Qualche giorno fa, all’ora di pranzo, la titolare di una tavola calda si trovava in cassa. In coda c’erano i clienti con i loro vassoi in mano in attesa di pagare le pietanze che avevano scelto.

Arriva il turno di pagare per la persona che era in coda prima di me. Comincia a tirar fuori i soldi e a prendere un paio di tovaglioli che si trovavano lì vicino, disposti proprio accanto alla cassa. La titolare, con aria di stizza, le intima un secco “il tovagliolo è già nell’incarto delle posate!” — come a dire di non prendere altri tovaglioli oltre l’unico presente già nelle posate.
Evidentemente i tovaglioli sono una importante voce di costo; magari li compra laccati in oro.

Lì per lì non ho fatto caso alla frase spiacevole. Ho pagato il mio pranzo e mi sono seduta a mangiare quel pasto salato e bruciato. Del resto sapevo a cosa andavo incontro: non si tratta di un ristorante gourmet, e a dirla tutta nemmeno di un posto che vagamente si avvicini al concetto di cucina invitante. Osservo i miei spiedini di carne serviti in un comodo piatto fondo da minestra, metto da parte le melanzane carbonizzate. Assaporo il sale, unico vero gusto che spicca nel mio piatto.
Me ne faccio un ragione, continuo a masticare e mentre mangio, con la coda dell’occhio, guardo a distanza la titolare che ho proprio di fronte a me. Di tanto in tanto alzo la testa e mi appare dinanzi nel pieno svolgimento del suo compito di riscossione pagamenti.
L’aria seria, forse un po’ infastidita, gli occhiali con la catenella leggermente abbassati sul naso.
Continuo a mangiare. Il mio sguardo ricade spesso lì, e nel frattempo penso: “Se si rivolge male ai clienti, chissà come si comporta con i suoi dipendenti”.

Mentre rifletto e provo a immaginare come la titolare parsimoniosa di tovaglioli trattasse i suoi dipendenti, tra un boccone salato e uno bruciato.
Penso che, chissà, forse qualche volta ha fatto piangere un dipendente meno esperto e alle prime armi. Così mi tornano in mente due episodi in cui mi è capitato di piangere sul lavoro.

La prima volta è accaduto nel periodo in cui facevo la babysitter e dissi alla madre dei bambini che me ne sarei andata per una nuova opportunità di lavoro.
La seconda volta è accaduto durante un colloquio di lavoro a Torino.

Un lavoro che ti fa piangere è una lavoro dal quale devi scappare.

Eppure il lavoro serve, e quando arrivi a piangere e non lo abbandoni vuol dire che ne hai davvero bisogno. Se non puoi andartene, piuttosto esigi sempre rispetto oppure stringi i denti ed evita di darla vinta a chi vuole metterti in ginocchio o umiliarti. Mostra un sorriso anziché una lacrima: che poi si dice sempre che le lacrime paghino, ma da quelle mie lacrime io non ho ancora ricevuto nessun bonifico né pagamenti in contanti.

Per conservare un po’ di amor proprio, dovresti evitare di piangere: sforzati !— mi dicevo in quei momenti. Vi assicuro però che non è facile avere gli strumenti dialettici per rispondere quando sei poco più che adolescente (come quando lavoravo come babysitter) o quando ti senti in una condizione di inferiorità (come nel caso del colloquio a Torino).
Ripensandoci, durante il colloquio a Torino il pianto è stato strozzato. L’ho tenuto per me e ingoiato, un po’ perché mi sentivo nel torto e un po’ perché volevo lavorare e ho scacciato la rabbia e la voglia di rispondere a tono al responsabile di punto vendita che ha svolto il colloquio e che, ne sono quasi certa, non brilla per sensibilità ma neanche per educazione.

Cercando di non recriminare sulle lacrime versate, narrerò le mie due vicende lacrimose. E lo faccio per dimostrare che il lavoro può aiutarci anche a: imparare a trattenere le lacrime o a sostituirle con altro nelle nostre reazioni, saper dire di no, esigere rispetto dagli altri, sviluppare gli strumenti personali e dialettici che ci aiutano a non farci prevaricare dagli eventi e dalle persone.

Da questo punto di vista sono ancora in fase di rodaggio sia come persona che come lavoratrice, e su molti aspetti sono una “yes-woman” e cioè una che esegue subito e dice sempre sì, molto spesso passando per sprovveduta. Non chiedo troppo al lavoro, e nemmeno alle persone: mi adeguo e mi faccio bastare quel che capita. Questo atteggiamento da un lato mi aiuta a valorizzare quel che ho e a sentirmi grata, dall’altro mi limita quando mi trovo di fronte chi, approfittando di una “debolezza” di carattere, cerca di imporsi o di sovrastarmi.

Flashback. Torniamo nel 2008. Sto per conseguire la laurea triennale in Psicologia. Mi mancano un paio di esami e la discussione della tesi.
Nel frattempo cerco lavoro anche per sostenere le spese: sotto questo aspetto non sono mai stata ferma neanche mentre studiavo. Prima di allora avevo già lavorato come babysitter sporadicamente e le esperienze erano state positive. Tramite conoscenze che accomunavano me e la signora che aveva bisogno di aiuto con i figli, riesco a lavorare di nuovo come babysitter.

In questa sede sorvolerò sulle condizioni lavorative di quella esperienza e sulla strisciante e mal celata aria (psicologicamente) viziata in cui ho vissuto quei mesi. Con un salto in avanti arrivo al termine della vicenda, cioè al giorno in cui (dopo mesi di pianti nascosti che consumavo al pensiero di dover tornare in quella casa), prendo coraggio e dico alla madre dei bambini che ho intenzione di lasciare il lavoro. Con garbo e delicatezza espongo la mia decisione, precisando che resterò altre due o tre settimane per darle il tempo di trovare un’alternativa. Come potrete ben immaginare, lei non era nella posizione di chiedermi preavvisi…

Quel pomeriggio fu per me un incubo. Ricordo la penombra della cucina e la luce fioca che entrava dalle finestre mentre le parlavo della mia decisione. Io ero ferma in piedi, lei in piedi di fronte a me che mi guardava come se le avessi appena ucciso un caro parente. Mi scrutava con faccia schifata, occhi infuocati di rabbia e sdegno per quel mio gesto per lei inaudito.
Le parole che pronunciò furono, se possibile, anche peggiori delle occhiatacce che mi lanciò. Mentre mi riempiva di insulti nascosti sotto frasi aguzze come frecce, continuava a ripetermi frasi sciocche e al tempo stesso pesanti. Mi accusava, mi ripeteva che avrei dovuto badare ai suoi figli finché non fossero stati autosufficienti. Mi tenne in quella condizione di banco degli imputati per più di mezz’ora, a riempirmi di parole e frasi becere. Non calcolai il tempo che passò, e a volte mi sono pentita di non aver registrato le sue parole o di non averla mandata a quel paese con stile.

Mi limitai a restare lì ferma, a rispondere a monosillabi stentati, a piangere mentre mi rimpicciolivo ogni secondo di più fino a sparire sotto il peso delle sue parole scagliate come palle infuocate dritte sulla mia fronte.
Ero poco più che adolescente, in un mondo di adulti al quale ancora non appartenevo. Non avevo sviluppato le parole e gli strumenti per dire la mia, per farmi valere, per rispondere ad accuse senza senso.
Di quel pomeriggio ricordo le mie guance bagnate, il mio sgomento, il tepore del volto, il mio silenzio che assordava e la penombra di quella cucina in cui tante volte avevo visto buttare cibo in buono stato, in cui tante volte avevo pregato qualcuno di fare i compiti.

Quella volta la cucina era stata teatro della ennesima scena teatrale già vista tante volte. E io ero lì ferma a farmi schiaffeggiare dalle parole e dagli sguardi di qualcuno che probabilmente prova gusto (nemmeno tanto nascosto) nel calpestare il prossimo.

Dopo quella bestiale sfuriata, restai lì a lavorare fino al termine del mio orario. E tornai lì anche nelle settimane successive. Finché non arrivò il giorno più bello, quello in cui chiusi per sempre quella porta dietro le mie spalle. Certa di aver sopportato abbastanza, certa di essere migliore di lei, certa di andar via da un posto intriso di ricordi da cancellare e di comportamenti di cui chi la abitava si doveva vergognare.
Non ho ricevuto mai scuse per quelle parole orribili. Non so se oggi userei la dialettica per mandarla al diavolo finalmente: allora non ebbi il coraggio né la forza di farlo.
E per gli anni successivi non ho avuto la forza di usare le parole per difendermi, o anche semplicemente di esigere rispetto. Anche dagli amici.
Ora il ricordo di quelle parole è sbiadito e lontano, resta un solo promemoria: non sprecare mai più le tue lacrime!

Torno ancora indietro nel tempo, ma non troppo. 2014, vivo a Torino e ho terminato il tirocinio per il quale mi ero trasferita lì.
Cercavo un nuovo lavoro e riuscii a fissare un colloquio presso un negozio.
La mattina del colloquio successe qualcosa, presi tardi il tram. Non mi ricordo se non avevo sentito la sveglia o era successo altro che mi aveva rallentata.
Arrivai al colloquio con un ritardo che andava dai 15 ai 30 minuti. Ricordo che avevo avvisato telefonicamente del disguido e che porsi subito scuse cubitali prima ancora dei buongiorno di presentazione.

Ero sconvolta, mi vergognavo di me stessa. La mia colpa c’era eccome! Non mi era mai capitato di arrivare tardi a un colloquio ma quella volta purtroppo era successo e mi sentivo mortificata, tanto da essermi convinta che ormai quel colloquio sarebbe stato annullato o rimandato.

Con la coda tra le gambe e il respiro affannoso, arrivai al cospetto del responsabile di filiale. La sua reazione fu severa. “Ha ragione” — pensai io in quel momento — “mi merito questa sfuriata”. Poi i toni trascesero, la reazione severa si trasformò in pubblico ludibrio davanti a una scrivania che si vedeva dalla vetrina del negozio. Non so più di quale colore diventai, ero un mix di ansia e senso di colpa strozzati in un pianto che voleva uscire ma non osava. Rimasi in silenzio, annuendo, scusandomi e dicendo al responsabile che aveva ragione.

Il colloquio proseguì, ma la parte dedicata alla sfuriata ormai aveva preso quasi tutto il tempo disponibile arrivando a uno sciorinamento di luoghi comuni sul senso del dovere e sfociando in una lezione di comportamento.
Si sa, il titolare ha sempre ragione ed io ero lì sperando di poter lavorare, sperando che mi perdonasse. Lo lasciai parlare finché non finì di raccontarmi il suo Vangelo e della sua laurea in Scuola della vita.

Alla fine fui presa a lavorare lì. Nulla di che: lavorai per poco tempo con contratti che duravano una settimana. La paga era misera e lavoravo solo il sabato e la domenica tutta la giornata.
Oltre ai litigi tra i venditori, di quel lavoro ricordo ancora oggi il colloquio e la sensazione di pianto strozzato che provai. L’idea di sentirmi di nuovo piccola piccola, giudicata con ogni mezzo senza possibilità di replica, senza potermi voltare e andarmene. Con addosso sempre quel senso di inadeguatezza che mi faceva sentire dalla parte del torto, perché nel torto mi ci mettevano di peso e anche perché io mi ci buttavo dentro senza reagire.

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Photo by Gabriel Bassino on Unsplash

Oggi è il 2019.
Nella mia vita sono cambiate molte cose, l’insicurezza però non mi abbandona. 
Vorrei imparare a dire sempre la mia con intelligenza e senza timore. E invece spesso mi sento ancora quella adolescente poco scafata che resta inerme nella cucina in penombra a farsi offendere. Sempre dalla parte del torto, con il dubbio perenne di aver fatto qualcosa di male o di sbagliato.

Un lavoro che ti fa piangere è una lavoro dal quale devi scappare. Ma forse qualcosa la puoi imparare.

Una parte di me è rimasta chiusa lì dentro, in quella penombra, a temere i giudizi e le parole degli altri, a trascinare sulle spalle anche le colpe che non mi appartengono. Una parte di me vorrebbe urlare, l’altra piangere. Ma sono state davvero poche le volte in cui ho pianto davanti a qualcuno che non fosse famiglia.

Cosa ho imparato operativamente da quei due lavori? NULLA.
Cosa ho imparato umanamente? Un mondo. E lo devo a me.

Come ricollego adesso queste due storie alla titolare della tavola calda di cui parlavo all’inizio?
La collego con due regole che potremmo tutti imporci di seguire:
1) Fatti rispettare: non importa se sei di fronte a un superiore, a un pari grado, a uno sconosciuto o a un amico. Nessuno deve abbeverarsi alle tue lacrime e al tuo disagio solo per il gusto di prevaricare;
2) Cura le tue lacrime, rammenda e rammenta il tuo passato e ricordati chi eri, cercando di imitare il più possibile chi è migliore di te e non chi è peggiore. 

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immagine tratta dal film Million Dollar Baby, che parla anche di debolezze umane e fragilità. E della forza che serve per affrontare con dignità le spiacevoli eventualità

 

Laura Ressa

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Copertina: Photo by Gabriel Bassino on Unsplash

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea