
La riforma psichiatrica avvenuta in Italia è stata ed è tuttora oggetto di studio e di ricerca anche in altre parti del mondo.
Il pensiero di Basaglia e di chi, con lui e dopo di lui, ha portato avanti quella filosofia ha valicato confini geografici, arrivando al cuore e alla mente di chi ha saputo osservare l’esempio triestino e basagliano come un punto cruciale di svolta nella storia della psichiatria mondiale. Un successo di umanità, prima ancora che della scienza. Quasi un punto di non ritorno, perché la vera conquista consiste nell’aver messo finalmente “tra parentesi” la malattia per guardare davvero negli occhi la persona, le cause profonde del suo malessere, la sua vita, la sua storia nonché il ruolo e la responsabilità della società.
Con immenso piacere, ho l’onore di poter continuare un viaggio entusiasmante alla scoperta delle storie che hanno segnato le grandi conquiste fatte in ambito psichiatrico.
La protagonista dell’intervista in diretta streaming del 16 settembre 2024 alle ore 18.30 è stata Stella Goulart. Per raccontare la sua lunga carriera professionale, riporto di seguito le tappe salienti della sua storia.
“Stella Goulart è una psicologa sociale con oltre 40 anni di esperienza come ricercatrice e docente. Ha seguito e studiato la riforma psichiatrica e il movimento anti-asilo italiano e brasiliano. Ha conseguito un post-dottorato in Salute Mentale presso la Scuola Nazionale di Salute Pubblica (ENSP) e un dottorato in Scienze Umane – Sociologia e Politica presso l’Università Federale di Minas Gerais (UFMG), con uno stage di ricerca presso l’Università degli Studi di Bologna e l’Istituto Gian Franco Minguzzi (Bologna, Italia). Ha conseguito un Master in Sociologia presso l’Università Federale di Minas Gerais (UFMG), dove si è laureata come psicologa, e una specializzazione in Salute Pubblica presso la Scuola Nazionale di Salute Pubblica (ENS/FIOCRUZ) e la Scuola di Salute di Minas Gerais (ESP).
È professoressa dell’UFMG, dove ha presieduto la Commissione istituzionale per la salute mentale, definendo i principi e le linee guida per la politica di assistenza e cura di studenti, tecnici e insegnanti.
La Goulart è stata anche fondatrice e coordinatrice del PASME – Programma di Estensione dell’Assistenza alla Salute Mentale e del Gruppo di Ricerca “Psicologia Democratica” del Consiglio Nazionale delle Ricerche brasiliano, collaborando con ricercatori di varie istituzioni, e partecipa alla rete iberoamericana di Storia della Psicologia.
Le esperienze di Stella Goulart nella ricerca e nell’insegnamento si concentrano nelle aree della salute collettiva e della salute mentale, essendo lei anche attivista della lotta Antimanicomiale.
È autrice dei libri “Rehabilitar, uma perspectiva Basagliana” (2024) e “As raizes italianas do movimento de luta antimanicomial” (2009) e di numerose altre pubblicazioni – capitoli di libri e articoli scientifici nel suo campo di ricerca.
La Goulart ha inoltre coordinato, presso l’Università Federale di Minas Gerais, l’accordo di ricerca internazionale con UNIBO, l’Università Alma Mater di Bologna, dal titolo “Modelli di riabilitazione psicosociale per gli utenti dei servizi psichiatrici: un confronto di esperienze in Minas Gerais e in Emiglia Romagna” e l’accordo con l’Università di San Marino, con il progetto “Living Book”.
In pensione dal 2022, insieme allo psichiatra Ernesto Venturini Stella Goulart ha creato nel 2023 il CIAO, Centro Studi Italo-Brasiliano Franca e Franco Basaglia, sviluppando progetti di formazione e di azione psicosociale con l’obiettivo di condividere informazioni, tessere reti sociali di cooperazione e offrire formazione in Salute Mentale Collettiva.
Nel 2024 Goulart, attraverso il CIAO, ha organizzato e partecipato a diversi eventi per celebrare il 100° compleanno di Franco Basaglia in Brasile e in Italia.”

Ogni volta che mi appresto ad affrontare un dialogo, una nuova conoscenza in formato intervista (soprattutto in modalità streaming) mi sento sempre inadeguata, permeata da un’ansia cosmica che, devo dire, si acquieta poco a poco a partire dal momento in cui io e il protagonista dell’intervista cominciamo a lasciarci portare dal flusso del racconto. Insisto su questo punto forse per fare pace con questi miei demoni interiori e forse per ricevere comprensione da chi mi legge e ascolta. Chissà, dicono che ammettere le proprie paure serva sempre.
Sarà forse questa la magia da palcoscenico di cui molti artisti parlano? Eppure quello che cerco di costruire in questi dialoghi non è di certo un palcoscenico, quanto piuttosto un prato comune su cui passeggiare, un parco giochi in cui salire sull’altalena del tempo, un sogno da fare insieme.
Da un recente intervento di Stella Goulart ed Ernesto Venturini, svoltosi nell’ambito del Festival dei Matti 2024, ho ascoltato le loro testimonianze appassionate sul legame che unisce Italia e Brasile nel nome di Franco e Franca Basaglia.
Come afferma Venturini, Franco Basaglia è ancora oggi inattuale perché è stato un uomo libero. Aveva in sé la forza, le ragioni e le argomentazioni per lottare contro le istituzioni, per collocarsi al di fuori delle prassi comuni e di comodo che negavano (e spesso negano tuttora) i diritti umani.
Come sottolinea Goulart nello stesso intervento, stare bene è un diritto fondamentale non solo del singolo individuo ma della collettività. Il diritto alla salute e alla cura è imprescindibile, così come irrinunciabile è la lotta contro una cultura escludente e violenta. E questa cultura dell’odio purtroppo oggi è ben evidente e sotto gli occhi di tutti: i manicomi e gli stermini esistono ancora, li ritroviamo nelle guerre e nelle tragedie umanitarie che proprio in questo momento storico continuano a tartassare il mondo.
Ecco allora che parlare di salute, parlare di malattia e di deistituzionalizzazione ha sempre un senso, un senso che merita di essere diffuso, argomentato, scritto, portato nelle piazze e nei convegni, scoperchiato negli ospedali e nelle stanze dei bottoni.
Per introdurre le suggestioni e i racconti che Stella Goulart ci ha fornito durante l’intervista, ho fatto una ricerca che spero possa aiutare ad avvicinarsi a questi temi e che spero aiuti anche me a fornire una cornice opportuna a tutta la conoscenza e l’esperienza di cui Stella Goulart è portatrice e testimone.
In un’intervista del 2017 Stella Goulart ha descritto le conquiste della Riforma Psichiatrica Brasiliana e ha spiegato i pericoli della nuova Risoluzione.
Introduzione all’intervista:
“Nel 2001 la legge di Riforma Psichiatrica (Legge n° 10.2016) ha ridefinito il nostro sistema di assistenza per la salute mentale, ottenendo grandi riconoscimenti. La legge, promulgata durante la presidenza di Fernando Henrique Cardoso, stabilisce, tra le altre cose, che la persona affetta da un disturbo psichico “sia curata, di preferenza, in servizi comunitari di salute mentale”, “insieme alla necessaria partecipazione della società e della famiglia” e “con mezzi quanto meno invasivi possibile”, “nel beneficio esclusivo della salute della persona”. A partir da quel momento, l’obiettivo è diventato il recupero della persona “per il suo inserimento in famiglia, nel lavoro e nella comunità”, e, sulla scia di questo pensiero, si sono dettate le norme riguardanti una questione centrale: “il ricovero, in ogni sua modalità, sarà eseguito solamente quando le risorse extra-ospedaliere si saranno dimostrate insufficienti”.
Il cambiamento, punto di riferimento per la salute mentale, è stato celebrato dagli specialisti e dagli attivisti del settore. Il ricordo della barbarie vissuta durante una buona parte del secolo ‘20 nell’ospizio di Barbacena (nello stato di Minas Gerais), durante la quale sono state documentate per lo meno 60.000 morti per maltrattamenti subiti durante i ricoveri involontari – senza considerare altre forme di barbarie, più attuali – hanno fatto sì che la società chiedesse la fine di quel sistema psichiatrico, che si fondava nella ospedalizzazione, nell’isolamento, nella cronicità e nella esclusione sociale. E tuttavia, una Commissione Inter Gestori Tripartita (CIT) del Ministero della Sanità ha approvato, nel mese di dicembre, una nuova Risoluzione, che prospetta una serie di modifiche nella politica della salute mentale. Per gli specialisti, i ricercatori e gli attivisti del Movimento di Lotta Anti manicomiale, la Risoluzione rappresenta un retrocesso, in grado di mettere in pericolo l’eredità della riforma psichiatrica, realizzata con l’inizio di questo secolo. […]
Quali sono stati i progressi ottenuti con la Legge di Riforma Psichiatrica?
La Riforma Psichiatrica brasiliana ha affermato il principio della “cura in libertà” e ha costruito, effettivamente, una poderosa rete di attenzione psicosociale, fondata sul “fare di molti”, ossia, sul coinvolgimento di molte persone con storie di sofferenza mentale, di attivisti dei diritti umani, di artisti, di politici e professionisti, sia nell’area della sanità, che in quella dei servizi sociali e dell’educazione. Ampiamente dibattuta per più di un decennio, la legge si è orientata verso una chiara direzione: la persona con problemi psichici deve essere protetta da ogni abuso, sfruttamento, sequestro e privazione di libertà; ha diritto a un’assistenza professionale qualificata, a una comunicazione piena, a un ambiente effettivamente terapeutico.
Quali sono stati i risultati pratici ottenuti, attraverso questa legge?
La politica della riforma ha dichiarato la fine dei manicomi brasiliani e ha affrontato il così detto “mercato della follia”, che era basato sostanzialmente sui ricoveri in ospedali psichiatrici. Secondo la legislazione del 1934, qualunque persona (perfino un parente di quarto grado o anche qualche altro soggetto interessato) poteva internare chiunque perturbasse o offendesse la morale pubblica. In quest’ottica, la grande vittoria della nuova legge è nata dall’etica e dal rispetto della dignità delle persone, che si trovano in situazione di sofferenza mentale. Sostenuta dalle Associazioni e dai Consigli di Psichiatria e di Psicologia, la “Legge 10.216” ha ottenuto un grande consenso, avvicinando tutte le professioni e specialità presenti nel campo della salute mentale. Il consenso – supportato dalla OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) – si basava sull’affermazione che “la libertà è terapeutica” e che i ricoveri dovevano essere evitati al massimo. Questo è quanto noi abbiamo appreso e insegnato nell’università (UFMG). In fondo, nessuno di noi può escludere per sé stesso un eventuale episodio di sofferenza psichica, una crisi… […]
Il problema si suddivide in due aspetti. Da un lato, c’è un ricorrente interesse nel creare condizioni per trasferire risorse pubbliche verso entità private, perché queste le usino secondo le loro convenienze; dall’altro lato le prestazioni di queste entità private sono basate, naturalmente, su premesse del mercato e non su premesse sociali, sulla salute.
Questo è certamente uno dei problemi più grandi. La Risoluzione prevede l’aumento del finanziamento degli ospedali psichiatrici privati – piccoli, medi o di grandi dimensioni, indistintamente – insieme a un progetto di psichiatrizzazione, patologizzazione, medicalizzazione, impregnazione farmacologica, o per lo meno, nei casi meno gravi, di un semplice isolamento della follia dal tessuto sociale. La norma, fino adesso, era invece sviluppare servizi territoriali ed evitare istituzioni con caratteristiche asilari, generatrici di esclusione e responsabili di profonde cicatrici psicologiche e sociali. Con la Risoluzione, tutto questo entra in rischio. La gravità della misura è resa evidente dalla constatazione che, negli ultimi anni, il PNASH (Programma Nazionale di Valutazione dei Servizi Ospedalieri) ha condotto una politica di accreditamento/ fiscalizzazione che ha portato alla chiusura di più della metà dei letti negli ospedali psichiatrici privati, per la mancanza di condizioni minime di funzionamento. Con la Risoluzione, questa politica di deistituzionalizzazione, elogiata in tutto il mondo, è, di fatto, impedita. […]
Chi non appartiene al mondo psi ha l’impressione che, in alcuni casi specifici, il ricovero sia necessario e, in un certo modo, inevitabile: casi nei quali, per esempio, la sofferenza mentale comporta una certa violenza. Qual è la sua opinione in proposito?
La de-assistenza non deve accadere – è chiaro – ma un’assistenza inadeguata può essere peggiore: l’imprigionamento e la violazione dei diritti lasciano un segno in tutte le persone implicate. […] Le conoscenze tecniche e scientifiche accumulate, a partire dalla fine della 2ª Guerra Mondiale, dimostrano chiaramente la necessità di realizzare un sistema di cure pubbliche e di comunità, evitando ogni allontanamento dei pazienti dai servizi di salute mentale del proprio territorio, dalla propria comunità, dai legami interpersonali e intersoggettivi. Rispetto ai paesi con medio reddito, il Brasile è diventato un punto di riferimento in tutto il mondo, proprio perché è riuscito a convertire in inclusione, in “servizi territoriali”, le risorse che in precedenza erano investite nell’istituzionalizzazione. Ma quanto sta accadendo oggi, è una minaccia d’inversione di questo flusso. E questo è inaccettabile. Con la Riforma Psichiatrica e con l’applicazione del diritto costituzionale alla libertà, il ricovero involontario è diventato, giustamente, una possibilità estrema di trattamento. Tutto questo deve essere mantenuto, difeso, salvaguardato. […]”
L’articolo intitolato “La presenza storica dei brasiliani nella pratica della salute mentale di Trieste: “venite a vedere” o il fare insieme?”, di Goulart, Venturini, Balieiro e Chaves, ricostruisce e descrive questa presenza.
Negli anni Ottanta e Novanta si è trattato di una presenza molto importante, sia per l’esperienza triestina che per il percorso di riforma psichiatrica portato avanti in Brasile.
Una frase riportata nell’articolo esprime la ricchezza di questa presenza: “I volontari erano importanti, anche in quanto erano ‘diversi’, come erano ‘diversi’ gli utenti dei servizi. Noi eravamo lì per imparare a interagire con la diversità delle nostre soggettività. All’inizio non mi rendevo ben conto di quanto questa diversità – la nostra di stranieri, quella degli utenti e di tutti coloro che gravitavano intorno ai servizi – ci avrebbe portato alla conoscenza di una nuova forma di pensiero e di azione che si basava principalmente sulla ‘complessità’”.
Riporto infine di seguito alcuni passaggi della versione italiana della Prefazione di Luca Negrogno e Delia Da Mosto al libro “Reabilitar. Uma perspectiva basagliana“, a cura di Maria Stella Brandão Goulart.
“La riflessione Basagliana calata nelle tensioni e nelle domande brasiliane riacquista una vitalità e un vigore che in Italia sono da lungo tempo scomparsi: la chiusura dell’elaborazione e del dibattito interno alla psichiatria riformata, contestualmente con il dilagare dell’egemonia aziendalista e con l’inaridimento dello spazio politico intervenuti a partire dagli anni ’90 (F. Scotti, 2021), hanno indebolito la struttura materiale e la densità culturale delle istituzioni pubbliche, la loro complessiva disponibilità a rispondere ai bisogni della popolazione, il rapporto tra la salute mentale critica e la società.
In Italia il significante “Basaglia” si è trovato svuotato di reali riferimenti riconducibili a pratiche sociali all’altezza di quanto elaborato nelle sperimentazioni locali e nazionali che si sono richiamate fino agli anni ’80 al movimento anti-istituzionale. Privati della maggior parte dei loro addentellati reali i contenuti basagliani hanno svolto funzioni meramente compensatorie, ideologiche o consolatorie. Per ritrovare usi vitali di queste materie il Brasile offre un campo importante di osservazione: nell’asprezza delle contraddizioni locali i temi basagliani funzionano come strumenti delle lotte e delle elaborazioni sperimentali, in composizioni politiche, sociali e tecniche del tutto ignote in Italia. In Brasile gli stimoli di Franco Basaglia e del movimento anti-istituzionale fungono da dispositivi in grado di autolimitare la loro invadenza coloniale e aprire a riflessioni impreviste che contribuiscono ad attivare il protagonismo di popolazioni marginalizzate. Infatti, mentre in occidente si sono voluti comprimere i contenuti della deistituzionalizzazione nel framework della Salute Mentale Globale, di cui però si è riconosciuta criticamente la tendenza ad esportare un modello occidentale di malattia e trattamento (D. Summerfield, 2012), nel contesto brasiliano il movimento anti-manicomiale si inserisce all’interno di una cornice di attivismo più ampio, composto da persone razzializzate, sex workers, LGBTQIA+, psicanalistə lacanianə atipicə, e popoli originari variamente congiunte in cui si rende evidente che nelle pratiche di riabilitazione sono in questione diritti civili, culturali e, soprattutto, sociali. Di conseguenza il concetto di “riabilitazione”, in Italia schiacciato su articolazioni oggettivistiche e tendenzialmente sanitarizzanti – sia che si focalizzi sugli aspetti organici dei deficit dell’utenza sia che indichi come elemento essenziale l’organizzazione territoriale dei servizi – riacquistano in Brasile la poliedricità e la complessità che derivano dall’assumere come contraddizione aperta il rapporto irrisolto tra tecnica e politica. […]
In Brasile quando si pronuncia lo slogan secondo cui «deistituzionalizzare è riabilitare il contesto» – come dice Rotelli nella sintesi di Saraceno e Gallio (2023) – risuona con evidenza il legame tra il contrasto alle istituzioni psichiatriche segreganti e la lotta politica per la realizzazione di una società democratica. I recenti progetti di legge sulla «internação humanizada» (versione edulcorata ma confluente con gli altri più espliciti progetti, sulla «internação involuntária», entrambi riconducibili all’unica tendenza che «normatiza e facilita o processo de certificação das Comunidades Terapêuticas»), nonostante il freno imposto elettoralmente al potere bolsonariano, mostrano che la resistenza progressista non ha ancora avuto la capacità di innervare fino in fondo le pratiche sociali. Venti reazionari continuano ad attraversare la vita politica brasiliana: la perdurante povertà dei servizi, l’esorbitante potere dell’apparato pratico-ideologico delle cliniche private, il predominio economico delle comunità terapeutiche sui servizi territoriali, continuano ad orientare le politiche pubbliche e a sovradeterminare in senso reazionario l’espressione dei bisogni della popolazione.
In Italia l’istituzionalizzazione delle lotte degli anni ’60 e ’70 ha portato a situazioni in cui le logiche di funzionamento dei servizi sono state oggettivate entro dispositivi di asettica efficienza, con principi di economicità manageriali; in taluni casi si sono aperti degli spazi di pensiero sulla complessità al fine di adattare l’approccio basagliano al contesto attuale e «allineare il sistema [dei servizi] ai bisogni reali» (Fioritti A., Chi non innova perde il proprio passato. I quarant’anni della legge 180 in Italia ed in Emilia-Romagna, in Costi D., Ugolini P., Vignoli T. (a cura di), Sestante. 40 anni di Apertura mentale. Anniversario della legge Basaglia, pp. 3-9, 2018), introducendo ibridazioni con i modelli cognitivisti anglosassoni e individuando nell’impostazione rivolta a territorio e partecipazione una «sfida al tecnicismo», come riportato nel capitolo Percursos Sócio Reabilitativos em Bolonha. Tuttavia, questi approcci mantengono la centralità del paradigma medico e, a causa del crescente impatto delle politiche neoliberali, non sempre riescono a tenere legata l’altezza di tale apertura con le reali pratiche di incontro e con le forme locali di presa in carico. […]
Queste politiche di assistenza, caratterizzate dalla cronicizzazione e dalla presa in carico vincolata all’accettazione di ruoli sociali e aspettative di vita al ribasso per larga parte della popolazione, riducono il ruolo medico a funzioni ambulatoriali ed escludono totalmente dal suo paradigma la possibilità che, a partire dal lavoro dei servizi sulle singole storie di sofferenza, si sviluppi un empowerment di comunità allargato all’azione politica sulla società. La coesistenza di queste criticità con le “buone pratiche” – spesso coestensive per territorio, solo rivolte ad altre tipologie e altre fasce di popolazioni, quando non ad altri momenti della carriera morale di utente – finisce per oscurare e rendere opaca la comprensibilità totale del sistema invece di essere un pungolo alla sua critica. […]
Riccardo Ierna, provando a fornire una descrizione dei servizi di salute mentale italiani (in cui psichiatria e salute mentale sono ambiti semantici la cui ambigua sovrapposizione contribuisce alla complessiva opacità del sistema) denuncia, inoltre, le condizioni strutturali del rapporto pubblico-privato:
«Dai dati raccolti nell’annuario statistico del servizio sanitario nazionale relativo al 2020, emerge infatti che il 48,8% delle strutture ospedaliere del nostro paese sono gestite dalla sanità privata, così come il 60% dei servizi ambulatoriali, il 78% dei servizi riabilitativi e addirittura l’82% delle strutture residenziali, dando l’idea del peso che la sanità privata accreditata esercita oggi sul nostro sistema sanitario nazionale. Da questi numeri appare evidente che a farne le spese sono state soprattutto la qualità e l’efficacia del servizio pubblico, ulteriormente gravato dai tagli di spesa e dalla carenza di personale e in particolare quello della salute mentale territoriale» (Ierna R., Attualità e contraddizioni della via italiana al dopo riforma, in Bertani M., Colucci M., Di Vittorio M. (a cura di), Aut Aut. La psichiatria e il futuro della salute mentale. n. 399. Milano, Il Saggiatore, 2023, pp. 38-49). […]
Questo libro intende proporre una visione non appropriativa dei rapporti tra sud e nord globale in continuità con la tradizione sviluppata dal Laboratorio italo-brasiliano, un dispositivo di cooperazione tra la Regione Emilia-Romagna, le università e i servizi sanitari dei due paesi esistente dal 2014, che, nonostante la cornice formale della cooperazione internazionale «solitamente prevede che le iniziative vengano realizzate a supporto del paese beneficiario […], si è contraddistinto per un forte spirito di reciprocità», in continuità con il fermento intellettuale e politico che ha sostanziato le esperienze di riforma sanitaria nei due contesti (A. Martino et al. 2016).
Il Brasile è attraversato ancora oggi da movimenti politici partecipati da operatrici e popolazione, profondamente imbricati nelle mobilitazioni di base e nella riflessione clinica psicanalitica, dall’elaborazione dei quali emerge una precisa impostazione antistituzionale della riabilitazione, volta alla costruzione di contrattualità sociale e diritti, irriducibile allo spazio tecnico e vettore di riapertura e riconfigurazione dello spazio politico. […]
Il rapporto tra inclusione sociale, salute mentale e diritti umani assume una traiettoria specifica che ha a che vedere con la realtà storico sociale di un paese caratterizzato dalla violenza strutturale ai danni dei popoli originari e delle persone razializzate – di fronte alle quali la mera cittadinanza è un dispositivo insufficiente perché riproduce in sé l’oppressione. Proprio il contesto disuguale in cui sono inserite le persone (che in Italia sarebbero definite “fragili”) permette un’attivazione dal basso che si rispecchia anche nello sviluppo di servizi legati con l’attivismo e con una lettura decoloniale dei problemi. […]
Per certi versi in Brasile è più evidente che le uniche istituzioni progressiste sono istituzioni della contraddizione, capaci di tornare a Basaglia in modo non celebrativo ma sistematico. Questa capacità di vedere fino in fondo e fin da subito la contraddizione deriva forse dal fatto che, quando Franco Basaglia incontra il Brasile, «parla da un passato presente nel quale i segni del cambiamento oggi compiuto erano già visibili, da una fase già “post-manicomiale” potremo dire, di cui Basaglia rintraccia le radici nei riformismi del secondo dopoguerra, guardando all’Europa e all’Italia ma anche agli Stati Uniti. Questo gli consente, per esempio, di evidenziare le due opposte anime politiche che anche in Italia vedremo all’opera nella chiusura dei grandi istituti pubblici di internamento: l’anima “reaganiana” dei tagli alla spesa pubblica e dell’abbandono dei malati, e quella dei diritti di cittadinanza e dell’offerta di una “alternativa di cura”, che qualifica la nuova legge italiana e che per Basaglia è la sola che potrebbe portare davvero “al superamento dei manicomi come distruzione dei meccanismi dell’istituzione”». […]
Con questa consapevolezza contribuiamo a questo testo, nella speranza che le sue elaborazioni arrivino fino in Italia, dove abbiamo da (r)imparare.”
LINK ALLE FONTI DI APPROFONDIMENTO CITATE SOPRA:
👉 https://www.confbasaglia.org/2gennaio2018/
👉 https://www.ibridamenti.com/2024/05/22/attualita-di-basaglia-tra-italia-e-brasile/
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Stella Goulart; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
In questa intervista Stella Goulart mi ha inebriato con la sua dolcezza e con la passione e il trasporto che emergono dai suoi racconti. Una vita professionale dedicata alla psicologa sociale con oltre 40 anni di esperienza come ricercatrice e docente, ma anche un impegno personale costante e una curiosità mai sopita verso la conoscenza del mondo, verso l’approfondimento e verso quelle storie che ci avvicinano e che abbattono i confini geografici per farci sentire tutti parte di una sola grande comunità di persone che inseguono gli stessi sogni, che provano le stesse emozioni e che, in molti casi, non chiedono altro che difendere la propria salute e vivere una vita dignitosa.
E il suo coinvolgimento su questi temi continua ancora oggi: oggi che è in pensione si impegna infatti a sviluppare progetti di formazione e di azione psicosociale per favorire la cooperazione attraverso il CIAO – Centro Studi Italo-Brasiliano Franca e Franco Basaglia, fondato insieme ad Ernesto Venturini.
Io credo che tutto questo, tutti i progetti, tutto l’impegno e la spinta di una vita a non fermarsi, nascano da una sensibilità spiccata, dalla capacità di vedere e sentire su di sé anche il dolore degli altri. Stella Goulart ha cominciato sin da giovanissima ad appassionarsi alla ricerca e allo studio della psicologia e, come spesso accade, questa predilezione fioriva appunto da un coinvolgimento personale, da un episodio di vita in cui entrò in contatto con la condizione dei malati, empatizzando con quella sofferenza che ci sembra sempre troppo distante da noi se non ci riguarda in prima persona.
Eppure il destino di tutti è accomunato, appunto, dalla sofferenza, poiché essa è parte della vita che ci piaccia o no ed è quella forse l’esperienza necessaria che ci insegna a riconoscere quanto ci sia di bello e quanto le nostre ferite abbiano la possibilità di guarire o di farsi curare.
Stella Goulart accoglie con il suo sorriso, spalanca le porte della sua vita e del suo percorso di scoperta. Ed io mi sono sentita fortunata di poter raccogliere la sua testimonianza, così sentita, così vera, così professionale, ricca e al tempo stesso così tangibile e accogliente.
Sì, ci si sente accolti quando si parla con Stella Goulart! Ci si sente a casa, ci si sente appartenenti alla stessa scia luminosa, una scia che ho colto anche nelle altre persone con cui ho avuto modo di dialogare di questi temi e che mi conferma ancora una volta quanto la sofferenza umana e il disagio mentale ci permettano, da ogni capo del mondo, di tenerci per mano, di stringerci in un abbraccio che non è solo metaforico.
Mi sono convinta, guardando gli occhi di Stella e di queste persone, che chi ha a cuore determinati temi, chi ne ha fatto la propria vita, chi ogni giorno lavora nei gangli della sofferenza e della salute, riesce a toccare le vite degli altri, riesce a farsi ispirare, riesce a indagare talmente a fondo fino ad arrivare al nucleo, a quel magma incandescente che smuove i nostri animi e che non potrà mai essere trovato in tutto l’effimero di cui la società vuole renderci entusiasti.
Tirare le somme di questo intenso dialogo è difficile per me: il video va ascoltato per intero. Posso raccontarvi però che avviene qualcosa di particolare quando si ha l’opportunità di ascoltare certe testimonianze: tutta la paura accumulata poche ore prima esplode, si frantuma in miliardi di pezzi, il campo si sgombra e la mente lascia entrare come un fiume in piena le parole, i ricordi, le immagini associate. Alla fine le idee e le vite delle persone che stanno dialogando si mescolano, i confini si sbriciolano, anche gli schermi per un po’ sembrano non esistere più.
E piano piano ci si rende conto che vale la pena avere paura, vale la pena sperimentare la sofferenza, vale la pena essere curiosi e lasciarsi colpire dalle vite altrui. Vale sempre la pena cooperare, non sentirsi mai giusti, mai vincitori, mai superiori agli altri e sperimentare quanto potrebbe essere facile capirsi e sorreggersi, da vicino ma anche da un capo all’altro del mondo.
Grazie di cuore a Stella Goulart! ![]()
(DI SEGUITO LA TRADUZIONE IN PORTOGHESE)
Stella Goulart inebriou-me ontem com a sua doçura e com a paixão e o transporte que emergiam das suas histórias. Uma vida profissional dedicada à psicologia social, com mais de 40 anos de experiência como investigador e docente, mas também um compromisso pessoal constante e uma curiosidade nunca saciada pelo conhecimento do mundo, pelo aprofundamento e pelas histórias que nos aproximam e quebram as fronteiras geográficas para nos fazer sentir parte de uma grande comunidade de pessoas que perseguem os mesmos sonhos, que sentem as mesmas emoções e que, em muitos casos, não pedem mais do que defender a sua saúde e viver uma vida digna.
E o seu envolvimento nestas questões continua até hoje: agora que está reformado, está empenhado em desenvolver projectos de formação e de ação psicossocial para promover a cooperação através do CIAO – Centro de Estudos Ítalo-Brasileiros Franca e Franco Basaglia, fundado juntamente com Ernesto Venturini.
Acredito que tudo isto, todos os projectos, todo o empenho e a vontade de uma vida inteira de não parar, provêm de uma sensibilidade marcada, da capacidade de ver e sentir a dor dos outros. Stella Goulart começou a sua paixão pela investigação e pelo estudo da psicologia muito jovem e, como acontece frequentemente, esta predileção floresceu precisamente de um envolvimento pessoal, de um episódio de vida em que entrou em contacto com a condição dos doentes, empatizando com esse sofrimento que parece sempre demasiado distante de nós se não nos afecta pessoalmente.
No entanto, o destino de todos está unido pelo sofrimento, uma vez que faz parte da vida, quer queiramos quer não, e é essa talvez a experiência necessária que nos ensina a reconhecer o quanto há de belo e o quanto as nossas feridas têm hipótese de sarar ou de ser saradas.
Stella Goulart recebe-nos com o seu sorriso, abre de par em par as portas da sua vida e do seu caminho de descoberta. E eu tive a sorte de poder recolher o seu testemunho, tão sentido, tão verdadeiro, tão profissional, tão rico e, ao mesmo tempo, tão palpável e acolhedor.
Sim, sentimo-nos acolhidos quando falamos com Stella Goulart! Sentimo-nos em casa, sentimo-nos pertencer à mesma vigília luminosa, uma vigília que também captei nas outras pessoas com quem tive a oportunidade de conversar sobre estas questões e que me confirma mais uma vez o quanto o sofrimento humano e o mal-estar mental nos permitem, de todos os cantos do mundo, dar as mãos, abraçarmo-nos num abraço que não é apenas metafórico.
Fiquei convencido, olhando para os olhos de Stella e destas pessoas, de que aqueles que se preocupam com certas questões, aqueles que fizeram disso a sua vida, aqueles que trabalham todos os dias nos gânglios do sofrimento e da saúde, são capazes de tocar a vida dos outros, são capazes de se inspirar, são capazes de mergulhar tão profundamente que chegam ao âmago, àquele magma incandescente que agita as nossas almas e que nunca pode ser encontrado em todo o efémero que a sociedade nos quer entusiasmar.
Resumir este diálogo intenso é difícil para mim: o vídeo deve ser ouvido na íntegra. Posso dizer-vos, no entanto, que algo de especial acontece quando se tem a oportunidade de ouvir certos testemunhos: todo o medo acumulado algumas horas antes explode, estilhaça-se em biliões de pedaços, o campo desanuvia-se e a mente deixa entrar palavras, memórias, imagens associadas, como um rio inundado. Eventualmente, as ideias e as vidas das pessoas que estão a conversar misturam-se, as fronteiras desmoronam-se, até os ecrãs parecem deixar de existir por algum tempo.
E, aos poucos, percebe-se que vale a pena ter medo, vale a pena experimentar o sofrimento, vale a pena ser curioso e deixar-se afetar pela vida dos outros. Vale sempre a pena cooperar, nunca se sentir com razão, nunca se sentir vitorioso, nunca se sentir superior aos outros, e experimentar como pode ser fácil compreender e apoiarmo-nos uns aos outros, de perto mas também de um extremo ao outro do mundo.
Muito obrigado à Stella Goulart! ![]()
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
