Giovanni Motta è avvocato con specializzazione in diritto civile e immigrazione. Presidente di Associazione AccoglierSi, attiva con lo Sportello Legale Sociale a supporto delle persone più svantaggiate, svolge il ruolo di avvocato di base e territoriale e ha collaborato con l’associazione Naga offrendo assistenza legale, sanitaria e sociale ai migranti.

Ha gestito inoltre uno sportello di tutela giuridica civile per i membri del sindacato di base CUB ed è stato attivista della rete “Mai più Lager – No ai CPR”, impegnata per la chiusura del centro di permanenza per i rimpatri di via Corelli e di altre strutture in Italia.

Giovanni Motta fa parte del comitato per la liberazione di Ocalan e contro l’oppressione del popolo curdo e ha uno sportello legale chiamato “Attenzione ai diritti” presso la federazione di Milano del partito di Rifondazione Comunista.

Essere avvocato è scegliere da che parte stare e il 30 luglio 2025 l’avvocato Motta ha portato la sua testimonianza nell’intervista in diretta streaming sui canali Frasivolanti.

Al centro della discussione i temi principali del suo impegno, e in particolare:
– Accoglienza e immigrazione: opposizione attiva ai CPR, battaglia per i diritti dei migranti e richiedenti asilo;
– Assistenza legale territoriale: supporto concreto alle persone in difficoltà tramite accesso alla giustizia e tutela civile; 
– Partecipazione attivista: ruolo in reti civiche e politiche per la chiusura di strutture detentive amministrative e per i diritti dei curdi.

L’occasione di poter raccogliere la testimonianza di Giovanni Motta è stata utile per comprendere, tra le altre cose:
che vuol dire svolgere la professione di avvocato nel campo dell’immigrazione e del diritto civile, come è nata l’associazione AccoglierSi e quali sono le difficoltà incontrate dalle persone che si rivolgono allo sportello legale, quanto può essere utile la sinergia tra assistenza legale e supporto economico, in che modo le associazioni possono influenzare il dibattito pubblico su immigrazione e diritto d’asilo. 


Link di approfondimento:
https://accogliersi.wordpress.com/

https://www.leggiscomodo.org/cpr-diritti-migranti/

https://ristretti.org/milano-come-si-vive-nel-centro-per-rimpatri-e-un-carcere-senza-i-diritti-dei-detenuti

https://www.fanpage.it/milano/come-si-vive-nel-centro-per-rimpatri-di-milano-e-un-carcere-senza-i-diritti-dei-detenuti/

https://transform-italia.it/laltra-detenzione-amministrativa-i-misteriosi-luoghi-idonei/?pdf=37560


Il diritto non basta più a difendere le persone? La giustizia esiste davvero o naufraga inesorabilmente in un mare di indifferenza e discriminazione?

Questa intervista ha permesso di approfondire la testimonianza dell’avvocato Motta ma ha rappresentato anche un invito a guardarci intorno, a scegliere da che parte stare, a capire che la legalità da sola non garantisce equità. Non sempre il giusto coincide con ciò che è definito legale, ma sempre coincide con ciò che è umano.

Prima di addentrarci nell’intervista, propongo di seguito ulteriori spunti.

Giovanni Motta è da tempo impegnato come attivista sui temi immigrazione, CPR, difesa dei diritti umani, assistenza legale sociale.
Ha denunciato il fatto che «Nei CPR si muore» perché al contrario del carcere, che si basa comunque sul diritto carcerario, nei centri per il rimpatrio non esistono regole precise.
Ha definito l’istituzione dei CPR come il risultato di una follia normativa:
«L’insensatezza di un centro per il rimpatrio sta proprio nel perché della sua creazione: per finire reclusi in uno di questi lager basta non avere documenti di identificazione con sé… La follia di leggi sia italiane che europee, come la direttiva 115 sui rimpatri del 2008… il meccanismo malato dei CPR di fatto dà il via a un rimpallo giudiziario infinito: 30 giorni rinnovabili sino a 180» .
Con fermezza ha inoltre sottolineato la disumanità del sistema ricordando però che «insieme si può far cambiare idea, culturalmente e politicamente, sulle questioni dell’immigrazione e dell’accoglienza» .

Giovanni ha spesso evidenziato quanto l’opinione pubblica debba comprendere fino in fondo le dinamiche sociali e delle migrazioni: esistono associazioni che operano per rendere noti proprio alcuni meccanismi legislativi e tutte le loro contraddizioni.

Quali sono quei “meccanismi malati” che offuscano la politica e la collettività e come poter cambiare questo assetto sociale e legislativo?

In Italia c’è un confine invisibile che separa il diritto dalla giustizia.
L’avvocato Motta è tra le voci più ferme nel denunciare la natura disumana di certe pratiche: non siamo davanti a una semplice deviazione del sistema, ma alla sua esatta espressione.
La sua partecipazione a presidi e conferenze, la promozione di sportelli legali gratuiti serve a rompere l’invisibilità, a smascherare la finzione e a riportare il diritto alla dignità alle persone a cui è stata sottratto.

Le sue parole non sono slogan ma diagnosi precise: la legislazione attuale non serve a regolare, ma a escludere. E il diritto, quello che difende, non può limitarsi a intervenire dopo il danno – deve prevenire l’ingiustizia prima che diventi struttura.


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Giovanni Motta; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


In questa intervista l’avvocato Giovanni Motta ha scelto di aprire la sua testimonianza leggendo l’articolo 24 della Costituzione italiana, che recita così: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.”

L’articolo ribadisce in sostanza che la possibilità di difendersi va garantita ed è un diritto di tutti a prescindere dalle possibilità economiche di cui si dispone. Eppure la cronaca, l’esperienza e i fatti ci hanno spesso mostrato che il potere economico del singolo incide profondamente anche nel campo della giustizia e quando si tratta di assumersi le proprie responsabilità di fronte alla legge o di far valere i propri diritti, vince chi può pagare di più.

La frase “La legge è uguale per tutti” campeggia in tutte le aule di giustizia e si riferisce all’articolo 3 della Costituzione che sancisce appunto il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini come un diritto fondamentale: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. […]»
E se i principi della nostra Costituzione non fossero rispettati? Se la legge non fosse veramente uguale per chiunque?
Se il diritto fondamentale di potersi difendere e avere accesso agli strumenti legali fosse appannaggio esclusivamente di chi possiede potere, denaro e una certa posizione sociale? Quale distinzione esiste tra ciò che viene regolato dal diritto e ciò che risponde ai principi di giustizia?

A questo punto vado a scomodare Treccani (https://www.treccani.it/enciclopedia/teorie-della-giustizia_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/ ):
“Il diritto e la giustizia, inestricabilmente connessi in un rapporto spesso difficile e controverso, nascono nel contesto dei conflitti o delle competizioni intersoggettive. […] Il riconoscimento della duplice funzione di distribuzione e di rettificazione del diritto e della giustizia risale ad Aristotele, il quale distinse chiaramente tra giustizia distributiva e giustizia correttiva. Secondo il filosofo greco, la giustizia è legata all’eguaglianza e la giustizia distributiva impone che gli eguali siano trattati in modo eguale e gli ineguali in modo ineguale, cosicché la polis dovrà distribuire oneri e benefici in modo proporzionale. […]

Per Aristotele la giustizia deve essere applicata attraverso leggi universali, ma proprio per il loro carattere universale non sempre le leggi possono prevedere le particolarità e le eccezioni che si verificano nei casi concreti. Di conseguenza, la rigida applicazione di leggi universali talvolta dà luogo a ingiustizie. Per risolvere questo problema, Aristotele sostiene che la giustizia deve essere integrata dall’equità, dimodoché le norme giuridiche in via di principio universali devono lasciar spazio a determinate eccezioni. Idealmente, il diritto dovrebbe essere in accordo con la giustizia, ma sin dai tempi degli antichi Greci diritto e giustizia sono stati spesso considerati in conflitto tra loro. Tale conflitto è stato rappresentato con particolare efficacia nell’Antigone di Sofocle. Antigone si ribella alla legge della polis in nome di una legge divina superiore, e deve pagare questa sfida con la morte. L’Antigone è una tragedia basata su un inconciliabile conflitto tra la legge umana e una legge superiore, ovvero tra la ‘giustizia secondo la legge’ e la ‘giustizia al di là della (o contro la) legge’. Nella fattispecie, Antigone rifiuta di obbedire alla legge vigente nella sua città, Tebe, in quanto ingiusta, ovvero contraria agli editti degli dei. D’altro canto Creonte, il re di Tebe, che è imparentato con Antigone, non può evitare di punirla senza commettere un’ingiustizia, perché come può un re essere giusto nei confronti dei suoi sudditi se esenta i propri congiunti dall’osservanza dei suoi decreti che dovrebbero essere vincolanti per tutti i cittadini?

Il contrasto tra diritto e giustizia – o tra la giustizia secondo la legge e la giustizia al di là della legge – ricalca la distinzione tra la giustizia formale, secondo cui gli eguali devono essere trattati in modo eguale, e la giustizia sostanziale, che impone di andare al di là della giustizia formale specificando chi è eguale a chi, e sotto quale riguardo coloro che sono ritenuti eguali sono eguali. […] 
Accanto alla giustizia distributiva e a quella correttiva, nell’elenco delle diverse forme di giustizia va inclusa anche la giustizia procedurale, che concerne i mezzi impiegati per arrivare a un risultato giusto conformemente ai criteri di giustizia prescelti. […]
I due compiti principali di una teoria della giustizia sono: 1) stabilire criteri adeguati di proporzionalità, e 2) definire il rapporto tra diritto e giustizia. Essenziale per il primo di questi compiti è la determinazione di chi deve essere considerato eguale a chi, ovvero, in altre parole, la delimitazione della classe che costituisce il soggetto dell’eguaglianza. […]”

Il discorso sull’uguaglianza è complesso e si presta facilmente a cavillose elucubrazioni. Tuttavia è fuori di dubbio che, in un mondo giusto, anche le persone meno abbienti e marginalizzate devono poter accedere all’assistenza legale.

Nel nostro paese però non è facile passare da una bella teoria alla pratica: gli avvocati che, con ferma convinzione e profondo senso etico della professione forense, offrono supporto e assistenza legale alle persone meno abbienti e marginalizzate non vengono sostenuti o vengono sostenuti male dalle istituzioni. Questo loro impegno spesso viene profuso essenzialmente su base volontaria e non per tutti gli avvocati è possibile o sostenibile svolgere la professione agendo in condizioni di reale equità.
In una società civile, invece, dovrebbe essere garantito un accesso equo all’assistenza legale. Per fortuna esistono avvocati e associazioni che offrono servizi di sportello legale sociale gratuiti o a costi contenuti per favorire una maggiore diffusione della cultura della legalità e dell’uguaglianza nell’accesso alla giustizia.

Il racconto dell’avvocato Motta desta in tal senso molte riflessioni relative al ruolo del diritto, della professione forense e dell’attivismo. Desta anche una precisa presa di coscienza sulle aberrazioni e sugli orrori di cui l’Italia si è macchiata e continua a macchiarsi nei confronti degli immigrati, nei confronti di chi non ha commesso reato eppure viene privato di ogni diritto e dignità: basti pensare alla creazione e al funzionamento dei CPR, veri e propri lager di Stato. Non che la condizione nelle carceri tout court sia migliore: la disumanità regna sovrana – a volte di più e a volte di meno – in tutti i luoghi in cui vengono reclusi gli etichettati come “reietti”.

In questa intervista abbiamo esplorato cosa si intenda per avvocatura sociale e cosa vuol dire scegliere da che parte stare, quali ostacoli esistono per chi vuole agire in modo equo ma anche quali reti virtuose sanno farsi portavoce delle istanze di umanità e di cura reciproca.
Ci siamo interrogati sul significato e sul ruolo dell’accoglienza – non è un caso il fatto che Giovanni Motta sia presidente di Associazione AccoglierSi – e su quanto senso abbia fare il possibile per quel che si può, fin quando si può e con i mezzi che si hanno a disposizione.

Perché è vero che non potremo mai aiutare tutti – e del resto nessuno ce lo chiede, sarebbe una sfida improba che non ci porterebbe risultati – ma è vero invece che dobbiamo impegnarci al meglio per fare quel che possiamo. Credo che anche quel poco o tanto che possiamo o riusciamo a fare vada sentito da ciascuno di noi come un dovere morale, come un atto di cura verso noi stessi e gli altri, come l’unico modo possibile di stare al mondo, come una promessa per il nostro karma, come un calcio all’ingiustizia, come un boomerang che ci torna indietro quando toccherà a noi stare dalla parte dei “reietti”.

Insomma, anche se la giustizia universale non è proprio il nostro obiettivo o la nostra priorità di vita, quantomeno dovremmo imparare a capire che la ruota non è solo un’invenzione del Neolitico ma anche – oggi più che mai – un assetto sociale nel quale chi ora si trova fortuitamente sulla sommità è ineluttabilmente destinato a non poter sostare lì sopra né per sempre né a lungo.

Grazie, Giovanni!

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti