Esistono luoghi di violenza e ingiustizia in cui le persone immigrate vengono recluse senza colpa e senza aver commesso alcun reato.
Esistono persone, attivisti, che si mobilitano per cercare di porre fine a questa violenza senza limiti.

Venerdì 11 aprile 2025 alle ore 18.30, sui canali Frasivolanti, Igor Zecchini, in veste di attivista della rete “Mai più lager – NO ai CPR”, ha raccontato l’impegno profuso dalla rete, quello che è stato fatto sinora, quello che si potrebbe ancora fare, il tipo di partecipazione da parte delle persone sul tema CPR e quale consapevolezza esiste relativamente alle tante sofferenze a cui le vite umane sono sottoposte.

È stato anche interessante esplorare il punto di vista di Igor e ascoltare il suo racconto in riferimento a ciò che ha fatto scattare in lui la molla per essere parte attiva di questa rete.

“I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) sono una delle strutture per l’accoglienza degli immigrati in Italia. In particolare, dovrebbero occuparsi di quelle persone che sono entrate irregolarmente in Italia e sprovviste dei requisiti per la protezione internazionale. In realtà sono dei veri e propri centri di detenzione dove chiunque non possa provare il proprio status di cittadino regolare o richiedente asilo può restare rinchiuso fino a 18 mesi, prima del rimpatrio.

La Rete “Mai più Lager – No ai CPR” è nata nell’estate 2018 con la notizia dell’apertura a Milano di un Centro di Permanenza per il Rimpatrio in via Corelli, lì dove nel 2014 le rivolte interne e le proteste della società civile avevano imposto la chiusura dell’analogo Centro di Identificazione ed Espulsione, convertito così in un centro di accoglienza per persone richiedenti asilo.
L’emanazione del c.d. Decreto Salvini dell’ottobre 2018 ha poi indotto la Rete ad estendere il proprio ambito di interesse, più in generale, alla della difesa dei diritti e delle libertà inviolabili delle persone migranti, con sempre maggior convinzione che anche in questo caso queste ultime si trovavano ad essere solo il del banco di prova ed il pretesto per il progressivo affievolimento dei diritti di tutte e tutti: conferma ne è stata peraltro il successivo Decreto Sicurezza Bis e il conseguente offensivo affronto a chi crede nel rispetto della vita umana, nella solidarietà, ma anche nella libertà di manifestare il proprio dissenso e rivendicare i propri diritti sociali e civili […].

In questi centri, nel giro di poche ore da quando vengono fermate, e senza che abbiano commesso un reato e senza processo, vengono rinchiuse e detenute in condizioni disumane, senza mai poter uscire e senza poter comunicare con l’esterno, persone prive di quel permesso di soggiorno che la legislazione ancora attualmente vigente nei fatti impedisce loro di acquisire e conservare; persone magari anche presenti da anni sul territorio, anche con famiglia.

Si tratta di luoghi alienanti – eredità degli ex CIE e CPT, istituiti dal Ministro Minniti per ogni regione, avviati dal Ministro Salvini e inaugurati dalla Ministra Lamorgese -, nei quali, lontano dagli occhi di tutte e tutti (sono inaccessibili anche a parenti e avvocati), si consumano quotidianamente abusi e atti di disperato autolesionismo nella totale indifferenza. […]” (fonte: https://www.arcipelagomilano.org/archives/54584 )

Igor Zecchini, da sempre impegnato sul terreno della difesa dei bisogni dei ceti popolari, ha cominciato a svolgere attività a sostegno della popolazione immigrata molti anni fa.

Nel 1988 ha fondato una delle prime associazioni di Immigrati e solidali in Italia: Diversi ma Insieme. Con l’associazione (attiva fino al 1996) ha partecipato a decine di mobilitazioni su problematiche legate al mondo dell’immigrazione a partire dalla questione dei permessi di soggiorno, a quello dell’alloggio e del lavoro gestendo molte assemblee e conferenze informative.

Nel 1995 ha aperto a San Siro una delle prime scuole di italiano per immigrati della città: Alfabeti. La scuola, da cui è generata un’associazione onlus, è ancora attiva nel quartiere popolare di San Siro.
Dal 2000 al 2005 ha partecipato attivamente al Social Forum per l’immigrazione di Milano.

Dal 2018 si occupa di una tematica particolare dell’immigrazione, quella della detenzione amministrativa, svolgendo una forte attività con la rete Mai più lager – NO ai CPR di Milano, di cui è attivista.

Nel 2024, per conto della rete Mai più lager – NO ai CPR, fonda il Network Against Migrant Detention attualmente attivo in una campagna contro l’apertura dei centri di detenzione dei migranti in Albania.

Pagina Facebook della retehttps://www.facebook.com/NoaiCPR/

Pagina Instagram della rete: https://www.instagram.com/noaicpr?igsh=YW1nNWxieTh2dmJx


Prima di lasciare al racconto di Igor Zecchini, propongo una serie di approfondimenti che forniscano elementi utili per cercare di capire non solo cosa siano i CPR ma anche quali siano i presupposti da cui parte l’azione concreta posta in essere dalla rete Mai più lager – NO ai CPR di cui Igor è attivista.

«La vera emergenza siete voi! No ai CPR, no ai lager di Stato»
Voci e istanze dal presidio della Rete “Mai più Lager – NO ai CPR” davanti alla Prefettura di Milano (di Nicoletta Alessio)

“[…] l’emergenza immigrazione non esiste, la vera emergenza è la regressione democratica in atto ormai da 30 anni per mezzo di politiche liberticide che minano ai diritti fondamentali di tuttə noi.

I dati sui flussi in arrivo in Italia degli ultimi dieci anni mostrano un andamento discontinuo, registrando momenti di picco a cui però seguono valori decisamente più modesti. Come riportato negli interventi della piazza, dal 1° gennaio al 15 settembre 2023 sono sbarcate sulle coste italiane circa 130 mila persone. Questo numero può sembrare enorme, un picco senza precedenti. Eppure nel 2016 gli approdi hanno superato le 180 mila persone, per poi diminuire notevolmente nei due anni successivi, come mostrano gli stessi dati del Ministero dell’Interno:

Questa logica emergenziale assume a tutti gli effetti i caratteri di una strategia della tensione da parte dei vari governi che si sono succeduti in Italia, che con le loro misure producono quegli stessi effetti che poi propagandano di contrastare. La crescente centralità che il contrasto alla migrazione non autorizzata ha assunto in Italia nasconde il fatto che questa è generata in primo luogo dalla mancanza di vie di accesso legale al territorio. […]

Le problematiche sono gravi, ma non sono emergenze. Anzi, perdurano da anni sul nostro territorio. Secondo quanto riportato da due volontarie dell’Associazione NAGA, che ogni mercoledì sera si recano alla stazione centrale di Milano con l’unità di medicina mobile a monitorare la situazione e prestare soccorso a chi ne ha bisogno, le persone minori straniere non accompagnate (MSNA) vedono già oggi il loro diritto a dei percorsi di inserimento negato per mancanza di risorse, spazi e coordinamento tra le amministrazioni comunali. Registrano un incremento di MSNA nelle strade cittadine e sempre meno possibilità, che pur spetterebbe loro secondo la legge, di ottenere documenti regolari una volta compiuta la maggiore età. Ora si vuole invertire il principio secondo cui sono minorenni fino a prova contraria ed aprire alla possibilità di inserirli in centri non specifici per MSNA, dove dunque non sono previsti gli stessi percorsi formativi e di inserimento lavorativo.

«Di regola dovrebbero essere inseriti in comunità per minori, dove dovrebbero fare un percorso scolastico di formazione, permesso di soggiorno e poi dovrebbero fargli il proseguimento amministrativo al compimento della maggiore età per portarli verso il permesso per lavoro», hanno spiegato. Di fatto, per mancanza di posti nelle strutture preposte, vengono “mandati un po’ più in là”: ovvero se non risultano posti disponibili a Milano, li si lascia per strada dicendo loro di provare a vedere, autonomamente, se magari in altre cittá hanno posto. «Se invece vengono inseriti in un CAS, in un centro di accoglienza normale, di quelli per adulti, chiaramente tutto questo percorso si perde anche nella teoria, non solo nella pratica», hanno aggiunto le volontarie.

L’emergenza é dunque il veloce e progressivo deterioramento dello stato di tutela dei diritti fondamentali delle persone migranti, che il presidio denuncia come il preludio di un’affinata politica di controllo e repressione del più ampio dissenso sul territorio.

“Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.
Come esprime il famoso sermone del pastore Martin Niemöller contro l’inattività degli intellettuali tedeschi di fronte alle persecuzioni naziste, l’apatia politica di fronte alle persecuzioni delle minoranze apre lo spazio per lo smantellamento dei diritti e della dignità di tuttə.

«Nell’ultima proposta di decreto è prevista l’espulsione dal territorio nazionale anche di immigrati con permesso di soggiorno che dovessero creare problemi all’ordine pubblico» ha ricordato Igor Zecchini di Mai più lager – No ai CPR. «Chi oggi crea problemi all’ordine “pubblico” nel nostro paese sono soprattutto i lavoratori e le lavoratrici della logistica, che sono in gran parte immigrati che utilizzano forme di lotta molto radicali (…) per difendere i loro diritti e conquistare una vita più degna, insegnando a volte anche ai lavoratori e alle lavoratrici italiane. Bene, questi da domani possono essere espulsi perché sono un “problema di ordine pubblico”, quindi questa è tutta una struttura di carattere legislativo e repressivo che dopo aver fatto tabula rasa degli immigrati e dei profughi andrà a colpire noi».

Il parallelismo con il regime nazista non si esaurisce nell’allegoria letteraria. Le strutture di detenzione amministrativa assumono le caratteristiche di veri e propri lager, dove le persone vengono incarcerate per il semplice motivo di non avere i documenti in regola, in un paese che dà sempre meno possibilità di regolarizzazione alle persone straniere presenti sul territorio.

In questi “non-luoghi” (CPR, hotspot, “punti di crisi”) vengono completamente sospese norme, diritti e principi altresì validi, per il momento, a chi detiene la cittadinanza italiana. Un meccanismo di stigmatizzazione e marginalizzazione che viene accentuato dall’attribuzione al Ministero della Difesa dell’incarico di individuare le strutture da adibire a nuovi CPR sul territorio.

«É già stato sdoganato che l’esercito si occupi di sicurezza. Diciamo quindi che questo meccanismo di militarizzazione delle coscienze è già avvenuto in maniera più sottile (…)
Ma trovo molto, molto pericoloso, esternalizzare alla difesa [n.d.r. l’individuazione di strutture per nuovi CPR] perché da un punto di vista di propaganda rende ancora di più la persona migrante il nemico», ha detto Anna Camposampiero, di Mai più lager – No ai CPR.

Svariati interventi durante il presidio hanno riportato le testimonianze dirette di chi è stato trattenuto nei CPR italiani, queste sono state raccolte e divulgate dalla rete Mai più Lager – No CPR sui canali social. Storie personali che dimostrano come «se sei cittadino straniero (…) che tu sia qui da un giorno o da 30 anni fa poca differenza, perché [n.d.r. anche quando hai già saldato il tuo debito con la società a seguito di un reato] non hai una pena ma due da scontare: la seconda non l’hai mai commessa ma sei stato giá colpevole. È il peccato originario di essere straniero».

Sebbene l’ordinamento italiano includa come reato quello dell’immigrazione non autorizzata, le leggi ordinarie prevedono solo pene pecuniarie, mentre la privazione della libertà personale viene predisposta sulla base di una misura amministrativa, ovvero il provvedimento di espulsione. Questo regime carcerario si pone dunque in totale contrasto con l’articolo 13 della Costituzione Italiana, secondo cui “Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. […]

“I morti invisibili”
Come ha sottolineato Anna Camposampiero durante il suo intervento: «Sono più di 30 le persone morte certificate negli ultimi 30 anni di detenzione amministrativa in questo paese. Non c’è nessun colpevole. Sono tutte morte di freddo, di morte naturale, di infarto. Ragazzi tra i 20 e i 30 anni, molti sono morti suicidi, come Moussa Balde a Torino, e oggi sono spuntati dei morti invisibili. Chiediamo conto al governo di chi sono le persone decedute di cui non è dato neanche sapere il nome».

Alle “morti invisibili” nei CPR si aggiungono quelle che avvengono fuori dal territorio nazionale, al di là del confine e dallo sguardo della comunità. Quella ad esempio, di Fati e Marie, madre e figlia i cui corpi sono stati ritrovati esanimi al confine tra Libia e Tunisia, dov’erano state deportate dal governo tunisino che le ha gettate e lasciate morire con il beneplacito delle autorità italiane ed europee, che accorrono a stringere accordi criminali con il presidente Kais Saied, come con la vicina Libia. […]”

(Fonte: https://www.meltingpot.org/2023/10/la-vera-emergenza-siete-voi-no-ai-cpr-no-ai-lager-di-stato/ )

Le lotte e i movimenti dal basso per chiudere i CPR.

Ousmane Sylla, 21 anni e originario della Guinea, si è tolto la vita la mattina del 4 febbraio 2024 impiccandosi a una grata nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Ponte Galeria, nella periferia di Roma.

Il ragazzo era stato raggiunto da due provvedimenti di espulsione, dopo che il 6 e il 13 ottobre 2023 si era recato al Comune di Cassino, provincia di Frosinone, per denunciare i maltrattamenti subiti all’interno della casa famiglia “Revenge” che lo stava ospitando. «Così come successo con Moussa Balde, picchiato a Ventimiglia e rinchiuso nel CPR di Torino, dove si è suicidato dopo aver provato a denunciare le violenze, la stessa cosa è successa a Sylla», ha raccontato a The Bottom Up Yasmine Accardo, attivista di Lasciateci Entrare e Memoria Mediterannea riferendosi al suicidio di un altro giovane guineano di 23 anni avvenuto nel 2019 nell’ospedaletto del CPR di Torino, una parte della struttura nata per ospitare chi aveva problemi di salute, ma che col tempo è stata utilizzata più per punire chi protestava che non per ragioni mediche.

Ousmane Sylla dopo il secondo provvedimento di espulsione è stato trasferito nel CPR di Trapani, dove è rimasto per oltre tre mesi in attesa di un rimpatrio non realizzabile a causa dell’assenza di accordi bilaterali con la Guinea. Durante la sua permanenza, nel centro siciliano sono scoppiate delle rivolte da parte delle persone trattenute per denunciare le condizioni di vita insostenibili, le  quali hanno provocato l’inagibilità di una parte della struttura. Per questo motivo Sylla, insieme ad altre persone, è stato trasferito nel CPR di Ponte Galeria.

Qui, una settimana dopo il suo arrivo, si è suicidato: «un altro caso di assassinio di un sistema che trasforma, che pensa che le persone che arrivano siano corpi che si possono tranquillamente sacrificare», ha commentato Accardo, che fin da subito, insieme ad altri attivisti e attiviste italiani e guineani, si è mobilitata per entrare in contatto con i familiari di Sylla e aiutarli nel ricevere la salma del figlio. L’ultima preoccupazione del ragazzo, infatti, era la destinazione del proprio corpo, trasmessa attraverso un messaggio di addio inciso nella parete della camerata del CPR di Ponte Galeria: «Se un giorno dovessi morire, vorrei che il mio corpo fosse portato in Africa, mia madre ne sarebbe lieta (…). Pace alla mia anima, che io possa riposare in pace».

«Insieme ad attivisti guineani abbiamo rintracciato la famiglia, e abbiamo scoperto che  l’ambasciata non solo non li aveva informati, ma non li aveva nemmeno cercati». I familiari infatti, prosegue Yasmine Accardo, «hanno saputo della morte di Ousmane solo dieci giorni dopo».

Cosa succede nei CPR
I Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono luoghi di detenzione amministrativa, ovvero di privazione della libertà personale attraverso un provvedimento amministrativo anziché penale, senza perciò che sia stato commesso un reato e senza che avvenga un normale processo. Questa detenzione si applica alle persone straniere irregolari in Italia che sono state oggetto di un ordine di espulsione e vengono trattenute in attesa di essere rimpatriate nel loro Paese d’origine. Inoltre, in alcune circostanze, il trattenimento è previsto anche per coloro che fanno richiesta di protezione internazionale.

Finora però queste strutture si sono rivelate inefficaci. Meno della metà delle persone trattenute viene effettivamente rimpatriata mentre il restante, viene rimesso in libertà a seguito di un periodo di detenzione che con il decreto 124/2023 voluto dal governo Meloni può arrivare fino a 18 mesi. Uno dei motivi dell’inefficacia di questi centri è dovuto alla mancanza di accordi bilaterali tra l’Italia e i Paesi d’origine dove dovrebbero tornare i migranti irregolari. […]

Sulla carta, nei centri, la persona straniera deve essere trattenuta con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità, quindi devono essere garantiti vitto e alloggi dignitosi, la cura dell’igiene e l’assistenza e la tutela sanitaria, tra cui quella psicologica. Nella realtà, la situazione è differente. La gestione delle strutture viene infatti appaltata dallo Stato ad aziende private che, secondo la Coalizione italiana libertà e diritti (Cild), se li aggiudicano attraverso bandi in base al criterio dell’ “offerta economicamente più vantaggiosa”. Questo, spiega ancora Cild, da un lato produce una minimizzazione dei costi e una deresponsabilizzazione del pubblico, dall’altro la massimizzazione dei profitti da parte dei privati che si riflette nella scarsa qualità dei servizi forniti ai trattenuti.

Inchieste portate avanti negli anni da giornalisti, parlamentari e associazioni hanno dimostrato, infatti, come le condizioni detentive risultino incompatibili con il rispetto dei diritti umani. Ad esempio il report dell’associazione Naga e della rete Mai più Lager – No ai CPR, basato su un anno di osservazione del CPR di Milano tra il 2022 e il 2023, ha evidenziato lo «squallore dei miserrimi moduli abitativi e dei servizi, passando per la totale mancanza di igiene e privacy dei bagni per arrivare ai pasti impresentabili e farciti di vermi». Inoltre, come riporta un’inchiesta di L’Altraeconomia, nei CPR è stata registrata una somministrazione di medicinali arbitraria ed eccessiva. Gli operatori spesso somministrano questi farmaci per calmare e “tenere buone”, come scritto nell’inchiesta, le persone rinchiuse. In altri casi, invece, spiega Accardo, «sono le stesse persone rinchiuse a richiederli perché non riescono a sopportare le condizioni di vita dei CPR». […]
al contrario di quanto previsto dagli istituti penitenziari, «quella dei CPR è una detenzione funzionale a espellere le persone dalla società, non a reinserirle e questo riflette il modo in cui vengono trattenute le persone» aggiunge Ramacciotti.

Oltre alle inchieste giornalistiche e giudiziarie, il lavoro di denuncia svolto dalle stesse persone trattenute nei CPR ha avuto un ruolo fondamentale. Tramite i propri telefoni hanno potuto documentare le condizioni detentive critiche che hanno portato a tentativi di ribellione, atti di autolesionismo e suicidio.

Le rivolte all’interno dei centri hanno inoltre causato la temporanea chiusura di alcune di queste strutture. «Nonostante i gravi fatti accaduti all’ospedaletto di Torino, il CPR non è stato chiuso con un ordine della Prefettura o del Ministero dell’interno, ma a seguito di una rivolta», ha precisato Yasmine Accardo, volendo sottolineare l’importanza delle denunce e delle lotte che provengono all’interno dei centri da parte degli stessi detenuti. «Tramite un numero SOS riceviamo foto, video, racconti e questo ci permette di amplificare all’esterno le voci di chi si trova trattenuto», spiega l’attivista. «Lo stesso messaggio di addio di Sylla è emerso grazie alle riprese dei compagni detenuti».

Accardo evidenzia che le segnalazioni arrivano dai CPR dove le persone trattenute riescono a tenere i cellulari. L’utilizzo dei telefoni personali all’interno dei CPR varia a seconda dei regolamenti dettati dal centro, ma la prassi è quella di vietare o limitare l’utilizzo. «Dal CPR di Caltanissetta non riceviamo notizie, da quello di Bari e Brindisi sempre meno». […]

di Nicola Vasini
Questo articolo è stato scritto con la collaborazione di Francesca Capoccia

(Fonte: https://thebottomup.it/2024/04/18/lotte-chiusura-cpr/ )

Moussa Balde: morto da CPR, ma i governi europei vogliono che muoiano lontano da casa nostra.
di Igor Zecchini

Era arrivato in Italia dopo il solito viaggio della disperazione e della paura Moussa Balde, ventitre anni dalla Guinea. Il viaggio attraverso l’Africa, poi l’Algeria e infine la Libia dove prese “il barcone” per affrontare il mare. Dopo un anno l’arrivo ad Imperia e la speranza di poter avere una vita migliore. La stessa storia di migliaia di persone uomini, donne, bambini.

Ma le speranze di Moussa sono state distrutte, assieme alla sua vita, dal razzismo e dal cinismo oramai consolidato in gran parte della nostra società e soprattutto nelle istituzioni.

Tutti e tutte abbiamo potuto vedere le immagini del pestaggio, crudele e teso all’assassinio, a cui è stato sottoposto da alcuni razzisti di Ventimiglia nei primi giorni di maggio. Dopo quel pestaggio i suoi aggressori sono rimasti a piede libero, lui invece ricoverato in ospedale ma poi trasferito in isolamento nel CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) di Torino. Ha chiesto lungamente un aiuto che non è arrivato, non ha retto e si è suicidato. […]

Infatti, al di là delle chiacchiere sull’accoglienza condivisa dall’Europa in realtà il destino di immigrati e profughi è segnato dagli accordi che vengono presi con i paesi del Mediterraneo, molto spesso accordi bilaterali, a volte accordi europei (come nel caso della Turchia). Soldi in cambio di repressione e trattamenti disumani per profughi e profughe. […]

Così tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, di qualsiasi colore fossero, hanno gestito nello stesso modo le politiche rivolte all’immigrazione: chiusura delle frontiere, permesso di soggiorno concesso solo in corrispondenza ad avere un lavoro, impossibilità sostanziale quindi di poter ottenere i documenti regolari, rifiuto del riconoscimento dello ius soli, respingimenti alle frontiere ed espulsioni come soluzione unica per le presenze “non desiderate”. […]

I CPR, la struttura in cui è stato rinchiuso Moussa, fanno parte di un progetto oramai ben definito: allargamento dei confini effettivi utilizzando la disponibilità di altri paesi a fare da frontiera, respingimenti in mare e in terra (rotta balcanica), utilizzo dei CPR come “ porta girevole” per gli immigrati clandestini non lasciando così il tempo per esercitare il diritto a cercare di restare attraverso le procedure di asilo politico o altro. […]”

(Fonte: https://bresciaanticapitalista.com/2021/05/31/moussa-balde-morto-da-cpr-ma-i-governi-europei-vogliono-che-muoiano-lontano-da-casa-nostra/

Altri approfondimenti:
https://youtu.be/vbk7JRMfJns?si=KSgaoLaD5sekpC– 

https://www.youtube.com/live/iUPty1rX1gE?si=0lCpRrMhZMNjq825


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Igor Zecchini; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


I CPR esistono da troppo tempo. Prima venivano chiamati con altri nomi ma il significato è rimasto sempre quello e, anzi, col passare del tempo questi luoghi di detenzione amministrativa, questi veri e propri inferni, hanno assunto sembianze sempre più tragiche diventando teatri di un orrore sempre più grande.

Ciò che nel frattempo è cambiato è che, forse, da qualche tempo a questa parte se ne parla di più, ma certamente sempre troppo poco perché i mezzi di comunicazione mainstream si guardano bene dal fornire informazioni veritiere e approfondimenti puntuali sulle condizioni in cui riversano le persone detenute nei CPR. Persone che, sulla carta, sono in attesa di essere rimpatriate nel proprio paese d’origine anche se vivono e lavorano in Italia da molti anni e, in alcuni casi, anche se si tratta di figli di immigrati, nati in Italia ma per i quali è stata decisa l’espulsione dal nostro paese.
Persone che non hanno commesso reato, detenute in condizioni disumane, a volte senza nemmeno sapere perché.

Della rete Mai più lager – NO ai CPR fa parte anche l’attivista Igor Zecchini che in questo racconto ha fornito una testimonianza dura e realistica ma, allo stesso tempo, piena di speranza e di volontà di proseguire in questo impegno personale e collettivo.

Se in qualche modo non ci facciamo carico delle tragedie dell’umanità, di persone che come tutti hanno diritto alla vita e alla giustizia, che senso potremo mai trovare anche nelle nostre vite?

Viviamo in un tempo tragico sotto molti punti di vista e questa profonda tragicità che investe larghe fette di popolazione mondiale, comprese le persone che incrociamo ogni giorno per strada, stride non solo con i privilegi di pochi ma anche con la nostra indifferenza, con la facilità con cui ignoriamo la sofferenza dell’altro, con la sicurezza che il dolore degli altri prima o poi non toccherà anche a noi, con la tranquillità con cui voltiamo le spalle per paura, per codardia, perché ci hanno insegnato che conviene fare così, perché vogliamo restare allegri anche quando non c’è nulla di cui essere allegri, perché tanto spetta sempre a qualcun altro manifestare.

Ammiro chi si espone per una causa e ho sempre pensato – oggi ancora di più – che la vera ricchezza nella nostra vita consista nel non avere bavagli, nel non sottostare al ricatto sociale, nell’esprimere dissenso quando qualcosa che coinvolge noi e gli altri non è giusto, nell’avere una voce libera.

Molte persone oggi possono dire di farlo, tante persone e tante reti e collettivi, comunità di persone che operano e agiscono per qualcosa che faccia bene all’umanità con la consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca.

Molte altre persone non possono dire lo stesso ed è molto difficile cambiare quelle menti che credono che sia giusto compiere stragi, pulizie etniche, detenzioni inumane anche in assenza di reato.
Non so se e fino a che punto questi altri molti possano recepire un modo di vedere le cose diverso dal loro.

Anche Igor ammette che è molto difficile continuare a fare attivismo, perché ci si ritrova spesso soli o a chiedersi se abbia davvero senso far sapere, divulgare, documentare, raccontare l’orrore e la sofferenza se moltissimi non vogliono stare ad ascoltare.

Capisco molto bene cosa intende Igor: basta guardarsi intorno, o guardarsi allo specchio, per notare quanto siamo concentrati su noi stessi, sul soddisfacimento dei nostri bisogni, sul raccattare di più, sull’imposizione prepotente della propria soggettività, sull’incapacità di osservare da un’altra prospettiva che non sia la nostra.

Ma è sempre Igor ad ammettere che sì ha senso continuare a fare attivismo, continuare a raccontare, a documentare. E io gli credo.

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti