Le parole più belle le trovo sempre negli altri per poi ripescarle in qualche scatola della memoria.

Le parole più belle che riesco a trovare sono sempre suggestioni che provengono da fuori ed entrano come gocce che penetrano piano nelle rocce.

Cerca il vuoto! — mi dice spesso una persona. Cerca il vuoto! — mi ripeto anch’io quando non ce la faccio, quando il cervello gira credendo di esser pieno e ruota più rumoroso del pensiero come un vortice senza un punto di approdo in cui fermarsi e trovare pace.

Il vuoto mi ha sempre fatto paura, e quindi mi fa paura anche ricercarlo nella mente perché non avere appigli a volte sembra insopportabile, rende vuote le giornate e le azioni. Una strana leggerezza ci butta per terra, perché senza macigni nella testa sentiamo di essere troppo labili, preda del vento e del peso del nostro stesso corpo che ci fa cadere quando il peso della mente non compensa il resto.
Privati di pensieri fissi, senza schemi ripetitivi, senza routine, senza liste di cose da fare, potremmo sentirci spaesati, privati di una tabella di marcia da seguire che a fine giornata ci faccia gettare a peso morto sul letto con il pensiero rassicurante “sono soddisfatto: oggi ho fatto tutto ciò che dovevo fare”.

Il verbo “dovere” ci fa sentire meno pressante la prepotenza del vuoto e anche quando parlo di cose che mi piacciono, sono solita declinare quelle attività utilizzando il verbo “dovere” come se ogni cosa che realizzo la dovessi a qualcuno che la richiede, che la pretende o verso cui sento un obbligo.

Il “devo” più implacabile è quello che ci auto-infliggiamo. Perché se è vero che temiamo molto il parere del prossimo e vogliamo apparire sempre al meglio delle nostre possibilità, il giudice più impassibile resta la coscienza e quel delta tra ciò che avremmo voluto/dovuto/potuto fare e quello che siamo riusciti a realizzare.
La coscienza non riguarda solo le cattive o le buone azioni che compiamo ma riguarda spesso anche il giudizio impietoso che riserviamo a noi stessi per credere di aver fatto tutto ciò che potevamo: sul lavoro, in famiglia, con gli amici, con noi stessi.

Cerca il vuoto! Cerca quindi l’assenza di certezze per lasciare spazio nella mente allo spirito creativo, al moto di vita che scorre e che non può di certo ritrovarsi ingabbiato in una checklist. Cerca di cadere, cerca di sbucciarti le ginocchia, prova a scrivere parole senza senso e senza punteggiatura. Cerca la versione peggiore del tuo testo, del tuo dipinto, della tua pasta al forno, del tuo pezzo di legno intagliato. Cerca il vuoto perché, se lo sgombri, quello spazio potrà essere riempito da altre meraviglie, idee nuove, obiettivi diversi, prospettive a testa in giù.

Se soffri di vertigini, se ti fa paura l’altezza e l’assenza di controllo, certamente cercare il vuoto non è una meta auspicabile perché nel vuoto è espresso il significato meglio calzante dell’aggettivo “inutile”.

Cercare il vuoto per me è sempre stata una pretesa inutile, impossibile da immaginare, inconcepibile da realizzare. Una perdita di tempo se vuoi fare mille cose in un nanosecondo e se vuoi leggere e scrivere miliardi di testi nello spazio ristretto di una giornata. Ho sempre pensato, e lo penso ancora, che cercare il vuoto significhi non avere schemi e dunque portare a termine meno obiettivi, perdere la direzione, abbandonare l’equilibrio, lasciare il senno per aprire il varco a qualcosa di incompiuto e inconcludente.

Cerca il vuoto! — mi ripete quella vocina incessante.

Sembra dunque che io debba abbandonare la convinzione secondo cui per fare più cose si debba ingolfare la mente di pensieri, procedure, diagrammi di flusso, liste.

Ma il vuoto della mente è spaventoso, è un enorme spazio bianco che ti circonda. Se soffri di agorafobia le mani sudano, le gambe cominciano a cedere, la vista si appanna e balbetti perché vorresti fuggire da quell’infinito privo di sostegni sicuri in cui non puoi aggrapparti a nulla se non a te stesso. Un vortice bianco ti risucchia e non sai cosa fare, ti sembra di essere stato scagliato a gran velocità verso un’orbita sconosciuta dove spazio e tempo si annullano e le dimensioni del reale diventano, di colpo, illimitate.

Ti giri cercando in modo disperato i tuoi punti di riferimento ma l’unica soluzione possibile ti sembra quella di chiudere gli occhi e immaginare di essere altrove, immaginare i tuoi schemi fissi e attaccartici con tutta la forza che hai.

Il vuoto nella testa, il vuoto sul foglio quando cominci a scrivere, il vuoto attorno quando il posto in cui ti trovi sembra inospitale e sconosciuto.
Come si sfugge a tutto questo? — è sempre stata la mia domanda.

E se la domanda diventasse: Come lo abito questo spazio? Il che non significa chiedersi come riempirlo nuovamente ma come farci andar bene il vuoto, come cambiare paradigma, come sperimentare la non gravità dei pensieri. Forse è questa la risposta corretta?

In certi giorni anche le mie parole girano a vuoto. Mi sembra che non portino in nessun posto, mi sembra che non servano a nessuno e nemmeno a me. Cerco le parole come fossero il mio rifugio preferito. Le cerco per abitare quel vuoto, per ignorarlo o per saltarlo come si fa nella corsa a ostacoli.

Cerco le parole e le rincorro su uno spazio bianco, perché se le penso prima di scriverle gli schemi mi risucchiano e lo spazio per le parole non riesco a trovarlo più.
Ecco allora che la pagina bianca per me diventa emblema di salvezza, il modo più immediato e facile per ritrovare le parole che sento di aver perso, la maniera più utile per cercare di nuovo risposte o per ordinare pensieri, suggestioni.

La scrittura dunque mi salva dal vuoto, anche se significa tuffarcisi dentro. Il foglio bianco, quando comincio a scrivere, mi appare un porto sicuro. Lo guardo con paura ma anche con la voglia sfrenata di riempirlo, di correre a tutta velocità per completarlo e metterci dentro tutte le lettere che conosco, tutti i pensieri che provo a tradurre.

Il vuoto possiamo abitarlo? Adesso credo di sì, adesso è proprio il vuoto a salvarmi quando temo di non avere più nulla dentro da esprimere, quando temo di aver detto già tutto quello che posso e di non avere null’altro da aggiungere. Il vuoto in quei momenti mi ridesta, mi scuote ricordandomi che lui è lì e che se non voglio perdere per strada le mie parole, il vuoto è il posto più capiente in cui contenerle e più pronto ad accoglierle.

Il vuoto allora diventa un contenitore.
Cerca il vuoto! — mi ripete la voce fuori e l’altra voce nella testa. Nel vuoto puoi cominciare a trovare, a raccogliere, a mettere in ordine, a custodire. E quindi cominci a riempire, riempi fino a che non tocchi il fondo del barile, anche in spazi vuoti diversi, anche in più spazi contemporaneamente.

Ora la mia cura contro la paura del vuoto è questa: cercare di riempirlo sempre, anche di parole inutili da cesellare in seguito.
Cercare il vuoto è una delle chance migliori che abbiamo per trovare le nostre parole, belle o brutte che siano, e per dare loro forma, senso, coraggio, direzione, proiezione.

Cerca il vuoto!

Laura Ressa

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Copertina: Photo by raffaele brivio on Unsplash

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea