Il lockdown potrebbe far male alla comunicazione. E la comunicazione è importante, tanto più adesso che ha un’eco esponenziale perché la usiamo più del solito e con più strumenti del solito.
Chat, messaggi, video call. Potremmo essere presi più da chiamate e conference call a cui rispondere che dal nostro presente.
Un consiglio che vorrei dare a proposito di messaggistica istantanea è quello di non riversare le proprie rabbie e pressioni su amici, parenti, colleghi o semplici conoscenti. Esistono altri modi per superare alcuni stalli mentali in cui potremmo imbatterci ora: parlarne con uno specialista, prendere un po’ d’aria, leggere, fare sport, cercare in ogni caso di fare un grande respiro e ridimensionare le parole nostre e degli altri prima di premere il pulsante “invio”.
In questo intento di meditazione la messaggistica istantanea, divenuta così importante nelle nostre vite, se è vero che accorcia le distanze è pur vero che accorcia anche il pensiero. E quindi non è amica della riflessione. In questo momento storico abbiamo più bisogno di stare con noi stessi a pensare che di anestetizzarci con i messaggi!

Qualche tempo fa quando si pensava a qualcosa di istantaneo, la prima cosa che ci veniva in mente poteva essere la polenta: quei preparati istantanei che si trovano al supermercato.
Oggi di istantaneo c’è la comunicazione, che viaggia sui fili dell’immediatezza e sulla pretesa che, a maggior ragione in virtù del lockdown che stiamo vivendo, le risposte ai messaggi debbano essere istantanee e fulminee. La pretesa potrebbe essere quella di entrare a gamba tesa nelle vite degli altri, a volte recriminando anziché limitarsi a un più conciliante “come stai?”
Del resto cos’altro avete da fare – può chiedersi chi vi scrive – se non rispondere subito ai messaggi che vi vengono inviati?

Sta accadendo da un po’ di tempo: subiamo l’effetto smart working anche nelle relazioni amicali o di conoscenza. Subiamo la pressione del dover essere presenti nelle vite di tutti e del dover rispondere alle sollecitazioni. Pungolati, contattati e messaggiati con il nice-to-have, neanche tanto velato, di dover avere una fulminea reazione o di doversela aspettare dall’altro.
Naturalmente adesso l’istantaneità rischia di essere percepita come fondamentale nelle comunicazioni. Più dobbiamo chiuderci in casa, più aumentano le occasioni di imbattersi nei messaggi disturbanti di chi cerca compagnia, di chi vuole esprimere la propria ansia o il proprio malcontento così come le paure. Ci sarà anche chi vi vorrà salutare, oppure trovare un pretesto per passare il tempo al telefono o vedervi.
Male non fa, certo. Questa comunicazione però non fa male solo se sappiamo rispettare le scelte dell’interlocutore.
Gli argomenti della comunicazione possono essere vari: dalla merendina alle elementari a quella volta che non mi hai risposto al messaggio, al benevolo e gradito “come stai?” o al “ti voglio bene”.

La comunicazione funziona bene fintanto che accetti che può non scaturire una risposta fulminea, fintanto cioè che accetti anche che la risposta può non arrivare affatto.
Quindi ci sarebbe da chiedersi se l’obiettivo di questo tipo di comunicazione sia ottenere una risposta per forza oppure mandare un abbraccio virtuale, un messaggio di affetto e stima o un rospo da buttar via e rilanciare.
Già, ideona: quale migliore occasione della distanza sociale per togliersi anche un rospo dalla gola? Quel rospo che proprio non sappiamo rimandare a tempi migliori e a confronti dal vivo, quel rospo che magari è nulla rispetto a una pandemia che miete vittime reali.
Molti dei danni che abbiamo fatto, anche alla natura, sono stati dettati proprio dal nostro percepirci al centro dell’universo e quindi dal nostro sentirci anche al centro dei pensieri e delle vite altrui.

Mi chiedo: in questo infinito spazio che andrebbe occupato dai messaggi dove si posiziona per noi il resto della vita?
Mi chiedo cosa ci sia di più importante adesso della possibilità di godersi la famiglia e gli affetti e cosa ci facciamo ancora con il cellulare in mano a rispondere a messaggi che pretendono di avere risposta e di averla subito.
Cosa ci impedisce di comportarci come vorremmo e di ridimensionare anche il parere su di noi o l’importanza delle persone nella nostra vita?

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Photo by Priscilla Du Preez on Unsplash

Io passo molto tempo davanti al cellulare, lo ammetto. E non nego di essere stata vittima in passato di quel sentimento estemporaneo che ti fa esprimere un’idea rispondendo a caldo, travolta dall’impeto.
Grazie a questi momenti comunicativi dettati dall’impeto dell’immediatezza ho capito che esistono modi migliori per comunicare. Non che a volte non sia necessaria anche una risposta di petto e fulminea!
Ho capito che non è peccato essere arrabbiati o indifferenti. Se tengo a qualcuno non devo badare a quante ore, giorni o mesi quella persona impiega a rispondermi.
Devo svestirmi dei miei panni e provare ogni tanto a pensare come vivrei indossando i panni altrui. Devo imparare a respirare una volta in più, a farmi attraversare dalle cose ma senza trattenerle dentro di me.
Non è facile, anzi forse è l’esercizio più difficile soprattutto in questo tempo che rischia di riempirci di angosce e incapacità di agire.
Ma la mia percezione è solo mia e non posso comprendere la testa altrui o la vita di una persona che non è me.

Da quando ho lasciato che questa idea si facesse strada in me, ho imparato a coltivare amicizie profonde che non si basano sul numero di messaggi ma sulla lealtà. Rapporti che si fondano sulla scelta, sulla consapevolezza di avere di fronte una persona senza maschere la cui verità si esprime limpidamente senza giri di parole e pillole indorate da buoni sentimenti.

La comunicazione fa male se usata male! E più ci immergiamo in un mondo fatto di messaggi e di irrealtà, più pretenderemo dagli altri un approccio basato su quello. Sulle parole vacue cioè.

Siamo in grado di usare male questa grande opportunità comunicativa di cui disponiamo. La usiamo per rivendicare la nostra presenza nelle vite degli altri, la usiamo in un impeto di rabbia o tristezza, la usiamo per passare il tempo, per cercare di avere ragione, a volte la usiamo sbadatamente pure per creare il pretesto per un dissidio.
Ho imparato a mie spese che in tutte queste situazioni è meglio fare esercizi di sospensione e lasciar correre. Far passare del tempo, non cedere alla smania del doverci essere sempre.
Ci saremo, con chi decideremo noi e quando decideremo noi. Non sprecheremo più parole vane, le useremo solo quando saranno ben spese.
E se a qualcuno non andrà bene così, se a qualcuno non andrà bene il nostro modo di agire nel mondo e di percepire i rapporti, non importa.
Non è questione di vita o di morte.

Stiamo rischiando di aggrapparci alla messaggistica come se i messaggi rispecchiassero quel che siamo. Ci stiamo aggrappando alla quantità di parole spese e di videochiamate? Chiediamoci se potremo mai capire davvero le vite degli altri. Dato che la risposta è no, che senso ha nutrirci sempre di aspettative, come se tutti dovessero comportarsi come vorremmo noi? E quindi come se tutti dovessero essere sempre disposti a risponderci, a fugare i nostri dubbi comunicativi o a rassicurarci sul fatto che abbiamo ragione.
Che senso ha pensare di agire meglio degli altri o definirsi persone migliori a prescindere? Che senso ha recriminare o fare preamboli quando la comunicazione più vera è quella che va al sodo e quella davvero necessaria?
E in ultimo, che senso hanno in questo momento i grandi “pipponi” funambolici con cui ci arrovelliamo, in cui spendiamo energie scrittorie solo per trovare spiragli di svago nelle nostre quarantene casalinghe.
Adesso, se proprio voglio elargire i miei pipponi tempesto le persone veramente care della mia vita, poverine! Oppure taccio, oppure ancora scrivo (non messaggi) e coltivo il tempo come meglio posso.
Coltivate anche voi il vostro tempo, quello speso in messaggi inutili non vi torna indietro.
Potremo così abbracciare più liberamente l’idea che se vogliamo che alcune persone facciano parte della nostra vita dobbiamo accettarle così come sono. Altrimenti si cambia strada, e andrà bene lo stesso. Ché la fine di un rapporto epistolare istantaneo non è una sconfitta ma consapevolezza, maturità, scelta, direzione.

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Photo by Markus Spiske on Unsplash

Dunque la comunicazione, soprattutto in questi tempi incerti, non può passare sempre dalla messaggistica istantanea. E se lo fa, sarebbe bello che i messaggi che ci scambiamo non esprimessero non detti o critiche o sassolini che non potevamo aspettare a toglierci, ma parole buone senza dita puntate contro.
Per adesso i sassolini possiamo tenerli nelle scarpe, tanto stiamo vivendo in pantofole.
Le persone hanno altro a cui pensare ora, ed è una buona occasione per tutti per staccarci una volta in più dai nostri dispositivi.

Se poi abbiamo paure, ansie o problematiche profonde da risolvere esistono i numeri per il supporto psicologico.
Mi metto nei panni di chi soffre di malattie mentali o di altre patologie gravi e che durante la quarantena sono attraversate da profonde crisi. Queste sono categorie di persone da aiutare con gli strumenti adeguati, ma le nostre singole frustrazioni possono e devono trovare altre utili vie di fuga.
Non sarà il riversarle sugli altri a farle sparire dal nostro cuore.

Abbiate cura delle persone a cui volete bene, coltivatele con buone parole. Siate grati per quel che avete, ché la vita non si basa sul passatempo frizzante suscitato da dissapori o dissidi ma su quanto di buono e bello abbiamo da donare reciprocamente. Ognuno nella misura in cui può e vuole.
Da chi pretende o vede in voi altre immagini allontanatevi, capirete da entrambi i lati il valore di quel rapporto. Senza giudizi di valore su cosa sia giusto o sbagliato, come si faceva a scuola con l’elenco dei buoni e dei cattivi, ma con la semplice scelta delle priorità della nostra vita e di come scegliamo di viverla.

Non fatevi prendere dall’isteria del dover rispondere. Ci sarà tempo e modo per la comunicazione fatta bene.
Adesso stiamo affrontando tutti battaglie più importanti di un tasto “invio”, ed è giusto concentrarsi su questo senza regalarci inutili giri di parole, senza dover dimostrare di essere migliori degli altri (tanto a parole saranno tutti più bravi di voi) ma donando solo ciò che possiamo e vogliamo in termini di tempo, affetto, pensiero, parole senza veli.
Non siamo in un film in cui gli altri sono il pubblico e devono sorbirsi sempre la nostra storia e la nostra sceneggiatura.

Non siamo il centro delle vite degli altri, ma dobbiamo essere il centro della nostra.
Nessun altro può esserlo.

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Laura Ressa

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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea