Si può fare ricorso all’ironia quando si trattano tematiche professionali?
Questa è una domanda che mi sono posta più volte e alla quale ho spesso cercato di rispondere pensando ai contesti in cui l’ironia può essere adoperata e agli scopi comunicativi che da essa derivano. Non sempre ho trovato risposta e non sempre ho saputo cosa fosse giusto fare quando mi sono trovata nella situazione di dover scegliere.
Meglio esprimere un’opinione con il tatto e l’austerità richiesta in determinati contesti professionali?
Dosare l’ironia e servirsene come veicolo di provocazione o per fare sfoggio della propria abilità narrativa?
Trasformarla in vanto personale o in strumento funzionale alla trasmissione del messaggio che vogliamo dare?

La risposta non è mai stata facile né scontata, forse perché mi sono posta la domanda sbagliata.

Credo che non contino solo modalità e contesto ma soprattutto la motivazione che ci spinge a ricorrere all’ironia.
Il dizionario può essere un buon punto di partenza.
Il termine ironia deriva dal greco eironèia ovvero “finzione” e Treccani specifica che nell’uso comune l’ironia è la dissimulazione del proprio pensiero con parole che significano il contrario di ciò che si vuol dire, con tono tuttavia che lascia intendere il vero sentimento.

refurbishment-1755928_1920
Photo: Pixabay

Se siamo dei comici, o facciamo dell’ironia il nostro punto di forza per una professione che ne presuppone l’utilizzo, il dilemma è presto risolto: essere ironici è il nostro strumento comunicativo.

 

Come comportarsi con l’ironia sul lavoro?

 

La comunicazione prevede una costellazione infinita di possibilità e strumenti, dunque la domanda risiede nell’obiettivo comunicativo che vogliamo raggiungere.
In base ad esso sceglieremo il mezzo migliore da utilizzare.
La scelta dipende anche dai destinatari del messaggio: A chi ci rivolgiamo? Stiamo parlando ad amici o a possibili clienti?

Declinare il messaggio in base a chi lo riceve, e definire preventivamente lo scopo che vogliamo raggiungere, è il fulcro che guida le scelte stilistiche quando ci componiamo testi o a facciamo content marketing.

Naturalmente se scriviamo comunicati stampa, stiamo creando contenuti per un sito aziendale o stiamo descrivendo le funzionalità di un nuovo prodotto, dovremo necessariamente attenerci alle regole aziendali e al tono di voce scelto per questa tipologia di documenti.

Il dilemma si pone di nuovo quando dobbiamo scrivere un testo personale, a nostra firma, restando tuttavia portatori di una certa professionalità e portavoce dell’azienda in cui lavoriamo.
Quello che scriviamo o facciamo sul web è tracciato e basta una foto fuori luogo, un commento poco carino o un contenuto mal presentato per dare idea di chi siamo realmente e quindi anche dell’azienda che ha deciso di investire su di noi.

La credibilità online può essere un campo minato se non si sanno scegliere i tempi giusti, calibrare i termini, individuare i contesti, se si tende a polemizzare senza apportare alcun contenuto innovativo o che sia fonte di dibattito e confronto.
Il valore aggiunto è la chiave di volta. Da esso deriva l’utilità di un testo e il valore che esso è in grado di trasferire a chi lo legge. Lo stesso discorso vale per la comunicazione faccia a faccia.

Dobbiamo parlare solo per essere presenti in rete e far girare il nostro nome o vogliamo dire qualcosa di sensato che possa servire a chi ci legge?
A chi serve ciò che scriviamo?

 

Laura Ressa

Licenza Creative Commons
frasivolanti di frasivolanti.wordpress.com/ è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.


Copertina: Photo by Paul Bence on Unsplash

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea