mela marcia

Da cosa traete maggiore soddisfazione? Forse rispondendo a questa domanda, capirete molte cose di voi stessi.

La comunicazione è il nostro motore, le parole sono l’ingrediente fondamentale che mescoliamo ogni giorno in bocca, tra le dita, nelle orecchie. Ogni giorno siamo immersi nella comunicazione, e dunque anche in un flusso poderoso di parole: scritte, lette, ascoltate.

Sto notando da qualche tempo un fenomeno trasversale, che si presenta più o meno uguale ad ogni livello della nostra vita sociale: si tratta di quello che io chiamo preambolismo. La mania di scrivere preamboli ampollosi prima di arrivare al sodo della questione.
Quella smania di infarcire il fulcro del proprio discorso di pre-discorsi noiosi scaturiti da varie motivazioni: senso di colpa, voglia di far sentire in colpa l’altro per qualcosa, desiderio di prevaricazione, desiderio di giudizio verso l’altro, voglia di rinfacciare le presunte mancanze del nostro interlocutore.
Vi è mai capitato di essere da una o dall’altra parte di questa barricata?

Negli anni ne ho visti molti esempi, e forse in passato ho usato anche io stessa queste noiosissime forme di preambolo.
Le peggiori non hanno l’obiettivo di presentare al meglio un argomento ma, al contrario, hanno il solo intento di far sentire in colpa l’altro, sottolineare uno stato di subordinazione, rafforzare il percepito potere di chi lancia il messaggio, rinfacciare qualcosa.

Gli esempi sono veramente tanti. Immaginate un amico che non sentite da un po’ e che anziché scrivervi un semplice messaggio per chiedere “come stai?” comincia a farvi una velata paternale sul fatto che non vi sentiate da tanto. In questa categoria rientra anche il vittimista: “ti scrivo anche se forse non ti interesserà”. Il finto pietismo condito con abbondante vittimismo è una delle cose peggiori che mi è capitato di incontrare. Eppure la scrittura è anche una fine arte, e non merita di essere così maltrattata.

Ma senza arrivare per forza a esempi privati, potete già fermarvi a esempi professionali.
Vi è capitato, almeno una volta, il capo o il collega che, per sottolineare un vostro piccolo errore, ci ha tenuto a riprendere per filo e per segno la storia dell’errore da Adamo ed Eva
per farvi una mini-lezione sui valori del lavoro e su cose che già sapevate benissimo?

Ecco, il principio di base ormai ho capito che è uno, con buona pace dei percorsi psicoterapeutici: dei preamboli altrui ci deve interessare poco. Lo so, è difficile chiudere gli occhi di fronte a un uso così inutile della lingua ma dobbiamo farcene una ragione perché ritornarci su non serve a granché. Non cambia le opinioni, non cambia nemmeno i modi altrui di comunicare.

Perché avviene. Per quanto possiate essere bravi, corretti, assennati, oculati, attenti nella vita e nella scelta delle parole, ci sarà sempre quello lì sotto che sbircia ogni vostro movimento e, appena vi metterete le dita del naso, salterà fuori per leggervi i dieci comandamenti e declamare una postilla del decalogo che vieta di scaccolarsi.

Troverete sempre, e ovunque, chi è disposto a mettervi in cattiva luce, a osservarvi attentamente pur di poter trovare qualche difetto (spesso immaginario) e partire con il suo lungo preambolo su di voi, la sua filippica educativa.

Questo genere di comportamento da preambolismo secondo me ha a che fare con le scariche di adrenalina. Se nella vita non le hai e le vuoi, il modo peggiore per sentirsi migliore è proprio screditare il prossimo e stordirlo di preamboli. Un po’ come nel linguaggio legalese.

Finti forbiti, analfabeti funzionali, amanti degli anglicismi chic: anche loro rientrano nel bestiario moderno, insieme a vittimisti e preambolisti. Chi insomma non sa come attirare l’attenzione se non con le maschere della finzione neanche ben articolata e ben scritta.

Ma, risponde chi è dall’altra parte della barricata, a cosa serve tutto questo? Serve a chi non ha altro oltre questa possibilità di rinfacciare qualcosa? Serve a sentirsi bravi e potenti?
Non so a cosa serva, per fortuna per ora non ne ho bisogno. I fatti parlano da sé, così come le azioni. E le parole sono un mezzo splendido che non merita di essere rovinato solo per rovinare l’immagine o l’autostima altrui.

Sì, la vita è molto più di questo. E chi non lo ha capito ha molto da perdere, quindi vorrei rivolgere a loro un ultimo pensiero.
Cercate di usare le parole per scrivere qualcosa di bello, che resti nel tempo, che faccia stare le persone a bocca aperta in senso positivo a leggervi e ad ascoltarvi. Siate autori di messaggi di intesa e comprensione, di speranza e di bellezza.

I preamboli non servono a nessuno, al pari delle recriminazioni.
Abbandonateli per sempre e sicuramente starete meglio.


Laura Ressa

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Copertina: Photo by Maria Teneva on Unsplash

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea