La storia del pesciolino rosso e della nostra consapevolezza raccontata da Vincenzo Moretti su #lavorobenfatto mi frulla in testa da tempo. Ma come spesso accade quando si tratta di fare autocritica, ci viene da scappare o da spegnere le orecchie e il cervello.
Ci viene soprattutto voglia di non parlarne perché in fondo le nostre pratiche comuni sono, appunto, così comuni da non considerarle nemmeno sbagliate. In effetti non si tratta di errore ma di pigrizia, la pigrizia che ci spinge a non sapere, a categorizzare, a ignorare o a spingerci verso il minimo delle nostre possibilità perché è faticoso andare oltre e scavare. Mi ci metto io stessa nella scia: la velocità con cui leggo contenuti su uno schermo e con cui scrivo testi con la tastiera mi ha disabituato in molti casi alla lettura su carta e alla scrittura con penna. Mi ha disabituato alla lentezza e all’approfondimento.
Mi ritengo quindi molto al di sotto delle mie possibilità e di quello che potrei e che dovrei riuscire a fare.
E penso al passato.

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Michelangelo, Giudizio Universale

Michelangelo Buonarroti ha impiegato 4 anni per affrescare la volta della Cappella Sistina. Posto che i grandi geni e i grandi artisti nascono raramente e che non possiamo essere tutti come Michelangelo, mi metto ad osservare in adulazione la volta da lui affrescata e mi chiedo: noi come impiegheremmo 4 anni di vita e, in generale, come utilizziamo il tempo che abbiamo? In questo cosiddetto “mondo connesso” che spesso ci divide, nei casi limite impieghiamo il nostro tempo a controllare quanti like abbiamo ricevuto per i nostri contenuti e chi ha visto le nostre storie sui social (divenute così istantanee e di moda). In altri casi limite viaggiamo ma passiamo il nostro tempo a postare immagini approfondite della vacanza sui social in tempo reale e ad ogni ora, con il rischio poi di non soffermarci a gustare i luoghi ma di vederli attraverso un obbiettivo per modificarne colore, saturazione e luminosità. Inventando un hashtag accattivante.
Se ci formiamo o seguiamo un incontro di approfondimento su un tema che ci interessa per svago o per lavoro, postiamo i nostri selfie e le foto di slide e oratori ma non sempre dopo doniamo agli altri quello che abbiamo imparato. Cioè facciamo le cose per sembrare in un modo, non sempre facciamo per allargare gli orizzonti e divulgare agli altri le nostre emozioni e le conoscenze che abbiamo. Facciamo le cose per dire di esserci, per dire di esistere. Dimentichiamo a volte, però, che la nostra esistenza è resa grande quando doniamo qualcosa che duri, qualcosa che arrivi agli altri e li meravigli: come ha fatto Michelangelo con noi.
Cosa si dirà della nostra epoca un giorno lontano? Come stiamo utilizzando i grandi prodigi che la scienza e la tecnologia ci hanno concesso di scoprire?
Io sostengo che siamo dei pesciolini rossi che vagano in un mare di possibilità senza sapere come usarle, e mi ci metto ovviamente io stessa con molta autocritica perché fare critica sugli altri non ha senso ed è sempre controproducente.
Da lì in poi cosa si fa quindi?
Ecco, la soluzione al momento la vedo molto lontana ed è adesso più piccola della consapevolezza. La consapevolezza invece deve essere il nostro “must” ma anche il nostro perché: è da lì che si può cominciare a mettere in atto un cambio di pratiche comuni, ammesso che ci interessi davvero parlare di comunità. È dalla consapevolezza critica che ciascun individuo può chiedersi davvero quali sono i propri bisogni reali e indotti. Da lì il singolo può cominciare a chiedersi se oggi funziona di più ed è più giusta la logica del sembrare o dell’essere, del fare o del dire e basta. Il singolo può chiedersi se e cosa vuole lasciare dopo, cosa vuole sembrare, cosa vuole imparare.
Vedo noi stessi nel mondo affannati come tanti manutentori della nostra persona e della nostra immagine sociale. Le nuove tecnologie in questo ci offrono la possibilità di essere al centro delle vite degli altri con un semplice dispositivo mobile. A molti questo basta ed è il massimo che si possa desiderare, essere al centro con le nostre piccole esperienze è una soddisfazione che “basta il prezzo del biglietto”. Peccato però che chi ci osserva non paghi il biglietto per osservarci e invece per guardare la Cappella Sistina paghiamo eccome, e per fortuna aggiungo.
Non è questione di monetizzare, perché paghiamo pure tante altre cose che non valgono il prezzo del biglietto.
Il senso di tutto questo panegirico è il valore che diamo alle cose e alla vita. Il valore che diamo alla conoscenza e al sapere. Il valore che diamo alla possibilità di essere padroni del nostro mondo o anche solo di noi stessi: a partire dalla politica, dalla cultura, dalla società e dalle persone.

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Michelangelo, giudizio universale, dettagli 03 bacio

Tutto questo ci interessa davvero? O ci nascondiamo dietro al fatto che siamo solo piccoli puntini insignificanti rispetto all’immensità delle galassie.
Noi ce l’abbiamo un senso, e non è molto diverso dal senso che aveva Michelangelo Buonarroti, però preferiamo seppellirlo.
Michelangelo, per affrescare la volta, si stendeva e dipingeva fino a farsi colare i colori sugli occhi. Accettava la possibilità di diventare cieco pur di portare a termine la sua missione, pur di mostrare ai nostri occhi la bellezza.
Lui era un genio perché non aveva internet?
No, era un genio perché si serviva dei suoi strumenti per creare una meraviglia che ancora oggi mozza il fiato e ci lascia lì sotto a guardare come piccoli puntini, fermi con il naso all’insù e con il cuore colmo di tristezza perché è vietato farsi un selfie con la volta affrescata a fare da sfondo al nostro faccione.

Esserci (nel senso di affermazione della nostra presenza) o essere? Questo è il nostro problema.
Amleto docet.

 

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Michelangelo, giudizio universale, dettagli 51 inferno

 

Laura Ressa

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Copertina: Michelangelo Buonarroti, dettaglio della Cappella Sistina

 

 

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea