
“C’è molto da fare quando non c’è più niente da fare” (Gigi Ghirotti)
Gigi Ghirotti nacque a Vicenza nel 1920, lavorò come giornalista e scrittore, si ammalò di una malattia neoplastica del sangue che affrontò con la stessa fede nei valori umani e sociali che ispirò la sua vita.
Dalla sua storia è nata la Fondazione che porta il suo nome, un’organizzazione del terzo settore che opera nel campo della terapia del dolore e delle cure palliative.
La missione della Fondazione è alleviare il dolore con interventi per controllarlo nell’ambito delle cure palliative, in assistenza domiciliare con prestazioni sanitarie, psicologiche, sociali e spirituali ai malati e alle loro famiglie nonché negli hospice, esercitando la propria attività quale struttura sanitaria in collaborazione con le strutture liguri del Servizio Sanitario Nazionale.
Per approfondire: https://www.gigighirotti.it/chi-siamo/
Il 18 aprile 2025 alle ore 19.00, in diretta streaming sui canali Frasivolanti, Raffaele Casagrande e Maurizio Bosano hanno raccontato lo spettacolo “C’è vita finché c’è vita” e i progetti e la missione della Fondazione Gigi Ghirotti Genova.
Lo spettacolo a scopo benefico “C’è vita finché c’è vita” (di e con Raffaele Casagrande, regia di Antonio Tancredi) è un progetto partito dalla scuola per raggiungere il teatro. L’obiettivo è quello di parlare di… vita.
“Di quella vita che si infiamma di intensità proprio quando scopri che finisce.
Della storia di tante persone che passano dalla scoperta di un male definitivo alla rabbia, dalla rabbia alla consapevolezza di una presa viva sulla vita.”
Tanti incontri con gli studenti delle superiori sui temi del fine vita, delle cure palliative e del volontariato hanno avuto l’obiettivo di provare a costruire una società etica, oltre che sviluppare maggiore consapevolezza su queste tematiche.
Lo spettacolo rappresenta la scoperta di come la vita possa essere nitida e comprensibile proprio nel momento in cui si impara a convivere con quella che chiamiamo morte.
(fonte: https://www.gigighirotti.it/evento/ce-vita-finche-ce-vita-spettacolo-a-scopo-benefico/ )
Raffaele Casagrande è attore, regista, coach.
Si è formato al teatro Il Sipario Strappato di Arenzano con Lazzaro Calcagno e all’Università degli studi di Genova in Organizzazione Teatrale. […]
Dal 1998 ha svolto un’intensa attività di attore, regista, organizzatore teatrale, formatore aziendale e conduttore di workshop in Italia e all’estero. Per il Teatro Il Sipario Strappato dal 2000 fino al 2013 è stato insegnate dei corsi di recitazione e ha ricoperto il ruolo di vicepresidente dal 2003 al 2015. […]
Al cinema nel 2013 è stato protagonista del film di M. Morini 121212 (distribuito da UCI). Nel 2015 è stato finalista al concorso RAI – RAINVENTARAI con il video Il Riparatore di F. Lussu. […]
Nel 2019 ha curato la regia di Corso Gastaldi 25 nero di Matteo Aldo Maria Rossi per la Rassegna internazionale di Genova Segrete Tracce di Memoria.
Ha collaborato con Liguria Attori, Teatro della Tosse, Il Festival SUQ, Teatro dell’Ortica, Teatro delle Formiche, Lunaria Teatro, Studio Associato Attori, Semi Foresti, EuAct, Art Commitions, Arti’s.
(fonte: https://www.liguriattori.it/raffaele-casagrande/ )
Maurizio Bosano, classe 1953, ha lavorato nel turismo dal 1976 al 2017: 42 anni di viaggi in Italia, in Europa e soprattutto nel Medio Oriente alla ricerca delle testimonianze delle grandi civiltà. Ha affermato “forse il più entusiasmante lavoro nella conoscenza della storia dell’uomo e della nostra Terra”.
Nel 2012 ha partecipato al corso per Volontari dell’Associazione Gigi Ghirotti e dal 2013 è volontario nell’assistenza all’Hospice di Genova Albaro. All’insorgere della pandemia Covid il servizio, per ragioni di sicurezza, venne sospeso e Maurizio iniziò così una collaborazione con l’ufficio promozione della Gigi Ghirotti, nell’organizzazione di eventi per raccogliere fondi.
Nel 2020/21 Maurizio ha assunto il ruolo di coordinatore referente per promozione, raccolta fondi ed eventi culturali della Fondazione Gigi Ghirotti. Dal 2022 fa parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione.
Pagina Facebook di Fondazione Gigi Ghirotti Genova ETS: https://www.facebook.com/FondazioneGigiGhirottiGenova/
Pagina Facebook di Raffaele Casagrande: https://www.facebook.com/RaffaeleCasagrandePLAYOUT/

Non diamo molto peso – credo – ai nostri pensieri sulla morte, pensando forse che siano tristi e che la fine sia qualcosa da cui immunizzarsi, da cui allontanarsi con garbo oppure scappare.
Mi ritrovo a volte – di solito capita quando fermo il cervello e resta il vuoto – a dire mentalmente la frase “un giorno morirò” e tutte le volte sembra che ci sia una forza che cerca di ricacciare indietro questo pensiero.
Credo che siamo assuefatti in un vivere che va poco in profondità e nel quale siamo poco in contatti con noi stessi, con le nostre paure.
Quando si pensa alla morte, viene da pensare ai propri cari, a che fine faremo, a come si trasformerà la nostra materia e le cellule del nostro corpo. C’è chi parla di etica, di dignità, di calvario o di battaglia. C’è chi parla semplicemente di un scorrere inevitabile del tempo che ci vede venire al mondo e poi lasciarlo.
Prima di lasciare all’ascolto dell’intervista, assieme alla bellissima immagine qui sopra che ritrae l’angelo della vita e della morte (cimitero di Staglieno), vorrei fornire qualche spunto di riflessione e alcuni link di approfondimento.
“[…] Etica nelle cure palliative
In questo campo assume particolare importanza il principio universale del rispetto della vita umana giunta in situazione di estrema debolezza.
I principi di riferimento ippocratici:
Non maleficienza, (primum non nocere)
Beneficienza (fai il bene)
L’età nostra ha aggiunto:
Autonomia (diritto all’autodeterminazione)
Giustizia (diritto alle cure sempre)
[…]
I dilemmi etici
Non sempre è possibile risolverli sulla base dei principi. C’è chi ha fatto appello e conta su un’etica della virtù. Questo però presuppone che i medici acquisiscano i giusti comportamenti più che imparare teorie morali e principi. Una giusta considerazione che però deve fare i conti con un processo culturale per il quale occorrono generazioni.
Rispetto per la vita umana e la morte
Il principio cui attenersi è quello sancito anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità secondo cui le cure palliative affermano la vita e considerano la morte come un processo naturale da non abbreviare ma nemmeno prolungare. Il concetto può essere sinteticamente espresso come “diritto a morire con dignità”. Sembra d’altronde esservi un generale consenso sul fatto che una morte artificialmente prolungata è contraria alla dignità della persona. […]
Per distinguere interventi moralmente obbligatori da quelli non obbligatori si ricorre alla distinzione concettuale tra mezzi “ordinari” e “straordinari”.
È necessario valutare l’utilità di determinati interventi nella particolare situazione del malato, i risultati che si possono ottenere, considerare il peso che dovrebbe sopportare il malato da tutti i punti di vista, non solo fisici ma anche psicologici, sociali, familiari, spirituali. Il criterio della proporzionalità terapeutica può essere in relazione solo all’unicità della situazione del malato.
Il principio del doppio effetto
Se ne parla nell’argomento della sedazione palliativa dove trova soprattutto necessità di applicazione. Nelle cure palliative si fa normalmente ricorso agli oppiodi che possono avere ripercussioni negative sui malati, respiratorie, circolatorie e sullo stato di coscienza.
Questo potrebbe sollevare il timore di accelerare la morte e addirittura essere configurato come una pratica di eutanasia passiva. Se gli oppiodi sono usati nella giusta misura e il loro uso è la sola via per alleviare il dolore è più che legittimo vi si ricorra.
Il principio del doppio effetto proibisce di raggiungere un buon obbiettivo attraverso un’azione non buona come potrebbe essere quella di uccidere il malato per togliere il dolore, ma consente il loro impiego per alleviare una grave sofferenza in un malato verso il termine della vita anche se dovesse accelerarne la morte. I medici devono essere ben consapevoli della importanza e delicatezza di questa decisione. Non deve assolutamente accadere che scarsità di personale o altre circostanze inducano a ricorrere alla sedazione perché si incorrerebbe in una intollerabile situazione morale.
La veridicità nella comunicazione è uno dei problemi di maggior peso nell’ambito delle cure palliative. Mentre il personale curante considera un dovere dire la verità, un atto di beneficienza e anche un rispetto per l’autonomia della persona, dalla parte dei familiari è considerato un danno per il malato.
Dati su ampie rassegne di malati indicano che ci può essere aumento dell’ansia nel breve periodo dopo l’annuncio della verità ma ansia e depressione si attenuano dopo poche settimane. Viceversa le scarse o false informazioni creano problemi psicologici maggiori: sospetto di inganno, mancanza di condivisione, isolamento psicologico. La descrizione di questa situazione la fece magistralmente Lev Tolstoj nel suo celebre libro “La morte di Ivan Il’ic” scritto alla fine del 1800. […]” (Fonte: https://www.gigighirotti.it/etica/ )
“Gigi Ghirotti, odissea nel cancro (di Gian Antonio Stella)
Autore di grandi reportage, decise di curarsi negli ospedali pubblici per vivere le gravi sofferenze dei malati più umili. Raccontò con coraggio il suo duro calvario.
«Da quasi un anno m’insegue un odore d’etere, d’alcol, d’antibiotico, di lisoformio, e questo cocktail olfattivo mi pizzica entro le nari, m’inzuppa fino alle ossa, mi s’è attaccato alla pelle…». Dio sa quanto Gigi Ghirotti avrebbe voluto non essere ricordato per lo straordinario incipit di quell’inchiesta su «La Stampa» destinata a diventare un formidabile libro di denuncia edito da Eda col titolo Lungo viaggio nel tunnel della malattia. Lo scrisse a Giovanni Giovannini fin dall’uscita nelle librerie: «Mi auguro che gli amici mi siano amici fino in fondo e che non facciano di me l’Enrico Toti del carcinoma ma sappiano esortare a vedere oltre il caso personale».
Lo infastidiva, autoironico com’era, essere ricordato con quell’etichetta appiccicata. Non era solo quella, la sua vita. «Gigi il Ghiro», per dirla con l’amico Gigi Meneghello, l’autore di Piccoli Maestri col quale aveva studiato al liceo Pigafetta nella sua Vicenza, «era già giornalista a scuola» e scriveva su Enea «con l’aria di un inviato speciale al seguito di quella casinistica crociera: descriveva il cappello da lupo di mare del capitano al timone, le spalle curve sotto gli scrosci, intervistava Acate, Palinuro…».
Nato nella città palladiana il 10 dicembre 1920, arruolato volontario tra i paracadutisti (ma smistato subito in retrovia per essersi fratturato le gambe al primo lancio), coinvolto di striscio nella Resistenza («impugnò solo una pala per seppellire i morti»), esordì nell’estate del ’45 al «Giornale di Vicenza». Ricorderà Renato Ghiotto, il direttore: «Imparò presto tutto ciò che c’è da imparare tranne una cosa: la prudenza. Fu così che, con uno dei suoi primi articoli, mi tirò addosso una sfida a duello. Mettendosi già da allora dalla parte dei poveri e degli umiliati, scrisse a loro nome un pezzo contro uno dei notabili della città, che accusava di aver abusato del suo potere».
Assunto a «La Stampa» di Torino da Giulio De Benedetti dopo una lunga gavetta di pezzi scritti come collaboratore, arrivò ad occuparsi, infaticabile, di tutto. Dagli incontri coi grandi artisti («Un pezzo di pane lungo quindici metri e abbandonato nella piazza di un piccolo paese della Normandia diede a Salvatore Dalí la fama di essere l’uomo più stravagante del mondo») ai ritratti su Eleonora Duse che arrivava ad Asolo «con i bauli dei suoi libri e dei suoi vestiti da palcoscenico» e «schivava la gente, lei che tra gli applausi era vissuta» chiedendo a un fedele cavaliere: «A che ora si può uscire senza esser visti?». E poi racconti magici sul Natale da padre Pio («Nella Betlemme di San Giovanni Rotondo domani a mezzanotte il Bambino sarà deposto sulla mangiatoia da un vecchio frate sulle cui mani misteriosamente fiorisce il sangue») e reportage sui poveri emigrati italiani che in Francia «non solo non imparano la lingua francese, ma dimenticano quella italiana». Per non dire della cronaca sul suicidio Luigi Tenco («Mike Bongiorno, che iersera, poco prima del verdetto, accolse un suo ultimo sfogo, racconta: “Quante volte gli abbiamo detto: ‘Ma perché non ti fai vedere alla televisione? Con l’ingegno che hai potresti guadagnare quel che vuoi!’. Rispondeva sempre: ‘Non ci siamo, non è questo che m’importa’”». O delle denunce sulla miseria nel Delta del Po: «Gli abitanti di Scardovari credono negli spiriti, nel malocchio e nelle streghe. Per cacciare l’emicrania non prendono il cachet prescritto dal medico: scendono negli acquitrini con un coltello in mano e “tagliano” l’acqua del Po. Non conoscono calze. Per tener caldi i piedi dei bambini, le madri pigiano negli zoccoli un po’ di paglia». Era un gigante, «Gigi il Ghiro». Capace di scrivere grandi libri come Mitra e Sardegna sul banditismo isolano o Italia mia benché sul boom economico e insieme sfiziosi elzeviri sui portieri d’albergo che si interrogavano sul doloroso tramonto dello stiffelius e sull’obbligo di contentare i clienti perfino se alle dieci di sera chiedono una zuppa per la loro tartaruga da passeggio.
La malattia, scrive Alberto Sinigaglia presentando la ricca antologia L’inchiesta estrema (Aragno), lo colpì a cinquant’anni come una coltellata. E una sera del maggio ’72, vicino a Piazza Navona, spiegò a Vittorio Gorresio che per carità, al giornale tutto bene, ma «è un certo signor Hodgkin a darmi noia». Nel pomeriggio i medici avevano confermato la diagnosi: aveva il morbo di Hodgkin, un tumore del sistema linfatico. Difficile da curare. Tacquero entrambi. Finché Gigi si scosse: «Sai che ti dico? Credo di poter fare un buon servizio da inviato nel tunnel della malattia del secolo». E «giù a ridere — testimonierà Gorresio — attratto dalla sua trovata affascinante».
«Era proprio necessario che lei informasse milioni d’italiani sulla malattia, rompendo una tradizione di riservatezza che protegge i fatti personali più sgradevoli?», gli chiederà «Panorama»: «Era necessario sì, perché proprio intorno alla malattia la società ha eretto i più feroci e misteriosi fortilizi della riservatezza. Sembra quasi che la malattia sia una colpa, una vergogna da tener nascosta». E questo no, non poteva accettarlo. Anche il rifiuto delle cliniche private per affrontare il calvario nelle camerate a volte luride e caotiche di vari ospedali pubblici era per lui necessario: «Spero mi possano capire almeno coloro della mia generazione che hanno, tra errori e orrori, partecipato e animato le grandi speranze del 1945: le speranze, voglio dire, di un’Italia diversa nella quale, per esempio, non sia lecito guarire o morire in base al censo o al privilegio sociale. Non sono un Enrico Toti della malattia. Mi piace vivere: ho una sana e fottuta paura di morire. Mi fa inorridire la morte idiota, quella da sorpasso, da autostrada, da passaggio a livello, da impallinamento venatorio. Alla morte per malattia cerco di resistere, m’impegno con tutte le forze a ricacciarla indietro. Tuttavia trovo che un epilogo ci dev’essere, ed è giusto che sia affrontato senza piagnistei. Si tratta di un evento spiacevole, ma non innaturale e non evitabile. Era un momento grave per me: scegliere l’uscita di sicurezza individuale, andarmene in Francia a curarmi, mi appariva come una fuga. Una fuga da me stesso, dal mio modo d’essere, dalle mie responsabilità verso coloro che, nel mio Paese, non hanno vie d’uscita».
E raccontò tutto, flebo dopo flebo, in dieci puntate su «La Stampa» e poi in due serate televisive della Rai che gli guadagnarono l’immensa gratitudine di milioni di italiani che avevano vissuto sulla loro pelle le attese interminabili, i pasti pessimi dove appena finito il pranzo arrivava la cena, i pomeriggi di vuoto perché i medici lavoravano in ospedale solo la mattina («Un’acciaieria che spegnesse gli altiforni alle tredici per consentire al personale di trascorrere il pomeriggio in famiglia oppure dove meglio crede, farebbe gridare allo scandalo!»), il disprezzo per la privacy, la morte di compagni di stanza che gli avevano fatto «riscoprire l’amicizia»… Insomma: «Bisogna star molto bene in salute, per potersi permettere il lusso di star male, e per affrontare, con qualche speranza di uscirne, la vita ospedaliera». Se ne andò il 17 luglio 1974. Fino all’ultimo, si seppe, aveva raccomandato alla moglie Mariangela: «Aiutami a rubare alla morte anche un solo minuto. La faremo soffrire». […]”
(Fonte: https://www.corriere.it/cultura/21_dicembre_09/gigi-ghirotti-odissea-cancro-c0befb92-591e-11ec-95ed-0f7dcc6ae2dd.shtml )
Altri approfondimenti e link:
https://www.gigighirotti.it/come-aiutarti/#consapevolezza
https://www.youtube.com/@gigighirotti-curepalliative
https://www.youtube.com/@playoutdiraffaelecasagrand1741
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Raffaele Casagrande e Maurizio Bosano; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Ridere parlando di vita. Ridere parlando di morte. Tra le parole di commozione, che forse ci risulta più facile associare al tema del fine vita, in questa intervista emerge anche la funzione del ridere insieme, del capire insieme, dello sperimentare, del mettere in scena, del giocare per esistere appieno.
Parlare di morte è, di fatto, un modo per parlare di vita ma questo non è un accostamento semplice da fare mentalmente poiché associamo quasi sempre alla fine (della vita, di un’amicizia, di una relazione, di un’esperienza) solo sentimenti come il dolore, la perdita, la paura dell’ignoto, il terrore del vuoto.
Ciò che non conosciamo ci fa molta paura. Non sapere cosa ne sarà della nostra anima – se esiste – dopo la fine ci rende inermi, scoperti, nudi di fronte a un abisso dal quale nessuno ritorna e del quale nessuno ci può raccontare.
Non poter assistere a ciò che avverrà al nostro corpo dopo la fine, anche se sappiamo bene cosa avverrà, alimenta questo senso di indefinitezza e paura. Il passaggio dalla vita alla fine sarà inoltre un viaggio che dovremo fare, per forza di cose, da soli e personalmente questo lo percepisco come un altro forte elemento che alimenta la paura.
Saremo coscienti nella fase del passaggio? Come avverrà? Ci mancano molti dettagli che non conosciamo e che sfuggono al nostro controllo.
Esiste da tempo un grosso dibattito pubblico e politico sul tema del suicidio assistito: un tema che chiama in campo soprattutto riflessioni che attengono alla dignità della vita umana e alla libertà di porre fine a un’esistenza costellata di enormi sofferenze impossibili da curare e superare.
Con Raffaele Casagrande e Maurizio Bosano ci siamo concentrati su due linee di racconto strettamente interconnesse. Raffaele e Maurizio hanno illustrato le attività e la missione della Fondazione Gigi Ghirotti Genova ETS e hanno raccontato lo spettacolo a scopo benefico “C’è vita finché c’è vita” (di e con Raffaele Casagrande), partito come progetto per le scuole superiori e oggi divenuto un appuntamento itinerante in giro per l’Italia.
Maurizio e Raffaele, fornendo materiale video (reperibile anche sul canale YouTube della Fondazione), hanno restituito gli obiettivi, le emozioni e i risultati del percorso fatto con gli studenti delle scuole superiori. Dalle parole di questi giovani che si affacciano al mondo e stanno decidendo cosa fare della propria vita, emerge una gran voglia di sperimentare e parlare anche della fine.
Certo, non tutte le persone hanno voglia di recepire e prestare ascolto a certi temi, e questo vale ovviamente anche per i più giovani, ma resta il fatto che ciò che fa più paura comincia a incutere meno timore in noi quando accettiamo di accorciare le distanze tra noi e l’ignoto.
Portare il teatro nelle scuole, portare la morte nel teatro, parlare di qualcosa che finisce come di un tempo a cui restituire un senso di gioia e di pienezza: probabilmente vivere appieno la propria vita significa accettarne la finitezza.
Fare volontariato in questo contesto, conoscere le persone che vivono il proprio ultimo tempo negli hospice, fornire un supporto concreto a loro e alle loro famiglie, restituisce a entrambe le parti coinvolte uno scambio profondo, una connessione autentica che forse solo il senso di fine sa donare nella sua cruda verità.
La profonda commozione di Maurizio quando parla delle persone che ha conosciuto negli hospice, smuove.
La capacità e la volontà di Raffaele di portare la sua arte nel contesto del volontariato e del fine vita, arricchisce di nuovi significati la storia personale di dolore che ognuno di noi porta con sé ma, in più, le attribuisce delicatezza, tenerezza e quella sensazione che la gioia possa albergare anche in quei passaggi di vita inevitabili che ne accompagnano il termine.
Ringrazio di cuore Maurizio Bosano e Raffaele Casagrande per questa testimonianza! 🥰
Invito ad approfondire le attività della Fondazione Gigi Ghirotti e ad andare a vedere lo spettacolo “C’è vita finché c’è vita”.
https://www.youtube.com/@gigighirotti-curepalliative
https://www.facebook.com/federazione.palliative/photos/-prosegue-il-viaggio-della-federazione-cure-palliative-attraverso-litaliail-9-ma/1257705403025529/?_rdr
https://sostieni.gigighirotti.it/
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
