
Luciana Bova e Marica Capraro sono attiviste della rete No CPR Brindisi che, insieme ad altre realtà del territorio nazionale, si battono affinché i Centri di permanenza per il rimpatrio, veri e propri lager, vengano finalmente e definitivamente chiusi.
Frasivolanti e “Radio 32 – La Radio che Ascolta” ancora una volta insieme per raccogliere la testimonianza di due portavoce di un movimento costituito anche da tante altre persone impegnate per la dignità e per la difesa dei diritti umani.
“No CPR Brindisi nasce dal silenzio che soffoca le vite di persone abbandonate alla violenza e al sopruso.
No CPR Brindisi nasce dalla lontananza che separa le nostre vite da quelle di persone private della loro libertà e dignità senza aver fatto alcun male.
No CPR Brindisi nasce per dire NO, anzi per gridarlo!
Promuoviamo la chiusura sistemica dei CPR, veri e propri lager, e chiediamo l’annullamento della detenzione amministrativa non solo in Italia ma in Europa.
Promuoviamo lo sviluppo di consapevolezza sociale e istituzionale sulle istanze delle persone marginalizzate, affinché vengano rispettati diritti umani fondamentali e si possa sviluppare un tessuto sociale sano e attivo.”
Nel luglio 2025, 37 associazioni hanno scritto una lettera ai comuni della provincia di Brindisi e alla stessa provincia per chiedere la chiusura dei CPR e l’abolizione della detenzione amministrativa delle persone migranti.
Dopo la morte di Abel Okubor nel CPR di Restinco, si è costituito il Gruppo “No CPR Brindisi” per continuare l’impegno che da anni le associazioni e i movimenti del territorio hanno assunto per la chiusura di quel CPR e di tutti gli altri. La richiesta, destinata ai consiglieri e ai sindaci, nonché al Presidente e i consiglieri provinciali, è di adottare un atto deliberativo di ferma contrarietà ai CPR in quanto realtà patogene per le persone migranti, di cui violano i diritti fondamentali e mettono a rischio la salute e la vita.
Ecco uno stralcio della lettera inviata alle istituzioni:
“[…] In data 27 giugno 2025 la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri accoglie pubblicamente l’appello della Società Italiana di Medici delle Migrazioni in cui si legge
“La detenzione amministrativa presenta criticità in materia di rispetto della dignità delle persone e dei loro diritti, incluso quello alla salute. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ne ha denunciato gli effetti in quanto pratica patogena sia per la salute fisica, sia per quella mentale.
Numerose evidenze descrivono i CPR come contesti di degrado igienico-sanitario, sofferenza fisica e mentale e abbandono sociale, con ripetuti atti di violenza auto- ed etero-inflitta sui corpi delle persone recluse. Le stesse evidenze, a distanza di 25 anni dalla loro istituzione, confermano che questi luoghi, ovunque e a prescindere dai differenti gestori, sono sistematicamente e profondamente patogeni e mettono a rischio la salute e la vita delle persone che vi vengono detenute”.
I CPR sono luoghi da chiudere, strutture in cui la dignità umana è brutalmente calpestata, spazi di produzione della sofferenza, una vergogna legalizzata, per cui l’Italia è stata più volte denunciata dalle organizzazioni di tutela dei diritti umani, compresa la CEDU.
Con il presente documento tutte le associazioni e i movimenti firmatari chiedono alle amministrazioni della Provincia di Brindisi e alla Provincia stessa l’adozione di un atto deliberativo entro 30 giorni dalla ricezione della presente. L’atto dovrà esprimere ferma contrarietà ai CPR in quanto realtà patogene per le persone migranti, di cui violano i diritti fondamentali e mettono a rischio la salute e la vita.
Con la presente si chiede altresì l’invio al Governo e al Parlamento della richiesta di abolizione della detenzione amministrativa e la trasmissione alla Prefettura di Brindisi, al Ministro dell’Interno, ai Presidenti del Senato e della Camera, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri al Presidente della Regione Puglia; ai gruppi consiliari della Regione Puglia […].”
Divulgare, impegnarsi, agire, esporsi pubblicamente o con le persone a noi vicine: siamo in grado di fare tutto questo affinché i diritti umani vengano sempre rispettati. Perché se oggi tocca ad altri subire e perire, domani molto presto toccherà a tutti noi e a chi si sente immune, protetto, intoccabile.
Di seguito alcune fonti di approfondimento.
Sito web: https://www.nocprbrindisi.it/
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/p/No-CPR-Brindisi-61578147084661/
Profilo Instagram: https://www.instagram.com/nocprbrindisi/
Articolo di Radio32: https://radio32.net/cpr-brindisi-e-detenzione-amministrativa-storie-denuncia-e-realta-invisibili/
Indirizzo email: info@nocprbrindisi.it
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Luciana Bova e Marica Capraro; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Grazie alla testimonianza di Luciana e Marica abbiamo cercato di comprendere cosa accade dentro i Centri di Permanenza per il Rimpatrio e cosa poter fare per fermare l’orrore.
Anche nel CPR di Restinco (Brindisi), centinaia di persone vengono trattenute per mesi, senza aver commesso alcun reato. Psicofarmaci, isolamento, assenza di diritti e vite sospese. Una realtà che molti ignorano, ma che va conosciuta e denunciata. Per fortuna c’è chi resiste, informa, lotta.
In conclusione, vorrei lasciare di seguito alcuni passaggi dell’articolo pubblicato da Radio32 a margine dell’intervista.
“Il CPR di Brindisi è uno dei tanti centri di detenzione amministrativa presenti in Italia, luoghi spesso dimenticati in cui si consuma una delle più gravi violazioni dei diritti umani sul nostro territorio. […]
I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) sono strutture dove vengono trattenute persone migranti che non hanno commesso alcun reato, ma che si trovano in una condizione di irregolarità amministrativa. Luoghi dove il diritto alla libertà personale viene sospeso, senza un processo, senza garanzie giuridiche e senza la minima tutela della dignità umana.
Come spiegano le attiviste, il CPR di Brindisi si trova nella frazione di Restinco, in mezzo alle campagne, lontano dagli occhi e dal cuore della città. Una posizione strategica, scelta per nascondere alla vista ciò che accade quotidianamente al suo interno. […]
La storia dei CPR in Italia inizia con l’introduzione dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea) attraverso la legge Turco-Napolitano alla fine degli anni ’90, in seguito all’arrivo dei migranti albanesi in Puglia. A Brindisi, in particolare, la popolazione si mobilitò per accogliere, mentre altrove – come a Bari – lo Stato optò per la segregazione. Da qui nacquero i primi centri di contenimento.
Nel corso degli anni, questi centri sono cambiati solo nel nome, non nella sostanza: detenzione per motivi amministrativi, assenza di trasparenza, nessun supporto psicologico o sociale, rimpatri che quasi mai si concretizzano. Le testimonianze raccolte nel tempo parlano di un sistema che produce solo sofferenza e isolamento.
Secondo un rapporto della Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili, il CPR di Restinco è definito un “buco nero”. Qui convivono due strutture: un centro di accoglienza per richiedenti asilo e il CPR stesso. Ma le differenze sono nette. Chi è nel centro di accoglienza può uscire e lavorare (non senza difficoltà), mentre chi è nel CPR è privato della libertà senza aver commesso reati.
Spesso le persone trattenute sono giovani, nel pieno della loro vita, e possono restare rinchiuse per fino a 18 mesi, una durata che prima non superava i 3 mesi. E a decidere questa forma di reclusione non è un giudice, ma la questura, in un sistema che si muove al di fuori del diritto, violando l’articolo 13 della Costituzione Italiana.
Nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio come quello di Restinco (Brindisi), la quotidianità è sinonimo di annientamento psicologico. Le persone recluse — spesso senza aver commesso alcun reato — vengono trattenute per mesi, fino a 18 mesi, in condizioni disumane. La differenza tra “detenzione” e “trattenimento” è solo formale: nella pratica, si tratta di una vera privazione della libertà in un luogo in cui i diritti fondamentali vengono sospesi.
Nonostante ciò, come evidenziano le attiviste della rete No CPR Brindisi, oltre il 70% dei rimpatri non si realizza, spesso per mancanza di accordi bilaterali o fondi insufficienti. Queste persone vengono quindi rilasciate con un foglio di via, abbandonate a loro stesse, senza assistenza, senza un luogo dove andare. Alcuni cercano di raggiungere Bari per salire su un treno verso il Nord Europa. È il paradosso crudele di un sistema che imprigiona per “rimpatriare”, ma poi non rimpatria nessuno.
Il danno psicologico inflitto da questi centri è devastante. I racconti parlano di psicofarmaci distribuiti per sedare, di episodi di autolesionismo e di assenza totale di assistenza sanitaria adeguata. La direttrice stessa del CPR di Restinco, durante un convegno sulla salute mentale, ha confermato come le persone entrino sane e ne escano spezzate, con sintomi psichici gravissimi nel giro di poche settimane.
“Si impazzisce” — non è solo un modo di dire, ma la realtà quotidiana di chi vive lì. […]
Il problema è anche culturale. I CPR, specialmente quello di Brindisi, sono invisibili alla maggior parte della popolazione, nascosti nelle campagne, militarizzati, protetti da muri e filo spinato. E così la percezione comune resta distorta: per molti, sono luoghi dove vengono rinchiusi “criminali stranieri”.
La narrazione dominante, alimentata da media e propaganda politica, trasforma le persone migranti in minacce: “rubano lavoro”, “portano insicurezza”, “devono essere espulse”. Questa falsa equivalenza — migrante = delinquente — alimenta l’indifferenza e l’ignoranza sul reale funzionamento dei CPR.
Eppure moltissime delle persone recluse vivono in Italia da anni, sono integrate, lavorano, hanno famiglie. Il loro unico “reato”? Non avere i documenti in regola. […]
Le attiviste denunciano anche l’opacità nella gestione dei centri. Alcuni enti gestori — più volte coinvolti in inchieste — continuano a ottenere affidamenti diretti per CPR, CARA e SAI, creando conflitti d’interesse e una rete di gestione poco trasparente. Un sistema in cui, troppo spesso, si guadagna sulla pelle di chi non ha voce.
Uno degli aspetti centrali dell’attività della rete No CPR Brindisi è la contro-narrazione. Nelle piazze, durante eventi pubblici e culturali, gli attivisti portano striscioni forti come “Qui vicino c’è un lager”, per attirare l’attenzione e spingere le persone a conoscere e reagire. L’obiettivo è chiaro: interrompere il silenzio che protegge l’esistenza dei CPR e creare una nuova consapevolezza sociale e politica.
Parallelamente, il movimento continua a interrogare le istituzioni, come la Prefettura di Brindisi, chiedendo accesso ai registri degli eventi critici e ad altri documenti, ma senza ricevere risposta. Ecco perché è stata inviata una lettera firmata da oltre 30 associazioni a tutti i consiglieri comunali e provinciali, chiedendo che la chiusura del CPR di Restinco venga discussa in consiglio comunale, anche senza competenza diretta sul tema, perché prendere posizione è un atto politico e civile. […]
Un’iniziativa significativa che punta a sensibilizzare l’opinione pubblica è quella del viaggio di Marco Cavallo, simbolo della lotta alla segregazione psichiatrica voluta da Basaglia. In questi mesi Marco Cavallo visiterà i CPR d’Italia per denunciare le analogie tra i manicomi del passato e i CPR del presente: luoghi di esclusione, reclusione e negazione della dignità umana. […]
Durante l’intervista è stato anche citato “Homo Sacer” di Giorgio Agamben: i CPR diventano zone d’eccezione, dove lo Stato sospende i diritti e agisce con potere sovrano puro. Le persone recluse sono ridotte alla nuda vita, spogliate di ogni tutela giuridica, e trattate come “colpevoli per identità” e non per comportamento.
Non viene punito ciò che si fa, ma ciò che si è: migrante. […]
Quando l’accoglienza funziona e spezza la retorica del “problema migranti”, viene repressa.
Mimmo Lucano, e tanti altri protagonisti di esperienze simili, sono stati attaccati duramente. Perché? Perché minacciavano l’equilibrio di un sistema che si regge su irregolarità e ricattabilità. Come sottolineano gli attivisti, la condizione di migrante irregolare è funzionale a un modello economico che si fonda su sfruttamento e precarietà. […]
Il permesso di soggiorno è legato a un contratto di lavoro, rendendo le persone altamente ricattabili. Questo permette al sistema di sfruttare forza lavoro senza dover garantire diritti, mantenendo uno squilibrio che alimenta precarietà e profitto. […]
La solidarietà va innazitutto rivolta a chi si ribella, spesso rischiando il proprio corpo come unico strumento di protesta. È successo a Crotone, dove il CPR è stato chiuso solo dopo la sua distruzione a seguito della morte di un ragazzo marocchino.
È per questo che iniziative come quella di Marco Cavallo, simbolo della lotta contro i manicomi, hanno un valore enorme: rendere visibile l’invisibile, unire realtà diverse, scuotere le coscienze. […]
Nell’intervista alle attiviste di No CPR Brindisi emerge inoltre un messaggio chiaro e potente: l’attivismo funziona. Nonostante le difficoltà, l’opposizione e l’indifferenza istituzionale, ogni gesto, ogni iniziativa può trasformarsi in un cambiamento reale per la vita di qualcuno.
Un esempio? Durante la registrazione dell’intervista è giunta la notizia che due persone appena rilasciate dal CPR di Restinco sono state aiutate a raggiungere la stazione, con i biglietti acquistati grazie alle donazioni della rete. Una piccola azione, certo, ma che rappresenta una grande vittoria umana. […]
Un altro dei messaggi emersi è che ognuno di noi può fare qualcosa. Ecco alcune azioni concrete:
📣 Informarsi e informare: parlare di CPR con amici, familiari e colleghi.
🗳️ Chiedere alle rappresentanze politiche di esprimere una posizione pubblica.
🧾 Partecipare a banchetti e assemblee pubbliche.
💬 Condividere contenuti e testimonianze sui social.
💰 Donare o raccogliere fondi per le attività di sostegno e accoglienza.
🤝 Essere presenti, in piazza, sul territorio, accanto alle persone.
L’incontro si è concluso con un abbraccio collettivo carico di emozione, gratitudine e determinazione. […]
Il futuro che immaginiamo è quello di un’Italia senza CPR, senza esclusione, senza paura.
Una società dove i diritti non dipendono da un documento, ma dall’essere umani.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
