Si lavora per sopravvivere, per potersi permettere casa e cibo, per mandare i figli a scuola e procurare loro vestiti, libri, quaderni. Si lavora anche per potersi permettere, di tanto in tanto, qualche viaggio o qualche svago che amiamo.

Si lavora — dicono — anche per raggiungere una certa soddisfazione personale, per una vocazione, per passione, per una competenza in cui siamo bravi e per una sete di esplorazione che in alcuni casi ci porta ad amare il nostro lavoro. Si tratta di casi fortunati, ma ce ne sono: quindi partiamo da quelli.

Per amare il proprio lavoro serve uno sforzo personale. Serve guardare le cose dal lato positivo, in alcuni casi serve farsi piacere quel che si fa anche se non corrisponde in modo preciso all’idea romantica del nostro lavoro dei sogni.

Potranno pure esistere quelle aziende in cui tutti vorrebbero lavorare, ma se non sei soddisfatto di quel che fai vedrai il lavoro sempre come un onere, come una fonte di sopravvivenza senza la quale saresti perso e senza speranze. Per molti è così, si procede perché si deve pur volendo cambiare rotta.
A volte si lavora anche per poter fare le cose che ci piacciono.
Ma se quel tempo non dovessimo averlo?

Quali potrebbero essere le nostre fonti di soddisfazione?
Uno stipendio più alto? Probabilmente sì.
Un aumento di livello in organigramma? Anche.
Un premio di produzione? Forse.
Un cambio di ruolo o di team? In alcuni casi anche questo può aiutare a rendere meglio e a lavorare in un clima sereno.
Benefit e misure di welfare? Sì, purché queste azioni siano progettate e tarate sulle reali esigenze delle persone.

Parto dal presupposto che l’inquadramento contrattuale e la sicurezza per poter progettare un futuro siano le basi fondamentali da cui partire per pensare a tutto il resto. Perché naturalmente lavoriamo per vivere, non per essere presi in giro.

E poi? Che altro c’è dopo le esigenze economiche e le scalate in organigramma?
Soprattutto, cosa accadrebbe se tutte queste cose non dovessero realizzarsi mai?

C’è di certo molto altro dietro quella che definiamo soddisfazione e realizzazione di sé e quel “molto altro” ha una grande valenza psicologica più che economica.

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Photo by Jorge Zapata on Unsplash

Nell’economia delle emozioni lavorative gioca un ruolo centrale la scelta (a volte coraggiosa e non-intuitiva) di chiamare le cose con il loro nome.
In che senso? Nel senso che alle persone vanno riconosciuti i meriti del lavoro che fanno e dei risultati raggiunti grazie a loro.

Se è vero che spesso bisogna scavare dentro di sé per darsi la spinta e che non possiamo vivere aspettando che qualcuno ci dica che siamo bravi, è anche vero che gli stimoli esterni sono il motore pulsante di un lavoro fatto bene, di un lavoro pieno di valore, motivazione, entusiasmo, condivisione.
Tutte queste leve esterne danno direzione, colore, intensità alle nostre azioni. Ci spingono a far meglio, a riflettere, a superare l’asticella che ci imponiamo, a collaborare. Ci aiutano a capire che il nostro lavoro quotidiano ha un valore, un senso e uno scopo che non corrisponde solo alla retribuzione oraria (pur importante) o agli obiettivi aziendali, ma rispecchia — almeno in parte — quel che siamo veramente.

Chiamare le cose con il loro nome quindi significa specificare chi ha fatto cosa e come lo ha fatto, con quali metodi e attraverso quali strumenti.
Significa dare evidenza, in ogni contesto e in ogni occasione, delle competenze che ciascuno possiede e del valore aggiunto che ciascuno dona alle attività globali.

Quali risvolti porta tutto questo sulla motivazione, sulla soddisfazione e sui risultati del lavoro che facciamo?
Io credo che i risvolti positivi siano moltissimi, ma spesso non ce ne accorgiamo perché tendiamo a pensare che il lavoro sia un lusso e che averlo ci renda persone privilegiate e fortunate.

Il lavoro è un servizio che offriamo: ai clienti, a un’azienda, alla società.
A fronte di quel servizio che offriamo ci viene corrisposto del denaro e, a volte, anche una crescita personale e professionale.
Dunque la realtà è ben lontana dal concetto di lusso. Il lavoro ci dona tante opportunità ma ci sottrae anche tempo, e vedere quel tempo corrisposto in busta paga o in fattura non è l’unica cosa a cui dovremmo aspirare. Assottigliare il nostro essere, la nostra esperienza umana, la nostra individualità e creatività ad un assolvimento di compiti che ci permetta di comprare un nuovo elettrodomestico, assottiglia anche quello che ancora potremmo dare, assottiglia quei risultati verso i quali non ci sforziamo più di tanto e che a fine giornata ci fanno sentire solo un piccolissimo snodo non cruciale di un ingranaggio che non ci appartiene.

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Photo by Matthias Blonski on Unsplash

Dare scopo e direzione a ogni giorno vuol dire anche dare senso al nostro tempo. Ché non è tutto oro quel che viene scandito dalle lancette, anzi. Il tempo speso non ci torna indietro solo in potere d’acquisto ma nel potere di essere, di vivere, di mettere a frutto noi stessi per noi stessi, di scoprire cosa c’è fuori, di provare a cambiare ed essere migliori di come eravamo ieri, la settimana scorsa, 10 anni fa.

Ancora oggi mi ritrovo a pensare alla domanda che viene spesso posta ai colloqui di selezione: “Come si vede tra 10 anni?”
Il mio tempo è qui, è adesso, è ogni giorno. Lavoro per il futuro ma non mi ci aggrappo come se il mio ora contasse meno.
E non voglio vivere solo per estinguere il mutuo ma per alimentare quella fiamma che potrebbe ardere in ognuno: realizzare un sogno, anche piccolo, capace di dare senso a tutto.

Abbiamo imparato ad essere pragmatici, realistici, oggettivi, a volte a mettere una benda sugli occhi. Abbiamo imparato ad accettare, ed è per questo che mi piacciono invece le storie di persone che nella ordinarietà hanno trovato spazio, tempo e coraggio per andare oltre una realistica accettazione, per trovare spazi personali, per coltivare attività e persone che generano altro senso, e per dare valore non monetario (o non solo) a tutto questo.

Senza valore dove andiamo? Chi vogliamo prendere in giro?
Senza un setaccio che ci faccia filtrare il succo di ciò che facciamo cosa ci resta in mano alla fine? Una serie di cose che dovevamo fare in sequenza e che hanno però mantenuto un sapore grezzo privo di sfumature personali.

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Laura Ressa

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Consiglio la lettura dell’articolo È l’eros che nobilita l’uomo, non il lavoro, ci disse Marcuse

Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea