Lo vidi una mattina, in centro città: si trovava all’ingresso di un supermercato. Diceva “buongiorno” quando qualcuno gli passava davanti o stava per entrare o uscire dal supermercato.
Indicava alle persone il turno d’ingresso, causa pandemia, e informava i clienti se nel primo corridoio d’accesso ci fosse sufficiente spazio per passare.
La prima volta che l’ho visto, d’istinto ho risposto anch’io al suo saluto ma non l’ho guardato negli occhi.

Potrebbe essere kenyano o etiope: è giovane, educato. Non mi sono soffermata sul suo volto: un atteggiamento automatico di rispetto e timidezza che adotto con tutti gli estranei. Ciononostante ho capito che il suo volto, come le sue maniere, doveva essere gentile.
Anche per chi come me pensa al genere umano senza distinzioni, alcuni automatismi scattano. Paura dell’altro, diffidenza. Il non guardare, il rifuggire gli occhi altrui è un riflesso derivante da tutti questi condizionamenti.

Quella volta, quando andai via dal supermercato, mi salutò nuovamente.
Era lì anche per aiutare le persone con buste pesanti e riuscire, così, a guadagnare qualche spicciolo di mancia.

Penso a lui, a quale sia la sua storia. A quali pericoli abbia dovuto correre per arrivare in Italia, da quale condizione sia fuggito.
E poi penso ai nostri parcheggiatori abusivi locali o a quelli che stazionano fermi agli angoli delle strade per osservare gli spostamenti delle persone o che fanno i pali mentre i loro “amici” compiono altro di illecito. Orribili esseri che non ho mai sopportato e che, tuttavia, ottengono persino rispetto. E per cosa poi? Per non aver fatto nulla se non “controllare” il territorio e rubare soldi che non meritano.
In fondo però anche loro sono piccoli tasselli del sistema, dacché non badiamo nemmeno a chi detiene la maggior parte delle risorse del mondo e affama gli ultimi, perché mai dovremmo accorgerci dei parassiti che ci camminano accanto?

Ripenso a quel ragazzo all’ingresso del supermercato: potrebbe essere chiunque di noi.
Ma lui ha la pelle scura, sicuramente è scappato da un paese in cui si muore ogni giorno con molta facilità e in cui un virus come il Covid-19 è l’ultimo dei problemi.
In certi posti si muore a causa di guerre, malattie, si muore anche per aver bevuto un sorso d’acqua o per la puntura di una zanzara.

Penso a quel ragazzo e mi chiedo: quanta strada avrà fatto per arrivare fin qui, chissà come viene trattato o additato, chissà dove dorme e cosa mangia, chissà se finirà anche lui schiavizzato come i suoi connazionali scappati da guerre e arrivati qui ad affrontare spesso altra miseria e orde di ignoranti che vedono nella persona indigente ancora un nemico.

Vorrei fare qualcosa ma alla fine non faccio nulla.
Non saprei a chi rivolgermi per dare un aiuto vero – mi dico. Oppure me la racconto così solo per pigrizia.
Non mi fido di molte associazioni e ho sempre paura che i soldi di iniziative nate per aiutare le persone siano in fondo destinati quasi sempre solo a chi lavora per quelle associazioni.
Non si può vivere di diffidenza, ma vorrei che fosse possibile in qualche modo incontrare chi sta male e aiutarlo direttamente, sapendo che quell’aiuto è arrivato nelle mani in cui doveva arrivare.

Penso ancora una volta a quel ragazzo, a come se la passa ora dopo aver attraversato il mare.
Chissà se ha ancora una famiglia o l’ha persa, chissà se ha ancora degli amici oppure glieli ha ammazzati la guerra.
Noi di tutto questo non ci preoccupiamo, alziamo le spalle sapendo che il mondo va così e che non possiamo fare granché come singoli per cambiarlo. Portiamo via con noi la nostra bella busta della spesa e magari lo ignoriamo quando lui gentilmente ci saluta.

Almeno pensarci un attimo, pensare per un solo secondo agli altri, credo possa farci capire meglio le difficoltà delle persone. Di quelle che davvero stanno male, che sanno cos’è la fame e la disperazione.
Se questo virus avesse cambiato di un solo millimetro la nostra società opulenta, sarebbe stato davvero un miracolo.
Ma questo purtroppo non è avvenuto: perché non puoi cambiare se sei stato abituato ad avere tutto e sei cresciuto nella certezza che tutto ti sia dovuto. Compresa la terra che abiti.

E allora vorrei che qualcuna fra queste persone meno fortunate mi aiutasse a capire, ci raccontasse la propria storia e il proprio dolore.

Un giorno vorrei trovare il coraggio di dire a quel ragazzo: Raccontami la tua storia, per favore.
E vorrei tanto farlo senza pudore, senza vergognarmi di essere nata dalla parte giusta del mondo. Anzi, vorrei usare questa mia fortuna proprio per dare voce a chi la stessa fortuna non l’ha avuta.

“Quanto in Europa, e ancor di più in America, l’individualismo è un valore apprezzato, tanto in Africa è sinonimo di disgrazia e di maledizione. La tradizione africana è collettivista, perché lo stare in un gruppo solidale era l’unico modo di far fronte alle costanti avversità naturali. E una delle condizioni di sopravvivenza del gruppo è precisamente la condivisione di tutto ciò che si possiede.”
(Ryszard Kapuscinski)

Laura Ressa

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Copertina: Photo by Anaya Katlego on Unsplash

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea