Quando leggo o sento parlare di leadership storco un po’ il naso, non perché non creda nel potere di una buona leadership ma perché parto dal presupposto che la maggior parte delle persone la intendano solo come una tacca in più in organigramma o come un aumento di stipendio. Si tratta di un mio punto di vista, probabilmente errato, ma la mia predisposizione a questo argomento parte sempre con il piede sbagliato.
Riappropiarci della libertà di scelta sui nostri attrezzi del mestiere e sul lavoro ben fatto è il passo imprescindibile, secondo me, per agire con coscienza. Perché si, io credo che ci voglia prima di tutto coscienza per essere un leader. Un leader per me non è solo un manager aziendale ma una guida, una persona da ascoltare e da cui imparare, un professionista che dimostra ciò che vale con i fatti e che non ha paura di mettere in luce le altre persone. Soprattutto se si tratta di persone del suo team di lavoro.
Credo fermamente che di leadership si debba parlare certamente in termini di adattamento a strumenti nuovi, persone e nuovi contesti. Non mi arrendo però all’idea che essere leader significhi prima di tutto avere coscienza di ciò che si sa e che non si sa. Coscienza per ammettere i propri errori e per dire a un’altra persona “in questo mi hai superato” o “da te ho imparato molto”.
Tutto passa dalla gestione del rapporto con le persone, non si sfugge! Per me sei un bravo leader se accogli le istanze e se sai ascoltare. Sei leader se ti informi, se leggi e studi senza sentirti mai completo. Sei leader se non ti vanti continuamente delle tue piccole o grandi conquiste pur di sembrare migliore degli altri. Importante per crescere è la competizione, quella pulita però. Quella che richiede sempre uno scambio reciproco di attrezzi e competenze da trasmettere e da donare senza remore.
Per me sei leader se sei una persona prima del tuo ruolo. Sei leader sei non dici di esserlo, se sono gli altri a riconoscere cosa hanno imparato da te e cosa tu hai imparato da loro.
E allora alla fine dico che non mi piace parlare dei manager perché nella nostra cultura vedo la figura del manager assorbita spesso alla figura del leader, ossia qualcuno che primeggia e che emerge sul resto. Ed invece è la punta di un iceberg che al di sotto è sorretto e coadiuvato da una serie infinita di fattori e persone. È la cima di una quercia maestosa che sotto il terreno nasconde un fitto e pimpante strato di radici sempre pronte a lavorare e a stagliarsi operose per metri o chilometri, in sordina.
Ogni giorno, ragionando su me stessa, mi chiedo quanto conti per me lavorare e far sì che il mio lavoro venga riconosciuto. Me lo chiedo anche se non sono ancora o non sarò mai leader, con l’idea di dovermi spendere sempre e comunque al massimo delle mie possibilità.
Ma quanto si può prescindere dal riconoscimento facendosi bastare la pagnotta?
In che modo i leader si fanno carico di questo?

 

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Laura Ressa

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L’articolo è incluso anche nella discussione più ampia dal titolo Sistema Italia, la pratica della Leadership Adattiva e l’uso consapevole delle tecnologie


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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea