni qualcosa, o se non altro vi faccia tornare in mente che esistono domande sopite in ciascuno che meritano risposte. O che, quantomeno, meritano i nostri dubbi.

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti