
Stefano Nanni è giornalista freelance e scrittore con una lunga esperienza nella cooperazione internazionale tra Palestina, Iraq, Libano e Giordania, paesi in cui ha vissuto negli ultimi 12 anni. Ha collaborato per diverse riviste italiane, tra cui Osservatorio Iraq, di cui è stato membro della redazione, Gli Asini, Lo Straniero, QCode Magazine, e attualmente lo trovate spesso su Altreconomia, L’Eco di Bergamo e la testata anglofona The New Arab. È autore del libro “Dormiveglia sul Tevere. Latif Al Saadi, una storia irachena” (Porto Seguro, 2023), e coautore dei libri “La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna” (Ed. Dell’Asino, 2014) e “Rivoluzioni Violate. Cinque anni dopo: attivismo e diritti umani in Medio Oriente e Nord Africa” (Ed. dell’Asino, 2016), in cui ha firmato il capitolo sull’Iraq con lo pseudonimo Joseph Zarlingo.
Il viaggio umano, professionale e anche geografico di Stefano Nanni è stato il fulcro dell’intervista del 28 ottobre 2025 in diretta streaming sui canali Frasivolanti.
La sua prospettiva di giornalista e scrittore ha rappresentato una guida per capire cosa vuol dire raccontare i luoghi in cui ha vissuto e le persone che ha incontrato. Abbiamo indagato cosa Stefano porta con sé da tutto questo e anche del suo precedente ruolo di cooperante in Medio Oriente e qual è stato l’impatto sulla sua vita.
Riporto di seguito la descrizione del libro “Dormiveglia sul Tevere. Latif Al Saadi, una storia irachena”:
“Al numero civico 30 di Piazza di Ponte Sant’Angelo, a Roma, c’è una targa che parla di Iraq. Presente dal 2001 e un po’ provata dal tempo, la targa ospita una poesia, i cui trentatré versi raccontano già da soli una storia di resistenza e di libertà. È la vita di un uomo che diversi anni fa, presto al mattino in una giornata ordinaria, scendendo da un autobus di linea in quella piazza rimase all’improvviso folgorato dal gioco di luci, suoni, odori e colori che il Tevere e Castel Sant’Angelo innescarono nella sua mente. Da lì nacque “Dormiveglia sul Tevere”, un viaggio onirico tra Iraq e Italia a disposizione di tutti i milioni di visitatori, per lo più ignari, che ogni giorno passano di fronte a quella targa. È il viaggio di Latif Al Saadi, poeta, partigiano, attivista e mediatore culturale, la cui vita al servizio della libertà è raccontata in questo libro.”
Per approfondire:
https://altreconomia.it/author/stefano-nanni-2/
https://www.newarab.com/author/72317/stefano-nanni
https://www.facebook.com/people/Dormiveglia-sul-Tevere-Latif-Al-Saadi-una-storia-irachena/61551095796159/
https://www.radiopopolare.it/puntata/?ep=popolare-esteri/esteri_02_05_2024_19_00
https://www.lottavo.it/2023/09/stefano-nanni-dormiveglia-sul-tevere-latif-al-saadi-una-storia-irachena/
https://www.facebook.com/stefano.tyler
https://www.instagram.com/stef.nanni/
https://www.linkedin.com/in/stefano-nanni-828178165/
Prima di lasciare, chi vorrà, all’ascolto e alla visione dell’intervista a Stefano Nanni, vorrei raccontare quel che ha preceduto questa bella chiacchierata. A seguito del mio messaggio con la richiesta di intervistarlo, Stefano è stato accogliente in modo disarmante: non solo disposto a fornire la sua testimonianza ma anche a capire meglio chi io fossi e perché volessi scoprire la sua storia.
Non si è trattato di una curiosità di mera facciata o di cortesia: Stefano Nanni è davvero una persona curiosa in modo spontaneo e conserva questo lato del suo essere alimentandolo quotidianamente anche nel lavoro. Del resto qual è uno dei migliori pregi per un giornalista se non quello di andare a fondo nelle cose e di approfondire senza fermarsi alla superficie? Stefano ed io abbiamo parlato a lungo in una chiamata che ha preceduto l’intervista. L’idea di sentirci anticipatamente è stata sua e gliene do tutto il merito perché in un modo di vivere che ci ha abituati troppo facilmente a procedere a tripla velocità dimenticando l’importanza delle parole, equivale a trovare una perla rara avere la possibilità di interagire con una persona che dona tempo e attenzione in modo disinteressato per il piacere di stabilire connessioni umane genuine.
Per tutto questo – e per molto altro, a dire il vero – mi ritengo una persona molto fortunata. Dunque forse è vero che se continui a credere, nonostante tutto, che la meraviglia esista, poi la vita te ne fornisce piccole e grandi prove. Stefano Nanni certamente è una delle persone che annovero fra le prove viventi di quanto trovare persone limpide sul proprio tragitto non sia una speranza utopica ma una verità sperimentabile concretamente. Ringrazio Stefano per ogni secondo e minuto del suo tempo dedicato a questo nostro umano sentire che ci accomuna. Lo ringrazio per ogni parola spesa e perché ha dato valore alla nostra connessione e importanza al mio progetto. Inoltre lo ringrazio perché ha sottolineato ciò che conta: lasciarsi travolgere dall’umanità gentile e fare del proprio meglio, sempre, per essere tra quelli che rispettano la bellezza della vita a qualsiasi latitudine, di fronte a qualsiasi avversità e coltivando quelle differenze che ci arricchiscono come esseri umani ma che troppo spesso i potenti usano come pretesto per innescare le guerre.
Non è mai tardi per continuare a credere. Non è mai tardi per ricominciare a credere.
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Stefano Nanni; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Sono tante le suggestioni che la storia e il modo di lavorare di Stefano Nanni hanno fatto scaturire in me. Vorrei però partire dalla parola scritta e in particolare da un paio di articoli realizzati da Stefano per la testata giornalistica “The New Arab”.
Si tratta di spunti recenti che penso siano utili anche per raccontare chi è Stefano Nanni e qual è il suo approccio a ciò che accade nel mondo, alla propria vita e alla funzione della divulgazione.
Away from home, Gaza photojournalist Zaher Wael Saleh vows to return to document the Strip’s ‘rebirth’ after two years of genocide (18 novembre 2025 https://www.newarab.com/features/zaher-wael-saleh-vows-return-gaza-capture-its-rebirth )
‘Standing by and doing nothing became unbearable’: Palestinian gynaecologist Asil Al Jallad seeks to protect Gaza’s reproductive health sector amid Israel’s genocide (25 aprile 2025 https://www.newarab.com/features/asil-al-jallad-gynaecologist-who-refuses-give-gaza )
Nel primo articolo menzionato qui sopra Stefano Nanni racconta la storia di Zaher Wael Saleh, fotoreporter di Gaza City che ha lavorato senza sosta per documentare il genocidio e che sogna di tornare nella sua terra per raccontarne un giorno – si spera – la rinascita. Zaher ha affermato che, nonostante il cessate il fuoco, non potrà mai esserci vera pace finché continueranno ad essere perpetrate uccisioni, torture e fame ai danni dei palestinesi.
Per Zaher, che ha 23 anni e collabora con media internazionali come Channel 4, i reportage video e fotografici che realizza rappresentano un linguaggio attraverso cui poter superare le barriere linguistiche. Nel corso della guerra è rimasto gravemente ferito a una gamba proprio mentre realizzava uno dei suoi lavori ma a Gaza non era possibile accedere alle cure adeguate e quindi ha dovuto lasciare il paese attraversando il confine per arrivare in Giordania. Il tutto tra attese, maltrattamenti e la confisca dei beni (inclusa la sua macchina fotografica, che ha soprannominato “baby”).
Zaher ha raccontato a Stefano quanto sia stata dolorosa la decisione di allontanarsi dal proprio paese perché avrebbe significato abbandonare la propria famiglia e la casa: un dolore che si aggiunge anche alla perdita di molti colleghi giornalisti, come ad esempio Anas Sharif di Al Jazeera assassinato in un raid vicino all’ospedale Al-Shifa.
Zaher tuttavia, nonostante le enormi difficoltà, mantiene salda la propria fiducia: su una sua t-shirt è raffigurata una colomba con addosso il giubbotto da giornalista e che porta con sé un ramo d’ulivo in segno di pace e resistenza.
Nel secondo articolo qui menzionato, Stefano racconta invece la storia di Asil Al Jallad, ginecologa palestinese-giordana nonché prima donna araba medico a unirsi alle missioni mediche volontarie in emergenza a Gaza dopo il 7 ottobre 2023.
Si tratta di un altro importante spaccato di vita che descrive la condizione di estrema emergenza in cui versano gli ospedali da campo, come ad esempio quelli a Khan Younis e Rafah, dove le donne partoriscono in condizioni disperate, con scarsissima disponibilità di medicinali e assenza dei prodotti igienici di base. Dopo il parto possono restare in ospedale per non più di un’ora poiché il numero dei pazienti è molto elevato e le risorse sono ridotte all’osso.
Asil ha partecipato a due missioni: la prima a Gaza nel febbraio 2024, la seconda nel marzo 2025 durante il Ramadan. Insieme al suo team avrebbe voluto lavorare non soltanto per fornire assistenza al parto ma anche per migliorare la salute riproduttiva, l’igiene e fare sensibilizzazione, ma la mancanza di attrezzature mediche ha reso tutto ciò molto difficoltoso se non impossibile. Per Asil questa professione è molto più di una missione medica: è una forma di resistenza vera e propria! Le donne a Gaza continuano a dare la vita, a partorire senza un’assistenza medica adeguata, nonostante attorno a loro ci sia solo morte e distruzione: questo rappresenta un esempio di grande forza.
Nel narrare e delineare i tratti di queste vite, Stefano Nanni utilizza la biografia personale come lente da cui osservare. Il dolore individuale si fa metafora della tragedia di un’intera popolazione.
Nel caso del giovane giornalista, il focus centrale non è solo la realtà che Zaher fotografa ma il significato profondo del suo lavoro: documentare la guerra affinché resti nella memoria collettiva e sia un atto politico di sopravvivenza. La contrapposizione fra le “due Gaza” che le sue fotografie mostrano, quella prima della distruzione (spiagge, vita quotidiana, colori) e quella della guerra (feriti, morti, devastazione, fuga, ospedali distrutti), evidenzia come Stefano abbia a cuore il rapporto umano che si instaura con le persone con cui entra in contatto. Un’empatia ben restituita a chi legge attraverso una scrittura che dà sempre voce al protagonista della storia.
Per Zaher, così come per Stefano, documentare non è solo raccontare ma “resistere in modo creativo”.
Anche nel caso di Asil Al Jallad, Stefano Nanni parte dalle emozioni individuali per farne emblema di un sentimento collettivo. Il cuore pulsante del testo è l’esperienza del parto in contesti di guerra: si parla di donne che non possono accedere ai farmaci, senza attrezzature diagnostiche, costrette a rimanere pochissimo tempo in ospedale dopo il parto. Tutto il dolore sperimentato, anche in questo caso, si trasforma in atto di resistenza, un atto necessario per continuare ad aggrapparsi alla vita.
La narrazione mantiene un tono lucido e rifugge la spettacolarizzazione del dolore. Ci trasferisce inoltre anche il volto di Stefano Nanni, la sua passione per la vita, per l’umanità che si fa resistenza e per le amicizie solide che solo chi ha conosciuto da vicino l’orrore sa ancora costruire. Stefano ci fa comprendere che, anche nel mezzo della distruzione assoluta e del dolore più buio e apparentemente senza via d’uscita, esistono persone che sopravvivono, che ancora hanno voglia di divulgare la realtà, che proteggono la vita e la dignità propria e degli altri.
Non siamo abituati a capire quanto ci sia di rivoluzionario in tutto ciò: fare il mestiere del giornalista (così come lo intende Stefano Nanni) e mettere davanti a tutto il trasporto empatico verso le storie di vita delle persone, non è una pratica che si insegna e forse non si può nemmeno imparare. La vita si dispiega, piano piano, nel mezzo del nostro presente, e cerca di farci capire quanto valore abbia la vita, quanto ne abbia chi ha l’ardire e la forza di metterla al primo posto nella scala delle cose che contano: prima del denaro, prima del potere, a volte anche prima di se stessi.
Persone che fanno il mestiere del giornalista e che divulgano mantenendo salda la propria postura, lasciando elevato e sincero il proprio senso etico, con un trasporto personale votato alla umana comprensione e mai alla mera pena, ecco quelle persone hanno in mano il mondo. Non perché ne detengano le risorse economiche o perché possono dominare su tutto il resto, non perchè dispongono di molto più di quanto gli serva davvero, ma perché hanno imparato a non rinunciare, a non arrendersi all’evidenza del male, a credere che possiamo essere tutti migliori di così e che esiste un disegno più forte e più alto di tutto e che questo disegno non segue nè dogmi religiosi, politici o economici, nè il dogma della sopraffazione del forte sul debole.
Stefano Nanni e tutte le persone come lui che conservano dentro di sè una fede salda verso l’idea che la bellezza del mondo sia reale e possa tornare a sovrastare le storture, sono ossigeno nuovo per chi non crede più, per chi pensa di essersi perso, per chi ha paura che la speranza sia roba da deboli, per chi non ha più fede in niente, per chi si sente sciocco e inadeguato se non è come gli altri ma si sorprende ancora a pensare che esistano modi diversi di esistere.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
