Ho sempre creduto che la formazione, insieme all’esperienza, sia un tassello fondamentale per crescere come persone, come professionisti, come lavoratori in grado di comprendere che il cambiamento, anche quando si tratta di cambiare le procedure più consolidate, significa evoluzione e significa svolgere i propri compiti con sempre maggiore efficacia.

I granitici fautori del “abbiamo sempre fatto così, le procedure non si cambiano”

Rifuggo da chiunque abbia imparato nella propria vita professionale un solo metodo e vada avanti per una intera vita professionale ad applicare sempre le stesse procedure senza apportare una virgola al proprio modo di fare, senza accogliere le istanze del cambiamento, senza dare ascolto a chi ha idee migliori e trincerandosi dietro un “abbiamo sempre fatto così” o, peggio, dietro frasi del tipo “questo metodo e queste procedure, create e consolidate anni fa, sono le migliori in assoluto e non le cambierò per niente al mondo”.

Quanti personaggi granitici avrete incontrato nella vostra esperienza professionale? Immagino molti, moltissimi. Lo comprendo quando parlo con i miei coetanei e con loro cerco di capire che sembianze avrebbe quel mondo migliore che da tempo attendiamo, un mondo in cui se hai una buona idea quella buona idea non viene bocciata o considerata inutile solo in base all’età che ha chi la dice, in base agli anni passati in azienda o al ruolo in organigramma. Resto convinta, infatti, del fatto che una buona idea sia buona a prescindere da chi la dice. Così come è certo che un’idea orribile non diventa per magia geniale solo perché a dirla è un manager o un dirigente.

Il primo passo, fondamentale ma temo lontano dal verificarsi in Italia, è riconoscere che il merito può trovarsi ovunque in azienda (e non solo in azienda): dal più giovane al più anziano, dal primo assunto nella notte dei tempi al nuovo arrivato. Il merito non è questione di etichetta, e non è nemmeno questione di anzianità di servizio. Nessuna buona idea dovrebbe, prima di essere considerata, passata al setaccio dell’organigramma o dei luoghi comuni sulla saggezza che albergherebbe solo nei vetusti, in chi con l’azienda ci è nato o ha acquisito una posizione negli alti ranghi della scala gerarchica.

Il merito in Italia

Lo stesso discorso delle buone idee inascoltate è applicabile, effetto fotocopia, all’annoso tema del merito. In Italia, diciamolo fuori dai denti, il merito non esiste! E se esiste, è una meravigliosa eccezione.

Se sei bravo, per farti notare in un mare di pescecani devi nuotare in grandi ondate di melma, in un mare in burrasca in cui devi imparare presto a fare i conti con concorrenza, detrattori e con chi ti rema contro. Penso a molte piccole realtà nate come start-up o a quei liberi professionisti che, con alterne fortune, quotidianamente si rimboccano le maniche per dar vita a scenari diversi, inventarsi sempre qualcosa di nuovo e unire alla creatività anche il guadagno. Sono mosche bianche, bravi professionisti che sono riusciti a emergere per merito e non per discendenza o diritto di precedenza in base all’anno di arrivo in azienda. Si tratta di realtà e di professionisti a cui ispirarci, ma appunto si tratta anche di bellissime e ispiranti eccezioni alla regola.

La regola di base è che il merito vada calpestato quotidianamente. Da chi? Solitamente da chi è arrivato prima e ha colto il treno delle offertissime e dei ruoli in alto a basso prezzo, da chi pensa che non serva avere reali competenze, da chi non vuole cambiare neanche sotto tortura i propri metodi, da chi è analfabeta funzionale e non sa di esserlo reputandosi invece molto intelligente, da chi ha preso tempo fa un titolo e non si aggiorna più da allora, da chi fa qualcosa di diametralmente opposto alle proprie reali competenze, da chi non approfondisce i nuovi trend del mercato, da chi non studia più perché tanto non serve se hai la poltrona al caldo, da chi non crede insomma di avere altro da imparare a parte quel che sa già e che ha imparato un bel po’ di tempo fa (e forse ha pure dimenticato).

Sotto queste convinzioni si annida l’ide che essere competenti non serva a nulla, che studiare non serva a nulla, che sapere non serva a nulla se non appartieni a una certa cerchia, se non hai accumulato un certo numero di bollini nella tua raccolta punti di onorato servizio. E del resto, se già alla cerchia fortunata ci appartieni, i tuoi soldi non li spendi certo per formarti e diventare un professionista migliore.

Qualche tempo fa ho raccontato su LinkedIn dei vari corsi e percorsi di formazione a cui mi sono iscritta in questi mesi del 2020, così incerti ma anche forieri di scoperte: alcuni di questi percorsi sono terminati e altri stanno per partire. Per me il minimo comun denominatore di ogni scelta formativa fatta è la convinzione di poter crescere, imparare, dare una decisiva sterzata alla me professionista, diventare migliore, conoscere persone ispiranti. A volte, le circostanze in cui viviamo e agiamo rischiano di indurci a pensare erroneamente che non valiamo poi molto, che non possiamo dare più di quello che abbiamo già dato, che dobbiamo accontentarci, sederci su quel che sappiamo, accomodarci sulla sedia più piccola perché ci convincono magari che non possiamo ambire ad altro.

La frase che sento spesso pronunciare da qualche mio coetaneo è “io farei pure quel corso, prenderei pure quel titolo: ma anche se lo prendessi, nell’azienda in cui lavoro non lo considererebbero mai per farmi crescere”. E ci si riferisce anche alla crescita in termini di livello, ché sì non è un peccato e neanche un’opportunità che dovrebbe restare inarrivabile nei secoli dei secoli.

A tutti i giovani e coetanei dico sempre di non fermarsi mai nella ricerca della parte migliore di sé, nella pretesa di ottenere qualcosa di più degli scarti che sono stati lasciati dalle generazioni precedenti, generazioni che peraltro hanno goduto di non pochi privilegi e che nulla hanno fatto per il nostro futuro. Generazioni stantie che ancora oggi continuano a banchettare a piene mani su ciò che spettava a noi ma che hanno mangiato loro, sgomitando per buttarci giù dalla tavolata imbandita.

La generazione di chi oggi ha 30 anni o poco più, e anche le generazioni successive di chi oggi è nel ciclo scolastico e universitario, hanno molto da insegnare a chi è nato prima. Lo ribadisco per ricordare che essere arrivati prima degli altri e aver arraffato le ultime risorse disponibili, soprattutto sul lavoro, non fa di alcuni fortunati “adulti” persone migliori dei giovani ma soltanto persone che hanno avuto, appunto, più fortuna e più opportunità e che su quelle opportunità hanno basato la propria carriera professionale e quel ruolo sociale che tanto temono gli venga soffiato da sotto al naso. Alcuni di questi individui ignorano, temo, che molte altre persone il ruolo sociale non se lo fanno neanche in brodo con la minestra: nella vita le soddisfazioni hanno forme differenti e più alte di questa affannosa smania di sentirsi importanti… per quale merito poi?

Credo che sia per questo che sul lavoro molti giovani fanno fatica a trovare veri maestri, vere guide, vera ispirazione. Trovano più spesso una guida nei coetanei o nei pari grado, ma difficilmente chi è più in alto in gerarchia si prende in carico la loro crescita, la messa a frutto del loro potenziale, lo sviluppo della loro soddisfazione. Figuriamoci poi se gli possa interessare qualcosa della loro carriera, o financo della loro percezione di autoefficacia. In fondo è l’antica leggenda dei ruoli: quel gioco delle parti in cui buona parte dei lavoratori devono ricoprire la propria senza protestare.

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Dovrebbero tutti farsi portavoce e fautori di alti valori e buone prassi. Dovrebbero ma, e lo chiedo a chiunque stia leggendo, quanti sono i casi accertati in cui ciò avviene? Si tratta delle famose eccezioni.

In Italia in molti moltissimi casi rischi di sentirti inutile, di percepirti come un tassello insignificante e sostituibile della catena di montaggio soprattutto quando attorno a te qualcuno (o tu stesso) percepisce quanto (tanto) potresti dare, essere, diventare.

“Fa paura” – diceva una delle persone con cui mi sono confrontata sul tema formazione e merito. Sì, credo faccia decisamente paura chi è giovane ed è più bravo a chi in azienda ci sta magari da trent’anni (anno più, anno meno), stanco e adagiato su allori ottenuti, a volte, senza che fosse chiaro il merito, magari accumulato in base a risultati non tanto personali quanto di gruppo.

Alla fine di questo quadro in cui il merito e la competenza appaiono come aspetti sgraditi e non da furbi ma, spesso, da sfigati, che senso ha ancora la formazione? Che senso ha avere ambizioni? Che senso ha avere davvero talento, competenza, saper fare e soprattutto saper essere (pratica anche questa spesso caduta in disuso)?

Perché credere ancora nella formazione e nel valore del merito individuale?

Perché formarsi in un paese che sempre più spesso non concepisce il merito come un valore, dove la formazione è considerata solo un passatempo fine a se stesso, dove se sei bravo non importa granché e dove conta invece quanto costi, quanto denaro fai smuovere o che ruolo sociale reciti?

Beh ragazzi, mi rivolgo soprattutto a voi ormai: formarsi conta tantissimo! Conta perché la conoscenza e la competenza saranno le carte che avrete per diventare le persone che vorrete essere: non tanto per ottenere privilegi (non devono neanche interessarvi dacché tutti dovrebbero avere pari possibilità), posizioni in alto, la villa al mare o la possibilità di fare quel che vi pare e accentrare risorse. Essere persone competenti vi darà una carta in più quando si arriverà alla resa dei conti, quando sul campo (soprattutto fuori, non solo in azienda o nel lavoro in generale) potrete dimostrare a chiunque chi siete, cosa sapete fare, cosa potete ancora imparare. Questi sono elementi che dimostrerete facendovi conoscere: perché – come sappiamo – a un certo punto diventa molto facile distinguere subito le maschere dai volti veri.

La formazione conta nella misura in cui perseguirla sarà il segno che non vi siete adagiati su ciò che già sapevate ma avrete voglia di conoscere ancora, di curiosare oltre, di rendere meglio e di più, di appassionarvi a qualcosa che vi piace. Di ammettere – come diceva il saggio – di non sapere.

La formazione è una cartina di tornasole. Quando la perseguirete, con ogni mezzo possibile (libri, approfondimenti, corsi, video, ecc.), potrete essere sicuri di aver fatto il passo giusto.

Naturalmente mi riferisco a corsi veri, in cui si impara davvero qualcosa e si cresce. Non parlo certo di quelle situazioni elitarie in cui si fa networking tra privilegiati e ci si scambia qualche battuta al buffet gentilmente offerto. Mi riferisco dunque a un tipo di formazione lontana dal patinato mondo del cosiddetto aggiornamento per top management ma di percorsi con solide basi didattiche, prove, esercitazioni, test finali, approfondimenti, temi di interesse e strumenti pratici trattati da professionisti impegnati realmente in quel che cercano di trasmettere. Insomma mi riferisco alla didattica vera.

La polvere sotto il tappeto

Penso che oggi, in una società in cui se protesti in piazza o vuoi far sentire la tua voce nei luoghi che una volta erano deputati a questo, resti da solo e sei anche facilmente identificabile e dunque facile bersaglio di ripercussioni lavorative e sociali. L’arma che ci resta però è la dialettica, la competenza, la dimostrazione al banco dei fatti, il nostro sapere, anche le passioni, l’arte e la scrittura laddove questi diventano mezzi utili e necessari a far sentire la propria voce, il proprio valore, i propri ideali.

Perché la formazione conta? Perché solo gli stupidi e gli incompetenti smettono di essere curiosi, smettono di formarsi, smettono di credere che serva capire, smettono di guardare al mondo e agli altri come fonti di conoscenza e ispirazione anziché come qualcosa di cui aver fottutamente paura. Hanno paura che gli venga sfilato dalla poltrona quel privilegio accumulato per diritto di arrivo e conservato senza veramente coltivarlo, come si conserva un trofeo sporco. Una nebulosa coltre di polvere archiviata sotto il tappeto. Un ritratto di Dorian Gray nascosto in soffitta.

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Laura Ressa


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Scritto da:

Laura Ressa

Classe 1986 🌻 Marketing Specialist 🌻 Narratrice artigiana su Frasivolanti e nella Piccola Scuola Crea Racconta Ricrea