Sul mio tavolo da pranzo l’odore del caffè a fine giornata è ancora forte anche se la caffettiera non c’è, è distante relegata nel lavandino. L’aroma che si staglia qui però è ancora intenso come se il caffè fosse appena sgorgato dagli anfratti della moca, il profumo mi stringe il viso mentre scrivo ed è notte fonda. Forse le narici sono impazzite per via dell’ora tarda, gli odori modificati e resi più forti dall’essersi disabituati all’odore del fuori.
Questa è la nuova percezione di lavoro agile: quell’odore che mi riempie le narici da mattina a sera. Questa è la nuova dimensione in cui vivo, con la sensazione che gli orari non esistano più e che il tempo sia una linea infinita inframmezzata solo dai momenti che passo nel letto. Il tempo non ha inizio, non ha fine. Non capisci dove comincia il lavoro e dove finisci tu. Non capisci dov’è il fuori di dove e dove vada a tuffarsi il tempo quando tu ti tuffi sul cuscino. Non trovo la dimensione in cui sono, fluttuo come Matthew McConaughey in una scena di Interstellar, tra varie dimensioni possibili.

Ci stiamo abituando a forme nuove di lavoro, per chi può c’è il cosiddetto lavoro agile e stiamo provando a collocarci in questo nuovo continuum spazio-temporale fatto di stanze, letti da rifare, piatti da lavare, pranzi e cene da consumare, to-do-list da azzerare. Nessuno ci aveva reso chiaro come potesse essere. Lo scenario ora si è reso necessario e questa sarà forse la volta buona per mettere in chiaro alcune cose del nostro lavoro.
Sarà la pandemia a cambiarci forzatamente o saremo noi a trarre da questa miriade di percezioni nuove un quadro nuovo delle cose?

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Matthew McConaughey nel film “Interstellar”

Intanto, presa da questi sentori di caffè che riempiono ogni oggetto, provo a disegnare nell’aria i pensieri. In questo fluttuare in cui il tempo non esiste più, cerco dei punti a cui aggrapparmi e scopro che mai prima d’ora avevo capito quanto contasse restare fedeli a se stessi e quanto fosse bello applicare liberamente questa opzione ad ogni snodo della nostra vita.

Sul lavoro restare fedeli a se stessi è diventata una sfida più alta e più difficile dell’impegno nel doversi mostrare sempre produttivi anche in tempi di crisi.
Noi trentenni (e anche qualche quarantenne) sappiamo bene come si attraversa una crisi, per anni abbiamo sperato di ottenere un lavoro e molti tra noi ancora lo aspettano continuando a lavorare a cavallo tra precariato e mancanza di dignità e prospettiva.

Proprio noi per una volta ora possiamo sentirci investiti del privilegio di alzare la mano senza vergogna e di essere quelli che, pur non avvezzi alle fortune professionali, hanno imparato tanto a proposito del lavoro e spesso di più dei nostri precedessori. Più di quelli che una generazione prima della nostra hanno potuto fare progetti di vita basati sulla possibilità di metter radici.
Adesso anche noi possiamo spiegare qualcosa sul lavoro a chi pensa di vivere un momento di difficoltà solo perché l’ufficio si è spostato nei luoghi casalinghi. Adesso possiamo sentirci in diritto di spiegare quali sono i problemi reali legati al lavoro: contratti precari, difficoltà di spostamento per chi usa i mezzi pubblici, difficoltà di crescita e di riconoscimento dei meriti, difficoltà nella progettazione a lungo termine, difficoltà di prospettive e stabilità, difficoltà pure nel reinventarsi. Perché non è detto che siccome sei giovane, ti riesce più facile ripartire da zero quando necessario.

Oggi molti non sanno comunicare lo smarrimento, se ne vergognano. La generazione della crisi invece lo smarrimento lo racconta bene perché lo vive da sempre. Non lo fa per lagnarsene ma perché fa parte della sua storia di passione (intesa proprio in senso biblico) e di crescita.

Molte aziende, nonostante l’emergenza di questi ultimi mesi, vorrebbero mostrare solo una parte della verità: quella in cui tenere duro e andare avanti come treni conta più di tutto. Quella in cui non si ammettono freni o difficoltà ma si rassicura soltanto che si resterà in piedi costi quel che costi.
Eppure non ho mai visto nulla di male nella eventualità di cadere. Cedere, crollare, vivere lo smarrimento è la quintessenza dell’accettazione dei propri limiti: dalla consapevolezza dei limiti di solito si può solo capire che c’è tanto altro da fare e che c’è da spostare il limite in luoghi ancora non toccati. Quindi cadere non vuol dire essere sconfitti.

Il lavoro negli anni mi ha dato il privilegio di capire, di fermarmi a osservare, a volte di sentirmi triste, altre volte di gioire.
Il lavoro è stato la mia cartina tornasole sui rapporti tra colleghi, sulle difficoltà comunicative tra le persone, sulla sensazione di resa, sulla percezione di vittoria, sul sentimento di solidarietà, su quanto conti la vita fuori dal lavoro soprattutto quando la vita rischia di essere risucchiata dal lavoro.

Il lavoro in questi anni ha fatto da maestro. E non è solo questione di curriculum o esperienza: se li cerchi e li adoperi, il lavoro ti dà gli strumenti per rivendicare i tuoi diritti, la tua dignità, il tuo pensiero, la tua visione, la tua onestà. Devi e puoi parlare, devi e puoi non farti calpestare!
Se non coltivi i tuoi diritti e la tua dignità, sarai sempre un lavoratore spaventato dall’alternativa di perdere “il posto” (che poi “fisso” non lo è più) e sarai sempre più incline degli altri a inchinarti (o inclinarti).
In quel caso non si tratterà di flessibilità, accettazione delle contingenze o capacità di adattamento, no. In quel caso si tratterà solo di paura: la paura bloccante, quella che blocca lo sterzo con l’antifurto.
Comincerai a calpestare poco a poco la tua dignità senza accorgerti di ciò che avviene intorno.
Se dimentichi l’onestà che devi a te stesso, se dimentichi la tua dignità, potrai pure essere apprezzato per altre doti ma dove abbandonerai la tua professionalità e a quale prezzo? Quale impronta lascerai nelle persone che avranno percorso un pezzo di vita lavorativa con te?

Queste non sono domande di poco conto di una visionaria romantica che scrive frasi volanti su un blog. Non sono parole poetiche di una che pensa che lavorare sia soltanto giornate di sole e cuoricini.
Il lavoro per tanto tempo mi ha provocato tristezza, rimuginio, senso di colpa, sentimento di non essere all’altezza, percezione di inferiorità, incapacità di far sentire la mia voce, la sensazione di quelle parole strozzate che si spezzano in gola e di un suono che non esce quando provo a parlare.

Il lavoro per me è stato anche fonte di grande umiliazione, e proprio di recente mi sono ricordata quella umiliazione profonda quando ho incontrato uno dei “mostri” del passato. La parola mostro ora non ha più il peso che aveva prima e ormai la metto va fra virgolette come se appartenesse a un periodo aperto e chiuso.
Dopo un po’ di anni quelli che ci sembravano mostri fanno addirittura tenerezza, ma non dimentico che quei mostri mi facevano paura anche se ora li guardo con il sorriso di chi ha dovuto fare una lunga scalata per cominciare a credere in sé.
Quei mostri sono quelli con cui oggi posso trovarmi a condividere, se costretta, anche lo stesso tavolo e riuscire a guardarli negli occhi senza abbassare lo sguardo come facevo una volta.

Penso che tutti abbiano provato questa sensazione, non solo sul lavoro ma anche con gli affetti, con gli amici, con i conoscenti, con gli estranei. La voglia di scappare e non poterlo fare, il desiderio di dire qualcosa che però resta bloccato tra il pensiero, il palato e le labbra, la voglia di farsi valere ma senza sapere come fare e quali parole dire. Quella idea di essere fermi, immobilizzati, accerchiati, piccoli piccoli: quella è una sensazione che non si dimentica!

Prendere le redini della propria vita quindi può essere molto difficile! Soprattutto se ti hanno mostrato quanto è più semplice invece lasciarsi guidare dalle idee degli altri.
Per me è stato sempre difficile: sono stata convinta di essere inadatta a qualsiasi situazione e pensavo di dover chiedere il permesso per parlare e per avere un’opinione. Ho vissuto nella convinzione che le idee degli altri fossero a prescindere migliori delle mie e bastava pochissimo per scardinare in me ogni percezione di efficacia e autostima costruita con fatica.

Impiegavo anni per credere di andar bene com’ero, e poi bastava una parola detta anche da un estraneo per far crollare quel castello di carta. Bastava un soffio per farmi cadere, per far vacillare le caviglie e ritrovarmi a terra senza alcuna certezza tra le mani.

L’urgenza di chiuderci nelle nostre case, adesso, per alcuni versi può essere una benedizione. Può costringerci a guardare bene le nostre vite e a chiederci cosa fare per renderle come le volevamo, per chiederci come farci rispettare e cosa vogliamo dagli affetti.
Sul lavoro sono stata molto fortunata e oggi continuo a fare quello per cui sono pagata anche da casa.
Al di là della fortuna o meno di avere ancora un lavoro, però, mi chiedo cosa ce ne facciamo di tutto questo se non sappiamo come rendere prezioso quello che sappiamo, quello che facciamo, e anche le nostre parole e le nostre idee.
Non sono certo la prima a chiedersi questo.
Ognuno starà facendo i conti con un muro da ricostruire, con un castello di carta da rimettere a posto, con una marea di certezze da ricollocare e a cui dare nuovi nomi. Ognuno nella propria vita deciderà se andare avanti come faceva prima o se sarà necessario fare qualche scelta.

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C’è però una lezione che nessuna formazione online di questi giorni ci potrà dare.
Non si tratta di lezioni in scuola della vita, la lezione di cui parlo riguarda qualcosa di più serio e cioè quel che stiamo capendo in queste settimane sulle persone, sui colleghi, sui nostri amici e familiari. E in definitiva quello che stiamo capendo su noi stessi, sul nostro modo di affrontare i giorni che scorrono e la distanza dai cari che si fa sempre più angosciante.
La lezione di cui parlo riguarda noi stessi e la nostra percezione di efficacia come persone, come professionisti, come amici, come confidenti, come conoscenti, come colleghi, come fratelli e sorelle, come compagni di vita. E come persone in grado di farsi ascoltare, in grado di ascoltare gli altri, in grado di scegliere per sé.

Forse il distanziamento ci dà per la prima volta il permesso di osare.
Osare superare il filo spinato delle nostre incertezze, osare alzare la mano e dire la nostra, osare avere una voce anche quando ci riteniamo fortunati e pensiamo che sia meglio buttare il nostro parere in un cassetto e chiuderlo lì dentro fino al prossimo decreto.
Perché è quando ci diamo per scontati e non diamo valore a noi stessi che consentiamo agli altri di calpestarci.

Ci vuole coraggio ad essere fedeli a se stessi in una società che ci vuole aderenti alle scelte di chi sta in alto ma che allo stesso tempo ci chiede in alcuni casi di mostrarci anche attenti e critici.
Non sappiamo nemmeno noi, a un certo punto, cosa sia saggio fare. Cerchiamo conferme e quando non le troviamo ci rifugiamo nelle paure. Intanto i nostri pensieri, insieme alle nostre capacità critiche, finiscono di nuovo nel cassetto dimenticato.
“Ora non è il momento per tirarle fuori” – ci diciamo – e quei pensieri si ripetono nel tempo come se non fosse mai il momento giusto per dire quel che pensiamo, per agire come riteniamo giusto fare.
Nei nostri piccoli corsi e ricorsi storici, può capitarci di credere che non sia mai il momento adatto per parlare e lo so bene perché mi è capitato spesso. Credo però che non essere fedeli a noi stessi costi molto più che esserlo. Non è giusto non darci credito, perché altrimenti chi altro ce ne darà? Non è giusto per il nostro ruolo nel mondo, per quello che potremmo essere come amici, come figli, come fratelli e sorelle, come professionisti.

Non dobbiamo mai dubitare di quanto sia importante il nostro apporto professionale e umano nelle vite degli altri e nelle aziende. Non dobbiamo dubitare del nostro bagaglio, del nostro saper fare, della nostra essenza.
Noi siamo storie, non siamo numeri che possono essere buttati giù dalla torre da un momento all’altro. Non siamo angosce che ci legano ad ogni passo: noi siamo sogni infranti o ancora a galla, siamo chi è venuto prima di noi e ci ha insegnato a camminare.
Non siamo pedine, e non dovremmo cominciare a comportarci come tali perché se ci percepiamo come pedine gli altri si sentiranno in diritto di spostarci per giocare.

Avere il coraggio di prendere in mano le proprie sorti allora riguarda tutti.
Riguarda anche chi ha un posto al caldo e rinuncia ad essere critico per restare al caldo.
Che valore ci attribuiamo? Vogliamo inclinarci o vogliamo essere fieri di quel che siamo e di quel che pensiamo senza maschere?

Lo so quanto può essere difficile fare questo sul lavoro. Può sembrare più utile e furbo fare buon viso a cattivo gioco e tirare a campare.
Ci sono altre priorità, ci sono figli da mantenere, c’è la pensione da assicurarsi (?) ed è necessario buttar giù anche i rospi talvolta. Ma le persone hanno il potere di decidere come agire e come essere trattati, e questa non è solo una frase ereditata da Charlie Chaplin o da Patti Smith. Sono convinta che esista, da caso a caso, il modo per essere fedeli a se stessi pur lasciando spazio agli altri, arricchendosi con il confronto, e usando le parole per dire chiaramente cosa pensiamo.

L’ho capito molto tardi: le persone hanno il potere di decidere come non farsi trattare, il potere di esercitare i propri diritti, di far sentire la propria voce con chiarezza, di esporre un parere, di far presente un problema, di accettare la situazione ma senza mostrarsi necessariamente deboli.

Che idea e che ricordo avranno di noi le persone? Me lo chiedevo prima e me lo chiedo ancora di più adesso, perché nessuno è cieco ed è nelle piccole azioni, quelle che ci sembrano poco importanti, che si costituisce la nostra essenza.
Il rischio calcolato è di agire in funzione di ciò che penseranno gli altri di noi, ma possiamo liberarci di queste catene mentali che ci convincono che non siamo abbastanza e che chiunque possa fare a meno di noi da un giorno all’altro.

Sono meccanismi di paura e controllo a cui ci invitano a credere, ma non sono reali.
Tutti sono importanti, nessuno è indispensabile: è così ma non siamo al mercato dove un alimento che non troviamo può essere sostituito da un altro in ogni ricetta. E non siamo nemmeno in un negozio di ricambi per auto, dove si comprano pezzi da sostituire ad altri.
Chi accetta di rinunciare a se stesso, darà l’idea di essere sostituibile e renderà più facile e indolore la sostituzione con un pezzo di ricambio.

Il percorso verso la percezione di sé e del proprio valore va di pari passo con l’autostima ed è proprio lei che fa di noi pezzi unici. Per adeguarci a soddisfare il nostro bisogno di dignità serve tempo, fatica, errori, servono dilemmi da porsi e rabbia, serve farsi venire qualche dubbio e un po’ più di amor proprio e consapevolezza.
Si arriva a stimare se stessi, ma per arrivarci abbiamo bisogno di pazienza e massicce dosi di onestà intellettuale. Anzi di più: abbiamo bisogno di essere onesti con noi stessi.

L’odore di caffè intanto mi resta addosso, mi si appiccica al naso. La lascio raffreddare per ore la tazzina accanto al computer e il caffè lo bevo quasi sempre freddo. Il suo profumo però permane per ore, permea le sedie e riempie le mie narici. Sembra così forte da farmi credere che sia mattina nonostante il buio intorno.
Sarà una controindicazione di questa nuova vita dentro. Ma non voglio scrollarmi di dosso troppo in fretta questo odore, mi sembra il profumo di un territorio conquistato.

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Laura Ressa

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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea