Tutti i racconti sono speciali e in essi ritroviamo molto spesso qualche traccia della nostra stessa vita. Ma ci sono racconti legati strettamente alla nostra esperienza di vita, così legati da ricordarci passaggi cruciali della nostra esistenza.
Quest’anno per la Notte del Lavoro Narrato ho il piacere di raccontarvi, attraverso le sue parole, la storia di lavoro e passione della mia docente di Lingua e Letteratura italiana e latina al liceo.
Per 5 anni la mia “prof”, come la chiamo ancora oggi, mi ha avvicinato al mondo delle parole e della loro bellezza ed è stata anche complice del mio amore crescente per la scrittura. Un amore che trovava ampio sfogo quando sviluppavo le tracce dei temi che lei ci assegnava come compiti in classe.

Si sa, quasi mai i professori a scuola ci stanno simpatici: assegnano compiti, ci interrogano, ci valutano. Spesso pensiamo che la loro valutazione su di noi sia superficiale e che essi non comprendano davvero il nostro valore. Ma con il tempo le prospettive cambiano: cresciamo, impariamo a vedere le cose e le persone in modo diverso. E quindi vediamo anche i nostri insegnanti sotto una nuova luce.
L’evidente passione che la mia prof. metteva in ciò che faceva ogni giorno, pur nelle difficoltà tipiche del lavoro, mi ha sempre lasciata di stucco, in ammirazione. Osservandola, mi sono chiesta molte volte se anche io avrei provato la stessa grande passione per il lavoro che avrei fatto da grande.

Con le parole che leggerete qui sotto e con i ricordi che di lei custodisco nel cuore, la prof. Mariangela Di Cosola mi ha ricordato e mi ha insegnato principalmente che nell’arte possiamo trovare davvero noi stessi, chi siamo, la nostra vera strada e vocazione. Mi ha insegnato che il lavoro ti restituisce dignità quando ogni giorno cerchi anche di trasmettere qualcosa agli altri. Che siano colleghi o alunni, poco importa. Del lavoro che fai ciò che resta nel mondo è il tentativo che hai fatto per lasciare qualcosa di te agli altri.

Ecco qui di seguito il racconto di lavoro e passione per l’insegnamento scritto da Mariangela Di Cosola.

Grazie di cuore, prof!
Laura


“Le due foto rappresentano il primo e l’ultimo giorno del mio insegnamento. Tra di esse ci sono anni, mesi, giorni, ore vissuti con generazioni di ragazzi di varie età dalla scuola media al liceo.

primo giorno d’insegnamento
ultimo giorno d’insegnamento

Da bambina, dopo aver desiderato una cartolibreria per leggere e scrivere a volontà, ho accarezzato il sogno di diventare stilista o ballerina classica, prima di comprendere di voler insegnare lettere. Inizialmente, a soli 22 anni, mi sono trovata di fronte ragazze quasi coetanee con le quali si è instaurata nel tempo una bella e lunga amicizia che permane ancora oggi con incontri periodici in casa o in pizzeria, tra scambi di confidenze, opinioni, risate. Una di loro un giorno mi ha detto che, pur essendo così giovane, sono stata autorevole senza essere autoritaria: dichiarazione lusinghiera che non ho mai dimenticato.

In realtà nella mia professione ho cercato di ispirarmi ai docenti che mi hanno dato di più e di non ripetere gli esempi deludenti di chi non mi ha entusiasmato. Ci sarò riuscita? Lo spero! Quel che è certo è che dagli alunni ho imparato tanto… Ho studiato fino alle due di notte fino all’ultimo giorno di insegnamento ma spesso, entrando in classe, se coglievo uno sguardo, una risata, un problema o un po’ di tensione accantonavo quanto stabilito, cambiando rotta immediatamente.

Una volta a Turi, in una bella giornata primaverile, lessi sulla lavagna di ardesia (non certo digitale!) “passeggiata!”… così, seduta stante, senza l’iter burocratico poi diventato imperante, portai i ragazzi tra i campi, facendo lezione sugli aggettivi in un modo diverso. Mi sembra ancora di vedere un ragazzino col visetto pieno di lentiggini che, arrossendo, mi guardò attribuendomi un sorprendente “rubacuori”.

Ho avuto un alunno che regolarmente si addormentava sul banco. Temevo di averlo annoiato finché scoprii che la sera aiutava il padre in pizzeria fino a tardi.

Un altro raccoglieva cartoni per strada e non sempre eseguiva i compiti assegnati, però mostrava uno spiccato interesse per Dante, tanto da imparare a memoria interi canti della Divina Commedia. A tal proposito mi torna in mente la notte in cui squillò il telefono di casa: al mio “pronto?” una giovane voce recitò tutte le terzine relative ad Ulisse per poi salutarmi ringraziandomi. Da allora rivolgo sempre un pensiero riconoscente alla mia professoressa di italiano del liceo che ci “costringeva” tra proteste e mugugni a mandar giù a memoria un canto alla volta.

Nel corso della mia lunga carriera non sono mancati premi e riconoscimenti, come quello di essere ricevuti a Bruxelles dai parlamentari europei pugliesi, con la straordinaria sorpresa di vederci passare accanto addirittura il Dalai Lama (ne conservo gelosamente la foto), oppure le molteplici visite di istruzione in Italia o all’estero, occasioni uniche per rinsaldare i rapporti tra docenti e discenti, pur rispettando sempre i rispettivi ruoli. Infatti, benché amassi teneramente i miei alunni, non ho mai ritenuto opportuno avere un atteggiamento materno o troppo amichevole, se non a conclusione del ciclo scolastico. Dopo il quale è stato bello ed emozionante essere invitata alle sedute di laurea, ai matrimoni, alle loro conferenze o presentazioni di libri, a spettacoli teatrali di cui erano protagonisti in qualità di attori, ballerini o registi. Purtroppo ho dovuto dolorosamente assistere anche all’ultimo commiato da due di loro.

Quando sono andata in pensione ho deciso di ricordare i lunghi anni di docenza dipingendo un vaso di fiori coloratissimi, uno diverso dall’altro, su cui scrissi alla rinfusa i nomi di tanti alunni, ognuno dei quali mi ha lasciato qualcosa di importante: domande, soluzioni, sorrisi, lacrime, sguardi, parole, silenzi, gesti, slanci, timori, gioie, confidenze.

Il docente non è il solo depositario del sapere, ma è chiamato a guidare gli alunni nell’arduo tentativo di capire il mondo e se stessi. La scuola è soprattutto stare insieme per conoscere e conoscersi, scoprire e camminare.  Per questo nella fase più acuta e drammatica del Covid19 sono stati i giovani a soffrire di più, improvvisamente privati della parte più preziosa e formativa della vita.

A tutti gli studenti che per qualche tempo ho potuto seguire e guidare, alimentando la loro naturale “curiositas” e il piacere di apprendere vanno un abbraccio e un pensiero colmo di affetto, con la consapevolezza di averli amati tutti, anche i più riottosi (e forse soprattutto loro!).

E’ sempre motivo di gioia vederli, scambiare notizie e confidenze, ricevere telefonate e messaggi. Persino chi, magari per temperamento o per formazione, nei primi tempi se ne stava ostinatamente da solo, quasi sempre poi si è aperto, cercando occasioni di incontro pur vivendo in luoghi lontani.

Mi è anche capitato di avere in classe alcuni ragazzi appartenenti a famiglie malavitose, i cui genitori finivano per mostrare però disponibilità al dialogo e bisogno di rivedere frequentazioni e comportamenti sedimentati nel tempo e nell’ambiente.

Come dimenticare gli occhi umidi di lacrime e l’abbraccio sconsolato di un ragazzo accorso come me davanti al Petruzzelli che bruciava, l’emozione alla Gare d’Orsay o alla rappresentazione greca a Siracusa, lo sbocciare di simpatie, amori o delusioni che facevano battere il cuore?

Dopo tale carrellata certo veloce e parziale da cui emerge solo la punta di un iceberg che sarà sempre dentro di me, posso affermare, con umiltà e obiettività, di aver cercato di svolgere il mio lavoro con onestà, serietà e passione, istillando in molti l’amore per il bello in tutte le sfaccettature, dall’ecologia alla letteratura, dall’arte al cinema, passando per musica e teatro, espressioni di cui non si riesce più a fare a meno.

Concludo ringraziando quella ragazzina sempre educata e composta, diligente e corretta, a volte magari anche un po’ timida, che ora è diventata una giovane donna determinata e tenace, curiosa ed ironica, a cui non ho potuto dire di no allorché, con garbo, mi ha coinvolta in questa esperienza di lavoro narrato, che si sta rivelando per me preziosa.”

Mariangela Di Cosola

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Copertina: foto di Mariangela Di Cosola, da lei gentilmente fornita

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist & Web Writer 🌻 Narratrice artigiana qui su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Bottega