
Settembre: si torna ad ascoltare e a dialogare. Si torna a farlo sui canali Frasivolanti, sperando che anche nelle cosiddette “pause” la voglia di ascoltare non ci abbandoni mai.
Tra molte narrazioni che vogliono parlarci sempre e solo di inizi necessariamente traumatici, forse possiamo chiederci se nella nostra vita stiamo facendo qualcosa che ci faccia davvero star bene. Ma questo è un altro tema: veniamo a noi.
L’argomento al centro dell’intervista del 7 settembre 2024 alle ore 11.00 possiamo definirlo con una frase: “Ritorno al territorio”.
Il protagonista che ci ha introdotto a questo vasto ambito di studi e ricerche è stato Rossano Pazzagli.
Di cosa si parla quando si parla di questione ambientale e questione territoriale? A cosa conduce uno sviluppo squilibrato tra centri urbani e aree marginalizzate?
Quali disparità territoriali e disuguaglianze sociali esistono e sono esistite?
In che modo, attraverso lo studio del paesaggio, si può leggere il declino e progettare la rinascita delle aree interne?
E infine: come generare comunità?
La memoria e la storia ci servono per guardare avanti: il loro studio è dunque fondamentale e deve catalizzare la nostra attenzione perché noi stessi ci riflettiamo anche nei territori che abitiamo, che modifichiamo, che deprediamo.
Questi sono alcuni aspetti che il professor Pazzagli ha illustrato in questa intervista, condensando in racconto l’esperienza proveniente dalle sue ricerche e dalla profonda conoscenza di questi temi.
Per presentare Rossano Pazzagli, riporto il testo del suo curriculum professionale.
“Rossano Pazzagli (1958), storico e territorialista, professore di Storia moderna e contemporanea all’Università del Molise, dove insegna anche Storia del territorio e dell’ambiente. Direttore della Scuola di Paesaggio “Emilio Sereni” presso l’Istituto Alcide Cervi e della Scuola dei Piccoli Comuni di Castiglione Messere Marino (Ch). Accademico georgofilo, studioso del mondo rurale e delle aree interne, è inoltre direttore della rivista “Glocale” e fa parte del comitato di direzione della rivista “Ricerche storiche”; è anche vicepresidente della Società dei Territorialisti e membro della Deputazione Toscana di Storia Patria.
Si è laureato all’Università di Pisa e ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia e civiltà all’Istituto Universitario Europeo. Ha svolto attività di ricerca all’Università Europea e all’Università di Torino ed è stato docente di Storia dell’agricoltura e di Storia dell’ambiente nelle Università di Pisa e di Firenze. È stato direttore dell’Istituto di Ricerca sul territorio e l’Ambiente “Leonardo” di Pisa e, presso l’Ateneo molisano, presidente dei Corsi di Laurea in Scienze Turistiche e Beni culturali, direttore del Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini (ArIA) e del Centro Studi sul Turismo.
È autore di quasi 300 pubblicazioni riguardanti in particolare le trasformazioni del territorio, dell’ambiente e del mondo rurale nell’età moderna e contemporanea. Tra i suoi libri recenti: Il sapere dell’agricoltura. Istruzione, cultura, economia nell’Italia dell’800 (FrancoAngeli) La nobile arte. Agricoltura, produzione di cibo e di paesaggio nell’Italia moderna (Pacini) e Un Paese di paesi. Luoghi e voci dell’Italia interna (Ets). È stato recentemente insignito del premio “Città di Montalcino” per la storia della civiltà contadina.”
A questo link sono disponibili ulteriori dettagli: https://docenti.unimol.it/index.php?u=rossano.pazzagli&id=3
Che rapporto abbiamo con il territorio e con il paesaggio? Ne siamo affascinati e incuriositi? Abbiamo mai davvero riflettuto sulla profonda connessione che esiste tra storia e territorio?
Prima dell’ascolto e della visione dell’intervista a Rossano Pazzagli, vorrei suggerire una lettura preziosa.
Si tratta di un’intervista del 2020 a Rossano Pazzagli, di cui propongo, virgolettati, alcuni passaggi e che invito a leggere per intero al seguente link: https://www.orticalab.it/Aree-interne-non-si-nasce-si-diventa
«Aree interne non si nasce, si diventa»: è una frase illuminante del Professor Rossano Pazzagli. […]
Oggi, dal suo osservatorio, come appaiono i margini dell’Italia?
«Sono territori a cui dobbiamo guardare sempre di più, sottovoce vorrei affermare che sono luoghi pronti al futuro, ma in realtà il processo di marginalizzazione e di declino sta continuando, con la conseguenza di una perdita dei servizi. Oggi le guardo con maggiore attenzione e dovremmo farlo tutti. […]
Il paese è come scivolato a valle, molti sono andati via dalle colline, dalle montagne, dai fondo valle interni per spostarsi verso i centri urbani e le coste, verso l’estero anche. C’è stata un’emigrazione importante e queste aree hanno perso popolazione ed economie. Sono però rimaste molte cose – al contrario di ciò che si pensa – e lo dimostrano gli studi e le ricerche che stiamo portando avanti. Non solo perché, fisicamente, il niente non esiste, ma soprattutto perché questi territori sono ancora ricchi di valori utili agli abitanti e a tutta la società. E possiamo fare degli esempi: l’acqua, l’aria pura, il paesaggio, quell’insieme di servizi eco-sistemici di cui abbiamo bisogno. Ed è per questo che il compito di prendersene cura non va affidato solo a chi è rimasto, ma a tutti».
«Se mi riferisco alle aree interne, noto che ci sono tantissimi paesi in cui alla metà del Novecento vivevano molte più persone, esistevano diverse attività, c’era un paesaggio e un territorio curato, coltivato, pascolato e anche i boschi erano utilizzati. Tutte queste erano risorse. Non c’è nulla di ineluttabile perciò, essere aree interne non è questione di destino, la responsabilità appartiene ad un modello di sviluppo che ha scelto di polarizzare l’economia e la popolazione nelle zone centrali, trascurando e dimenticando gran parte della superficie nazionale, dal Nord al Sud, dove c’è una marginalizzazione ancora maggiore, perché la questione territoriale si somma alla questione meridionale. Il Mezzogiorno è colpito due volte, ma tutta l’Italia ha subito forti processi di marginalizzazione che hanno penalizzato in modo particolare l’agricoltura e l’allevamento, due settori da cui noi tutti dipendiamo».
«I soldi servono, ma non bastano. E questo ce lo dice l’esperienza passata, fatta di grandi finanziamenti e nessuno sviluppo reale. […] C’è bisogno di processi di programmazione dal basso, partecipati dalle comunità locali, che si basino prima di tutto sulle risorse endogene. Altrimenti riproporremo un modello già visto, quello dell’industria e degli investimenti che arrivano da fuori e solo sul momento producono qualche posto di lavoro, ma in prospettiva non si radicano e non vanno incontro alle vocazioni di un territorio. […]».
«Dobbiamo cominciare ad interrogarci su come il locale può stare nel globale, lasciare che torni protagonista dell’orizzonte globale e per farlo bisogna prima di tutto avere coscienza di quello che abbiamo. Dopodiché servirebbe valorizzare le proprie specificità, perché questo è il tempo delle peculiarità, non dell’omologazione, di individuarle e promuoverle. […] Abbiamo creato disuguaglianze, una condizione di isolamento e declino che dobbiamo rimettere al centro e risolvere. Ha a che fare con l’economia, ma di più con i diritti».
«In Italia, come nel resto del pianeta, abbiamo una grande questione ambientale aperta, nel nostro Paese va ad unirsi alla questione territoriale. Le aree interne sono quelle più pregiate da un punto di vista ambientale, sono le meno inquinate, le più ricche paesaggisticamente, hanno una maggiore biodiversità e questo insieme va considerato come un patrimonio da mettere a frutto. L’ambiente, l’agricoltura e il turismo sono le tappe fondamentali per la rinascita, i paesi sono la ricchezza, ancora lì a ricordarci l’antica importanza di quello che abbiamo e ad indicarci un cammino da riprendere […]».
Di seguito altre due fonti di riflessione.
Il video di una lezione tenuta da Rossano Pazzagli per il corso di formazione “Paesaggi identitari. Formare i cittadini alla sostenibilità”
Altro spunto interessante è rappresentato da un’intervista rilasciata nel 2021, di cui riporto alcuni virgolettati, disponibile per intero al seguente link: https://www.montanarium.com/combattere-contro-unidea-di-vuoto-intervista-a-rossano-pazzagli/
“Rossano Pazzagli ama definirsi “uno storico contaminato dal presente” e non ha dubbi: per riequilibrare le aree interne, è necessario comprenderne le ragioni del declino e modificare la percezione di “vuoto” che esse si portano appresso. […]
Partiamo dal dato fisico: l’Italia è un Paese rugoso, è costituita all’80% da colline e montagne. Potremmo definirla un “Paese interno” per antonomasia, pur essendo circondato dal mare. Ecco, ciò che è avvenuto dagli anni Sessanta a oggi è una progressiva marginalizzazione della collina e della montagna, quindi della maggior parte del territorio italiano. Quella di esserci concentrati nei poli urbani e lungo le coste è la caratteristica di fondo dello sviluppo del territorio italiano a partire dalla seconda metà del Novecento: di fatto, un processo di sviluppo squilibrato, cioè che ha generato differenze e disuguaglianze territoriali che poi, con il passare del tempo, si sono trasformate anche in disuguaglianze sociali. […]
La nostra Costituzione sancisce che siamo tutti uguali, non più o meno uguali a seconda di dove abitiamo: è questo lo squilibrio di cui parlo. Ed è questo lo squilibrio che è necessario correggere.
È necessario capire il declino per progettare la rinascita, altrimenti possiamo inventarci tutti i bei progetti che vogliamo: non dureranno. Dobbiamo capire perché abbiamo trascurato le montagne, e accettare il fatto che in una prospettiva storica questa evoluzione non era semplicemente “destino”: l’abbandono della montagna non è stata colpa del destino o della natura, ma di precise scelte di sviluppo, scelte politiche e di organizzazione territoriale che hanno privilegiato determinate zone a discapito di altre. […]
Faccio mie le parole del geografo dei primi anni ’70 Lucio Gambi, che parlava di “alluvione demografica”: come l’acqua scende sempre a valle, così ha fatto anche la popolazione dei territori montani. È scesa a valle, e così montagna e campagna sono diventate dei contenitori vuoti.
Ecco, il modello di sviluppo attuato negli ultimi decenni ha in apparenza aumentato il benessere diffuso, ma oggi osserviamo due realtà differenti ed entrambe in crisi: le aree interne e montane hanno subito lo spopolamento e la perdita delle attività produttive, quelle centrali sono vittime degli effetti della sovrappopolazione e dell’inquinamento. Il riequilibrio è quindi fondamentale, certo, ma oggi si nutre soprattutto di pochi casi, statisticamente ancora non visibili ma che dimostrano la possibilità di creare vie alternative a un modello urbano ormai in crisi. […]
Per riabitare l’Italia, e nel dettaglio le sue aree interne e marginali, credo sia necessario partire dai servizi. Nessuno tornerà e resterà ad abitare in queste zone se mancano gli asili, le scuole, l’assistenza per gli anziani, un presidio medico, la posta, la farmacia e una connessione a banda larga. E poi, aggiungo, serve anche una connessione fisica: i luoghi sono uno spazio fisico, hanno bisogno di strade vere per arrivarci, di pullman che si fermino qui e colleghino l’Italia interna con l’Italia urbana. […] Non c’è cosa peggiore, in un Paese diseguale, che trattare tutti allo stesso modo: nella migliore delle ipotesi le differenze si cristallizzano, nella peggiore si accentuano. Se vogliamo davvero fare uguaglianza, dobbiamo fare politiche differenziate, anche fiscali: servirebbe una fiscalità che consideri il disagio abitativo di queste aree. Non si può pensare di far pagare le stesse tasse, ad esempio, a un bar in centro a Milano e al bar di un paesino dell’Appennino con venti abitanti. […]
Il ruolo dei sindaci dei piccoli comuni è essenziale. Unito alla partecipazione degli abitanti, è la garanzia che le eventuali buone pratiche messe in campo possano durare nel tempo. Ma a due condizioni: la prima, è che le amministrazioni locali devono essere ascoltate (da chi sta sopra). La seconda, è che sappiano lavorare insieme, superando i vari campanilismi e sostituendo al modello della competizione l’idea della solidarietà tra territori. […]
Pur nella consapevolezza che parlare molto di qualcosa significa gettarvi luce e sottrarla all’oscurità, penso che sia meglio rifuggire dalla retorica del “piccoloborghismo” tanto in voga oggi. Riabitare le aree interne non significa soltanto andarci e starci per un po’, significa viverci. Ed è qui che avviene la grande scrematura. Molti hanno la seconda casa, trascorrono del tempo in campagna o montagna, ma poi la loro vita si svolge altrove. Riabitare significa invece restare, non andare altrove, ed è la cosa più difficile perché richiede di cambiare stile di vita, costruire relazioni e appartenenza. La retorica se la possono permettere quelli che hanno una via di fuga, ma riabitare le aree interne non deve essere percepito come una fuga o una rinuncia: dovrebbe rappresentare un miglioramento nella qualità della propria vita.
Per questo al termine “borgo” preferisco “paese”: il borgo è un contenitore, un paese è un insieme di funzioni e relazioni. E chi va nei luoghi nascosti lo fa per tornare a essere visibile, per riacquistare una identità che spesso viene a mancare nei contesti urbani. […]”.
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Rossano Pazzagli; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Il territorio su cui ogni giorno muoviamo i nostri passi, in cui viviamo e che spesso sfruttiamo ci ha sempre invitato, silenziosamente ma con tutta la sua forza, a riflettere osservandolo. Siamo stati però piuttosto ciechi di fronte al suo invito, e tuttavia il territorio ha continuato e continua a parlarci in modi che ancora ci ostiniamo a non voler comprendere.
Rossano Pazzagli ama definirsi “storico contaminato dal presente” e nelle sue ricerche, nei suoi scritti e nell’insegnamento si fa esploratore e megafono dei messaggi che l’ambiente e il territorio cercano incessantemente di farci capire da secoli.
In questo bel dialogo Rossano ha evidenziato ciò che siamo tutti chiamati a comprendere, ciò di cui siamo responsabili (ognuno in forme diverse) e quello che possiamo fare nel concreto per risanare i danni fatti al territorio e contribuire a stabilire uguaglianza sociale. Perché non esiste conoscenza che sia davvero utile al mondo fintanto che essa non è accompagnata anche dall’agire.
Inesorabilmente, quanto ascolto di questi temi, mi torna a galla una canzone che si intitola “Filosofia agricola” e che recita così:
“Più che felice e fertile
Se la filosofia diventa agricola
La terra che ci ospita
Comunque è l’ultima
A decidere
Se avessi meno nostalgia
Saprei conoscere
Godermi e crescere
Invece assisto immobile
Al mio nascondermi
E scivolare via da qui“
Quante volte ci siamo ritrovati ad assistere immobili alle involuzioni del nostro tempo? Quante volte ci siamo nascosti dietro un dito pensando che il declino dei territori e la questione ambientale dipendessero semplicemente dal destino beffardo e inesorabile?
Arrivano momenti particolari nella storia dell’umanità in cui, più che mai, siamo tutti chiamati a guardare in faccia il mondo, a sopportare la vista di ciò che non va bene e che ci piacerebbe non vedere. Accade che a un tratto diventi necessario, anche per la propria sopravvivenza, guardare quello che non vorremmo mai guardare. Ed è assai singolare il modo in cui l’umanità il più delle volte, soprattutto negli ultimi decenni, abbia cessato di preoccuparsi della propria stessa esistenza sulla terra, come se spettasse (o fosse spettato) sempre alle generazioni precedenti o future agire, trovare un rimedio, correre ai ripari.
Ma esiste un modo per ripopolare e nutrire le cosiddette aree marginalizzate? Esiste un modo per rispettare realmente il territorio che ci ospita? C’è possibilità di pensare alla nostra identità senza confonderla con l’egemonia? C’è possibilità di risanare i danni fatti, saremo mai in grado di mettere in atto un turismo che rispetti i luoghi e le comunità?
Saremo mai capaci di scendere dalle nostre cattedre per imparare invece ad ascoltare, a osservare e a comprendere davvero i territori e le comunità che li abitano senza giudicare e senza dire cosa quelle comunità dovrebbero fare e come dovrebbero vivere?
Insieme a Rossano Pazzagli in questa intervista ci siamo interrogati su tutto questo, cercando di condensare in un breve tempo un argomento vastissimo. Ma il dubbio deve continuare a guidarci sempre e le domande ad esserci sempre compagne lungo il cammino.
Forse la strada più saggia che potremmo scegliere di seguire, a questo punto, potrebbe essere proprio quella che ci fa abbandonare tutte le nostre certezze e fare silenzio per riuscire ad ascoltare nel profondo il respiro della terra, la sapienza dell’ambiente, la tradizione umana delle comunità, il mistero della natura che, a dire il vero, per noi forse risulta ancora un mistero perché non siamo stati mai realmente capaci di tendere l’orecchio e il cuore verso un modo di esistere che non fosse umano-centrico ma improntato alla comprensione profonda della nostra piccolezza al cospetto della storia del mondo. Forse dovremmo farci solo abbracciare dalla terra con fiducia: perché lei sì che sarebbe in grado di contenerci in armonia, mentre noi finora abbiamo perlopiù cercato di imbrigliarla, indebolirla e incatenarla con le leggi umane del denaro e dello sfruttamento.
Grazie a Rossano Pazzagli per questa immersione!
Aggiungo un doveroso grazie a Tiziano Arrigoni per averci messo in connessione.
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
