Il 5 settembre 2025 in streaming sui canali Frasivolanti, l’avvocato Arturo Raffaele Covella ha raccontato cosa vuol dire occuparsi di migrazioni, fornire assistenza legale ai lavoratori stagionali, impegnarsi nella lotta per la chiusura dei Centri di permanenza per i rimpatri.

Ecco di seguito la biografia dell’avvocato Covella.

“Laureato presso l’Università degli Studi di Bari in giurisprudenza nel 2005, ho iniziato subito la pratica forense e mi sono abilitato nel mese di ottobre del 2008. Contemporaneamente ho frequentato la Scuola di Specializzazione per le professioni legali sempre a Bari e, successivamente, un Corso di formazione in Criminologia e numerosi corsi di aggiornamento e specializzazione.
Ho sempre preferito rimanere a Sud e studiare e lavorare non lontano dalla mia terra. Mi sento molto legato alla Basilicata e al mio paese natio, Venosa.
Durante il mio percorso lavorativo ho incrociato l’Osservatorio Migranti Basilicata che si occupa da diversi decenni dei problemi dei migranti presenti in questa regione e ho iniziato una assidua collaborazione. Dapprima fornendo assistenza legale ai lavoratori stagionali del pomodoro nelle campagne tra Palazzo San Gervasio, Montemilone, Lavello e Venosa, dopo, nel periodo della c.d. “crisi libica” del 2011 occupandomi di quelli che oggi sono chiamati Centri di Permanenza per i Rimpatri.
Con il tempo ho maturato una sempre maggiore consapevolezza dei problemi politici e sociali legati ai fenomeni migratori e mi sono specializzato in questa materia.
Da alcuni anni ho avviato una collaborazione con il progetto MELTING POT EUROPA e sono socio e referente territoriale dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).
Credo fortemente in quello che faccio e ritengo che la professione che svolgo non si limiti agli aspetti processuali. L’avvocato che si occupa di diritti umani e di libertà delle persone deve anche impegnarsi per il rispetto della legge, deve vigilare affinché i diritti vengano sempre rispettati e, ove necessario, deve anche alzare la voce, farsi sentire e far sentire la voce di chi non viene ascoltato.
Un po’ di tempo fa, una persona di una certa età del mio paese, incontrandomi mi ha salutato dicendomi: “ma tu fai sempre l’avvocato dei derelitti”. Sul momento non ho risposto nulla ma ripensandoci credo che risposta corretta sarebbe stata: “no, io faccio l’avvocato delle persone”.”

Qui sotto alcuni link per approfondire:

https://www.meltingpot.org/tag/avv-arturo-raffaele-covella/

https://www.terredifrontiera.info/legislazione-protettiva/


In un contesto in cui il diritto incontra l’umanità, l’avvocato Arturo Raffaele Covella rappresenta una voce attenta che sceglie di difendere le storie di chi troppo spesso viene etichettato come “derelitto”.  

Accanto all’Osservatorio Migranti Basilicata, Covella ha rivolto il suo studio e il suo impegno ai lavoratori migranti stagionali, operando in prima linea nelle campagne del pomodoro tra Lavello, Palazzo San Gervasio e Venosa. Il suo sguardo ha saputo cogliere la dignità nello sfruttamento, la persona dietro il volto, proprio come ha fatto anche la scrittura di Alessandro Leogrande che nei suoi reportage ha raccontato «gli ultimi e i penultimi della Terra». Leogrande dedicò a loro una scrittura senza retorica e carica di indignazione consapevole, restituendo dignità a chi spesso è ridotto a statistica.

Nella sua visione, l’avvocato non è solo un tecnico della legge ma un difensore delle persone, un’ossatura morale che resiste alla marginalizzazione.

Nell’intervista abbiamo esplorato, tra le altre cose, anche:
– il senso profondo di essere “avvocato delle persone” sul terreno concreto delle caporalato e dei CPR;
– la relazione tra testimonianza, diritto e memoria, dove parlare contro la disumanizzazione significa rivendicare la dignità.


Lo spazio per le domande e i commenti resta sempre aperto. Di seguito l’intervista a Arturo Raffaele Covella; ci vediamo più giù per alcune considerazioni finali.

Il video dell’intervista (link)

Il podcast (Spreaker)


Ci sono incontri che non si limitano ad una conversazione ma che aprono spazi di riflessione molto più ampi, capaci di interrogare l’idea che abbiamo di giustizia, cittadinanza, convivenza.
La chiacchierata con l’avvocato Arturo Raffaele Covella ha attraversato vari temi che caratterizzano il tempo in cui viviamo: dalla difesa dei lavoratori stagionali alla denuncia dei Centri di permanenza per i rimpatri, passando per una visione del diritto che si intreccia con l’umanità.

Arturo Raffaele nella sua professione forense non si limita ad applicare la tecnica ma abbraccia le storie di vita. Dalle sue parole emerge quanto fare l’avvocato in materia di immigrazione significhi spesso diventare un ponte tra mondi che altrimenti resterebbero separati, intercettando anche aspetti tipici di cui dovrebbe farsi carico la mediazione culturale e la psicologia.
L’avvocato delle persone è colui che non si ferma al fascicolo ma si prende carico delle storie, dei legami familiari, delle paure e delle speranze di chi assiste. È colui che, accanto al diritto, sa esercitare empatia e capacità di ascolto.

Difendere diritti umani e libertà — ha raccontato — vuol dire occuparsi non solo di documenti e ricorsi ma delle famiglie, delle loro fragilità, delle storie che ogni persona porta con sé.

La sua esperienza, partita dalla Basilicata tra i campi di pomodoro, gli ha permesso di conoscere da vicino la realtà dei lavoratori migranti stagionali. Da quei volti e dalle loro storie è nata la nuova consapevolezza che la giustizia non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana che deve misurarsi ogni volta con la dignità negata, con lo sfruttamento, con la necessità di costruire relazioni autentiche. Non a caso, insieme ad altri attivisti, Arturo ha promosso esperienze come Fuori dal ghetto, una scuola di italiano e di socialità nata per creare legami concreti con chi lavora nei campi, dimostrando così che il diritto non si esercita solo nelle aule di tribunale ma anche nelle strade, nelle piazze, nelle comunità.

Una parte dell’intervista ha riguardato i Centri di Permanenza per i Rimpatri, che Arturo segue da vicino dal 2011 quando a Palazzo San Gervasio venne allestita una struttura destinata ad accogliere migranti in attesa di espulsione. Covella ha sottolineato che i CPR rappresentano un fallimento strutturale e umano: non garantiscono realmente i rimpatri che promettono e soprattutto peggiorano la vita delle persone che vi transitano, generando nuove fragilità e patologie. Molte persone escono da quei centri con dipendenze indotte dall’abuso di psicofarmaci e altri perdono lavoro, casa, affetti. In sostanza questi centri non risolvono alcun problema e, anzi, peggiorano le condizioni generali della nostra società.

Arturo denuncia una politica che ha trasformato la migrazione in emergenza permanente e che giustifica così provvedimenti repressivi e scelte amministrative scellerate che nulla hanno a che fare con la dignità umana. Eppure, dietro questo realismo, resiste ancora una visione utopica: il desiderio cioè di un mondo in cui le persone possano muoversi liberamente, senza categorie arbitrarie di “migrante economico” o “politico”, senza confini che dividono più di quanto proteggano. L’utopia è necessaria a muovere qualcosa, a generare cambiamento o quantomeno a provarci.

Questa testimonianza non è soltanto il racconto di un giurista ma di un uomo che ha imparato tanto dalle storie che ha incontrato lungo il cammino: ad esempio la capacità dei migranti di ricominciare, la forza di affrontare sfide che mettono alla prova corpo e spirito. Arturo afferma di aver ricevuto da loro più di quanto abbia dato e che nei momenti difficili della sua vita personale ha ripensato spesso alla loro forza, traendone coraggio.

In un’epoca in cui persistono ancora nette le differenze tra classi sociali (differenze dettate specialmente dal potere economico e dal ruolo professionale), la testimonianza di Arturo Raffaele Covella ci restituisce il senso di un lavoro che è anche impegno civile, di una pratica quotidiana che unisce il diritto alla solidarietà, la tecnica alla coscienza, il vissuto locale alla visione globale. Il suo racconto ci ricorda inoltre che la giustizia non è mai neutra: o si pone fermamente dalla parte delle persone oppure diventa complice delle ingiustizie che pretende di regolare.

Nelle aule dei tribunali spesso non si incontra la giustizia, ma solo una legge imperfetta, scritta da uomini, piegata alle emergenze politiche, modellata dalle paure. Per questo Arturo distingue con chiarezza due concetti: la legge è lo strumento tecnico con cui lavora ogni giorno e la giustizia resta l’orizzonte ideale, fatto di equità, solidarietà, dignità sociale. Una tensione costante questa che lo spinge a non ridurre la sua professione a un mestiere, ma a viverla come esercizio di coscienza.

In un mondo che garantisce la libera circolazione delle merci ma pone mille barriere alle persone esiste una contraddizione insostenibile ed è per questo che bisogna immaginare un sistema diverso: un sogno lontano, certo, ma se ci privassimo anche delle utopie non esisterebbe alcun cambiamento. L’utopia, dice Arturo, è il motore che ci spinge a mettere in discussione sistemi che sembrano immodificabili.

L’avvocato delle persone dunque non è chi vince le cause ma colui che si mette accanto, che costruisce reti, che amplifica la voce di chi non viene ascoltato perché l’altro non è mai solo un assistito ma una storia che ci riguarda.
Forse è in questa reciprocità che si gioca il senso più autentico della giustizia, non nella perfezione della legge ma nella capacità di vedere l’umanità che ci unisce. Arturo Raffaele Covella ci ha ricordato che le relazioni che costruiamo sono ciò che resta, ciò che davvero conta. E senza questo sguardo, nessuna legge potrà mai dirsi giusta.

Laura Ressa

Copertina: locandina creata con Canva in occasione dell’intervista

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Narratrice | Operatrice per le politiche attive del lavoro | Esperta in Psicologia del lavoro e Digital Marketing 🌻 Frasivolanti