Ho sempre fatto della precisione un vessillo a cui aggrapparmi per sentirmi migliore.
Mettere in fila le posate sulla tavola, riporre i libri sullo scaffale in ordine di altezza e colore per me sono sempre state procedure quotidiane senza le quali sentivo che mi mancava qualcosa.

Non conosci l’origine delle tue fissazioni perché all’inizio non ti accorgi nemmeno di averle: cominci controllando un paio di volte di aver chiuso la porta di casa. Poi, gradualmente e senza un’apparente causa scatenante, quei comodi schemi ripetitivi rischiano di diventare ossessioni e finisci per controllare mille volte se hai spento la luce, se hai chiuso le finestre, se hai preso tutto quello che ti serviva prima di lasciare un luogo. Non solo: ci ripensi ossessivamente anche a distanza di ore dal momento in cui hai compiuto il gesto. A volte a distanza di giorni.
Peter Gabriel canta “my body is a cage”, cioè “il mio corpo è una gabbia”, ma anche la mente ha molti chiavistelli difficili da scardinare. Molte porte chiuse che a volte sarebbe meglio non aprire. La mente sa essere una gabbia della quale non troviamo più la chiave, e la serratura spesso ci intrappola sorretta da una costante paura di sbagliare.

Nel campo minato delle fissazioni, dove ogni passo sembra accompagnato da un tappeto di aghi, dietro la smania di controllo c’è la paura di sbagliare, una paura che attacca quando temiamo il giudizio degli altri. Mi capita quando penso che, per svolgere al meglio un compito, dovrò controllare anche tutti i possibili errori delle persone coinvolte in quello stesso compito.

Arroccarsi nel tentativo di non sbagliare tuttavia è una sconfitta della mente, un mancato controllo sul perenne desiderio di controllo.
Il desiderio di non sbagliare mai può sembrarci un mezzo per fare il nostro dovere nella migliore maniera possibile senza subire il macigno dei giudizi, ma a dire il vero è proprio l’errore a indicarci che abbiamo scelto di agire, e quindi che abbiamo scelto di accettare le conseguenze dei nostri sbagli.

L’ossessione invece è una persecuzione che non produce risultati: quando pensi di poter passare al gesto successivo lei ti paralizza di nuovo e ti rende inerme finché l’ossessione del controllo si riversa anche su gesti interiorizzati come togliersi il cappotto, riporre la sciarpa al suo posto, allacciarsi le scarpe, chiudere la porta di casa e il portone.
Quel famoso proverbio, usato per tirarti su il morale quando un periodo della tua vita finisce, dice che quando chiudi una porta si apre un portone. Se dovessi immaginare il mio portone che si apre ogni volta che chiudo la porta di casa, tornerei a controllare se alla chiusura della porta sia corrisposta una riapertura del portone.

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Quindi di cosa abbiamo davvero paura quando pensiamo di poter perdere il controllo?

La mente trova conforto nella certezza che sbagliare è umano e che siamo stati programmati per compiere errori anche quando non vorremmo.
Razionalmente sappiamo che ogni tentativo di opporci a questa legge naturale potrà rivelarsi un fallimento, ma allora perché a volte ci ostiniamo a non voler sbagliare?
Quanto conta far bene le cose, controllare meglio, ricontrollare ancora, cercare di sbagliare il meno possibile?

Alla radice c’è il rapporto con l’errore, la capacità di accettarlo sapendo che se non sbagli non esisti. Alla radice però c’è anche il rapporto con gli altri, l’ossessione di voler apparire perfetti, la pretesa di non volersi mai sentire in colpa perché la colpa è un’esperienza inaccettabile.
Per me l’errore assume spesso le sembianze di un grande buco nero nel quale temo di cadere e dal quale tento di fuggire ogni giorno, perché sbagliare innesca colpe anche quando l’errore non è poi la fine del mondo.

Qual è la soluzione?
Forse un appiglio contro i meccanismi di controllo può essere la rabbia, una rabbia genuina che ci spinga a non lasciare che la vita si avviluppi attorno a inutili manie di perfezione, dacché nessuno di noi sarà mai perfetto.
Insieme alla rabbia buona, è utile anche dare ascolto ai buoni consigli. Uno in particolare mi è rimasto impresso: trovare strategie nuove, cercarle e divertirsi a metterle in pratica, applicare metodi ogni volta diversi per fare le cose e per uscire dagli schemi.

A fine giornata mi chiedo sempre se quella appena passata l’ho trascorsa a vivere o a fingere di farlo. In alcuni giorni però è più difficile farsi largo nella marea alta.
La rabbia riesce ad agire quando, nel marasma delle pretese di perfezionismo, resta in piedi almeno una cosa bella, un’attività che ci faccia sentire vivi e presenti a noi stessi, padroni consapevoli di ciò che siamo. Qualcosa che mi faccia percepire di non aver sprecato tutto il tempo che avevo a disposizione per cercare di essere il meglio che potevo essere restando tuttavia ferma e fissa in un unico punto.

E allora — mi son detta — la frase da ripetersi quasi come un mantra è: se ci pensi troppo, ti paralizzi.

Poi, quando a colpi di teorie cominci a chiedere aiuto anche agli altri, avviene un fenomeno spettacolare che trascina con sé uno stupore tipica da aurora boreale. Arrivano parole che valgono anni di insicurezza e convinzioni sbagliate.
Arrivano le parole di un amico:
“Bisogna che tu ti metta in pace con una cosa: sei quella che sei, puoi migliorarti sempre come ognuno di noi, però prima di migliorarti ti devi accettare.
Se siamo così è perché non possiamo essere diversamente, per le persone come te e me funziona così. Tu mi dai uno schiaffo? Io non mi arrabbio, non penso se me lo sono meritato o meno, se è giusto oppure no, penso che se me lo hai dato vuol dire che non potevi fare diversamente, altrimenti l’avresti fatto.
Naturalmente vale per pochissime persone, ma vale.
Per prima cosa devi trovare pace, essere contenta di quello che sei con le cose meravigliose e i difetti: siamo fatti tutti di legno storto.
Quando non ce la fai fermati, perché così ce la farai di nuovo.

Stai tranquilla, felice. Non della felicità stupida senza domande e senza problemi, ché quella non esiste.
Intendo la felicità consapevole, consapevole di quanto siamo belli e grandi nonostante tutti i nostri difetti.”

E quindi in giorni come quelli in cui un collega o un amico investono tempo e parole per discutere insieme a te e provare a capire, io credo che nessuno dei nostri ostacoli lo sia davvero. In quel momento ogni ostacolo diventa uno scintillante trampolino per saltare oltre, là dove non vogliamo ancora guardare ma dove dovremmo approdare.

 

Laura Ressa

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Copertina: Photo by Michael Jasmund on Unsplash

 

 

 

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea