Si definiscono “materiali di risulta” i materiali provenienti da una demolizione, da uno scavo, oppure residui della lavorazione di una materia prima, che possono essere utilizzati per altri scopi (Treccani).

Questo termine mi è rispuntato tra le labbra mentre pensavo a tutto ciò che nel tempo ho scartato, a quei rami che sono caduti da soli o a quelle scorie che ho voluto io stessa recidere o riutilizzare in altro modo, o magari scartare e basta perché non era più tempo per loro di far parte del mio percorso. Perché era giunto il tempo di chiudere un paragrafo.
No, nessuna pulizia come quella che molti osannano quando fanno “pulizia contatti” sui social. Si tratta del naturale corso degli eventi, quello che accade quando realizzi che è essenziale anche imparare a scegliere per proseguire. Quando quello che sei comincia a coincidere – non solo a parole – con il percorso che persegui.

In questo non ci ho mai visto nulla di negativo, anzi tutto il contrario. Se scegli, se cambi, vuol dire che sei in movimento e non ti sei arenato nella fissità.

Può avvenire di frequente di trovare materiali di risulta nei rapporti, nel momento in cui capisci che se vuoi vivere come vuoi ci vuole spina dorsale, come dice una frase di Revolutionary Road.
Bisogna operare delle scelte, a un certo punto, perché se ti fai andare bene tutto o quasi tutto non hai mica scelto. Ti sei solo adattato al verso in cui gira il mondo, ma magari quello non è il tuo verso.
Si pensa spesso che adattarsi ed essere flessibili alle esigenze e alle richieste dei più sia da furbi o da persone che sanno vivere e capire cosa sia importante e su cosa soprassedere. Naturalmente però nessuno può dirci come vivere, e finché non facciamo del male agli altri possiamo sentirci liberi di essere, di scegliere, di decidere, e di comportarci dunque per come sentiamo o non per “come si usa fare” di solito.
Senza che vivere scegliendo sia etichettato come uno stile da “bacchettoni” o da “sfigati”.

Non molti secoli fa, il padre di una mia compagna di classe disse che era importante partecipare alle feste o alle serate con i coetanei. Non tanto per divertirsi, conoscersi e fare amicizia ma soprattutto per la teoria del “altrimenti cosa penseranno gli altri? altrimenti rischi di risultare asociale”. Quelle parole riecheggiano nelle mie orecchie, e mi fanno ancora sorridere… anzi mi fanno proprio ridere.
La concezione del fare cose per risultare socialmente accettabili è un’idea radicata che molti si portano dietro nel DNA e negli stessi insegnamenti dei genitori.

Ma chi è che ancora se la sceglie davvero la vita che vuole?
Quanti sono convinti di essere liberi e invece sono schiavi delle convenzioni, delle relazioni, delle tradizioni da mantenere?
Difficile dirlo: probabilmente chiunque di fronte a una domanda del genere asserirebbe con sicurezza di aver scelto la vita che voleva e di essere appagato.
Essere insoddisfatti è considerato un sentimento da perdenti, è comunque qualcosa da non dire oppure da vomitare senza mezzi termini nelle occasioni sbagliate.

Il materiale di risulta per me è tutto quello che, per quanto ci possa far comodo o farci sentire appagati e considerati, decidiamo di abbandonare lo stesso perché non corrisponde ai nostri ideali, al nostro pensiero indipendente, alla nostra mente pensante, al nostro credo reale.
Modi di fare, conoscenze, scelte e atteggiamenti dai quali prendiamo le distanze. Quella può essere la via.
Non necessariamente perché le distanze si debbano porre a causa di un dissidio o per una motivazione grave, ma semplicemente perché i tempi sono maturi e i materiali si sono deteriorati. Sono diventati materiali di risulta per noi quelle persone, quelle situazioni, quelle forzature, quelle storpiature della realtà, quel vivere senza sapere e senza approfondire, quel farsi andare bene tutto, quel vivere purché se ne parli, il vivere per raccontarsi le vite degli altri, il vivere per il chiacchiericcio. E così via.

Bisogna dare nuova vita a questi materiali di risulta? Oppure è meglio per noi lasciarli lì dove sono per proseguire oltre? Difficile dirlo con certezza finché non ti trovi davanti ai tuoi materiali di risulta.
Cosa fai quando demolisci un muro o lavori un pezzo di legno? Come utilizzi gli scarti? Li conservi perché – non si sa mai – potrebbero tornare utili?
Bisognerebbe chiederlo a chi fa questi mestieri. E anche in quel caso l’artigiano ci parlerebbe del materiale grezzo, dei possibili utilizzi per mobili o altri muri da costruire ma sarebbe difficile adattare questo discorso alle situazioni che viviamo con le persone. Dove il materiale su cui lavoriamo è umano.

Una volta pensavo di poter fare un elenco preciso di tutte le cose che avrei sempre scartato nella vita. Quelli che si comportano in un certo modo, quelli che fanno così o colà. Ma la realtà è molto diversa dai decaloghi o dagli elenchi e te lo devi trovare davanti il materiale di risulta per avere il coraggio di decidere se buttarlo o meno.
Soprattutto ti dovi trovare di fronte ai cambiamenti della vita, ai tuoi stessi cambiamenti, che sono – beninteso – una benedizione. Perché chi vede coerenza nell’idea di non cambiare mai e restare sempre fedele a se stesso forse si perde la bellezza del cambiamento.

Il nostro vivere è moto perpetuo, non possiamo restare fermi. La vita ci impone di muoverci, e dobbiamo essere malleabili anche con la mente per vivere appieno quel cambiamento, per accettare che anche noi possiamo cambiare e che questo va bene.

Il materiale di risulta può anche non essere una persona o un oggetto esterno, può anche essere una parte di noi che non ci serve più e ha bisogno di muoversi in avanti o indietro.

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Photo by Etienne Girardet on Unsplash

Come quando hai tanti oggetti in garage o in soffitta e non vuoi liberartene perché in fondo sei legato a quegli oggetti che rappresentano per te anche il ricordo di momenti belli.
Sulla maggior parte però di quei materiali ormai c’è uno strato spesso di muffa, data la quantità di anni passati dall’ultimo utilizzo, che li rende meno preziosi di un tempo e meno legati al bel ricordo. Rischiano di essere nel nostro cuore solo un cumulo di polvere, quando sarebbe evidentemente più saggio lasciarli andar via prima.
Prima di dimenticare il bello che ci hanno donato e la bellezza che noi abbiamo donato loro.
Diversamente il rischio alto sarebbe quello di pensare che la nostra vita sia per lo più splendente e luminosa, ma in realtà piena di scorie che non possiamo vedere o che preferiamo seppellire sotto il tappeto.

C’è infatti un possibile difetto visivo: sul nostro materiale di risulta potremmo non riuscire a vedere la muffa che si è formata. Per quanto ci sforziamo di essere obbiettivi, troveremo difficile disfarci di un pezzo del nostro passato poiché ci potrebbe apparire sempre bello e sempre giusto conservarlo. Ci sembrerà bello e utile alla nostra vita anche se non funziona più, anche se è pieno di muffa ed è tempo di buttarlo.
Abbiamo nostalgia, troppa. Non ci vogliamo slegare da persone, oggetti che ci ricordano come eravamo e quante cose belle abbiamo condiviso.
Ma tutto questo resta, e il ricordo non è soggetto a intemperie e muffa. Dunque la bellezza non sta nel possedere oggetti o persone ma nel ricordo che di quegli oggetti o persone custodiamo.

Poi ci sono sempre le fotografie, i nostri diari, i cimeli che riusciamo a conservare per ricordare.

Per chi, come me, ha sempre accumulato in maniera compulsiva è difficile staccarsi da certi oggetti.
Sia che si tratti di ritagli di giornale, quaderni, ticket di concerti o biglietti del bus, tutto ricorda un luogo, un viaggio, una stazione, un saluto, un bacio, un arrivederci, un cioccolatino scartato mentre pensavo che quel gesto avesse un significato nascosto.

Tempo fa buttai la mia mini-collezione di bottiglie di birra e fu più facile di quanto credessi. Vetri impolverati con sopra una patina appiccicaticcia: è stato quasi un piacere sentirli infrangersi nel bidone!
Pensavo che non me ne sarei mai separata ma il nostro unico rapporto era legato a qualche carezza e dopo quelle carezze mi ritrovavo le dita intrise, appunto, di polvere.
No, quella relazione non poteva andare avanti: io e le mie bottiglie vuote dovevamo dirci addio per sempre. Sulle dita mi lasciavano solo tracce stanche di polvere, non mi ricordavo neanche più in quale occasione le avevo bevute.

Le guardai, quel pomeriggio: erano schierate sulla mia scrivania in attesa di impolverarsi ancora. Pensavano di poter rimanere lì in bella mostra per molti anni prima di vedere la loro fine e invece la fine è arrivata prima del previsto, prima dell’età media di una mia cianfrusaglia conservata.
Quel pomeriggio mi procurai in fretta una busta di plastica: mi dissi “ora o mai più”.
Nel giro di pochi minuti, le bottiglie erano accatastate tutte insieme, appiccicaticce e tintinnanti.
Non ho contato quante fossero prima di lanciarle nella busta e poi nel bidone. Ad alcune ho scattato una foto perché avevano delle belle etichette.

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Photo by Adam Wilson on Unsplash

Non mi ricordavo quanto fosse soddisfacente il suono del vetro che si infrange contro altri vetri. Il suono delle bottiglie che si schiantavano segnò per me, ad ogni botto d’atterraggio, l’addio a un ricordo.

No – pensai – i ricordi mica li butti via così!
I ricordi sono quanto di più lontano esista dalla materia di cui sono composti gli oggetti che conserviamo, quel famoso materiale di risulta di cui possiamo disfarci.
Del resto noi malati di accumulo, e non solo noi, cosa ne possiamo sapere: siamo convinti che se non tocchi, non ricordi e che se butti vuol dire che vuoi dimenticare.

Per quanto ci sembri strano e da “insensibili”, per alcuni ricordi arriva il momento di attraversare la trasformazione come accade per i passaggi di stato. Alcuni ricordi passano dallo stato gassoso a quello solido, altri passano da quello solido a quello mnemonico.
Un caro amico, al culmine di questa mia profonda presa di coscienza sulle bottiglie di birra gettate, mi disse “ogni bottiglia ricorda un momento vissuto, questo segna la svolta nel modo di intendere il ricordo stesso. Prima o poi doveva arrivare questo giorno.

Ricordate quando, qualche decennio fa, l’oggetto cult del collezionista amatoriale erano le schede telefoniche?
Io, che di oggetti inutili me ne intendo, arrivai per un periodo a collezionare anche quelle, oltre ai copri-vasetti di yogurt e alle bustine di zucchero. Per loro il destino era già segnato: il bidone dell’indifferenziata li attendeva a coperchio aperto.

Negli oggetti, o in quelli che possiamo definire materiali di risulta, a volte è racchiusa la nostra storia ma la storia è composta di ricordi e non è facile capire perché siamo così attaccati a ricordi materiali quando il ricordo è qualcosa che, per definizione, non possiamo toccare.

Il motivo per cui siamo così legati ai nostri materiali di risulta è che temiamo che alcuni ricordi sfuggano di mano e pensiamo di farli rivivere solo attraverso oggetti da conservare, rapporti da trascinare, amicizie perse che crediamo di coltivare ancora. Oppure speriamo di rivivere i bei ricordi restando aggrappati alle stesse persone, anche quando in realtà ci siamo attaccati al passato o a quando eravamo adolescenti.

C’è un passaggio che tutti i ricordi attraversano: la scelta, il setacciamento. La separazione degli elementi per capire cosa ci fa star bene e cosa è tempo di abbandonare.

Ho detto addio alle mie collezioni, composte rigorosamente da pochi pezzi e finemente impolverate. Ho detto addio alla certezza di poter possedere un ricordo per sempre nel palmo di una mano.

Ho detto addio a molti materiali di risulta, anche a persone che lo erano diventate per me. E ho detto addio perché se vuoi vivere la vita che vuoi, serve spina dorsale.
Ma anche la certezza di essere quel che vuoi, di abitare il mondo con una testa pensante, di non seguire le mode o le pose o le frasi dette da altri.
Quante volte ci si fa portatori di un pensiero e lo si mostra urbi et orbi. Quante volte si scelgono sempre le parole di altri perché quel pensiero o quella citazione non ci appartengono davvero ma dobbiamo mostrarci sostenitori di quel pensiero e mostrarlo.
Crediate molto poco a quel che si mostra, e molto di più alle azioni.

Esiste un’unica cosa in cui credo di essere brava, su tutto il resto lascio giudicare agli altri sperando di non essere troppo vittima del giudizio.
La cosa che penso mi riesca bene è impegnarmi a fare quel che dico e agire in modo che le mie parole siano corrispondenti alle azioni. Un impegno bello, che spesso ha richiesto uno sforzo sovrumano. Non è vero che siamo tutti nati così, belli coerenti e buoni. Se vuoi esserlo, ci si arrivi dopo aver provato ad essere come gli altri ci volevano.
Chi vi dirà il contrario mente oppure è una creatura ultraterrena. E poi buoni non lo si è per tutti, anche se ti impegni al massimo ci sarà sempre chi ti additerà per x ragioni.
E anche questo rientra nel gioco delle parti.

Il mio materiale di risulta troverà un altro modo per rinascere, trasformarsi, essere altro altrove? Non lo so, non credo che lo sapremo mai e dovremo restare con questo dubbio.
Intanto possiamo pensare a come usare il nostro materiale vivo e attuale, quello che ci rende partecipi della nostra vita, presenti a noi stessi.
Quelle cose e quelle persone in cui riponiamo cura, e che ci ricambiano a modo loro senza pretendere nulla.

Su Instagram ho trovato, come fosse un segno, questo post di Balenalab:


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Qualche giorno fa ero seduta sulla mia poltrona Ikea godendomi una tazza di tè e guardando fuori dalla finestra: l’occhio è caduto sulle piante di pelargoni sulla ringhiera e mi sono resa conto che non stavano buttando fiori. Le foglie gialle, marroni, rossastre che l’avevano difesa dal freddo invernale non erano cadute. Sotto consiglio di @filosofia_vegetale le ho potate, rimuovendo con cura tutte le foglie non verdi. Nell’arco di due giorni c’erano boccioli ovunque. Per tutto il tempo ho aspettato che le piante di pelargoni fiorissero, mi chiedevo cosa volessero di più da me: più acqua, più sole, più fertilizzante, più prodotto contro le farfalline. Ma l’unica cosa che li tratteneva dalla crescita era il loro sé passato. Quanta parte della nostra crescita dipende dal tagliare quello che non ci serve più? Cosa dobbiamo eliminare per poter prosperare nella prossima stagione? E se dovessimo potare tutti i preconcetti su chi siamo? I rimpianti del passato, le ansie per il futuro, tutte le influenze esterne che ci dicono chi dovremmo essere. E poi l’orgoglio, l’ego, il bagaglio del fallimento: forse per qualcuno di noi è arrivato il momento di spezzare questo circolo vizioso scoprendo di poter entrare in una nuova stagione di vita dopo aver fatto spazio alla nostra crescita.

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“Qualche giorno fa ero seduta sulla mia poltrona godendomi una tazza di tè e guardando fuori dalla finestra: l’occhio è caduto sulle piante di pelargoni sulla ringhiera e mi sono resa conto che non stavano buttando fiori. Le foglie gialle, marroni, rossastre che l’avevano difesa dal freddo invernale non erano cadute. Sotto consiglio di @filosofia_vegetale le ho potate, rimuovendo con cura tutte le foglie non verdi. Nell’arco di due giorni c’erano boccioli ovunque.
Per tutto il tempo ho aspettato che le piante di pelargoni fiorissero, mi chiedevo cosa volessero di più da me: più acqua, più sole, più fertilizzante, più prodotto contro le farfalline. Ma l’unica cosa che li tratteneva dalla crescita era il loro sé passato.

Quanta parte della nostra crescita dipende dal tagliare quello che non ci serve più? Cosa dobbiamo eliminare per poter prosperare nella prossima stagione? E se dovessimo potare tutti i preconcetti su chi siamo? I rimpianti del passato, le ansie per il futuro, tutte le influenze esterne che ci dicono chi dovremmo essere. E poi l’orgoglio, l’ego, il bagaglio del fallimento: forse per qualcuno di noi è arrivato il momento di spezzare questo circolo vizioso scoprendo di poter entrare in una nuova stagione di vita dopo aver fatto spazio alla nostra crescita.”

Quanta parte della nostra crescita dipende dal tagliare quello che non ci serve più?
Io penso che dipenda tutto da lì. Ma molto spesso ci illudiamo di scegliere quando semplicemente adattiamo i nostri remi alla corrente. 

E allora scegliere in quel caso vuol dire fare uno sforzo ulteriore per far andare la tua barchetta dove vuoi, senza che le correnti scelgano per te e senza naufragare in luoghi comuni o sensi di colpa.

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Photo by Neha Deshmukh on Unsplash

Vi lascio con un ricordo, sperando che questo testo vi abbia accompagnato in un tragitto, tenuto compagnia in un’attesa o aiutato in qualche modo a fare una scelta.

Quando ero bambina, mia nonna mi faceva giocare accanto a lei mentre cucinava. C’è stato il periodo in cui il mio gioco preferito – per imitazione – era fingere di cucinare, a modo mio.
Tra le varie ricette del gioco della massaia, ricordo il mio “sformato” composto da scarti dei fagiolini. Mentre la nonna li puliva eliminando le estremità, io raccoglievo quei pezzi da buttare e li conservavo nelle mie scodelle giocattolo. A fine gioco, dopo aver finto di cuocerli, li lasciavo nelle scodelle e mettevo a posto i miei arnesi da cucina.
Con il passare dei giorni quegli scarti di fagiolini diventavano marci e ritrovavamo quindi le mie scodelle piene di scarti di fagiolini e vermi che scorrazzavano qua e là.

Pensando ai materiali di risulta, ho ricordato questa mia mania per la conservazione degli scarti di fagiolini.
A volte lo scarto può farci comodo, ma se lo conserviamo troppo a lungo per tornare a giocarci in seguito, rischieremo di ritrovarlo ormai marcio o pieno di vermiciattoli.
In quel caso non c’era nulla da fare: quegli scarti non li potevo mangiare né conservare in modo che tornassero a essere utili.
Lo scarto destinato a non far più parte delle nostre attività quindi, oltre che indigesto, sarà impossibile da maneggiare anche per altri scopi.

Alcune cose vanno buttate che ci crediamo o no, che lo vogliamo o no.
E non è scarsa cura, né un peccato, né un errore, né una colpa.

 

 

Laura Ressa

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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea