
Cristina Paderi e Susanna Brunelli sono state protagoniste dell’intervista del 26 luglio 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.
Cristina e Susanna sono attiviste, impegnate da anni in prima linea per la difesa dei diritti degli utenti psichiatrici, e fanno parte del consiglio direttivo di Associazione Radicale “Diritti alla Follia”.
Le loro esperienze personali si intrecciano agli interessi nel sociale e nell’ambito della salute mentale. I loro differenti percorsi di vita nel corso del tempo si sono espressi in strade convergenti permettendo a Cristina e Susanna di mettere a disposizione il loro sapere fare e saper essere in difesa dei diritti e della dignità delle persone che entrano nei servizi psichiatrici.
Il viaggio compiuto insieme in questa chiacchierata è partito proprio con l’intenzione di raccontare le loro storie, le storie di due persone, due attiviste, indagando cosa unisce i loro percorsi personali all’impegno intrapreso da “Diritti alla follia”. Abbiamo dato ampio spazio anche alla narrazione dell’associazione, dei progetti in corso, degli obiettivi che essa si pone.
Di seguito alcuni cenni su Cristina Paderi e Susanna Brunelli, e informazioni di base sull’associazione “Diritti alla follia” tratte dal sito ufficiale https://dirittiallafollia.it/
Cristina Paderi risiede in provincia di Cagliari ed è interprete e traduttrice per le lingue inglese e francese. Attivista con anni di esperienza nel sociale e nel campo del volontariato, anche internazionale.
Susanna Brunelli, veneta, è familiare e survivor alla psichiatria ed è impegnata su vari fronti per quanto riguarda la salute mentale nel campo dell’associazionismo e nel volontariato come accompagnatrice alla Recovery. Fa parte della Rete Utenti Nazionale. Crede che tutto sia possibile.
“Diritti alla Follia” nasce all’interno dell’esperienza professionale e politica di Michele Capano, avvocato e militante Radicale. L’ associazione nasce dalla presa d’atto che spesso le condizioni di “disagio psichico” non diventano nell’ordinamento giuridico tanto occasione per l’attivazione di meccanismi di solidarietà pubblica, quanto il pretesto per l’attivazione di azioni di internamento, di trattamento farmacologico coatto, di violazione di diritti umani, di mortificazione della capacità giuridica, di emarginazione.
L’intento dell’associazione è fornire un contributo tecnico di mobilitazione e individuazione di interlocuzioni ed alleanze politiche e sociali e di conquistare riforme in grado di modificare lo status quo dei seguenti temi cruciali:
1) Trattamento sanitario obbligatorio, da ripensare profondamente nelle sue modalità di attivazione e di esecuzione concreta;
2) Misure di sicurezza per i soggetti non imputabili, che rispondono alla logica della istituzionalizzazione e della neutralizzazione, piuttosto che essere pensate ed attuate nella prospettiva del reinserimento del “reo” nella comunità;
3) Interdizione, inabilitazione e amministrazione di sostegno, nelle quali figure di limitazione della capacità di agire va ampliato lo spazio di partecipazione della persona alla procedura e vanno conquistati spazi di autonomia.
L’associazione è nata nel 2018 dandosi statutariamente l’obiettivo di impegnarsi sul fronte della tutela e della promozione dei diritti fondamentali delle persone sottoposte:
a varie forme di coercizione nell’ambito del trattamento del “disagio psichico”;
ai cosiddetti “istituti di protezione” dell’individuo (tutela, curatela, amministrazione di sostegno);
alle misure di sicurezza per i soggetti non imputabili.
Proposte di riforma: https://dirittiallafollia.it/proposte/
Campagne: https://dirittiallafollia.it/campagne/

Cristina e Susanna hanno affrontato percorsi di vita diversi ma condividono la missione che portano avanti attraverso l’associazione.
Durante l’intervista abbiamo parlato anche di alcune delle proposte di riforma avanzate da “Diritti alla follia”, del supporto tra pari e della recovery come strumenti di dignità e autonomia, della deistituzionalizzazione, di come restituire potere e dignità alle persone coinvolte in misure psichiatriche coercitive.
Ecco di seguito alcuni degli spunti di riflessione portati alla luce dall’associazione e presenti sul loro sito ufficiale.
«Fragili non sono le persone con disabilità, fragili sono le garanzie giuridiche poste a presidio della loro dignità: occorre rafforzarle»
Tutte le discipline scientifiche evolvono: la psicologia non fa eccezione. Cosa cambia nel lavoro con i Pazienti? (articolo di Miriam Gandolfi, psicologa, psicoterapeuta sistemico-connessionista, Officina del pensiero, Bolzano – Trento, marzo 2025)
“La discussione sul destino della proposta di nuovo codice deontologico degli psicologi non ha senso se viene estrapolata dal contesto sociale, culturale e storico più ampio che l’ha visto nascere. Ciò è infatti necessario per comprendere cosa sia un codice deontologico e, nello specifico nell’ambito della cura umana, fisica e psicologica.
In questo contesto vi proporrò di seguire il filo che separa e insieme unisce il professionista e il paziente nel percorso che ha visto la nascita della psicologia come professione di aiuto, nei diversi momenti culturali e sociali.
Infatti la relazione di aiuto è caratterizzata da una sorta di doppio legame, perché è evidente un’asimmetria insita in essa: quando si chiede aiuto ci si aspetta che colui a cui ci si rivolge ne sappia più del richiedente. D’altra parte sia il professionista che il paziente sono esseri umani che hanno lo stesso diritto al rispetto e alla tutela della libertà personale.
Per questo motivo io non amo il termine clienti, un eufemismo che altera la natura reale del rapporto d’aiuto e non garantisce il massimo impegno etico, oltre che professionale, dell’operatore.
Il primo codice deontologico in ambito medico nasce a Sassari nel 1903 (testo originale trovato presso la biblioteca dell’Università di Sassari). È suddiviso in tre capitoli: il secondo, di ben trentasette articoli, parla dei doveri verso i colleghi. Analizzando il testo si comprende che esso rappresenta un correttivo alla competitività tra colleghi, tra istituzioni e al paternalismo medico, di cui quello in ambito della salute mentale è la quintessenza. Allora come ora tali aspetti erano presenti rischiando di inquinare l’atto di cura in sé, riducendo la tutela dei pazienti, della loro salute e della loro libertà di farsi curare.
Il primo articolo recita “Il sanitario sarà diligente, paziente e benevolo e conserverà sempre e scrupolosamente il segreto professionale. Sarà affabile coi poveri, non mostrerà ossequio servile verso i ricchi e curerà gli uni e gli altri con la stessa abnegazione.” l’Art. 4 afferma che il Medico “non intraprenderà alcun atto operativo senza aver prima ottenuto il consenso dell’ammalato o delle persone dalle quali dipende …”.
Con ciò il medico rivendicava a sé la qualità di garante del diritto del cittadino in rapporto alla necessaria tutela della salute pubblica. Ma la cosa ancora più interessante è che esso è antecedente al Regio decreto che istituiva l’Ordine Professionale dei Medici, che è del 1910; a dimostrare che il rispetto dell’agire in scienza e coscienza è più forte di ogni corporativismo.
Questo dovrebbe essere appunto il fulcro di un codice deontologico: l’equilibrio tra asimmetria e simmetria del rapporto, tra libertà dell’individuo e responsabilità sociale, in cui paziente e professionisti sono entrambi coinvolti.
Questo nel 1903, ora cerchiamo di fare un passo avanti.
Stefano Rodotà, nel suo bellissimo articolo del 2015, L’uso umano degli esseri umani (MicroMega 8/2015, pp.121/166), offre spunti e considerazioni puntuali e profetici.
La tragedia del nazismo aveva messo in evidenza come questo rischio non valesse solo per fisici e chimici, ma anche per i medici e, vista la necessità di gestire i mezzi di propaganda, anche per gli studiosi della mente e del comportamento. Ricordiamo che l’inventore dell’eugenetica scientifica è stato F. Galton, personaggio di rilievo nella storia della psicologia.
È da quella esperienza che nel 1946 il codice di Norimberga, affrontando il tema della sperimentazione medica umana, asserisce che: “Il consenso volontario del soggetto è assolutamente necessario”.
Indicazione immediatamente accolta dalla Costituzione Italiana, che all’Art. 32 recita “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Qui cito Rodotà: “Viene cosi posto un limite invalicabile, più incisivo ancora, di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. L’articolo 32 va oltre… è la sola volta in cui la Costituzione qualifica un diritto come <<fondamentale>>” (op. cit. p.123- 124). Nel suo articolo sottolinea come sia necessario frenare la tentazione di rincorrere una ”assoluta libertà della ricerca scientifica e dell’incondizionato riconoscimento del diritto della tecnologia come “libertà morfologica” in nome di una presunta utilità/indispensabilità delle “nano-bio-info-neuro-macchine”(op. cit. p.125).
Questo è il punto centrale per il nostro discorso: l’anima antica dell’uomo che aspira ad essere dio e che assegna allo scienziato la possibilità di esserlo, togliendogli ogni limite in nome di un presunto progresso o necessario controllo sociale ed economico.
Nella seconda metà dell’800 si cerca di sottrarre lo studio del comportamento umano alla religione e alla filosofia, cercando di dare ad esso uno statuto scientifico. Il modello metodologico di riferimento diventano la fisica e la matematica. Dunque parole d’ordine: cause materiali individuabili come cause certe dei comportamenti, misurabilità dei fenomeni studiati, quello che oggi viene chiamato evidence based.
Il primo laboratorio sperimentale viene ascritto a W. Wundt, a Lipsia nel 1879. Ma non possiamo certo dimenticarci né di Pavlov, né di Watson, né di Darwin, che avevano impostato il loro modo di considerare lo studio della psicologia appunto secondo le leggi prese a prestito dalla fisica e dalla matematica. È qui che lo studio del cervello, come sede materiale dai comportamenti, e della genetica, come processo di trasmissione di essi, prende avvio.
Questo approccio materialista e meccanicista, nel costruire teorie su cosa sia la mente, la distinzione tra comportamento normale o patologico o sottosviluppato e come poterlo misurare controllare e selezionare è ancora oggi fondante della psicologia comportamentale o cognitivo-comportamentale e della neuro-psichiatria organicista. Dunque, in questa prospettiva, è lo studioso della mente che sa e conosce i motivi del comportamento, il paziente è relegato in posizione passiva spinto ad affidarsi all’”esperto”.
Si giunge così ai primi decenni del ‘900
È da quella visione dell’uomo che prende forma il magnifico romanzo di Aldous Huxley, Il nuovo mondo, del 1932. Si resta meravigliati della nitida fotografia di scenari di organizzazione sociale che anche oggi ci vengono proposti, inclusa l’idea che sia possibile costruire a piacimento una precoce identità sessuale nei bambini, senza tuttavia occuparsi del loro sviluppo emotivo, considerato un intralcio all’impalcatura dell’ordine di una società “perfetta”. Huxley non a caso pone nel Gotha della gerarchia sociale del romanzo la figura dello psicologo, che con la sua competenza è chiamato a far funzionare i progetti di eugenetica e controllo mentale.
Torniamo al filo rosso del tempo.
Gli anni ’60 sono quelli in cui si allarga il dibattito che agita tutta la storia della psicologia e delle diverse teorie della mente formulate per affrontare l’enigma della mente umana: cos’e il comportamento cosciente e la distinzione tra normale e anormale, tra sano di mente e matto. È infatti dalla definizione stessa di sofferenza mentale che dipende il come trattarla e come considerare colui che manifesta sofferenza psichica nel rapporto tra razionalità ed emozioni. Consideralo un “non in grado di intendere e di volere” e dunque essere legittimati a decidere per lui, o…?
È il momento più acuto deldibattito tra diritto al rispetto del soggetto e necessità di controllo sociale.
Infatti anche la psicoanalisi pone il problema della necessità di restituire autonomia e centralità al paziente, cambiando concetti e metodi di trattamento. Ma soprattutto emerge l’impronta dell’esistenzialismo che si oppone all’idea di analisi come frammentazione dell’individuo chiuso in un involucro soggettivo, opponendo la pratica della psicosintesi. Qui troviamo le connessioni con l’esistenzialismo di sinistra cui si ispirerà anche Basaglia collegato al gruppo inglese di Laing ed Esterson. È in questa visione della sofferenza che al paziente viene restituito il diritto di autodeterminarsi e che modifica il rapporto tra professionista e utente.
È nel tentativo di superare la contrapposizione tra aspetti soggettivi e aspetti socio-culturali, ma soprattutto di cercare una strada di accesso più efficace per affrontare la sofferenza mentale grave, il Golem della psichiatria, la psicosi, che sempre in quegli anni nasce la sistemica con la teoria ecologica della mente formulata da Gregory Bateson. È la ricerca di un una cornice epistemologica più ampia, scientificamente fondata, interdisciplinare e utile ad affrontare la complessità della mente e delle sue manifestazioni.
Entriamo negli anni ’70. In Italia si costituisce il gruppo di Mara Palazzoli Selvini e nasce il movimento di psichiatria democratica fondato da Franco Basaglia. Entrambi ci verranno a lungo invidiati e assunti come modello. Specie nel mondo tedescofono e oltre oceano, negli USA e in America Latina.
Quel momento straordinario si caratterizzava proprio per il capovolgimento di quel rapporto paternalistico, denunciato già nel codice del 1903. Si capovolge la visione del “malato mentale” come un “fuori norma”, misurabile con test o criteri classici ritenuti oggettivi a cui il DSM si riferisce ancora oggi (prima edizione 1952, seconda 1968 ultima, la 5 del 2013 ora R). Ma nella visione della scienza del comportamento materialista classica, allora come oggi, il soggetto doveva accettare la sua diversità e, affidandosi, obbedire per il suo bene.
Sono gli anni ’70 il vero punto di svolta:
nel 1971 finalmente vengono istituiti, dopo anni di discussione con una parte della classe medica psichiatrica i primi due corsi di laurea in psicologia in Italia, a Roma e Padova, all’interno della facoltà di Magistero.
Nel 1978 dopo anni di dura lotta sulla riforma sanitaria, viene congedata la legge 180, che prevede l’abolizione degli “ospedali speciali”, i manicomi.
Ci vorranno più di dieci anni perché la legge istitutiva dell’ordine degli psicologi veda la luce: la legge 56/1989 e si dovrà attendere il 1995 perché venga istituita la facoltà di psicologia.
Ed ora? Quale lo stato di autonomia, dignità e responsabilità della nostra disciplina? Quale responsabilità e tutela ci assumiamo verso i nostri pazienti/cittadini?
Ci troviamo di fronte ad un nuovo punto di svolta o a un dietrofront?
È d’obbligo pensare a Umberto Eco e al suo Passo di gambero, del 2006. Infatti con gli anni duemila inizia una fase caratterizzata da un’enorme euforia da illusione di progresso e cambiamento epocale, che tuttavia agli osservatori più attenti mostra immediatamente il volto seduttivo dell’ambiguità. L’entusiasmo per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale come supporto al sogno transumanista viene visto da Rodotà (op. cit.) come la via che potrebbe portare ad un uso umano degli esseri umani per creare l’uomo aumentato. E dal matematico e fisico Lucio Russo come la legittimazione di una “persistente diffusione di una fede cieca nel progresso, che qualifica ipso facto come “progressivo” qualsiasi mutamento abbastanza forte da imporsi” (p.11). … “un processo che sottrae intelligenza al lavoro” (p.17) dunque sottrae competenza intelligente anche ai professionisti della salute mentale. (Lucio Russo,1998, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola, Feltrinelli, Milano 2016).
Questa infatuazione spiega il vezzo con cui è sempre più dilagante preferire il termine neuropsicologi a quello di psicologi. Dove una parte (il neurone, il cervello) diventa più importante del tutto (la mente-corpo nel loro completo e inscindibile rapporto all’interno di un contesto umano e sociale).
Éric Sadin, nel suo saggio del 2016(Sadin Éric, La silicolonizzazione del mondo. L’irresistibile espansione del liberismo digitale, (2016) Einaudi, Torino, 2018)analizza quella che definisce la psicopatologia della Silicon Valley.
“Si tratta di una vera e propria visione del mondo, fondata sul postulato tecnico-ideologico di una fondamentale inadeguatezza umana, destinata a essere colmata dall’intelligenza artificiale grazie a poteri sempre più vari ed estesi che le vengono affidati” (p.20)e che si caratterizza per “il disinteresse per gli effetti sociali.” (p.25).
È in questo Zeitgeist che troviamo una perversa saldatura tra biologico e sociale in cui gli psicologi sono tornati ad essere, come negli anni ’60, subalterni alle discipline mediche, testisti certificatori, pronti ad inviare a neuropsichiatri infantili e psichiatri i nuovi disabili del secondo millennio: DSA, ADHD, oppositivi-provocatori, soggetti affetti da disturbi dello spettro autistico,… Aprendo la carriera psichiatrica a ben il 25% della popolazione scolastica, considerata non curabile e solo controllabile. (M. Gandolfi, A. Negri, Disturbi specifici (della relazione) dell’apprendimento. Un approccio ecologico alla didattica, alla diagnosi precoce e all’intervento sui DSA, G. Fioriti, 2023)
In quest’ottica il consenso informato e il riconoscimento dell’utente/paziente come attore attivo degno di agire una scelta consapevole diventa un vero intralcio. Dunque è comprensibile quanto contenuto nel tentato nuovo codice deontologico degli psicologi. Attendiamo quello dei medici! In nome del mai morto paternalismo c’è chi può decidere al posto di chi chiede aiuto, decidere per il suo bene e di una fantomatica comunità etero definita.
È impossibile non cogliere come proprio il contenuto del tentato nuovo codice deontologico delinei il ritorno ad una visione esclusivamente biologica e meccanicistica dell’uomo a cui anche una certa psicologia ha scelto di aderire.
Ma se si vuole sbandierare la garanzia scientifica dobbiamo rivolgerci a scienziati seri.
Così Guido Tonelli, fisico tra gli scopritori del bosone di Higgs:
“La fisica del XX secolo archivia definitivamente ogni tentazione di realismo grossolano e di meccanicismo materialistico… (p. 173) … “L’illusine di capire il funzionamento del cervello umano usando gli stessi strumenti che ci hanno permesso di capire il funzionamento di altri nostri organi è tramontata da tempo…Il metodo scientifico non è in discussione…(ma)… balbetta, o risulta del tutto impotente, nell’affrontare i fenomeni privi di queste caratteristiche. (Come appunto la vita di)… una comunità umana di individui pensanti, liberi e interagenti fra loro non può essere trattato come un sistema fisico” (p.175). (Materia. La magnifica illusione, Feltrinelli, Milano, 2023)
Dunque non meno scienza ma più scienza, quella vera che usa il metodo come autocorrezione ed è interessata alla conoscenza e non al potere, per tutelare dignità, libertà e responsabilità sia dei cittadini sia dei professionisti che se ne occupano.”
(Fonte: https://dirittiallafollia.it/2025/03/22/tutte-le-discipline-scientifiche-evolvono-la-psicologia-non-fa-eccezione-cosa-cambia-nel-lavoro-con-i-pazienti-di-miriam-gandolfi-psicologa-psicoterapeuta-sistemico-connessionista-officina-del-p/ )
Le carceri italiane: tra sovraffollamento, suicidi, uso di psicofarmaci e condizioni degradanti (articolo di Federico Valenti)
“Il sistema carcerario italiano è da tempo al centro di forti critiche per il sovraffollamento, l’alto tasso di suicidi, l’uso smodato di psicofarmaci e le condizioni degradanti in cui i detenuti sono costretti a vivere. Queste problematiche suscitano forti polemiche da parte di associazioni come la nostra, Diritti alla Follia, Antigone (che si occupa di monitorare la situazione carceraria con rapporti mensili e annuali) e diverse sigle parlamentari.
I dati del Ministero della Giustizia evidenziano un problema serio e di difficile risoluzione. Le carceri in Italia sono spesso sovraffollate, con un numero di detenuti che supera di gran lunga la capienza prevista dalle strutture. Al 25 novembre 2024, il numero di detenuti era pari a 62.410, a fronte di una capienza di 51.165, ma con 46.771 posti effettivi. Queste cifre indicano un tasso di sovraffollamento del 133,44%.
Questi numeri si traducono in condizioni di vita insostenibili: celle anguste e poco aerate, condizioni igieniche precarie e un ambiente che genera disagi psicologici, spesso causa di suicidi o tentativi di suicidio, fenomeno che ora andremo ad analizzare.
Il tasso di suicidi in carcere in Italia è tra i più alti in Europa. Ogni anno, specialmente nel periodo estivo, l’estremo caldo, la solitudine e la mancanza di attività spingono molti detenuti a tentare il gesto estremo. L’associazione Antigone riporta 88 casi di suicidio nel 2024, superando il primato del 2022 (84 casi).
Al 16 gennaio 2025, si registrano già 8 casi di suicidio, ovvero uno ogni due giorni. Questo fenomeno è fortemente collegato al sovraffollamento, a sua volta aggravato dal decreto Caivano della Premier Meloni, che prevede la detenzione in attesa di giudizio anche per chi viene trovato con modiche quantità di stupefacenti. Spesso, quindi, giovani senza un passato criminale si trovano reclusi in condizioni precari e degradanti.
Le motivazioni che portano un detenuto a tentare il suicidio sono molteplici: la solitudine, la mancanza dei propri cari, il caldo soffocante d’estate, e, in molti casi, la presenza di disturbi psichiatrici tra i detenuti.
L’uso smodato di psicofarmaci
Nelle carceri italiane, la somministrazione di psicofarmaci ai detenuti è un problema serio. Spesso le persone entrano in carcere con diagnosi psichiatriche oppure sviluppano tali problematiche durante la detenzione. In molti istituti di pena, questi casi vengono trattati con un uso smodato di psicofarmaci.
Non di rado, i farmaci vengono somministrati senza diagnosi adeguata e senza una prescrizione specialistica, più per motivi di controllo che per un vero trattamento terapeutico. L’abuso nella somministrazione può causare dipendenza, poiché molti di questi farmaci sono potenti calmanti con un elevato rischio di assuefazione, a cui si aggiunge la somministrazione di metadone per i detenuti tossicodipendenti.
In sintesi, l’uso degli psicofarmaci in carcere è diventato uno strumento di controllo, che può avere effetti devastanti su chi ha già vissuto esperienze di coercizione psichiatrica. Inoltre, fatta eccezione per il carcere di Bollate, dove le condizioni sono nettamente migliori e i tassi di suicidio sono quasi nulli, non esistono reali programmi di supporto psicologico per i detenuti.
Le carceri italiane versano in condizioni al limite della violazione dei diritti umani. Sovraffollamento, celle anguste prive di aerazione, con temperature infernali d’estate e gelide d’inverno, violenza, suicidi e uso smodato di terapie farmacologiche senza adeguato supporto rendono il nostro sistema penitenziario uno dei peggiori in Europa.
Nonostante le numerose denunce da parte di associazioni, sigle parlamentari e cittadini, al momento non sembra esserci nulla di concreto in cantiere per migliorare le condizioni di chi, pur essendo privato della libertà, dovrebbe trovarsi in un luogo non solo di detenzione, ma anche di riabilitazione.”
(Fonte: https://dirittiallafollia.it/2025/02/15/le-carceri-italianetra-sovraffollamento-suicidiuso-di-psicofarmaci-e-condizioni-degradanti/ )
Nella chiacchierata con Cristina e Susanna abbiamo cercato, con sguardo critico e partecipe, di capire insieme come leggi non rispettose della dignità umana diventino spesso strumenti di esclusione e persecuzione.
Ci siamo chieste se e come l’attivismo possa offrire risposte concrete a tutto questo, quali ostacoli si devono abbattere e quale futuro ci sarà per una psichiatria davvero libera da ogni forma di coercizione.
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Cristina Paderi e Susanna Brunelli; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Essere attivisti oggi oltre ad essere un atto di impegno è anche una spinta di coraggio per nulla comune.
Viviamo nel tempo dell’individualismo, del capitalismo più sfrenato, nel tempo della guerra vista in diretta social che lascia indifferenti. Viviamo nel culto del nostro ego, convinti di fare cosa giusta continuando a perseguire i dettami di un mondo che, inesorabilmente e senza rendersene conto, punta dritto alla propria autodistruzione. Inutile cantarcela: le eccezioni positive in un simile scenario sono davvero poche. Eppure, sotto la fitta coltre di menefreghismo, violenza (attiva e passiva) e becero egoismo votato alla protezione del proprio orticello, trovano ancora spazio per sbocciare sentimenti diversi, genuini, i sentimenti di chi sa che siamo tutti di passaggio e che non daremo mai un senso a questo passaggio se continueremo a calpestare altre vite a ogni nostro passo.
Senza troppi giri di metafore, è fuor di dubbio che in Italia la libertà delle persone di fare scelte sulla propria vita è assai limitata, spesso inesistente. In questo senso la legge non viene in aiuto alle persone e l’istituzione sanitaria pone alla sommità dell’Olimpo il potere di medici, infermieri, operatori che applicano sui pazienti violenze verbali, fisiche, psicologiche dall’alto del potere che, a torto, l’istituzione consegna loro senza alcun limite.
Certamente non tutti gli operatori sanitari applicano questo metodo spregiudicato, ma possiamo dire che appartengono a una ristretta minoranza coloro i quali usano deontologia e sensibilità nell’espletamento del proprio lavoro.
Cristina Paderi e Susanna Brunelli, attiviste di Associazione Radicale “Diritti alla Follia”, in questa intervista hanno offerto una visione realistica e lucida della situazione attuale in tema di diritti degli utenti psichiatrici, delineando uno status quo che purtroppo non fa ben sperare.
Ed è per questo che inizialmente ho parlato di coraggio. Sì perché ci vuole coraggio a fare attivismo in simili condizioni, in un paese in cui la gente comune, quella che incontri al bar o per strada, rinchiuderebbe in gabbia chiunque non gli va a genio ricorrendo a TSO e alle peggiori forme di reclusione, internamento e repressione della vita di altri esseri umani.
L’idea che chiunque non ci va a genio debba essere chiuso gettando la chiave, porterebbe tutti a rinchiuderci reciprocamente a chiave e a quel punto chi saprebbe più distinguere chi sono i reietti della società e quali gli eletti? In questo gigantesco calderone di intolleranza spacciata per rivendicazione della quiete, non c’è spazio per il ragionamento e nemmeno per la riflessione.
Evidentemente ci siamo dimenticati che nessuno si salva da solo.

La chiacchierata con Cristina e Susanna è stata illuminante per l’oggettività con cui entrambe riescono a parlare di esperienze vissute in prima persona e dalle quali hanno tratto la spinta ad agire pubblicamente.
Oggi agire vuol dire fare divulgazione, comunicare in modo etico e chiaro, portare a galla ciò che non va negli apparati che dovrebbero occuparsi dei pazienti psichiatrici e che invece spesso sbagliano persino le terapie farmacologiche diventando la principale causa di sofferenza anziché fonte di sostegno. Essere attivisti significa poi proporre riforme, realizzare campagne di divulgazione e approfondimento per chi non sa e per chi non vuol sapere, avvicinare e condividere.
I muri da abbattere o da aggirare sono molti. Ma più che di muri di mattoni bisognerebbe parlare di muri mentali, quelli che offuscano la prospettiva delle persone. I muri sono anche i paternalismi sistemici di medici e operatori, di chi cioè dovrebbe prendersi cura dei pazienti e invece ha il solo obiettivo di porsi al di sopra di tutto, persino al di sopra della vita.
Non esistono ricette istantanee per superare tutto questo: si tratta di enormi bug culturali, sociali, politici perpetrati nel corso tempo e da lungo tempo. Non è con uno schiocco di dita che ne usciremo, e forse neanche tutto l’attivismo del mondo ci salverà, eppure ha ancora molto senso provarci.
Non solo per essere apposto con la propria coscienza ma perché ci sono cose che oggettivamente non sono giuste, che andrebbero raddrizzate e di fronte alle quali non possiamo assolutamente rispondere con la frase “il mondo va così, non possiamo farci nulla”.
Grazie a Cristina Paderi e a Susanna Brunelli per questa intensa e densa intervista. E grazie a tutti i membri dell’associazione “Diritti alla follia”.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
