Ludovica Jona Elisa Storace Tutta colpa di Basaglia

Il 2024 ha segnato un centenario che in molti hanno sentito il dovere di celebrare, ricordando Franco Basaglia e quello che ha rappresentato la legge per la chiusura dei manicomi.
Ricordare e conoscere è fondamentale, il compito più difficile però resta sempre lo stesso: agire ogni giorno al di là delle ricorrenze.

Ed è per questo che anche nel momento in cui il 2024 volge al termine, torniamo a ragionare sul passato perché dal passato proveniamo e poiché esso ci aiuta a raccogliere tutti gli elementi che ci servono per costruire, ogni giorno, una società che possa essere davvero operatrice di benessere per ogni persona. Torniamo sull’argomento anche perché non dovremo dimenticarcene una volta che avremo varcato la soglia del 2025.

Le protagoniste di questa nuova chiacchierata su Frasivolanti del 23 dicembre 2024 sono state Ludovica Jona ed Elisa Storace. Siamo partite dal lavoro che hanno compiuto per realizzare il podcast “Tutta colpa di Basaglia” e da lì abbiamo attraversato anche altri temi e suggestioni.

Negli Anni ’70, Franco Basaglia rivoluzionò la psichiatria insieme a un gruppo di collaboratori, liberando i malati dai manicomi. Che cosa resta di quella straordinaria avventura collettiva che da Gorizia, Colorno e Trieste si diffuse in tutto il mondo?
In occasione del centenario della nascita del padre della legge 180/1978, Ludovica Jona ed Elisa Storace hanno realizzato una bio-inchiesta, tra scienza, medicina, politica e sociologia.

Accanto alla ricostruzione del percorso che portò alla chiusura degli ospedali psichiatrici e all’apertura verso il territorio, attraverso le voci di molti testimoni diretti e materiali di repertorio inediti, si sviluppa un’inchiesta su come viene affrontato, oggi, in Italia, il disagio mentale.
La serie, in 8 episodi, è stata realizzata da Ludovica Jona ed Elisa Storace.
Adattamento e produzione di Carlo Annese. Editing audio di Manuel Iannuzzo e Giulia Pacchiarini. Montaggio di Federico Caruso. L’illustrazione di copertina è di Marta Signori.

Per ascoltare il podcast: https://www.pianop.it/show/tutta-colpa-di-basaglia-podcast/

Di seguito alcuni cenni biografici sulle protagoniste dell’intervista.

Ludovica Jona è giornalista d’inchiesta, collaboratrice de ilfattoquotidiano.it. Ha coordinato progetti investigativi transnazionali apparsi su Report Rai3, Spotlight Rainews, Le Monde, The British Medical Journal, tra gli altri. Si occupa di salute mentale da oltre un decennio.

Elisa Storace è giornalista, per vent’anni autrice radiofonica e televisiva (Radio Capital, Radio inBlu, TV2000, Radio Vaticana, Rai 3, La7), oggi si occupa di divulgazione scientifica per il CNR.


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Ludovica Jona ed Elisa Storace; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


Invito ad ascoltare con attenzione questa intervista perché non c’è frase che non meriti una profonda e attenta riflessione a parte.

Ludovica ed Elisa hanno sottolineato alcuni aspetti in particolare dell’esperienza basagliana e di quel senso di collettività condiviso da tutte le persone che ne sono state protagoniste. Emerge, ben chiara, la necessità di ritrovare anche oggi quella spinta al cambiamento, la necessità di parlare di salute e sanità pubblica anche al di fuori dei contesti in cui già lo si fa da tempo per arrivare là dove non si conosce a fondo la questione e là dove è più difficile portare questi temi. Emerge la necessità di capire che non esiste la “normalità”, che la sofferenza è una strada comune, che la salute non è solo l’ennesimo slogan da convegno, che la vita non è una gara. Ed è imprescindibile che questi concetti entrino pienamente nel vissuto di ciascuno di noi, che non siano solo frasi vuote ma che ognuno possa costruire realmente un rapporto aperto con il proprio e l’altrui dolore senza che esso debba essere costantemente derubricato, dimenticato e coperto da una coltre di finta perfezione e soddisfazione.

Non è possibile riassumere per iscritto e in modo esaustivo tutte le finestre aperte in questo dialogo, ma vorrei comunque provare a fermare tre concetti su tutti (risultato anche di alcuni miei pensieri che si mescolano con quelli di Ludovica ed Elisa).

1) La malattia non dovrebbe mai sviluppare sensi di colpa in chi la vive

Se questo può essere vero per alcune patologie “fisiche”, purtroppo lo stesso non vale per i disturbi e le sofferenze che riguardano la sfera psichica, sofferenze per le quali chi le affronta è spesso vittima di un pensiero comune che vede nella semplice forza di volontà la chiave risolutiva di ogni male della mente;

2) Ogni difficoltà di vita o malattia devono poter trovare soluzione nella cosa pubblica, e dunque nelle istituzioni e nella sanità pubblica.

Perché il diritto ad essere sani e a potersi curare non deve essere appannaggio solo di chi possiede il denaro per potersi curare privatamente o rivolgendosi a determinati professionisti. La salute non dovrebbe avere prezzi di listino perché la malattia colpisce tutti! La principale differenza tra le persone che oggi costituiscono la nostra società sta invece proprio nella disparità del potere d’acquisto, nella disparità di condizione economica tra chi può ambire a guarire e chi è destinato a non poterci nemmeno provare.

3) Di conseguenza tutto ciò che può essere raccontato oggi sulla salute e sulla malattia, di solito proviene dalle storie di vita di quella fetta di società che ha potuto avvalersi delle “cure migliori”, dei “professionisti d’eccellenza”.

Nella maggior parte dei casi, inoltre, queste persone lo possono raccontare perché, appartenendo essi stessi a fasce privilegiate della società (e non per meriti personali ma per mera fortuna ereditata), non devono nemmeno preoccuparsi di ciò che la gente potrebbe pensare di loro, di ciò che un collega o un datore di lavoro potrebbero sfruttare a proprio vantaggio. Ecco che, come ben sappiamo, tutto allora si gioca sul filo della categoria sociale in quel meccanismo perverso secondo cui non conta cosa sai fare, quali competenze e capacità hai, come ti comporti con gli altri, se sei leale oppure no. In quel meccanismo conta solo quanto puoi pagare, con quanto denaro puoi comprare la falsa stima e il falso rispetto da parte degli altri. In quel meccanismo sei solo, al tempo stesso, prodotto e acquirente in una incessante corsa al consumo che rende anche l’essere umano merce avariata.

Riporto, infine, lo stralcio di un recente articolo di Ludovica Jona.

“[…] La permanenza in comunità terapeutica può essere preziosa quando è di breve durata, ma diventa drammatica quando l’uscita viene posticipata a tempo indefinito: “Alcune persone che hanno vissuto per 10 o 20 anni in strutture residenziali psichiatriche arrivano a chiederci il permesso di prendere un bicchiere d’acqua”, racconta Massimo Magnano, volontario di Sant’Egidio e medico della Asl Roma 4 che coordina un progetto per riportare le persone con disagio psichico a vivere in appartamenti integrati nella città. Si tratta di persone che sono rimaste intrappolate in quello che Piero Cipriano, psichiatra in un Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) di un ospedale romano, autore di diversi libri sull’argomento, definisce “gioco dell’oca della cronicità”: “La casella zero è l’Spdc, dove si fanno due settimane di stemperamento della crisi, poi si va in una di queste residenze per alcuni mesi (quando non diventano anni), poi si torna a casa, si va al centro di salute mentale a prendere i farmaci, magari si frequenta un centro diurno – dove si fanno prevalentemente lavoretti da vendere ai mercatini e altre cose infantilizzanti – quindi si ha una nuova crisi, si torna in Spdc, di nuovo in residenza, e così via”. Cipriano sottolinea come il Lazio sia “una delle regioni peggiori” in questo gioco per “la presenza storica di cliniche, degli ‘imprenditori della follia‘, come diceva Basaglia, case di cura private che sono le stesse ancora oggi, dopo 40-45 anni”. Cipriano si riferisce a una definizione coniata da Basaglia nel corso delle conferenze che tenne in Brasile nel 1979: “Ci sono cliniche private che vivono sui matti – disse lo psichiatra veneziano – più matti, più soldi. Così, invece di diminuire, il numero dei malati mentali aumenta, grazie a questi imprenditori della follia”.

Le strutture residenziali, definite sulla carta “riabilitative”, dovrebbero ospitare le persone “per un periodo di tempo limitato di massimo 18 mesi” chiarisce Trincas. Tuttavia i dati del ministero della Salute mostrano che la permanenza media dei pazienti nelle strutture convenzionate è in aumento: dai circa due anni nel 2015 (756,4 giorni) agli oltre 3 anni nel 2022 (1124 giorni). Il recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità “La residenzialità psichiatrica: analisi e prospettive” evidenzia come la crescente durata della permanenza in residenze sia legata a “insufficiente impiego dei trattamenti psicosociali” (psicoterapia, terapia psico-riabilitativa) e a ”insufficiente dotazione di operatori formati all’impiego degli interventi riabilitativi sostenuti da evidenze di efficacia”. Emerge un quadro in cui la terapia farmacologica – data spesso in dosi massicce – risulta quasi l’unica cura. La legge prevede che ogni paziente inserito in residenza psichiatrica abbia un piano riabilitativo personalizzato, che indica anche il personale specializzato che dovrebbe essere coinvolto nella sua realizzazione. “Ma poiché i servizi pubblici territoriali generalmente non fanno – per mancanza di risorse – un costante controllo sui percorsi riabilitativi che vengono stabiliti sulla carta – aggiunge Trincas – spesso accade che non ci siano esiti positivi e così le persone passano da una struttura all’altra in un processo che anziché reintegrare nella società in percorsi emancipativi, diventa cronicizzante”. […]”

(link all’articolo: https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/03/10/che-fine-ha-fatto-il-sogno-di-basaglia-pazienti-intrappolati-nel-gioco-delloca-della-cronicita-strutture-pubbliche-svuotate-e-soldi-ai-privati/7473938/ )

Grazie, Ludovica e Elisa, per il tempo, per il vostro prezioso lavoro, per le parole spese e per tutto quello che verrà!

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti