
Il 17 dicembre 2024 alle ore 17.00 un nuovo appuntamento in diretta streaming sui canali Frasivolanti per ascoltare il racconto di vita e di ricerca di Caterina Pesce.
La curiosità di raccogliere la sua testimonianza proviene dalla recente opera scritta da Caterina e intitolata “Pratiche di liberazione. Il manicomio di Arezzo negli anni di Agostino Pirella (1971-1978)“.
Dai primi scambi telefonici con Caterina, indagando sulla storia del manicomio di Arezzo, ascoltando la sua voce e confrontandomi con la sua visione, ho avuto la percezione immediata di una profondità umana che sempre ho trovato nelle persone che si avvicinano a certi temi e che compiono determinate ricerche.
Per introdurre lo studio al centro del libro di Caterina Pesce, di seguito alcuni elementi utili a contestualizzare.
Negli anni Settanta, sulla scia delle trasformazioni avviate da Franco Basaglia a Gorizia e a Trieste, ebbe inizio il processo di dismissione dell’ospedale psichiatrico di Arezzo. A guidare questo percorso furono Agostino Pirella, esponente del movimento di psichiatria anti-istituzionale, e i suoi collaboratori. Essi credevano fermamente nella necessità di una riforma reale del sistema assistenziale.
Attraverso la raccolta e lo studio di varie fonti archivistiche e orali, Caterina Pesce ha scritto un volume che analizza la vicenda aretina, illustrando teorie e pratiche che la animarono, vissuti dei protagonisti, rapporto con il territorio, domande ancora aperte.
Tra storia e memoria, l’opera di Caterina valorizza anche le tante persone (medici, infermieri, pazienti, amministratori) che sono state protagoniste di quella esperienza. Si tratta di voci indispensabili per comprendere la complessità di uno dei percorsi più avanzati di trasformazione nel campo dell’assistenza psichiatrica.
Per presentare Caterina Pesce, prendo in prestito le sue parole.
“Sono originaria di un piccolo paese della provincia di Arezzo, Terranuova Bracciolini per la precisione; qui sono nata, cresciuta e attualmente vivo e lavoro. Mi sono laureata in Storia contemporanea a Siena e poi ho conseguito il dottorato di ricerca in studi storici geografici e antropologici a Padova. Dopo la pandemia, nel 2021, ho avuto l’occasione di fare una supplenza a scuola come docente di sostegno, ho deciso di coglierla e ho scoperto un lavoro che mi piace tantissimo. Mi sto infatti specializzando come docente di sostegno, ma vorrei anche conseguire l’abilitazione su materia; insomma la scuola è l’ambiente in cui voglio investire la maggior parte delle mie energie perché credo molto nelle nuove generazioni e nella cultura come strumento ‘di liberazione’, per ricollegarsi al libro. Lavorare a scuola mi ha permesso anche di fermarmi definitivamente in provincia e soprattutto nella campagna toscana che è un bel rifugio in cui tornare.”
Infine cito alcuni passaggi di un recente articolo, pubblicato su “il manifesto”, in cui Vinzia Fiorino scrive:
“[…] un libro di ricerca, acuto e approfondito, (Caterina Pesce, Pratiche di liberazione. Il manicomio di Arezzo negli anni di Agostino Pirella (1971-1978), Pacini) ci racconta dall’interno la transizione da un’istituzione totale classica a un progetto incentrato sui servizi territoriali; nel mezzo ci sono esperienze di «democrazia dal basso» importanti, pratiche di liberazione per l’appunto. Il caso di studio è quello di Arezzo, dove nel 1971 a dirigere il locale manicomio sarà, grazie anche alla lungimiranza della locale classe dirigente, Agostino Pirella, uno dei maggiori collaboratori di Franco Basaglia.
Come prese avvio e cosa comportò «il rovesciamento pratico» dell’istituzione? Quali principi furono seguiti nella gestione dei ricoverati ora soggetti della nuova comunità terapeutica? E soprattutto: come reagirono i pazienti, le loro famiglie, gli operatori tutti? E come accolse questa trasformazione la cittadinanza? […]
L’interesse del libro di Caterina Pesce consiste, però, nel restituirci i contraccolpi, le afasie, le spavalderie di donne e uomini in sofferenza nel momento in cui prendono parola, rivendicano diritti, iniziano nuovi cammini. Cambia profondamente anche la narrazione della malattia: ora i giovani psichiatri osservano il malessere esistenziale e ascoltano i diversi linguaggi. […]
L’incontro empatico con i pazienti porta i suoi frutti: Luciano Della Mea, giornalista sofferente e insofferente al manicomio, promuove la pubblicazione del racconto autobiografico della lungodegente Adalgisa Conti (Gentilissimo sig. Dottore, questa è la mia vita. Manicomio 1914) e di altri «Senzastoria». Una infermiera ricorda icasticamente: «Sforzarsi di capire un malato è un lavoro che in fondo fai su te stessa. Capisci come sei».”
Altri racconti e spunti di narrazione sono emersi dalla testimonianza di Caterina Pesce, in un percorso tra la sua opera di ricerca e la sua storia personale. Un viaggio composto da tanti tasselli complementari.

Sono molto contenta che Caterina Pesce abbia accettato di portare la sua testimonianza di ricerca e quindi prima di mostrare il video dell’intervista vorrei introdurre alcuni elementi sull’argomento principale.
Agostino Pirella è stato uno psichiatra di grande rilievo, noto per il suo impegno nella riforma psichiatrica italiana e per il suo contributo alla chiusura dei manicomi. Negli anni in cui fu direttore del manicomio di Arezzo (1971-1978), Pirella proseguì il lavoro avviato da Franco Basaglia a Gorizia, adottando pratiche innovative per smantellare l’istituzione manicomiale e promuovere una psichiatria basata su libertà, integrazione e diritti delle persone.
Pirella, al pari di Basaglia, era convinto che il manicomio non fosse uno spazio di cura ma un luogo di segregazione e controllo sociale. Il suo lavoro ad Arezzo fu orientato quindi a trasformare le pratiche psichiatriche vedendo il paziente come persona e non come “malato”.
Molte furono le pratiche adottate ad Arezzo sotto la direzione di Pirella. Ad esempio:
– Abolizione delle contenzioni fisiche e chimiche;
– Superamento della separazione gerarchica: furono eliminate le distinzioni rigide tra medici, infermieri e pazienti, con l’obiettivo di creare un ambiente comunitario e paritario;
– Creazione di gruppi terapeutici e assemblee comunitarie: questo favoriva la costruzione di relazioni umane autentiche e il riconoscimento dei diritti dei pazienti;
– Riapertura dei cancelli e contatto con la società;
– Sviluppo di alternative ai ricoveri: furono promossi servizi territoriali come i Centri di Salute Mentale e strutture intermedie (comunità terapeutiche, gruppi appartamento), per garantire un’assistenza più umana e decentralizzata, vicino ai luoghi di vita delle persone;
– Attività lavorative e creative: sviluppo di laboratori e attività occupazionali (artigianato, arte, teatro) per favorire il reinserimento sociale.
Il lavoro svolto ad Arezzo ebbe un impatto significativo. Il manicomio divenne un modello per la riforma psichiatrica in Italia e ispirò molte altre realtà a intraprendere un percorso simile.
Le esperienze di Arezzo furono documentate in pubblicazioni e materiali che influenzarono il pensiero psichiatrico internazionale.
Nel 2020, per la sua tesi di dottorato, Caterina Pesce ha illustrato le pratiche sperimentali di liberazione relativamente alla dismissione dell’ospedale psichiatrico di Arezzo.
Riporto di seguito l’abstract della sua tesi.
“Negli anni settanta l’amministrazione provinciale di Arezzo, in armonia con il dibattito nazionale sul problema della salute mentale, si dimostrava intenzionata a modificare l’assistenza psichiatrica tradizionale. Nel 1969 la Giunta provinciale aveva deliberato per impedire la costruzione di un nuovo ospedale psichiatrico e istituire nel territorio i servizi di igiene mentale. Alcuni amministratori, che una volta ricevuto l’incarico erano rimasti particolarmente sconvolti dalle condizioni in cui si trovavano i ricoverati, vedevano nel pensionamento del vecchio direttore, Marino Benvenuti, la possibilità di costituire una significativa alleanza con una nuova direzione disponibile al cambiamento. In questo quadro, gli assessori alla sanità e all’istruzione, Bruno Benigni e Italo Galastri, presero i contatti con l’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove nel decennio precedente il medico Franco Basaglia aveva dato vita al più avanzato esperimento di psichiatria alternativa del Paese. Il candidato ideale per l’incarico di nuovo Direttore dell’ospedale neuropsichiatrico di Arezzo risultò essere Agostino Pirella che lavorava a Gorizia dal 1965 ed era unito da un forte legame personale a Basaglia. Pirella arrivò ad Arezzo nel 1971 insieme a una squadra di giovani collaboratori. Da subito cominciò il dialogo con tutti gli operatori sanitari, il cambiamento poteva avvenire solo con il loro sostegno. Dopo di che cominciò a lavorare al processo di trasformazione istituzionale volto in primo luogo a trasformare l’ospedale psichiatrico in una comunità terapeutica, fino ad arrivare alla totale chiusura della struttura e alla, dove possibile , completa acquisizione dell’autonomia dei pazienti. La tesi consiste in una prima analisi di questi processi di cambiamento, i quali resero la città di Arezzo una capitale del movimento antimanicomiale. Qui si sono affermati importanti principi prima ancora che questi venissero sanciti dalla legge 180 del 1978 e dalla Riforma sanitaria dello stesso anno, che hanno dichiarato i pazienti psichiatrici cittadini detentori dei diritti garantiti dalla Costituzione. Arezzo, come le altre città in cui si il movimento di psichiatria radicale ha potuto dar vita a metodi di assistenza alternativi, rappresenta un significativo modello a cui molte realtà si sono inspirate per un’applicazione corretta della nuova legislazione.”
In “Storie dai Tetti rossi” il manicomio aretino è stato raccontato anche sottoforma di podcast.
Il progetto è stato realizzato dal Dipartimento di Scienze della formazione, scienze umane e della comunicazione interculturale dell’Ateneo di Siena, dalla Biblioteca universitaria di area umanistica, da RadioFly e Accademia Dima.
Lucilla Gigli e Sebastiano Roberto, Silvia Calamai e Marica Setaro, Caterina Pesce, Francesca Bianchi e Carlo Orefice accompagnano gli ascoltatori alla comprensione del trattamento manicomiale ad Arezzo, dai primi del Novecento con la conduzione di Arnaldo Pieraccini alla definitiva chiusura del Manicomio ad opera di Agostino Pirella, per aprire poi anche una riflessione sul futuro del parco del Pionta, area fino alla fine degli anni ottanta occupata dalle strutture ospedaliere.
«Rosso è il colore delle tegole dei tetti del manicomio di Arezzo – spiega Laura Occhini, docente di psicologia presso il Dipartimento dell’Università di Siena – , che a partire dal 1901 accoglierà gli alienati, i folli, i pazzi, gli idioti, i clamorosi, i laceratori, le malinconiche. Donne, uomini e bambini pericolosi a sé e agli altri che potevano esser ragione di pubblico scandalo e che, in una realtà ancora ben lontana dall’idea di cura, si limitava a “custodire” il matto all’interno di un villaggio che, se pur senza mura come quello aretino, definiva chiaramente lo stato di reclusione del paziente pericoloso. Andare ai “Tetti rossi” era diventato anche un eufemismo per parlare – senza nominarlo per esorcizzarne la paura – di un luogo in cui si perdeva la libertà, la dignità e il diritto civile di scelta».
Per la giornalista Gloria Peruzzi, che ha realizzato il progetto editoriale, «il podcast permette di entrare dentro la narrazione, è lo strumento ideale per catturare l’attenzione dell’ascoltatore e accompagnarlo nell’ascolto immersivo di voci, rumori, suoni e musica». Il sound design e la musica originale sono opera del maestro Giorgio Albiani, direttore artistico dell’Accademia Dima di Arezzo. «Ho cercato dei suoni per descrivere quel mondo e i suoi profondi e stridenti contrasti interiori. Alla fine, in mezzo a tanto dolore, quello che sta di al di là di una riga che abbiamo convenzionalmente tracciato è forse meno folle di quello che consideriamo sano».
Cito inoltre di seguito un articolo pubblicato di recente e firmato da Vinzia Fiorino.
“Nell’anno «basagliano» numerose iniziative hanno ricordato i cent’anni dalla nascita di colui che, con un atto di «utopia concreta», ha chiuso i manicomi e ridato dignità agli ex-internati. Già qualche mese prima, però, un libro di ricerca, acuto e approfondito, (Caterina Pesce, Pratiche di liberazione. Il manicomio di Arezzo negli anni di Agostino Pirella (1971-1978), Pacini, pp. 240, euro 24) ci raccontava dall’interno la transizione da un’istituzione totale classica a un progetto incentrato sui servizi territoriali; nel mezzo ci sono esperienze di «democrazia dal basso» importanti, pratiche di liberazione per l’appunto. Il caso di studio è quello di Arezzo, dove nel 1971 a dirigere il locale manicomio sarà, grazie anche alla lungimiranza della locale classe dirigente, Agostino Pirella, uno dei maggiori collaboratori di Franco Basaglia.
Come prese avvio e cosa comportò «il rovesciamento pratico» dell’istituzione? Quali principi furono seguiti nella gestione dei ricoverati ora soggetti della nuova comunità terapeutica? E soprattutto: come reagirono i pazienti, le loro famiglie, gli operatori tutti? E come accolse questa trasformazione la cittadinanza?
IN PRIMO LUOGO «l’ospedale aperto» è stata un’esperienza corale: volontari, giornalisti, curiosi, studenti ne furono a vario titolo protagonisti individuando nel crollo dei muri manicomiali la quintessenza delle lotte contro l’autoritarismo e contro la repressione del potere statuale che combattevano su piani più generali.
Non sarà inutile ricordare che anche per una parte della cultura democratica e comunista non si trattò di un passaggio facile: bisognava rimettere in discussione quella scienza che (certamente) aveva migliorato le condizioni delle classi povere e su cui per decenni era stata riposta un’acritica e progressiva fiducia contro le antiche superstizioni.
Agostino Pirella, che rielabora la lezione di Pier Francesco Galli e che aveva già alle spalle anni di lavoro con Basaglia a Gorizia, pone al centro del suo nuovo approccio terapeutico il rapporto personale con i malati. Anche ad Arezzo la comunità terapeutica gli sembra la soluzione maestra per superare la solitudine dell’individuo reificato nell’istituzione. Non fu facile perché la comunità terapeutica non era in grado di estirpare del tutto la violenza insita nel sistema manicomiale, né di eliminare le dinamiche di potere e di emarginazione: non tutti prendevano la parola, non tutti avevano le risorse per farlo.
EPPURE È LA SVOLTA. Nicoletta Goldschmidt, psichiatra ad Arezzo, chiama «azioni parlanti» l’introduzione di tutte quelle basilari misure di igiene che interessavano i corpi e gli spazi manicomiali, come pure parla di riconoscimento di nuove soggettività ora ascoltate in comunità. L’introduzione dell’assemblea generale, voluta da Pirella, e di cui qui vengono esaminati i verbali, segna un ulteriore avanzamento: la gestione dell’istituzione è affidata all’«attività spontanea di tutti coloro che partecipano, a qualsiasi titolo, alla giornata ospedaliera»; ora i bisogni sono verbalizzati e il lemma «Libertà» suona come il più sentito, «Dialettica» quello più ricorrente nelle fonti. L’interesse del libro di Caterina Pesce consiste, però, nel restituirci i contraccolpi, le afasie, le spavalderie di donne e uomini in sofferenza nel momento in cui prendono parola, rivendicano diritti, iniziano nuovi cammini. Cambia profondamente anche la narrazione della malattia: ora i giovani psichiatri osservano il malessere esistenziale e ascoltano i diversi linguaggi.
LE STORIE raccontano codici culturali tradizionali e voglia di riscatto, sensi di colpa e incapacità di autodeterminarsi, un caleidoscopio di situazioni. Molti gli insuccessi e tante le sconfitte che alimentano scetticismi e infuocano la stampa ostile; la comunità aretina in parte sostiene, in parte è ostile e impaurita. Non mancano ovviamente gli scontri; il nuovo team di psichiatri discute e si divide su tutto: ad esempio su come pensare la nuova legge, su come organizzare i servizi territoriali, se considerare la psicoanalisi una risorsa o una «scienza borghese».
Superare le pratiche violente e gli antichi paternalismi non sarà facile per infermieri e operatori, mentre una nuova figura, quella delle assistenti sociali, prende piede e attiva le relazioni con i familiari.
L’incontro empatico con i pazienti porta i suoi frutti: Luciano Della Mea, giornalista sofferente e insofferente al manicomio, promuove la pubblicazione del racconto autobiografico della lungodegente Adalgisa Conti (Gentilissimo sig. Dottore, questa è la mia vita. Manicomio 1914) e di altri «Senzastoria». Una infermiera ricorda icasticamente: «Sforzarsi di capire un malato è un lavoro che in fondo fai su te stessa. Capisci come sei».
Sarebbe sciocco negare le difficoltà, oggi sempre più acute a causa dei famosi tagli sulla sanità, ma sarebbe altrettanto sciocco negare la portata storica di questa storia.”
Di seguito tutti i link alle fonti citate:
https://www.research.unipd.it/handle/11577/3425925
https://ilmanifesto.it/agostino-pirella-e-il-manicomio-di-arezzo
Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Caterina Pesce; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.
Il video dell’intervista (link)
Il podcast (Spreaker)
Caterina Pesce ha raccontato il lavoro che ha condotto per la realizzazione del suo libro “Pratiche di liberazione. Il manicomio di Arezzo negli anni di Agostino Pirella (1971-1978)”.
Insieme agli aspetti legati alla ricerca delle fonti e al metodo utilizzato per metterle insieme, Caterina ha mostrato anche altri lati del lavoro di ricerca, lati imprescindibili per qualsiasi lavoro si debba compiere.
Questi lati riguardano il coinvolgimento personale, la prospettiva da cui si racconta, la mano dell’autore che scrive e che legge fonti e documenti riflettendo su di essi e portando inevitabilmente con sé anche il proprio vissuto personale.
Caterina ed io ci siamo interrogate su quale sia – e se davvero esista – la differenza tra ciò che può essere considerato “oggettivo” e ciò che invece potremmo etichettare come “soggettivo”.
Abbiamo anche riflettuto insieme su cosa sia la politica, su quale sia il suo vero fondamento e se la politica capace di spingersi verso un cambiamento non sia in realtà più negli approcci e nelle azioni reali che nei proclami, nei partiti e in quella forma di potere fine a se stessa a cui la classe dirigente ci ha ampiamente abituato.
Infine, senza rivelare troppo a chi non avesse ascoltato l’intervista e volesse farlo, Caterina ha evidenziato quanto importante sia conservare il dubbio, la capacità di porsi in ascolto verso il mondo, di sapere che c’è sempre qualcosa di nuovo da conoscere, che non sapremo mai tutto e che anche quel poco che sappiamo non sarà mai abbastanza. Ci resta probabilmente una sola certezza: più saremo curiosi, più cercheremo di sapere e più dubbi avremo. Ne vale la pena? Sì.
Grazie, Caterina!
Laura Ressa
Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista
