Pressione debole e poi via via più forte dei polpastrelli sulla mia testa. Sotto scorrono nette e sinuose le note di “Hey Joe” e le onde cerebrali prendono il largo, abbandonano il corpo. La sensazione è quella di un dormiveglia vigile, come se stessi fluttuando e guardando le cose dall’alto mentre sorvolo sulle teste degli altri e sulla mia.
Non andavo dal parrucchiere da poco più di due anni, e forse le sensazioni oniriche del massaggio alla testa derivano da questo lungo periodo di astinenza da coiffeur.

Il parrucchiere, nella fase di lavaggio, chiede solo conferme sulla temperatura dell’acqua. Parla poco, fa le presentazioni a tempo debito, sorride. Per la restante parte del tempo tace dedicandosi bene al massaggio, al taglio, all’asciugatura. In quella ora mi accudisce, bada a me.
Gli faccio notare i miei nodi, più che altro per avere conferma che ci siano perché non sento tirare e mi chiedo come faccia a non strapparli.
Sono ancora immersa nel sogno, avvolta da un torpore che ristora.
A ben guardare, avere i capelli ricci potrebbe essere considerata una dote a giudicare dalla quantità di nodi che derivano da questo corredo genetico.
Non si sfugge, chi nasce con la chioma riccioluta spesso ha un’ugola allenata alle urla d’infanzia durante la fase pettine, un q.b. di pazzia tale da tagliarli in modalità fai-da-te con le forbici da cucina, freddezza per strappare i nodi a mani nude quando le forbici della cucina puzzano troppo di interiora di pesce.

Ho cominciato ad accettare i miei capelli ricci quando mia nonna mi assicurò che molte bambine avrebbero desiderato avere i capelli come i miei e che c’erano donne che pagavano addirittura per fare la permanente. Non ero molto convinta di questo parere di parte, non per niente avrei desiderato far crescere i capelli e non per niente ogni volta che mamma mi portava a tagliarli subito dopo chiedevo al parrucchiere di riattaccarmeli sulla testa.
La nonna però non si arrendeva con me e, adoperando il suo tocco delicato, me li aggiustava a modo suo, cercando di pettinarli con quelle mani rugose e decise. Un tocco sincero, di chi ti vuol bene.

Anche in quel dolce dondolio mi perdevo nel tipico dormiveglia vigile da solletico al cervelletto: mi piaceva, in fondo ho sempre desiderato vivere con le mani di qualcuno tra i capelli!
Da adulta, però, la vera missione di vita è divenuta un’altra: stanare i nodi, strappandoli se necessario.

I nodi sui capelli ricci sono un marchio di fabbrica, come la cotica sulla pasta e fagioli. Qualcosa a cui non si potrebbe più rinunciare.
Tutti i nodi vengono al pettine — dice il proverbio — ma chi ha i ricci da questo proverbio impara solo che i nodi arrivano. Dove vadano a finire è difficile saperlo, di certo non arrivano al pettine perché puoi pettinarli solo se sono bagnati ma, nel frattempo, i nodi li hai già strappati.

Il balsamo fa illudere che il dissidio si possa sciogliere in maniera delicata, a patto che si utilizzino quintali di prodotto. A fine lavaggio i nodi più persistenti però restano comunque onnipresenti, i secchioni che si siedono ai primi banchi e non si spostano neanche con una secchiata di acquaragia.
Il balsamo è come lo zucchero in un caffè pessimo: il gusto di base della bevanda non cambierebbe neanche se usassimo 10 bustine di zucchero.

Con i nodi esiste un rapporto simbiotico?
Il sodalizio tra loro e la testa è sopportazione forzata ma è anche una specie di odi et amo.

Che significato hanno i nodi che si bloccano tra le dita?
I nodi non sono un fenomeno tanto strano. Prendono vita nel momento in cui si incastrano con qualcosa che vorrebbero trattenere. Sono grovigli da sbrogliare, ma non riguardano solo chi ha i capelli ricci.
I nodi sembrano cumuli di capelli attorcigliati al pelo di un maglione, a un filo di cotone o al pulviscolo. Piccole e fitte matasse il cui bandolo è ignoto e confuso in mezzo a tutto il resto.

La parola “nodo” indica sia quello che abbiamo sulla testa sia un problema, il punto cruciale di un discorso, il focus, la porzione in cui due lembi di corda si uniscono, il gesto di partenza per allacciarsi le scarpe.

Il nodo unisce e spezza, tiene legati ma è anche un problema, è punto di incontro o motivo di divisione.

E così i nodi non sono soltanto materia informe?
No. Per me diventano le paure che vogliamo scacciare, i problemi che crediamo di risolvere con uno strappo feroce, sono i punti cruciali della nostra esperienza a cui non vogliamo dare troppo peso. Potrebbe trattarsi di noncuranza, ma come accade per molti nostri gesti anche nei nodi strappati c’è un’espressione di noi, un punto nodale del nostro modo di gestire incombenze e ostacoli.

Una vecchia canzone dice “Io senza capelli sono una pagina senza quadretti, un profumo senza bottiglia, una porta chiusa senza la maniglia”.
E questo mi ricorda che siamo dotati di un esterno e di un interno. I capelli sono un dialogo tra le parti: ciò che appare sulla pelle, sul volto e sulla testa è, in un certo senso, riflesso di un moto interno.

Impariamo a convivere con ogni parte di noi?
C’è chi dedica molta cura e tempo al tempio dell’aspetto e chi utilizza pochi accorgimenti o fa il minimo per essere in ordine. Di base la motivazione che ci guida sta nel modo in cui pensiamo o vogliamo apparire agli occhi degli altri.
La cura meticolosa e la noncuranza sono due nodi, due scelte opposte su un continuum che riguarda il modo in cui comunichiamo con l’esterno.
I posizionamenti sul continuum sono scelte che ci appartengono poco o molto a seconda di quanto la leghiamo a quel che teniamo al riparo sotto la superficie.

I nodi allora non sono soltanto informi grovigli di capelli?
Forse no, mentre cerco di sbrogliarli la mente fa vorticose giravolte. Vola come durante il massaggio alla testa che fa il parrucchiere.
Vi capita mai di pensare o sognare mentre vi toccate il viso o giocate con le ciocche?

Ecco cos’è l’esterno: una porzione di noi che si connette con il resto e con ciò che sosta sottopelle. Capelli, viso, cura del corpo fanno da spartitraffico tra la folla che chiudiamo a chiave in noi e la folla di sguardi che ci aspetta fuori. Incluso il nostro stesso sguardo, a volte impietoso e a volte indulgente.

Cosa mostriamo su quella superficie e cosa nascondiamo al di sotto?
Come comunichiamo ciò che si trova oltre?

I nodi oggi continuo a strapparli senza forbici, la nonna non me li accarezza più ma ho trovato comunque qualcuno a cui piace farlo.
Quel dialogo tra il dentro e il fuori io me lo immagino così: mi immagino che di tanto in tanto ricalibriamo il nostro posizionamento sul continuum delle scelte.

Quando strappiamo il nodo e quando lo accompagniamo all’uscita con balsamo, carezze e forbici e con la certezza incrollabile che in realtà in tante vorrebbero avere i nostri stessi nodi?

Ci penso, e nel frattempo volo ancora sulle note di “Hey Joe” ascoltate nel salone del parrucchiere e lascio che siano loro a suggerirmi il finale di questo racconto riccioluto che resta incompiuto.

Laura Ressa

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Copertina: Photo by Tiko Giorgadze on Unsplash

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea