“«Nel momento in cui più persone hanno iniziato a documentare con costanza le loro esistenze, quello che era un passatempo si è trasformato in un imperativo: per esistere, devi documentare quello che fai». Gli incentivi sociali – il desiderio di piacere, di essere visti – sono diventati economici: il meccanismo dell’esposizione su internet è diventato un mezzo – all’inizio nuovo, controverso, interessante, oggi praticamente indispensabile – per lo sviluppo di una carriera. […]. Il sogno iniziale, che internet potesse garantire un sé migliore, più vero, è scivolato via. «Se prima eravamo liberi di essere noi stessi soltanto online, oggi siamo incatenati alla nostra presenza online, e ne siamo consapevoli. Piattaforme che promuovevano la connessione sono diventate mezzi di alienazione collettiva. La libertà promessa da internet ha iniziato a sembrare qualcosa il cui maggiore potenziale risiede nell’uso improprio».”

Questo paragrafo è estratto da un articolo apparso su Rivista Studio in cui si parla del libro di Jia Tolentino intitolato “Trick Mirror: Reflections on Self-Delusion”, una raccolta di saggi sulla finzione e l’autoinganno che parte da un’analisi della trappola dei social.
L’autrice parla del fenomeno social network essendone essa stessa totalmente immersa e rispondendo alle richieste di visibilità che la nostra presenza online ci richiede sempre più di frequente.

Sono molti i testi che comincio a scrivere quando sono arrabbiata, e questo è uno di quelli. Ogni volta però ricordo la mia maestra delle elementari quando ci correggeva dicendo: non “arrabbiata”, meglio “inquietata”.
Così riformulo meglio ogni cosa che esce di getto nell’impeto rabbioso.
Capita anche a voi? A cosa vi dedicate quando siete arrabbiati?
La rabbia è un motore che possiamo usare e trasformare in tanti modi.
Lo stesso accade quando adoperiamo un coltello, guidiamo una macchina o usiamo il nostro smarphone per connetterci con il resto.
Già, quel resto. Quel resto che sembra così vicino, e che invece è tanto distante.
Quel resto fatto dagli altri, pianeti individuali che condividono con noi spazio e tempo. Sembra che possano entrare nella mano ma in realtà non riusciamo a chiudere il palmo per afferrarli.
Quando ho iniziato a scrivere, il mio motore era la rabbia verso ciò che subivo senza reagire, perché la scrittura è una delle ancore a cui aggrapparsi per vedere quanto di bello abbiamo, nonostante tutto.
Per fortuna a ispirarci arrivano le belle storie, i buoni amici, le compagnie casuali che sbalordiscono come un vento fresco nelle giornate afose. Arriva la scoperta di un’umanità che c’è, anche se spesso sopita nel turbinio delle apparenze.

 

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Photo by Maid Milinkic on Unsplash

Quando penso alla nostra umanità, un po’ perduta qua e là nel chiasso di fondo, non penso solo alla noncuranza con cui ignoriamo problemi ambientali, sociali e culturali, ma all’incapacità di vivere da persone coerenti, sicure delle proprie scelte, sicure di sé ma con una salda dose di umiltà e prive di quella fastidiosa smania di approvazione.

In fondo forse stiamo sbagliando tutti: sbaglia chi focalizza troppo l’attenzione su quello che non va, sbaglia chi dà valore troppo spesso a ciò che valore non ne ha.
In un articolo scritto da Vincenzo Moretti, Noi e gli altri, ho trovato una chiave interessante per svuotare quel che ancora restava nel mio piccolo vaso di Pandora.

Nel testo si parla della sovrapposizione di tipo identitario tra l’essere e l’avere – denaro, tecnologie, armi, ecc. – che regola i rapporti tra le persone, le organizzazioni e i sistemi Paese a livello globale.
Vincenzo scrive: “Potremmo vivere vite più serene, più consapevoli, più proattive, più soddisfatte, più attento verso «l’altro», più degne di essere vissute se la nostra cultura, i nostri progetti di vita, i nostri modi di essere e di fare non fossero così pesantemente condizionati da questa sovrapposizione.”

Ma chi sono gli altri per noi? Diventa difficile comprenderlo dato che spesso non conosciamo neanche noi stessi e abbiamo bisogno di avere, o mostrare ciò che abbiamo, piuttosto che essere.
Dovrei seguire un suggerimento comune: far finta di nulla, riderci su e girare la testa dall’altra parte. Eppure in certe situazioni non riesce facile trovare sempre qualcosa che funzioni bene: stiamo tutti girando in tondo su una grande giostra in cui ci viene chiesto di indossare maschere per poter fare un altro giro.

Questa accettata stupidità dilagante, ben espressa nell’utilizzo scriteriato delle nostre identità online, mi fa pensare che l’evoluzione si sia arrestata.
Quella che stiamo subendo è una deriva delle nostre responsabilità verso il futuro, verso il pianeta, verso i nostri figli. Ma è anche una deriva della mente: ci basta un nuovo strumento tecnologico o una nuova corrente a farci cambiare idea, pensiero, posizione, prerogative, preferenze, bisogni.
Questo è il risultato da una dilagante sovra-esposizione delle nostre vite, che ci fa sentire vivi solo se mostriamo e che ci rende schiavi del giudizio. Ci mette in mano una tecnologia che usiamo senza cercarne un vero senso.

Più che dalla comprensione, siamo distratti dalla smania di sembrare persone appagate e piene di connessioni.
Siamo liberi di esprimerci anche nelle nostre esternazioni più improbabili, ma non a discapito del nostro senso, del valore e dell’intelligenza.

Status symbol, amicizie, relazioni, persino i figli vengono esposti come trofei e messi lì alla mercé degli sguardi degli altri per elemosinare consensi. La nostra vita scorre cullata dagli algoritmi e dalla necessità così irrinunciabile del “corro a dirlo a tutti”.
Siamo barchette ferme, ormeggiate in porto solo per farci guardare dai passanti anche se non sappiamo navigare, siamo gli abbracci alla naftalina rispolverati solo per le ferie d’agosto e per le vacanze di Natale come fossero riti propiziatori per riempire i vuoti. Siamo le abitudini antiche, siamo quello a cui ci adattiamo per assicurarci favori e utilità.

Quindi che fine fanno i ragionamenti sulla sovrapposizione tra essere e avere e tra essere e mostrare? Credo che riflettere su questo sia considerato noioso, eppure sarebbe bello se qualcuno ci chiedesse cosa vorremmo davvero, cosa cerchiamo di ottenere, cosa stiamo dando in cambio a questo mondo che ci ha offerto moltissimo e del quale ora stiamo consumando tutte le energie rimaste.

Gli altri sono un pianeta da esplorare, ma le occasioni in cui vale la pena farlo ce le andiamo a cercare?
Chi ha qualcosa di bello da raccontare? Chi ci fa scoprire un libro che ha letto o un incontro che gli ha cambiato la vita? Chi ci lascia a fine giornata con un senso di meraviglia nella mente e nel cuore?

Si può uscire da questo empasse? Per cominciare sarebbe utile guardarci allo specchio e dirci onestamente se siamo felici o se la nostra felicità passa spesso e volentieri dalla possibilità di avere qualcosa e dalla possibilità di vantarci di quel qualcosa.
Qual è il nostro scopo alla fine di tutto? Lo conosciamo?
Ci sentiamo saturi, oberati di informazioni e di pretese esterne, ma farci trasportare dalla corrente è veramente l’unica cosa che ci resta da fare per liberare la mente?

Un’immagine mi resta in testa di questa estate che volge al termine.
Una lunga strada desolata, primo pomeriggio, temperature cocenti. Un signore anziano, accaldato dal sole e magrissimo, passa tra file interminabili di auto roventi accalcate e ferme al semaforo.
Il signore passa tra le vetture, e al collo ha un cartone scritto a mano con la frase: Sono povero, aiutatemi.
Un’immagine che fa male perché la disperazione la riconosci anche quando non vuoi vederla.
Siamo tutti come quel signore sciolto dal sole d’agosto in cerca di spiccioli. Lui prova a sopravvivere, molti altri, pur potendo sopravvivere, vivono alla ricerca di approvazione e cercando di essere apprezzati e applauditi.
Dove troviamo il nostro tempo per vivere in tutto questo? Dove cerchiamo il nostro senso oltre il consenso?

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Photo by Daniel Lord on Unsplash

Ho letto un articolo interessante di cui riporto un estratto:
“Il digital detox in certi posti è essenziale. In verità lo è sempre più spesso e ovunque, per non inseguire la palla disperdendo solo energie, ma per controllare il gioco. Smettere di essere disponibile per tutti, a tutte le ore, su tutti i canali, per ogni notifica e per questioni frammentate è sano, saggio e sta diventando l’unico modo di prendersi cura di sé. Abbiamo esagerato! Ho esagerato.
Riprendersi il centro, scegliendo e selezionando cosa contribuisce davvero al tuo scopo, senza invece annacquarlo, frammentarlo e disintegrarlo, è indispensabile a tutte le latitudini.” (tratto da Cronache dall’Islanda)

Prima ancora del digital detox, penso ci serva quello che potremmo chiamare self detox. Dobbiamo provare a liberarci di noi stessi, della smania non solo di apparire ma di essere perfetti in ogni situazione. Dobbiamo svestirci di tutto quello che le regole della società tecnologica ci hanno insegnato sino ad ora per vestire i panni che ci appartengono, per essere liberi di scegliere chi, cosa, dove, perché, quando, come.
Abbiamo bisogno di ritrovare il tempo perduto, di respirare, di osservare, di ascoltare senza parlare, di avere il tempo necessario per sbagliare e per imparare.

Ricomincio così, dopo un’estate alla ricerca di ossigeno. Ricomincio sperando di diventare quel che voglio essere, sperando di liberarmi dei giudizi e delle manie di perfezione, di fare le cose che voglio fare senza sentirmi in dovere verso nessuno perché ogni istante speso male non torna indietro e non dona nulla agli altri.

Ricomincio dalle piccole cose: dalla pausa pranzo riservata a me, dalla riduzione dei carboidrati e dall’aumento di acqua e frutta.
Ricomincio dalla reidratazione del corpo e poi della mente.
Forse non riuscirò ad arrivare subito dove voglio, ma in fondo chi sa davvero dove vuole andare? Il percorso si disegna camminandoci sopra.

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Laura Ressa

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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea