Poco tempo fa è accaduta una cosa strana, ho sognato alcune persone con cui ho chiuso i ponti.
La sensazione non è stata spiacevole, però, perché quelle persone nel sogno non erano ostili ma stranamente amiche.
Seguivano i miei passi mentre gironzolavo tra gli scaffali di un negozio che sembrava una stazione di servizio. Guardavamo insieme le offerte, le caramelle colorate, i peluche, quei giocattoli che a volte i genitori di ritorno da un viaggio comprano per i figli piccoli che li aspettano a casa.
Nel sogno era una giornata di sole. I raggi intensi e caldi entravano dalle vetrine del negozio e dentro c’era tanto colore, solo un po’ distorto dall’effetto ottico del sonno che rende tutto visivamente ovattato.

Mi sono svegliata con una sensazione di pace, una bella sensazione da sperimentare soprattutto se sei una persona che tende a colpevolizzarsi per tutto e che ha sempre vissuto, come me, nella convinzione che qualsiasi errore fatto o qualsiasi avvenimento pendesse sulla testa come una spada di Damocle da portare a vita o cucita addosso con la lettera C di Colpevole. E la lettera, beninteso, resta addosso anche per colpe non proprie, anche per scelte ben precise, anche per vicissitudini di vita che possono accadere a tutti, anche per cambiamenti naturali nella crescita di ciascuno.

Se sei una persona “debole” e attenta a guardare alle tue sconfitte più che alle conquiste, tendi anche a chiederti spesso quali siano oggi le tue colpe o quali siano stati gli errori che hai commesso in passato. Chi non si pone mai dubbi invece agisce con eccessiva sicurezza, in apparenza, ma dentro può avere voragini ben più grandi che può non colmare.

Qualche volta ho conosciuto persone che vivevano nella presunzione di avere sempre ragione. Quasi tutte le volte che mi è capitato di incrociarle, si è trattato di persone a cui non viene mai un dubbio sulle proprie colpe, che pensano di essere sempre nel giusto e di dire o fare sempre la cosa più corretta e opportuna in ogni occasione.
Si tratta spesso di persone non abituate a sentire un “NO” come risposta, non abituate ad assumersi colpe o responsabilità, non abituate a dire “scusami, ho sbagliato”. E sono convinta che questo derivi per la maggior parte dei casi anche dall’educazione ricevuta in famiglia: se fin da bambino, e per il resto della vita, i tuoi genitori ti difendono sempre anche quando sbagli e ti portano sempre “in palmo di mano” senza farti comprendere il valore di un “perdonami” o di un’ammissione di colpe, è difficile diventare un adulto in grado di ascoltare, che sappia comprendere, che sappia trattare le altre persone come esseri umani e non come mezzi per raggiungere altri scopi. Difficile anche che sappia assumersi con coscienza le colpe derivanti dai propri errori, pure quando sono errori e colpe evidenti.
E tuttavia alcune di queste personalità non si mostrano mai per quel che sono realmente, magari vestono i panni di un’apparenza buona, gentile, persino attenta agli altri.

Io credo di appartenere a una specie caratterialmente più debole, quella che etichetta molte cose che avvengono come delle sconfitte personali, come delle colpe da imputare solo a sé. E ciò avviene sia quando le colpe sono realmente mie, siano quando non lo sono.
Per tanto tempo mi sono sentita inadeguata, sempre sotto accusa, giudicata, sempre timorosa di fare il primo passo, con la paura costante di allontanare da me chi mi faceva del male.

E poi, dopo anni di convinzioni simili, arriva questo sogno che sembra volermi ridare pace. Un sogno in cui sembra che io stessa voglia dirmi “sei quel che sei, e non devi sempre temere tutto, sentirti sbagliata o colpevole. Il mondo intorno a te è benevolo, ti vuole bene. Io ti voglio bene.”
Nei sogni parliamo a noi stessi, dunque sono certa che quella benevolenza che vedevo riflessa nei miei compagni onirici era una benevolenza che io volevo ridonare finalmente a me stessa. Volevo dirmi, forse, che non deve contare per me quello che pensano gli altri di me. Ma sappiamo bene tutti quanto sia difficile farlo.

Dopo una notte in preda a sogni conditi da volti del passato, il mattino seguente, mentre viaggiavo in autobus, ho ascoltato il secondo episodio del podcast “Lingua” di Mariachiara Montera.
Nel podcast viene raccontata una storia di anoressia e bulimia, e di una successiva rinascita. Nel mezzo della storia Mariachiara ha pronunciato queste parole:
“Chi vive un forte malessere spesso se ne vergogna. Forse perché siamo stati cresciuti con la richiesta di essere forti o magari perché scambiamo la manifestazione del dolore con la debolezza. Siamo così abituati a essere giudicati o puniti per le persone che siamo, che ci costringiamo al silenzio e a mantenere una distanza emotiva dalle nostre fragilità. Qualsiasi pensiero del tipo “merito di essere amato per quel che sono e non per il modo in cui mi guardi” non trova posto nella nostra testa. Ascoltami — cerchi di dire mentre ti fai del male-ma chi può davvero amare chi non si ama?
Amarsi è difficile. Amarsi non ha nulla a che fare con l’entusiasmo, la grinta, il tifo, il conto alla rovescia. Amarsi è mangiare pasta e vongole e immaginarsi il mare, il sole in fronte, un sorso di vino. C’è chi nasce e si ama, c’è chi cresce e non sa come sia amarsi. C’è chi fa una lista delle cose che la rendono amabile, perché se lo racconta e basta ma non ci crede.”

Mi sono emozionata ascoltando il podcast. Sembrava che quelle parole fossero rivolte a me. Sembrava mi stessero dicendo: “Smettila di volerti male!” oppure “Fregatene se qualcuno ti vuole male. Perdona te stessa.”
Credo che nessuno si ami davvero fino in fondo, si arriva ad amarsi forse con il tempo. Ognuno a proprio modo affronta malesseri e fantasmi. C’è chi lo fa con timore e chi nella presunzione di aver fatto tutto bene, ma magari se lo racconta senza crederci davvero.

Nessuno è invincibile. E forse comincio a credere che anche chi vuole sembrarlo, in realtà si senta più sconfitto degli altri perché non riesce nemmeno a capire chi c’è nello specchio e perché impone a se stesso di vedersi sempre perfetto e invincibile. Un duro lavoro sostenere il peso di una perfezione convinta.

Sotto questa nuova lente, anche le persone che un tempo vedevo come fantasmi abominevoli da dimenticare, nei sogni tornano a sorridermi, quasi ad abbracciarmi come se fossero felici di avermi incontrato.
Nel sogno quelle non erano le persone reali, ero io ad assumere quelle nuove sembianze. E penso che dovremmo imparare ad appropriarci di noi stessi, a non temere sempre il giudizio, e nemmeno a crederci invincibili.
Mi sono sempre sentita una vinta, anche quando credevo di essere brava, intelligente, indipendente.
A volte però basta una parola a distruggerti, a farti piangere, a farti vacillare, a farti sprofondare, a farti dubitare della tua bravura, della tua intelligenza, della tua forza, delle tue possibilità.

Ed è precisamente in quel punto che forse dobbiamo cominciare a non vergognarci più.
Io sono debole, sì, ma non vile. Io piango, ma non sono una vittima.
Io sbaglio, ma ho il coraggio di ammetterlo o di sapere di aver sbagliato, vergognandomene. Se non sbaglio, purtroppo spesso ancora credo di avere qualche colpa. E chi del resto non sente su di sé le colpe di qualcosa che non va secondo i piani previsti? Eppure anche quando qualcosa non va come credevamo, non vuol dire necessariamente che abbiamo fallito.
Qualcuno mi dà la colpa di un mio malessere perché non ho fatto la brava bambina o perché non ho seguito i consigli imposti? Sprofondo nell’abisso.
Mi viene da pensare che l’unica persona che possa salvarci non sia fuori da noi ma in noi. Siamo noi. E la risposta che ci dà non è sbagliata, come diceva Quelo.

Mariachiara Montera nel suo podcast ha citato una canzone di Niccolò Fabi che anche io amo molto. Si tratta del brano Costruire, che in un passaggio del testo dice:
In mezzo c’è tutto il resto
E tutto il resto è giorno dopo giorno
E giorno dopo giorno è
Silenziosamente costruire
E costruire è sapere
E potere rinunciare alla perfezione

Voglio imparare a costruire, a guardare dentro me stessa oltre la pretesa di perfezione come se quel che mi aspetta non fosse una voragine di colpe, di errori e di dita che puntano arrabbiate contro di me.
No, io voglio guardare dentro me stessa come se quel che mi aspetta fosse un meraviglioso scorcio su un mondo a cui non avevo mai fatto caso.
E chi, del resto, non vorrebbe farlo?

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Laura Ressa

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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea